Affronti e Confronti/V

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IV VI


V



Leandro, dunque, dormiva, e io pure. Mi svegliai a più riprese. Sognai l’ambientazione del film Arancia meccanica con alcune variazioni nella sceneggiatura, di cui io ero il regista. Dissi che alcune scene non andavano bene, poi, dopo averne ascoltate alcune, spiegai come ci si doveva comportare. Poi mi svegliai, quindi mi riaddormentai facendo altri sogni che non ricordo. Infine sognai di nuovo, ma c’era molta confusione, non capivo nemmeno se ero il regista o Alex, il ragazzo violento che era a capo di una banda di manigoldi. Si era alla scena in cui Alex tira un pene di ceramica in testa ad una vecchia che non tarderà a morire. Poi diedi un pugno alla parete e dissi: “Azione!”. Fu a questo punto che il sogno si interruppe. Erano le sette e dodici; rimasi ancora qualche minuto a letto, poi mi alzai, mentre Leandro dormiva ancora, poiché sentii che russava.

«Leandro, svegliati!». Non ci fu niente da fare, quindi cercai di scuoterlo. Nulla. Leandro russava ancora.

Allora andai in bagno, mi lavai la faccia, con morbida schiuma di sapone molto profumato; poi, dopo essermi asciugato, tornai in camera dove finii di vestirmi. Ritornai in bagno per farmi la barba. Lasciai sbadatamente la porta aperta e, questa volta, a svegliare Leandro fu il rumore del mio Remington. Lo capii perché con voce spaventata aveva emesso un urlo, convinto che quel rumore lo stesse udendo in sogno. Spensi per un attimo il rasoio.

«Beh, cosa c’è?».

«Mi sono svegliato di soprassalto. Ho sognato di udire uno strano rumore».

«Era forse questo?». Riaccesi il rasoio. Poi lo spensi di nuovo.

«Sì».

«Non stavi sognando. Hai mai sentito in vita tua il rumore di un rasoio elettrico?».

«Sì, certo, ma non ho mai sentito un rumore così forte. Ti assicuro che il risveglio non è stato piacevole. E poi, tu devi sapere che ogni volta e in qualunque momento del giorno o della sera appoggio la testa sul cuscino, o mi siedo in poltrona o sul divano, mi si chiudono gli occhi e mi addormento».

«E tu, al mattino, svegliati prima. Insomma, alla sera leoni, al mattino... coglioni».

«Già».

«Ora finisco di farmi la barba, poi parleremo».

Poi rientrato in camera, mi allacciai le scarpe e mi misi il dopobarba. Leandro, intanto, si preparava, ma prima di scendere con me accese una sigaretta che aveva precedentemente arrotolato. Prima di fumare si era versato un bicchiere di acqua naturale; poi, quando fummo pronti, scendemmo.

«Buongiorno a tutti e due», ci disse Armando. «Qui, se volete, ci sono diversi giornali. Ora immagino vogliate fare colazione».

Intanto Leandro aveva preso con sé alcuni giornali: sapevo esattamente perché ne avesse presi più di uno. Nella hall c’erano diversi clienti, uomini e donne di tutte le età, che mi rivolsero parole di cortesia e mi strinsero la mano. Poi entrammo in sala da pranzo.

«Buongiorno!». Fui salutato dai Dondi, appena ci videro arrivare.

«Complimenti per l’intervista», mi disse Laura.

«Un’intervista molto interessante senza forme di protagonismo. Devo dire che sei stato molto spontaneo». «Certo, io sono spontaneo nei miei modi di fare. A me non piace mentire».

«Sei onesto con te stesso», mi disse Lisa.

Intanto gli altoparlanti trasmettevano – guarda un po’ – una canzone di Morandi intitolata Buonanotte Elisa. «Perché ridi?», le chiesi.

«Perché, non senti?».

«Ah, sì, la canzone col tuo nome, o così sembra, perché in realtà è intitolata Buonanotte Elisa». Poi ce ne furono altre.

«Vorrei esprimere anch’io la mia opinione», disse Tony, in modo molto educato. «Anch’io sono di destra, ma cerco di farlo sapere il meno possibile. Sai, se tu dicessi a tutti le tue idee, specialmente nel nostro ambiente, come si suol dire, potresti perdere punti ed inoltre non saresti in sintonia con tutti noi, anche se io, forse, sono uno tra i pochi che la pensa come te».

«Beh», fece Lisa, «se si trattasse solo di punti persi, potrei pensarci io, proponendovi le offerte della catena di centri commerciali nella quale lavoro».

Ci mettemmo tutti a ridere.

«Come vedi, nostra figlia ha un ottimo senso dell’umorismo».

«Dai, mamma, stavo solo scherzando».

«Certo», le replicò Leandro, «un po’ di umorismo non guasta mai, e poi sappiamo tutti cosa volesse dire Tony. Lisa ci ha scherzato un po’ sopra! Tutto qui. Comunque, ritornando al discorso di prima, io non sono di destra e se fossi andato in televisione, di certo non avrei detto davanti alle telecamere con milioni di persone in ascolto per chi abbia votato, perché un conto è la politica, un altro è quello di essere intervistati».

«Sì», riprese Lisa, «ma vedete, ieri sera Biagi gli ha chiesto se si può parlare di fascismo in rapporto a chi ci governa attualmente; ed allora, secondo voi, cosa avrebbe dovuto rispondere? Anzi, ha già risposto, in modo chiaro ed esplicito».

«Sì», riprese Leandro, «ha risposto che nelle circostanze attuali sarebbe esagerato parlare di fascismo, ma poteva bastare. Avrebbe potuto almeno risparmiarsi quella lunga risposta. Insomma, quella risposta mi è sembrata un pochino esagerata e soprattutto inopportuna».

Tony gli replicò:

«Sì, ma allora, a questo punto, anche Biagi poteva evitargli quella domanda».

Improvvisamente, la discussione si spense, perché arrivò la colazione. Si poteva mangiare ciò che si voleva. Io scelsi un krapfen con crema di nocciole, accompagnandolo con una tazza di densa cioccolata, mentre, nello stesso tempo, ascoltavo attraverso le casse le canzoni che venivano trasmesse. Poi, terminato il tutto, Leandro mi chiese se andavo in camera. Gli risposi che prima sarei andato a lavarmi i denti e a prendere macchina fotografica e telecamera.

«Vengo con te», disse, «poi prima di uscire ci ritroviamo nella sala attigua a quella da pranzo; voglio leggervi la rassegna stampa, ci vorranno sì e no venti minuti. Poi usciremo tutti insieme».

«D’accordo», rispose Lisa «vi aspettiamo».

Entrando in camera Leandro mi disse:

«La mia famiglia ha chiesto a me di invitarti a casa nostra per le quattro di oggi, per una simpatica merenda. Semmai, prima che ripartiamo, lo dirò anche agli altri».

«Come vuoi».

Finita la toilette scendemmo in sala, dove Leandro prese alcuni giornali. I nostri amici stavano aspettando. «Ora, mi sembra superfluo ricordarvi che ieri sera Enea è stato intervistato da Biagi. Voglio leggervi alcuni articoli e commenti in proposito».

Così, prese a leggere. Un giornale titolava: “Da Enzo Biagi arriva un non vedente coraggioso. Affronti e confronti ad una svolta”. Seguì un breve articolo che lodava la mia intervista. Un altro quotidiano riportava il seguente titolo: “Dal mondo dei non vedenti alla mondialità della guerra”. Qui, l’articolo aveva un tono di accusa contro la trasmissione e soprattutto contro di me. L’immagine della mia persona veniva considerata negativamente. In particolare, il redattore si chiedeva come un non vedente, nato diciannove anni dopo la fine della guerra, potesse giudicare il corso di quegli eventi dei quali, se fossi nato in quel periodo, sarei stato protagonista facendo una brutta fine. Ma ciò che mi fece restare male, fu la parola “ignorante” in lettere maiuscole per meglio sottolinearne il significato e che, inutile dirlo, si riferiva a me.

Anche Biagi non fu risparmiato dalle critiche, e ne uscì piuttosto malconcio.

«Dai», si interruppe Leandro, «anche se io non la penso come te, non è il caso di prendersela. Cosa dovrebbero dire i politici che si beccano tra di loro, si può dire, ogni cinque minuti? Anche se non la si pensa come gli altri, è giusto sentire pareri avversi al proprio, anche se ammetto che sia sbagliato che la stampa usi parolacce ed insulti sui propri quotidiani. Su quest’altro giornale, ad esempio, c’è un articolo intitolato: “Affronti e confronti: da Biagi arriva Enea Galetti, un non vedente di quarant’anni che, pur non avendo vissuto a quell’epoca, prende il coraggio a due mani e affronta le domande del noto giornalista con la massima calma”».

E mi lesse l’articolo che mi diede un’immagine positiva. Ma ciò che mi colpì – questa volta ancora positivamente – fu un saggio di Umberto Eco intitolato “Il nome della verità”, che iniziava con una frase in latino. «Cosa significa?», chiese Tony.

«Ricordi», disse Leandro, «il libro Il nome della rosa, scritto appunto da Eco?». «Sì, l’ho anche letto».

«Bene. Se ci hai fatto caso – ma credo proprio di sì – il libro si conclude con una citazione latina riferita, appunto, al nome della rosa. Qui, il noto scrittore ha trovato il modo di inserire una citazione latina riguardante il nome della verità».

Così fece la traduzione di entrambe le citazioni latine, spiegandone il significato. Poi ci lesse il lungo saggio. «Beh, la rassegna stampa è terminata. Nel complesso ne sei uscito quasi vincitore, a parte quel duro articolo che ti ho letto prima, e del quale sei rimasto male».

Poi alcuni signori si voltarono a dire la loro. Uno disse:

«Biagi non doveva esporsi a quel modo. Inevitabilmente lui ha risposto a quella domanda. Biagi ha perso punti, lasciando parlare un non vedente a quel modo».

«Signore», gli risposi, «io ho una mia dignità come non vedente. Che male c’è a difendere le proprie opinioni in televisione?».

«Io», riprese quel signore, «non voglio affatto offenderla e, se così è stato, me ne dispiace davvero. Io ho 79 anni e in quegli anni ho vissuto un brutto periodo. Fu davvero brutto per ciò che fecero i fascisti. La guerra causò molte vittime ed i fascisti, insieme ai tedeschi, costituirono un’alleanza pericolosa e ne fecero di tutti i colori. Non dimentichiamo ciò che fecero agli ebrei. Mussolini, anche prima della guerra, ancor prima che si alleasse con Hitler, fece anch’egli delle nefandezze. Io mi arruolai nella Resistenza partigiana proprio per questo. E poi, anche con questo governo si può parlare di una sorta di fascismo. Pensiamo a cosa sta succedendo ai nostri soldati in Iraq. E, riguardo ai fatti di ieri sera, si ricordi che la guerra fu vinta dagli americani con l’aiuto dei nostri partigiani!».

«Invece di parlare a vanvera, perché non sta zitto?».

Colei che aveva interrotto la conversazione era una donna anch’essa anziana. «Io ho due anni meno di lei e so quel che dico. Io la guerra l’ho vissuta e dico che, se ubbidivi ai fascisti e facevi ciò che ti dicevano, nessuno ti faceva del male. Bastava lasciarli stare. Per quanto riguarda l’alleanza con i tedeschi, il Duce sbagliò, sono la prima ad ammetterlo. Ma, a liberare l’Italia furono gli americani, perché i partigiani a volte si comportarono peggio dei fascisti, “pescando” a caso nel mucchio come ha detto il nostro amico ieri sera in televisione. Inoltre, Berlusconi non è affatto fascista. Ce ne fossero di persone come lui! Al posto suo, vorrei vedere gli altri, magari quelli che stanno a sinistra! Riguardo all’Iraq, si tratta di una missione di pace e se venissero ritirate le nostre truppe o quelle di qualche nostro stato alleato, daremmo ragione ai terroristi, che ci imporrebbero il loro modo di vivere. Ma cambiamo argomento, è la prima volta che venite a Roma?».

Risposi di sì, mentre Tony gli disse che c’era venuto altre volte. Raccontai quanto avessi voglia di visitarla. Poi mi squillò il cellulare, era mia madre.

«Ho ascoltato la tua intervista. Molto bella, ma dovevi essere un po’ più prudente!».

«Hai ragione, mamma, me l’ha detto anche qualcun altro».

«Avresti dovuto fare meno politica e non parlare troppo di fascismo e, soprattutto, non parlare di quel nostro prete che in parrocchia faceva politica. E poi, certe cose su tuo padre, soprattutto riguardo al vizio di bere, potevi risparmiartele. Sai, qui a R. – ma dovresti già saperlo – la gente mormora».

«Sì, ma di mio padre non ho affatto parlato in modo negativo. Io gli vorrò sempre bene, capisci?».

«Sì, ma la prossima volta cerca di stare più attento. Comunque non ti ho telefonato per sgridarti. Anzi, non sapevo di avere un figlio tanto coraggioso. Io posso darti ancora tanti consigli, sai?».

«Lo so, e poi con me sei sempre tanto buona».

«Adesso dove andate?».

«A fare un giro con Leandro e con quella famiglia di cui ti ho parlato ieri».

«Bene, salutameli tutti, anche se non conosco questi tuoi nuovi amici e divertitevi».

«D’accordo, allora. Ciao!».

Terminati i saluti, usciti dalla sala, incrociammo Clementina.

«Tutto a posto?».

«Sì, grazie. Ora andiamo fuori».

«Va bene, allora, a dopo».

Quindi uscimmo. Erano le nove e due minuti. In cinque formavamo proprio una bella compagnia di amici e Leandro, per evitare di farci prendere i mezzi, si propose di prendere la sua auto, risparmiandomi così di chiamare Aldo. Leandro era un’eccellente guida nel vero senso della parola, sia perché conduceva la macchina con prudenza, sia perché, essendo del posto, ci spiegò tante cose, che andarono ad aggiungersi alle spiegazioni delle guide turistiche locali che, con instancabile pazienza, parlavano amichevolmente con noi spiegandoci ogni cosa. Chiacchierammo piacevolmente, visitammo diversi posti, ascoltando quello che ci veniva spiegato dagli addetti. A volte bisognava fare un po’ di fila in attesa di visitare il monumento o il museo. Leandro, intanto, scattava foto e filmava. Non ci fu neppure un attimo per annoiarsi; rientrammo in albergo con due minuti di ritardo, quando tutti erano già in sala da pranzo.

«Allora, vi siete divertiti?» ci domandò l’uomo di 79 anni.

«Tantissimo», disse Tony.

La signora che ci aveva chiesto se era la prima volta che venivamo a Roma disse:

«Le vacanze sono fatte apposta, altrimenti non sarebbero vacanze. Ora vorrei scusarmi con il signore al quale ho detto – un po’ arrabbiata – di star zitto».

«Io non mi sono mica offeso» disse lui. «Anche se ci conosciamo da appena due giorni, potremmo anche diventare amici».

«D’accordo».

Dissi che anch’io volevo essere loro amico. Acconsentirono entrambi, poi ci augurarono buon appetito; come al solito eravamo accompagnati dalla musica degli altoparlanti.

Ci accingemmo a consumare il lauto pranzo; a un certo punto squillò il cellulare di Leandro. Alla fine disse: «Alle quattro tutti a casa mia, compreso Tony e famiglia». Acconsentimmo. Leandro ci spiegò che mancavano solo il padre e la sorella, che avremmo conosciuti prima di partire. Intanto ci mettemmo a chiacchierare, tra un boccone e l’altro. «Enea, vorrei farti una domanda circa un racconto di letteratura», disse Tony.

«Oh, Tony», lo rimproverò scherzosamente sua moglie, «questa tua domanda sta diventando un’ossessione; l’avrai chiesta ad almeno cinquanta persone, e nessuno di loro sa risponderti».

«Se almeno tu conoscessi il titolo», disse Lisa, «potrei andare su internet e, chissà! A parte il fatto che non so nemmeno se ci sono siti internet per voi non vedenti, dai quali poter scaricare libri. È vero che abbiamo una casa grande e disponiamo di spazio a sufficienza. Ma i vostri libri Braille occupano un sacco di spazio e papà ne ha già tanti. Nel computer un libro occuperebbe molto meno spazio».

Io dissi:

«Ti rispondo subito. Di siti appositamente creati per noi ce ne sono a volontà, con modalità di accesso diversificate».

«E tu, come li conosci?», intervenne Tony.

«Attraverso apposite pubblicazioni di informatica. E poi c’è sempre la chat line telefonica del Radio Club Ciechi d’Italia, con le varie stanze, dove inserire messaggi a volontà».

«Sì», riprese Tony, «l’ho usata per l’area telefonia, ma so che ci sono altre stanze».

«Giusto, e poi in qualche nostro sito c’è un link con scritto “altri siti da visitare”, quindi, con questo sistema, di siti se ne scoprono davvero tanti. Ed ora, Tony, fammi pure la tua domanda. Può darsi che su cinquanta persone a cui hai chiesto la cosa, io sia la cinquantunesima che finalmente sappia darti una risposta affermativa».

«Bene, io non ricordo né il titolo, né il nome del personaggio protagonista di quel racconto. So che si parla di un signore che entra in un ospedale a sette piani. Ma la strana caratteristica di quell’ospedale...».

«Fermati! Ho già capito tutto. Tony, ho buone notizie per te. Questo racconto lo conosco benissimo».

«Uh», fecero mamma e figlia, sorprese inaspettatamente da quella mia affermazione.

«Il protagonista si chiama Giuseppe Corte, il racconto è intitolato I sette piani, scritto da Dino Buzzati e tratto dalla raccolta Sessanta racconti. Sai, Tony, quel racconto piaceva anche a me».

«Chissà se c’è anche in Braille a Monza».

«Tu prova, ma credo di no. Io l’ho trovato su internet».

«Tony», disse Leandro, «il tuo computer ha un lettore floppy?».

«Sì».

«Facciamo così. Quando andremo a casa mia, Enea mi dirà il nome del sito da cui si può scaricare quel racconto o, se preferisci, l’intero libro. Poi lo mettiamo su dischetto. Non dovrebbe occupare molto spazio, ma se volessi tutto il libro e questo non dovesse starci in un floppy (ma mi sembra un po’ improbabile) lo possiamo eventualmente copiare su un cd. Vedrai che in un modo o nell’altro risolveremo il problema. A te la scelta».

«Tu, Enea, non puoi vedere la faccia di mio marito, ma sapessi come gli è diventata raggiante di gioia. Sarà più di un anno che lo sta cercando, il tutto, perché una sera ne ha sentito parlare casualmente. Poi mi disse che lo aveva letto da bambino e che prese – in quell’occasione – una gran paura».

«Lo credo bene che Tony sia contento. A me succede la stessa cosa, quando da tempo sto cercando una canzone e alla fine (magari dopo anni) riesco a trovarla. Ad esempio, ieri sera abbiamo ascoltato le canzoni Non sei felice (non sei sincera) dei Meno Uno, e Quando me ne andrò di Leali, che gradirei mi venissero incise, magari anche su una cassetta».

«Va bene, lo chiederemo», disse Tony. «Anche se è da trent’anni che non veniamo più in questo albergo, ci hanno riconosciuti e ci hanno accolto con grande gioia. L’unica persona che non conoscevano era nostra figlia. E poi, io ti devo un favore, come ringraziamento per la risposta che mi hai dato in un modo del tutto inaspettato».

«Beh», gli rispose Leandro, «se si tratta di masterizzare qualche cd, ci penso io. Nella nostra stanza, in valigia, ho il mio portatile. Bisogna vedere se la direzione dell’albergo ci presterà i cd originali».

«Qualcosa non va?» disse Armando che, passando da un tavolo all’altro per sentire se tutto andava bene, aveva captato qualche pezzetto di quella frase.

«Niente», riprese Tony, «a questo signore piace molto la musica revival e gradirebbe portarsi a casa qualcosa».

«Beh, non si dovrebbe fare, ma, visto che ormai vi conosciamo... Ve ne farò tre copie, una per il signor Galetti, una per il suo accompagnatore e una per Tony. Sono circa dieci cd a testa. Non c’è problema, davvero».

«A me non piace molto quel tipo di musica», gli rispose Leandro.

«Allora due copie, d’accordo. Prima di ripartire le avrete».

Lo ringraziai. Poi Leandro mi disse che al termine del pranzo mi sarei dovuto ritirare in stanza con lui, perché aveva intenzione di scrivere sotto mia dettatura un articolo a quel giornalista che mi aveva dato dell’ignorante in lettere maiuscole.

«E chi mi assicura che verrà pubblicato?».

«Per questo voglio discuterne con te, per decidere la linea da seguire».

Poi, dopo pranzo ritornò Armando.

«Ho dimenticato di dirvi una cosa. Nel prossimo febbraio il nostro albergo sloggerà definitivamente da questo quartiere. Per il 3 febbraio saremo a Fregene. Non è molto lontano da qui, se sapeste che bel mare c’è!». Dissi che avrei voluto passare una giornata al mare, bastava avvertire Aldo, il taxista. «Non ce n’è bisogno», replicò Armando. «Io dovrò assentarmi dalla città per alcuni giorni. Clementina non guida, ma vi accompagnerà mio padre. Basta che mi diciate in quanti siete e vedremo il da farsi».

«Se non è un disturbo verrò anch’io con voi», rispose Clementina.

Leandro gli fece sapere che se non fossimo stati troppi ci avrebbe accompagnati lui.

Armando gli rispose di farglielo sapere per tempo, poi mi ritirai con Leandro in stanza, dopo aver bevuto il caffè che il signor Martucci non fece pagare né a me né a Leandro, perché la direzione gli aveva comunicato che noi due eravamo esenti da qualsiasi spesa all’interno dell’albergo. Qualcuno aveva pagato per noi. Poi entrammo in camera e Leandro discusse con me il metodo che dovevamo adottare per scrivere l’articolo, gli chiesi dove fosse la presa per il modem, quindi estrasse il suo portatile e cominciò a scrivere il breve trafiletto che io gli dettai.

Egregio Direttore, desidero che quanto sto per scrivere venga pubblicato integralmente, senza che ne venga alterato in alcun modo il suo contenuto. Sappia che Enea Galetti – colui che in questo momento le sta scrivendo – si sa difendere da accuse ingiuste. Ognuno ha diritto di pensarla come vuole e può anche non essere d’accordo su opinioni contrapposte. Lei può anche non essere d’accordo con me o con chiunque non abbia idee uguali alle sue. A dire la verità, un giornale – o meglio, qualunque giornale – dovrebbe scrivere riportando le notizie in modo imparziale, senza ideologie politiche di parte, ma ciò (e di questo me ne rendo conto) non è sempre possibile. Non sarò di certo io ad insegnarle il mestiere del giornalista. Ma un conto è parlare di non vedenti e disabili, un altro è quello di definirci handicappati – come lei ha fatto – in spregio alla nostra condizione. Lei, inoltre, mi ha offeso particolarmente, scrivendo la parola ignorante tutta in lettere maiuscole. Sappia, egregio signor direttore, che c’è gente che non vede, e che non può vedere la luce con i propri occhi, ma può vedere con la mente e con il cuore; al contrario, c’è gente come lei che si ostina a non vedere, tiene apposta gli occhi chiusi ed è incapace di vedere con la propria mente. Oltre ad offendere me, ha offeso anche Biagi, il quale a 85 anni è molto più saggio di lei. Non si può offendere la sua dignità di giornalista, una dignità che invece lei ha volutamente calpestato.

Enea Galetti


«Anche se io non sono di destra, a me pare che tu abbia scritto ciò che dovevi scrivere. Ora non ci resta che inviarlo tramite e-mail». Così dicendo mi strinse la mano, poi inviò l’articolo.

Nel giro di mezz’ora tutto era finito. Poi dissi a Leandro che sarei sceso. Leandro mi disse che erano le due e trentacinque, quindi aggiunse che sarebbe sceso per le quattro meno un quarto, visto che per andare a casa sua ci volevano cinque minuti di macchina. Ormai non c’era più tempo per girare Roma.

«Venga, venga pure a sedersi vicino a me».

Colui che parlava era l’uomo di 79 anni. Poi mi chiese se poteva fumare. Anch’io accesi la mia pipa che avevo portato con me in un sacchettino.

«Io mi chiamo Giacomo, ma preferisco che come tutti gli amici lei mi chiamasse Jack».

«D’accordo, Jack. E la signora? Intendo dire la signora che stava parlando con lei questa mattina?».

«Sarà andata in camera sua. È venuta qui l’altro ieri, io invece sono qui da una settimana. Ripartirò il prossimo venerdì, pensi, venerdì 17! Mio figlio verrà con sua moglie domani e starà con me tutto il fine settimana. Il weekend sarà lungo, perché hanno preso per venerdì un giorno di ferie. Hanno uno splendido figlio di nome Francesco, un bravissimo ragazzo a cui come nonno voglio molto bene. Sa, io sono vedovo, mia moglie morì a causa di un ictus ventidue anni fa. Ma, sapesse, mio figlio e mia nuora sono due bravissime persone. Avrebbe anche dovuto venire mia figlia, ma non può, perché diventerà mamma verso la metà del prossimo mese. Anche lei e mio genero hanno per me un gran rispetto.

Ma torniamo al discorso di questa mattina. Aspetti, le si è spenta la pipa. Forza, tiri, gliel’accendo io». Così dicendo me l’accese.

«Stavo dicendo signor...».

«Enea».

«Stavo dicendo, signor Enea, che io, pur rispettando le sue idee, non la penso come lei. Ciò che però non trovo giusto è quell’articolo dove lei e Biagi siete stati insultati pesantemente».

«Non so come sia stato possibile pubblicare un articolo del genere, ma io ho già mandato una risposta al giornale». «E come ha fatto?».

«Oggi con il computer e la posta elettronica si fanno miracoli».

«Io non ne so molto, ma i miei figli sì».

«Mi scusi se la interrompo, Jack, ma lei conosce la signora che era qui con lei stamattina?».

«L’ho conosciuta durante la conversazione di qualche ora fa. Di certo non sono andato ad importunarla l’altro ieri quando è arrivata qui. L’ho vista arrivare, ma ancora con la conoscevo. Poi, dopo quell’affronto di stamattina, si è avvicinata a me quando voi due vi siete ritirati in camera, e mi ha chiesto scusa. Insomma, siamo amici da poche ore. E poi abbiamo quasi la stessa età. Ed ora, mi ascolti, la prego! Ciò che volevo raccomandarle, è di stare attento a non esporsi troppo. È giusto dire le cose come stanno, ma bisogna stare attenti a chi ci si trova davanti. La guerra fu un vero disastro. Lei mi sembra una persona intelligente e dovrebbe quindi sapere ciò che accadde veramente. Io ho perso un fratello in guerra per colpa dei fascisti. Era il 1940, io avevo quindici anni, il mio povero fratello ventidue. Solo tre settimane dopo morì anche mia madre, che non resse al dolore. Io rimasi solo con mio padre. Sognavo di fare il partigiano. Due anni dopo, non appena si parlò di resistenza partigiana, mi arruolai. Mio padre era disperato. Disse che aveva bisogno di me, che non voleva perdermi. Diceva che non mi avrebbe rivisto mai più, perché la guerra, secondo lui, non avrebbe guardato in faccia a nessuno. Povero papà! Piangeva al solo pensiero di un altro probabile morto in famiglia. Ma ero deciso, dove sarei andato io, sarebbe venuto anche lui.

Un giorno, grazie ad alcuni nostri informatori, scoprimmo coloro che avevano ammazzato mio fratello, con un colpo di pistola alla nuca.

Era il 1944. Trovammo l’esecutore di quel delitto ed alcuni suoi compagni già visti prima. Io avevo assistito impotente all’omicidio del mio povero fratello. Quei vigliacchi lo ammazzarono, non perché fosse antifascista come i miei genitori, ma per ripicca verso mio padre che aveva un conto in sospeso con loro. Avevano infatti deciso che i miei genitori non dovessero morire, ma che mio fratello dovesse morire per colpa di mio padre e di mia madre. Quest’ultima, dopo aver raccolto in un grande recipiente alcuni litri di latte appena munto, si stava recando nell’orto vicino a casa nostra. Un vicino, vedendola con quell’enorme secchio, si decise ad aiutarla. Stava parlando con costui, quando udì un urlo di aiuto. Poi, più distintamente si udì uno sparo. Mia madre disse a quell’uomo che avevano sparato e che le sembrava – ma poteva anche sbagliarsi – che quello sparo provenisse da casa sua. Non molto lontano da lì, c’era una camionetta di carabinieri in divisa fascista. Allora mia madre capì. E vide ciò che mai avrebbe dovuto vedere.

Qualche mese dopo (mia madre, infatti, morì come le ho già detto dopo tre settimane da quell’orrendo delitto), venimmo a sapere che uno di quella squadraccia aveva dato del bastardo a colui che aveva ucciso mio fratello. Secondo lui, infatti, bisognava uccidere nostro padre, e non un innocente. Quale abominio, signor Enea, quando scoprii che tutto era stato orchestrato! Quel nostro vicino che aveva aiutato mia madre a portare il secchio del latte e a deporlo nell’orto, mentre lei con un innaffiatoio bagnava gli ortaggi, aveva fatto la guardia alle spalle dei suoi complici, con la scusa di intrattenersi con mia madre, mentre qualcun’altro ammazzava mio fratello con un colpo alla nuca.

Un giorno rividi ancora quella faccia. Era cambiata, tanto che io non la riconobbi. Riconobbi invece l’assassino del mio defunto fratello, lui riconobbe me e tentò di scappare. Come le dicevo, feci fatica a riconoscere la faccia di quell’altro, perché aveva barba finta e parrucca, ma alla fine gliele strappai entrambe. Era il nostro famoso vicino di casa che io credevo amico e che, appunto per non dare sospetti, aveva finto un pietismo nei nostri confronti. Anch’egli mi riconobbe, ma fece finta di nulla. Mio padre non c’era più, mentre, fino a qualche momento prima era con me. Gli chiesi, urlando, dove fosse quel suo compagno che stava scappando. Lui si limitò a rispondermi (urlando anche lui) di lasciarlo andare. Lo avevo infatti agguantato per il petto; poi, sempre urlando, gli dissi che ero venuto a saldare un conto e senza dargli tempo di rispondere, con suo grande stupore, estrassi la mia Luger e lo colpii alle spalle, perché era un traditore. Gli avevo sparato quel colpo, ma senza ucciderlo. Poi gli sparai ad un polpaccio, ad una mano, al volto e, infine, con il corpo così crivellato, quando vidi che provava un dolore che gli faceva emettere urli disumani, decisi di dargli il colpo di grazia alla testa. Lo avevo fatto fuori in quattro minuti, lentamente. Poi frugai, trovai un’altra pistola. Stavo per sparare ancora e, se lo avessi fatto, avrei ucciso mio padre. Lui mi fermò appena in tempo: “Sta fermo con quella pistola! L’ho fatto fuori io. Ha tentato di scappare per alcune centinaia di metri ma io avevo il mitra e l’ho fatto secco. Anche gli altri della banda hanno tentato la fuga, ma sono stati tutti trucidati dai nostri compagni partigiani”. Ora, lei capisce perché io detesti particolarmente quel periodo. Da allora sono passati cinquant’anni ed io continuo ancora ad odiare quei vigliacchi, anche se, dopo quell’episodio, provo un senso di pace, perché giustizia è stata fatta.

Io, però, non ce l’ho con quella signora. Lei ha le sue idee contrarie alle mie, ed io ho le mie. Ma adesso non parliamone più. Ma a proposito, ecco che sta arrivando».

«Chi?».

«La signora. Signora, stavo chiacchierando con il nostro nuovo amico. Venga anche lei a parlare un po’ con noi».

«Anch’io voglio conoscerlo, ma vedo che sta già arrivando il suo accompagnatore. Forse dovrà andare con lui da qualche parte. Sarà per la prossima volta».

Leandro, infatti, era arrivato; erano le quattro meno venti e due minuti dopo arrivarono anche i Dondi.