Alcippo/Atto secondo

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Atto secondo

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Atto primo Atto terzo
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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.


Clori, e Leucippe.

Clo.MEno, ch’io non sperai,
Fatto hò soggiorno con Licasta, e meno
Di quel, che paventai,
Perdo di questo giorno;
Ella annoiata da la febbre amava
Solitario riposo,
E sì come pur suole
Un’anima dolente
Malamente soffriva
Altrui detti, e parole;
Hor contra mio pensiero
Goderò per le selve
Parte di questo giorno,
Che perder tutto intiero
Fermamente io credea;
Forse alcuna Cervetta
Fuggirà l’arco in vano,
Che per lei tenderà questa mia mano.
Leu.O meraviglia, o sdegno,
Che nel petto di Clori io veggo acceso
Tosto, ch’ella l’intenda.

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Clo.Ecco Leucippe; et odo,
Che di me parla; e parmi
Turbata nel sembiante.
Ove ne vai Leucippe? e che favelli
Teco medesma? e quale
Cagion sì ti conturba?
Leu.O carissima Clori,
Parti credibil cosa,
Che sotto gonne, e feminili bende
La tua cara Megilla
Sia trovata esser maschio?
Clo.Vaneggi tu Leucippe?
O pur così scherzando
Vuoi di me prender gioco?
Leu.Ne scherzo, ne vaneggio;
Racconto verità, che con questi occhi
Ho veduto pur dianzi
In compagnia de l’altre Ninfe; cosa,
Onde esse son ripiene
Di pensiero, e d’affanno:
E non senza ragion; che s’altri ardisce
Contaminar l’honor di queste selve,
La nobil vita, e gli honorati studi
De l’Arcadica gente
Dilegueran come ombra.
Clo.Vado fuor di me stessa
Pur ciò pensando: hor dimmi
Dove fù? come avvenne?
Leu.Haveva il Sol de la celeste via
Corso via più ch’el mezo, e consigliava
Con l’ardor de’ suoi raggi a riposarsi;
E già le nostre Ninfe, altre tendendo

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Gli archi contra il fuggir de lupi alpini,
Altre contra le damme; erano giunte
Ove tra belle quercie
In solitario campo, e puro, e queto
Allarga l’onde il lago di Melampo.
Sai quanto egli è sereno, e come invita
A rifrescarsi nel suo chiaro argento
Gli stanchi peregrini; a pena Nisa
Il rimirò, che rallentando il cinto
A spogliarsi prendea; e con l’essempio
Confortò le compagne; Anfigenea
Lenta non era a dislacciar la gonna;
Ne lenta era Terilla; ogn’una in somma
S’apprestava a lasciare
In quella onda tranquilla
Il sudore, e la polve; in quel bisbiglio,
In quel vario tumulto
Megilla fea sembiante
Non scender volentier ne le belle onde;
Et havea fosco il ciglio;
Videla Filli, e con gentile sforzo
Le corse addosso, e similmente ogni altra
Con dolce violenza la spogliava;
Et ella contrastava: e nel contrasto
Hora accendeva di rossor le gote,
Et hora impalidiva: il rimirarla
Così turbata conturbò la mente
D’alcune Ninfe, e le pigliò sospetto
Non forse costringesse alcuna colpa
Megilla a non mostrare il ventre ignudo;
E però si guataro
Alquanto in viso: consigliolla al fine

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Nisa a spogliarsi, et ella mosse i piedi
Atto facendo di partirsi; all’hora
Tutte le furo intorno; e tesero archi,
Et abbassaro spiedi; e finalmente
La dispogliaro; e per tal guisa apparve
La cagion chiara, ond’ella fu ritrosa.
Grande ira sorse: e fù chi da la corda
Già spingeva lo strale a darli morte
Ma diventollo Nisa, ella commise
Che fosse rivestita; indi legarle
Fecer le braccia; et Aritea fù scelta
A ben cauta menarla
A queste sue capanne,
E molto ben guardarla; et io men vado
Mandata da le Ninfe a ritrovare
Montano, e Tirsi; essi daran sentenza,
E sù lo strano ardir di quel malvagio
Doveran giudicare;
Clo.Nova cosa ad udirsi.
Ma rispondimi tù; non dimandaro
Perche sì s’adobbasse? e sconosciuto
Quì fra noi dimorasse?
Leu.Il dimandaro; et ei sinceramente
Confessò, che l’amore
Fervido d’una Ninfa il persuase:
Disse, ch’egli era amante, e non sperando
Mirar per altri modi
Quelle amate bellezze, ei si condusse
A così fatte frodi
Clo.Disse, ch’egli era amante?
O foreste d’Arcadia, e quando mai
Tentossi per alcun di fare oltraggio

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A la vostra honestade?
O ardimento degno
Di severa vendetta
Per grande essempio altrui;
Ma de le Ninfe qual fu sì possente
Ch’infiammasse costui?
Leu.Tu quella fosti o Clori.
Clo.Mi motteggi Leucippe?
Leu.Non già per certo: ei così disse, e tutte
Il choro l’ascoltò de le compagne:
Clo.Ah cor villano: indegno
Di far soggiorno in questi monti: io dunque
Son tal, che do speranza
A pensieri d’amore?
Ma s’alcun forse prende
Di me sospetto, e pensa,
Che ’n questo habbia peccato,
Io farò sì, ch’ognuno
Vedrà, ch’io son nemica
Di questo scelerato.
Leu.Non ti dar questa pena:
Clori non è chi ne sospetti, e vano
Fora l’altrui sospetto.
Clo.È legge ferma, antica
De le nostre foreste,
Che s’altri guasta, o tenta
Guastar per alcun modo
L’honestà de le Ninfe, egli legato
Si tragga in mezo l’Erimanto, et ivi
S’abbandoni sommerso:
Non cesserò con Tirsi,
Ne con Montan fin che dannato a morte

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Ne i gorghi di quel fiume
Non sia questo perverso;
Spegnerassi l’ardore,
Che sì l’accese malamente: giusto
Sarà tal refrigerio
Al foco di quel core.
Leu.Non t’accender: ben sai,
Che Montano, e che Tirsi
Pastori son d’immenso senno: et hanno
Eguale esperienza
A la lor gran bontade;
Essi daran sentenza,
E faran tal governo,
Che questi monti fioriran non meno
Per l’avvenir, che per l’adietro: io vado
E troverolli: e quì farò venirgli;
Tu poi con esso loro,
Per commune salute
Farai quelle parole,
Che parran convenirsi a tua virtute.
Clo.Ove lasciasti dimmi
Le nostre Ninfe? io voglio
Farmi tra lor sentire;
E che siano infiammate
A dare essempio altrui con la vendetta
D’un così fatto ardire.
Leu.Nel bosco de le quercie io le lasciai
Vicino al lago di Melampo: io stimo
Ch’ivi le troverai.

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SCENA SECONDA.


Clori sola.


IN che tempo, in che loco
Questa finta Megilla io mi vedessi
Sì che de l’amor mio
Rimaner presa ella potesse, io certo
Col pensier non ritrovo:
E da quel dì, che nelle nostre selve
A me si fe compagna
Fino a quest’hora ritrovar non posso
Un suo minimo detto,
Ond’io creder potessi,
Che d’amor foco le scaldasse il petto:
Un segno, un atto, un guardo
Non vidi uscir da lei,
Il qual fosse argomento,
Ch’ella quì si vivesse
Vaga de gli amor miei:
Ben la vidi cortese, e di maniere
Tutte gentili adorna,
Et amabile molto: onde m’assalse
Del suo rischio mortale
Non picciola pietade:
Non per tanto io ne sgombro
Tutto il cor, tutto il petto,
Per zelo d’honestade;
Vuò, che si vegga in prova
Da tutta quanta Arcadia,
Che ’n me non si ritrova ombra d’Amore:

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E che contra costui
Di rabbia, e di furore
È per esser mai sempre
In questo sen tutto rigonfio il core;
Ecco dove conduce
L’amorosa ferita;
Costui correndo appresso i suoi desiri
È per perder la vita
Con dishonore eterno;
E pur non si rimane in ogni parte
Di seguir follemente
Una cieca vaghezza,
Che dal dritto sentier l’huomo diparte;
O d’Amor face, e dardi
Miseria de mortali,
Ma da lor conosciuta
E senza frutto, e tardi;
Fallace arciero d’invisibile arco
Io ti sprezzo, io ti scherno;
In van m’attende al varco,
In van la face accendi;
Per la mia libertade
In van la rete tendi; io chiaro il dico
Sempre il nome di te fia mio nemico.