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Adelchi (1922)/Atto V

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ATTO QUINTO.

SCENA I.

Pulazzo Reale in Verona.

ADELCHI, GISELBERTO duca di verona.

giselberto.
Costretto, o re, dell’oste intera io vengo
A nunziarti il voler: duchi e soldati
Chiodon[1] la resa. A tutti è noto, e indarno
Celar si volle, che Pavia le porte
Al Franco aprì; che il vincitor s’affretta
Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge
Captivo il re. Co’[2] figli suoi Gerberga
Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire
Più ancor fidando nel perdon, che in una
Impotente amistà. Verona attrita
Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte
Scema, non forte assai contra il nemico
Che già la stringe, non potrà la foga
Dei sorvegnenti sostener; nè quelli
Che l’han difesa fino[3] ad or, se pochi
Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi
Di pugna impari, e di spietato assalto.
Fin che del fare e del soffrir concesso
Era un frutto sperar, fenno e soffrire;
Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,

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Il diero: ai mali che non han più scopo
Chiedono[4] il fine.
adelchi.
                              Esci: la mia risposta
Tra[5] poco avrai. (giselberto parte)[6].

SCENA II.

ADELCHI.

                              Va, vivi, invecchia in pace;
Resta un de’ primi di tua gente: il merti:
Va, non temer; sarai vassallo: il tempo
È pe’[7] tuoi pari. — Anche[8] il comando udirsi
Intimar de’[9] codardi, e di chi trema
Prender la legge! è troppo. Han risoluto!
Voglion, perchè son vili![10] e minacciosi
Li fa il terror; nè soffriran che a questo
Furor di codardia s’opponga alcuno[11],
Che resti un uom tra[12] loro! — Oh cielo! Il padre
Negli artigli di Carlo! I giorni estremi
Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno
Di quella man, che non avria voluto
Come amico serrar; mangiando il pane
Di chi l’offeso, e l’ebbe a prezzo! E nulla
Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli
Rugge tradito e solo, e chiama indarno
Chi salvarlo non può! nulla! — Caduta
Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto
Anch’ei le porte a spalancar da quelli
Che non voglion morire. Oh più di tutti
Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa
Di Desiderio, ove d’invidia è degno
Chi d’affanno morì! — Di fuor costui,

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Che arrogante s’avanza, e or or vorrammi
Ad intimar che il suo trionfo io compia;
Qui la viltà che gli risponde, ed osa
Pressarmi; — è troppo in una volta! Almeno
Finor, perduta anche[13] la speme, il loco
V’era all’opra; ogni giorno il suo domani,
Ed ogni stretta il suo partito avea.
Ed ora.... ed or, se in sen de’[14] vili un core
Io piantar non potei, potranno i vili
Togliere al forte, che da forte ei pera?
Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;
Più d’un compagno troverò[15], s’io grido:
Usciam costoro ad incontrar; mostriamo
Che non è ver che a tutto i Longobardi
Antepongon la vita; e... se non altro,
Morrem. — Che pensi? Nella tua rovina[16]
Perchè quei prodi strascinar? Se nulla
Ti resta a far quaggiù[17], non puoi tu solo
Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo
Pensier riposa alfine: ei mi sorride,
Come l’amico che sul volto ìeca
Una lieta novella. Uscir di questa
Ignobil calca che mi preme; il riso
Non veder del nemico; e questo peso
D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...
Tu, brando mio, che del destino altrui
Tanto volte hai deciso, e tu, secura
Mano avvezza a trattarlo... e in un momento
Tutto è finito. — Tutto? Ah sciagurato!
Perchè menti a te stesso? Il mormorio
Di questi vermi ti stordisce; il solo
Pensier di starti a un vincitor dinanzi
Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa
Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo!
E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo
Senza aspettar che tu mi chiami; il posto

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Che m’assegnasti, era diffidi troppo;
E l’ho deserto! — Empio! fuggire? e intanto,
Per compagnia fino alla tomba, al padre
Lasciar questa memoria; il tuo supremo
Disperato sospir legargli! Al vento,
Empio pensier. — L’animo tuo ripiglia,
Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante
D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,
Che in tuo poter non è? — T’offre un asilo
Il greco imperador. Sì; per sua bocca
Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo
Saggio partito, il solo degno è questo.
Conserva al padre la sua speme: ei possa
Reduce almeno e vincitor sognarti,
Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto
Del sangue sparso disperando. — E sogno
Forse non fia: da più profondo abisso
Altri già sorse: non fa patti eterni
Con alcun la fortuna: il tempo toglie
E dà: gli amici, il successor li crea[18].
— Teudi!

SCENA III.

ADELCHI, TEUDI.

teudi.
                         Mio re.
adelchi.
                                        Restano amici ancora
Al re che cade?
teudi.
                                   Sì: color che amici
Eran d’Adelchi.

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adelchi.
                                   E che partito han preso?
teudi.
L’aspettano da te.
adelchi.
                                        Dove son essi?
teudi.
Qui nel palazzo tuo, lungi[19] dai tristi
A cui sol tarda d’esser vinti appieno.
adelchi.
Tristo, o Teudi, il valor disseminato
Tra[20] la viltà! — Compagni alla mia fuga
Io questi prodi prenderò: null’altro
Far ne poss’io: nulla ei per me far ponno,
Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno
Cui venga in mente[21] un più gentil consiglio,
Per pietà, me lo dia. — Da te, mio Teudi,
Un più coral servigio, un più fidato
Attendo ancor: resta por ora; al padre
Fa che di me questa novella arrivi:
Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo,
Per liberarlo un dì; che non disperi.
Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti. — Al duca
Di Verona dirai che non attenda
Ordini più da me. — Sulla[22] tua fede
Riposo, o Teudi.
teudi.
                                        Oh! la secondi il cielo.
(escono dalie parti opposte[23]).

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SCENA IV.

Tenda nel campo di Carlo sotto Verona.

CARLO, un araldo. ARVINO. conti.

carlo.
Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti
I suoi guerrier questa parola esponi:
Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra
Grazioso signor; se no, più tarda
L’entrata fia, ma non men corta; e i patti
Quali un solo li detta, e inacerbito.
(l’Araldo parte)
arvino.
Il vinto re chiede parlarti, o sire.
carlo.
(.’he vuol?
arvino.
                    Nol disse; ina pietosa istanza
Egli no fea.
carlo.
                              Venga. (arvino parte)
                                        Vediam colui,
Che destinata a un’altra fronto avea
La corona di Carlo. (ai Conti)
                                                  Ite: alle mura
La custodia addoppiate; ad ogni sbocco
Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

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SCENA V.

CARLO, DESIDERIO.

carlo.
A che vieni, infelice? E che parola
Correr puote tra[24] noi? Decisa il cielo
Ha la nostra contesa; e più non resta
Di che garrir. Tristi querele e pianto
Sparger dinanzi al vincitor, disdice
A chi fu re; nè a me con detti acerbi
L’odio antico appagar lice, nè questo
Gaudio superbo che in mio cor s’eleva,
Ostentarti sul volto; onde sdegnato
Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo
Non m’abbandoni ancor. Nè, certo, un vano
Da me conforto di parole attendi.
Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[25]
Per me; nè lamentar posso un destino,
Ch’io non voglio mutar. Tal del mortale
È la sorte quaggiù[26]: quando alle prese
Son due di lor, forza è che l’un piangendo
Esca del campo. Tu vivrai; null’altro
Dono ha Carlo per te.
desiderio.
                                        Re del mio regno,
Persecutor del sangue mio, qual dono
Ai re caduti sia la vita, il sai?
E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve,
Di gioia[27] anco una volta inebbriarmi[28]
Non potrei? del velen che il cor m’affoga,
Il tuo trionfo amareggiar? parole
Dirti di cui ti sovverresti, o in parte

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Vendicato morir? Ma in te del cielo
Io la vendetta adoro, e innanzi a cui
Dio m’inchinò, m’inchino: a supplicarti
Vengo; e m’udrai; chò degli afflitti il prego
E giudizio di sangue a chi lo sdegna.
carlo.
Parla.
desiderio.
          In difesa d’Adrian, tu il brando
Contro di me traesti?
carlo.
                                        A che domandi[29]
Quello che sai?
desiderio.
                                   Sappi tu ancor che solo
Io nemico gli fui, che Adelchi — e m’ode
Quel Dio che è presso ai travagliati — Adelchi
Al mio furor preghi, consigli, ed anche[30],
Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne
Mai sempre oppose: indarno!
carlo.
                                                       Ebben?
desiderio.
                                                                      Compiuta
È la tua impresa: non ha più nemici
Il tuo Romano: intera, e tal che basti
Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode
La sicurezza e la vendetta. A questo
Tu scendevi, e l’hai detto: allor tu stesso
Segnasti il termin dell’offesa. Ell’era
Causa di Dio, dicevi. È vinta; e nulla
Più ti domanda Iddio.

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carlo.
                                                  Tu legge imponi
Al vincitor?
desiderio.
                              Legge? Oh! ne’ detti miei
Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.
O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vedi
Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro
Odi il prego sommesso e la lusinga;
Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni.
Ah! non voler di più: ponsa che abborre
Gli smisurati desidèri[31] il cielo.
carlo.
Cessa.
desiderio.
               Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potresti
Assaggiar la sventura, o d’un amico
Pensier che ti conforti, aver bisogno;
E allor gioconda ti verrebbe in mente
Di questo giorno la pietà. Rammenta
Che innanzi al trono dell’Eterno un giorno
Aspetterai tremando una risposta,
O di mercede o di rigor, com’io
Dal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già venduto
Il mio figlio t’è forse! Oh! se quell’alto
Spirto indomito, ardente, consumarsi
Deve[32] in catene!... Ah no! pensa che reo
Di nulla egli è; difese il padre: or questo
Gli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noi
Non c’è[33] brando che fera: a te vassalli
Son quei che il furo a noi: da lor tradito
Tu non sarai: tutto è leale al forte.
Italia è tua; reggila in pace: un rege
Prigion ti basti; a stranio suol consenti
Che il figliuol mio...

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carlo.
                                        Non più: cosa mi chiedi
Tu! che da me non otterria Bertrada.
desiderio.
— lo ti pregava! io, che per certo a prova
Conoscerti dovea! Nega; sul tuo
Capo il tesor della vendetta addensa.
Ti fe’ l’inganno vincitor; superbo
La vittoria ti faccia e dispiotato.
Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci...
carlo.
Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[34]
La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,
Qual converria, se, nella facil ora[35]
Di colloquio ospital, lieto io sorgessi
Dalla tua mensa! E perchè amica e pari
Non sono la risposta al tuo desìo,
Anco mi vieni a imperversar d’intorno,
Come il mendico che un rifiuto ascolta!
Ma quel che a me tu preparavi — Adelchi
Era allor teco — non ne parli: or io
Ne parlerò. Da me fuggia Gerberga,
Da me cognato, e seco i figli, i figli
Del mio fratei traea, di strida empiendo
Il suo passaggio, come augel che i nati
Trafuga all’ugna di sparvier. Mentito
Era il terror: vero soltanto il cruccio
Di non regnar; ma obbrobriosa intanto
Me una fama pingea quasi un immane
Vorator di fanciulli, un parricida.
Io soffriva, o tacea. Voi premurosi
La sconsigliata raccettaste, ed eco
Feste a quel suo garrito. Ospiti voi
De'[36] nipoti di Carlo! Difensori
Voi del mio sangue, contro[37] me! Tornata

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Or finalmente è, se nol sai, Gerberga
A cui fuggir mai non doveva; a questo
Tutor tremendo i figli adduce, e fida
Le care vite a questa man. Ma voi,
Altro che vita, un più superbo dono
Destinavate a’ miei nipoti. Al santo
Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego,
Che sulle[38] chiome de’[39] fanciulli, al peso
Non pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro,
L’olio versasse del Signor. Sceglieste
Un pugnal, l’affilaste, e al più diletto
Amico mio por lo voleste in pugno,
Perch’egli in cor me lo piantasse. E quando
Io, tra ’l Vésero infido e la selvaggia
Elba, i nemici a debellar del cielo
Mi sarei travagliato, in Francia voi
Correre, insegna contro[40] insegna, e crisma
Contro[40] crisma levar, perfidi! e pormi
In un letto di spine[41], il più giocondo
De’ vostri sogni era codesto. Al cielo
Parve altrimenti. Voi tempraste al mio
Labbro un calice amaro; ei v’è rimasto:
Votatelo[42]. Di Dio tu mi favelli;
S’io nol temessi, il rio che tanto ardìa
Pensi che in Francia il condurrei captivo?
Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.
Inesausta di ciance è la sventura;
Ma del par sofferente e infaticato
Non è d’offeso vincitor l’orecchio.

SCENA VI.

CARLO, DESIDERIO, ARVINO.

arvino.
Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli

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Calan le insegne; strepitando a terra
Van le sbarre nemiche; ai elaustri aperti
Ognun s’affolla, ed all’omaggio accorre.
desiderio.
Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta
Ad ascoltar!
carlo.
                              Nè si sottrasse alcuno?[43]
arvino.
Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano.
Sorpresi nella fuga, d’ogni parte
Cinti, pugnar fino all’estremo; e tutti
Restar sul campo, quale estinto, e quale
Ferito a morte[44].
carlo.
                                   E son?
arvino.
                                             Tale è presente,
A cui troppo dorrà, se tutto io dico.
desiderio.
Nunzio di morte, tu l’hai detto.
carlo.
                                                                 Adelchi
Dunque perì?
desiderio. (ad arvino)
                         Parla, o crudele, al padre.

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arvino.
La luce ei vode, ma per poco, offeso
D’immedicabil colpo. Il padre ei chiede,
E te pur anche[45], o sire.
desiderio.
                                                  E questo ancora
Mi negherai?
carlo.
                               No, sventurato. — Arvino,
Fa ch’ei sia tratto a questa[46] tenda; e digli
Che non ha più nemici[47].

SCENA VII.

CARLO, DESIDERIO.

desiderio.
                                                  Oh! come grave
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio!
Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo,
E tremo di vederti. Io del tuo corpo
Mirerò la ferita? io che dovea
Esser pianto da te! Misero! io solo
Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
Se ancor, tra il canto de’[48] guerrier, caduto
Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi,
Tra[49] il singulto de’ tuoi, tra[49] il riverente
Dolor de’[50] fidi, sul real tuo letto,
Gli occhi io t’avessi.... ah! saria stato ancora
Ineffabil cordoglio! Ed or morrai
Non re, deserto, al tuo nemico in mano,

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Senza lamenti che del padre, e sparsi
Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta.
carlo.
Veglio, t’inganna il tuo dolor. Pensoso,
Non esultante, d’un gagliardo il fato
Io contemplo, e d’un re. Nemico io fui
D’Adelchi; egli era il mio, nè tal, che in questo
Novello seggio io riposar potessi,
Lui vivo, e fuor delle mie mani. Or egli
Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge
La nimistà d’un pio.
desiderio.
                                             Dono funesto
La tua pietà, s’ella giammai non scende,
Che sui caduti senza speme in fondo;
Se allor soltanto il braccio tuo rattieni,
Che più loco non trovi alle ferite.

SCENA VIII.

CARLO, DESIDERIO, ADELCHI ferito o portato.

desiderio.
Ahi, figlio!
adelchi.
                         O padre, io ti rivedo[51]! Appressa;
Tocca la mano del tuo figlio.
desiderio.
                                                       Orrendo
M’è il vederti così.
adelchi.
                                        Molti sul campo
Cadder così per la mia mano.

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desiderio.
                                                            Ahi, dunque
Insanabile, o caro, è questa piaga?
adelchi.
Insanabile.
desiderio.
                    Ahi lasso! ahi guerra atroce!
Io crudel che la volli; io che t’uccido!
adelchi.
Non tu, nè questi, ma il Signor d’entrambi.
desiderio.
Oh[52] desiato da quest’occhi, oh quanto
Lunge da te soffersi! Ed un pensiero
Fra tante ambasce mi reggea, la speme
Di narrartele un giorno, in una fida
Ora di pace.
adelchi.
                                        Ora per me di pace,
Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto
Te dal dolor quaggiù[53] non lasci.
desiderio.
                                                            Oh fronte
Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio
Che spiravi il terror!
adelchi.
                                                       Cessa i lamenti,
Cessa, o padre, per Dio! Non era questo
Il tempo di morir? Ma tu, che preso
Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.
Gran segreto è la vita, e nol comprende
Che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:

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Deh! nol pianger; mel[54] credi. Allor che a questa
Ora tu stesso appresserai, giocondi
Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
Nè una lagrima pur notata in cielo
Fia contra te, nè il nome tuo saravvi
Con l’imprecar de’ [55] tribolati asceso.
Godi che re non sei; godi che chiusa
All’oprar t’è ogni via: loco a gentile,
Ad innocente opra non v’è: non resta
Che far torto, o patirlo. Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno
Coltivata col sangue; e omai la terra
Altra messe non dà. Reggere iniqui
Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;
Non dee finir così? Questo felice,
Cui la mia morte fa più fermo il soglio,
Cui tutto arride, tutto plaude e serve,
Questo[56] è un uom che morrà.
desiderio.
                                                            Ma ch’io ti perdo,
Figlio, di ciò chi mi consola?
adelchi.
                                                            Il Dio
Che di tutto consola. (si volge a carlo).
                                             E tu, superbo
Nemico mio...
carlo.
                                   Con questo nome, Adelchi,
Più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe
Empia e villana è nimistà; nè tale,
Credilo, in cor cape di Carlo.

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adelchi.
                                                  E amico
Il mio parlar sarà, supplico, o schivo
D’ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo
Per cui ti prego, e la morente mano
Ripongo nella tua. Che tanta preda
Tu lasci in libertà... questo io non chiedo...[57]
Che vano, il veggo[58], il mio pregar saria,
Vano il pregar d’ogni mortale. Immoto
È il senno tuo; nè a questo segno arriva
11 tuo perdon. Quel che negar non puoi
Senza esser crudo, io ti domando. Mite,
Quant’esser può, scevra d’insulto sia
La prigionia di questo antico, e quale
La imploreresti al padre tuo, se il cielo
Al dolor di lasciarlo in forza altrui
Ti destinava. Il venerabil capo
D’ogni oltraggio difendi: i forti contro[59]
I caduti, son molti; e la crudele
Vista ei non deve[60] sopportar d’alcuno
Ohe vassallo il tradì.
carlo.
                                                  Porta all’avello
Questa lieta certezza: Adelchi, il cielo
Testimonio mi sia; la tua preghiera
È parola di Carlo.
adelchi.
                                                  Il tuo nemico
Prega per te, morendo.

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SCENA IX.

ARVINO. CARLO, DESIDERIO. ADELCHI.

arvino.
                                                       Impazienti,
Invitto re, chiedon[61] guerrieri e duchi
D’essere ammessi.
adelchi.
                                        Carlo!
carlo.
                                                  Alcun non osi
Avvicinarsi a questa 1cnda. Adelchi
È signor qui. Solo d’Adelchi il padre,
E il pio ministro del perdon divino,
Han qui l’accesso. (parte con arvino).

SCENA X.

DESIDERIO, ADELCHI.

desiderio.
                                        Ahi, mio diletto!
adelchi.
                                                                      O padre,
Fugge la luce da quest’occlii.
desiderio.
                                                            Adelchi,
No, non lasciarmi!

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adelchi.
O Re de’ re[62] tradito
Da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!...[63]
Vengo alla pace tua: l’anima stanca
Accogli.
desiderio.
               Ei t’ode; oh ciel! tu manchi! ed io...
In servitudo a piangerti rimango.

Fine della tragedia.

Note

  1. ↑ Chieggon
  2. ↑ Coi
  3. ↑ in fino
  4. ↑ Chieggono
  5. ↑ Fra
  6. ↑ [Questa parentesi manca]
  7. ↑ pei
  8. ↑ Anco
  9. ↑ dei
  10. ↑ vili;
  11. ↑ un solo
  12. ↑ fra
  13. ↑ anco
  14. ↑ dei
  15. ↑ io troverò
  16. ↑ ruina
  17. ↑ qua giù
  18. ↑ Altri già sorse: tutto cangia: eterni
    Patti non stringe con alcun fortuna.
  19. ↑ scevri
  20. ↑ Fra
  21. ↑ A cui soccorra
  22. ↑ Su la
  23. ↑ dai lati opposti
  24. ↑ fra
  25. ↑ gioja
  26. ↑ qua giù
  27. ↑ gioja
  28. ↑ inebriarmi
  29. ↑ mi chiedi
  30. ↑ anco
  31. ↑ desiderj
  32. ↑ Debbe
  33. ↑ v’è
  34. ↑ jeri
  35. ↑ facil’ora
  36. ↑ Dei
  37. ↑ incontra
  38. ↑ su le
  39. ↑ dei
  40. 1 2 contra
  41. ↑ spini
  42. ↑ Vuotatelo
  43. ↑ Nè alcun vi manca?
  44. ↑ Alcuno.
    Pochi in fuga ne g'an: ma, i nostri a fronte
    Visti venir, pugnar da forti, invano:
    Tutti restar, qual senza vita, e quale
    Presso al morire.
  45. ↑ anco
  46. ↑ alla mia
  47. ↑ nimici
  48. ↑ dei
  49. 1 2 Fra
  50. ↑ doi
  51. ↑ riveggio
  52. ↑ O
  53. ↑ qua giù
  54. ↑ mo ’l
  55. ↑ dei
  56. ↑ Questi
  57. ↑ chieggo
  58. ↑ veggio
  59. ↑ incontra
  60. ↑ debbe
  61. ↑ chieggon
  62. ↑ dei re
  63. ↑ abbandonato