Alessandro Manzoni (De Sanctis)/Appendice/I. Del romanzo storico e dei «Promessi Sposi»/Lezione II

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APPENDICE
I. Del romanzo storico e dei «Promessi Sposi»
Lezione II

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I. Del romanzo storico e dei «Promessi Sposi»
Lezione II
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Lezione II

Non appena ci si presenta un fatto, sentiamo una tentazione di alterarlo, sia per il gusto del maraviglioso, sia per conformarlo al nostro modo di concepire. Su questo fenomeno riposa la verità della poesia. Ignorando le cagioni e le circostanze dei fatti, gli uomini dapprima vi lavorarono con la fantasia e popolarono il mondo di favole. Ma accanto a questo gusto c’è anche il gusto del reale, che si mostra più tardi nei tempi civili; di qui nasce la filosofia e la storia, che spiegano il mondo; e la poesia bisogna che lo accetti, come glielo presentano la filosofia e la [p. 316 modifica]storia. E se la storia dicesse: — Poeta, tu hai usurpato il mio campo; io lo purgherò di tutte le fole che tu vi hai introdotte — ; sarebbe nel suo dritto. E se soggiungesse che il poeta non dee più rimanersi attaccato ad un passato, a cui non crede egli stesso, che dee abbandonare ogni ideale fattizio e di convenzione, che dee vivere della vita comune, sarebbe ancora nel suo dritto. Ma quando ella domanda che la poesia si rivolga ai suoi servigi e si proponga per iscopo il reale storico, ella esce dal suo dritto, e chiede alla poesia una cosa impossibile. La storia può esser base, non mai scopo della poesia. Il Manzoni definendo male il romanzo storico, come critico ne ha tirato argomento a dimostrarlo assurdo; ma il suo discorso non prova altro, se non che la sua definizione è assurda. Presentate la storia al poeta, e senza volerlo egli la trasformerà: di che fa fede lo stesso Manzoni.

La prima cosa che ci colpisce aprendo il suo libro è di vedere di mezzo a quell’azione spuntare un mondo poetico originale, lucidamente concepito. In ogni racconto poetico ci ha ad essere un fondo eroico, una certa grandezza nei concetti e nei fatti, che si allontani dal volgare. Questo elemento eroico presso gli antichi era posto nel coraggio e nella forza, ed il tipo ne è Achille. Nei tempi civili vi si sostituisce la grandezza morale, cioè a dire l’eroico del carattere e dei sentimenti. Manzoni ha egli creato e realizzato l’eroico cristiano, di cui vediamo già le prime tracce apparire nei Martiri di Chateaubriand. Manzoni, lasciando da parte il dogma, ha colto la morale evangelica in tutta la sua perfezione e le ha dato una vita reale. E ne nasce nell’arte conseguenze importanti. Fondamento dell’arte ordinaria è lo sviluppo delle passioni; laddove l’essenza di questo mondo è la loro temperanza, una certa calma e serenità anche in mezzo alle più tumultuose agitazioni. Tipo di queste passioni contenute è Renzo, uomo subito violento, ma che nella sua bontà, nella sua fede, nella reverenza verso il padre Cristoforo trova la misura ed il freno di se stesso.

Non solo la passione vi è contenuta, ma vi è trasfigurata, come nel padre Cristoforo, la cui violenza naturale non è [p. 317 modifica]cancellata dal suo nuovo stato, ma nobilitata e indirizzata bene. Forza viva di questo mondo temperato e sereno è l’amore, padre del sacrifizio, scevro di ogni elemento materiale, di ogni forza fisica, ed i cui mezzi di azione sono la persuasione, la dolcezza, la mansuetudine, la preghiera, il perdono. L’espressione di questo mondo la troviamo principalmente in Lucia, nel padre Cristoforo ed in Federico Borromeo. Questo sentimento ha la sua negazione comica in don Abbondio, e la sua contraddizione in don Rodrigo e nell’Innominato. Bisogna ora inventare un’azione, nella quale questi personaggi possano operare e mostrarsi. Centro di quest’azione è Lucia, intorno a cui si movono tutti gli attori. L’azione, mossa dal puntiglio di don Rodrigo, cammina per via di contrasti e di accidenti, in sino a che l’azione umana sparisca del tutto, e succeda una specie di azione provvidenziale, che ristabilisce l’equilibrio ed adempie la giustizia.