Ahi lasso! or è stagion di doler tanto

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Guittone d'Arezzo

XIII secolo A Indice:The Oxford book of Italian verse.djvu Poesie Duecento Ahi lasso! or è stagion di doler tanto Intestazione 3 novembre 2011 75% Poesie

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AHI lasso! or è stagion di doler tanto
     A ciascun uom che ben amar ragione,
     Ch’io meraviglio chi trovi guarigione
     Che morte non l’ha già corrotto e pianto,
     Veggendo l’alta fior sempre granata
     E l’onorato antico uso romano,
     Certo per lei crudel fatto e villano,
     S’avaccio ella non è ricoverata;
     Chè l’onorata sua ricca grandezza
     E ’l pregio quasi e già tutto perito,
     E lo valore e ’l poder si disvia.
     Ahi lasso! or quale dia
     Fu mai tanto crudel dannagio udito?
     Dio, com’hailo soffrito
     Che dritto pèra, e torto entri in altezza?

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Altezza tanta in la sfiorata Fiore
     Fu, mentre ver se stessa era leale,
     Che riteneva modo imperiale
     Acquistando per suo alto valore
     Province e terre, presso e lungo, mante;
     E sembrava che far volesse impero,
     Si come Roma già face, e leggero
     Gli era, ciascun non contrastante.
     E ciò gli stava ben certo a ragione,
     Chè non se ne penava a suo pro tanto
     Come per ritener giustizia e poso:
     E poi fulli amoroso
     Di far cïò, si trasse avanti tanto,
     Ch’al mondo non e canto
     U’ non sonasse il pregio del Leone.
Leone, lasso! or non e, ch’io lo veo
     Tratto l’unghie e li denti e lo valore,
     E ’l gran lignaggio suo morto a dolore
     Ed in crudel prigion messo a gran reo!
     E ciò gli ha fatto chi? quelli che sono
     Della gentil sua schiatta stratti e nati,
     Che fur per lui cresciuti ed avanzati
     Sovra tutt’altri e collocati in bono.
     E per la grande altezza ove gli mise
     Innantir sì, che ’l piegar quasi a morte.
     Ma Dio di guerigion feceli dono
     Ed e’ fè lor perdono;
     Ed anche il rifedir poi, ma ’l fu forte
     E perdonò lor morte:
     Or hanno lui e sue membra conquiso.
Conquiso è l’alto Comun fiorentino,
     E col Sanese in tal modo ha cangiato,
     Che tutta l’onta e lo danno, che dato

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     Gli ha sempre, come sa ciascun latino,
     Li rende, e prende e tolle l’onor tutto.
     Chè Montalcino áve abattuto a forza,
     E Montepulcïan miso in sua forza
     E di Maremma e Laterina ha il frutto.
     San Gemignan, Poggibonizzi e Colle
     E Volterra e ’l paese a suo tïene,
     E la campana e l’insegne e gli arnesi,
     E gli onor tutti presi
     Have, con ciò che seco avea di bene;
     E tutto ciò gli avviene
     Per quella schiatta ch’è più ch’altra folle.
Foll’è chi fugge il suo prò e chêr danno,
     E l’onor suo fa che in vergogna ’i torna,
     E di libertà bona, ove soggiorna
     A gran piacer, s’adduce a suo gran danno
     Sotto signoria fella e malvagia,
     E suo signor fa suo grande nemico.
     A voi che siete or in Fiorenza, dico
     Che ciò ch’è divenuto par vi adagia.
     E poi che gli Alamanni in casa avete
     Servitevi ben, e fatevi mostrare
     Le spade lor, con che v’han fesso i visi
     E padri e figli uccisi;
     E piacemi che lor deggiate dare,
     Perch’ebbero in ciò fare
     Fatica assai, di vostre gran monete.
Monete mante e gran gioi’ presentate
     Ai Conti ed agli Uberti e agli altri tutti
     Ch’a tanto grande onor v’hanno condutti
     Che miso v’hanno Siena in potestate!
     Pistoja e Colle e Volterra fanno ora
     Guardar vostre castelle a vostre spese,

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     E ’l conte Rosso ha Maremma e ’l paese,
     E Montalcin sta sicur senza mura;
     Di Ripafratta teme era il Pisano,
     E ’l Perugin, che ’l lago no’ ’i togliate.
     E Roma vuol con voi far compagnia,
     Onore e signoria.
     Or dunque pare che ben tutto abbiate
     Ciò che disiavate:
     Potete far, cioè, re del Toscano.
Baron lombardi, roman e pugliesi
     E Toschi e romagnuoli e marchigiani,
     Fiorenza, fior che sempre rinnovella,
     A sua corte s’appella,
     Che fare vuol di se re de’ Toscani,
     Da poi che li Alamanni
     Have conquisi per forza e i Sanesi.