Alle origini di una teoria economica della politica/Capitolo1/Paragrafo1 5

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Paragrafo 1.5: Anthony Downs: An Economic Theory of Democracy

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Considerato universalmente come un classico della letteratura economico-politologica, An Economic Theory of Democracy ha segnato l’avvio di quell’approccio neoutilitarista alla politica che, soprattutto in ambiente statunitense, ha prodotto una letteratura ingente e di notevole livello qualitativo, che per la maggior parte va sotto il nome di Public choice.1

L’idea sviluppata da Downs, servendosi dei postulati e delle metodologie dell’analisi economica neoclassica, è che vi sia un parallelo fra il comportamento dei politici e dei cittadini/elettori e quello dei soggetti che offrono e domandano beni e servizi in un mercato dei beni, sintetizzato dalla teoria economica della domanda e dell’offerta. Tutto il libro è così inteso a verificare se e a quali condizioni sia possibile derivare un equilibrio stabile e un ottimo sociale a partire da preferenze rigorosamente individualistiche. Assiomi cruciali del modello sono che ogni individuo sia razionale ed egoista. Con il termine "razionalità" Downs vuole indicare non i fini di un attore, ma i mezzi che questi impiega nel tentativo di realizzare tali fini.2 Downs assume, inoltre, un’interpretazione della natura umana tipica dell’economia classica e neoclassica. In questo senso gli attori del modello sviluppato nel libro sono "egoisti": un comportamento razionale è rivolto innanzitutto al raggiungimento di obiettivi egoistici.3 In quest’ottica, obiettivo degli appartenenti ad un partito non può che essere quello di essere eletti. Ogni partito si sforzerà di massimizzare cioè il sostegno politico di cui gode in termini di voti degli elettori, mentre le proposte politiche volte a perseguire il benessere degli individui sono solamente un mezzo per raggiungere tale obiettivo.

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«Parties formulate policies in order to win elections, rather than win elections in order to formulate policies.»
(Downs, 1957:28)

In altri termini, se la funzione sociale dell’attività parlamentare rimane quella di approvare leggi e decreti, per capire come e in che misura un sistema democratico conduca a questo obiettivo sociale, dobbiamo iniziare a ragionare a partire dalla lotta concorrenziale per il potere e per le cariche. Ci renderemo allora facilmente conto di come tale funzione sociale sia adempiuta solo "incidentalmente", così come la produzione di beni e servizi è incidentale al profitto, mentre il reale obiettivo è quello di essere eletti (Schumpeter, 1950:282).

Downs, nel capitolo VIII, cerca di definire analiticamente il suo modello di concorrenza politica spaziale. Nel farlo si richiama esplicitamente all’approccio suggerito da Harold Hotelling (1929) e successivamente perfezionato da Arthur Smithies (1941).4 L’autore prende in considerazione una scala lineare da 0 a 100, lungo la quale si suppone che le preferenze politiche siano ordinate da sinistra a destra in una maniera su cui concordano tutti gli elettori. Assume, inoltre, che le preferenze di ogni elettore presentino un solo massimo (unimodalità delle preferenze) con andamenti decrescenti in maniera continua su entrambi i lati (a meno che il massimo non corrisponda ad un estremo) e che non sussista un’accentuata asimmetria fra i due lati della funzione. Applicando il modello di Hotelling all’arena politica, come per i due commercianti del noto esempio (Hotelling, 1929), se per ipotesi gli elettori sono equidistribuiti lungo lo spazio politico ad una dimensione (sinistra-destra), i partiti di un sistema politico bipartitico convergono al centro dello spazio politico unidimensionale collocandosi in una posizione identica, tale che tutti gli elettori si trovano ad essere "indifferenti" fra le due piattaforme. Smithies (1941) migliorò il modello proposto da Hotelling introducendo una domanda elastica in ogni punto, cosicché i due negozi, o nel nostro caso i due partiti, allontanandosi dagli estremi, perdono i clienti, o gli elettori, che subiscono maggiori costi di trasporto, o di "distanza ideologica". In questo modo si riduce il processo di convergenza al centro della precedente formulazione del modello. Un’importante integrazione del modello di Hotelling-Smithies proposta da Downs nel capitolo VIII, consiste nel tenere conto delle possibili diverse distribuzioni degli elettori lungo l’asse ideologico destra-sinistra. Se prendiamo in considerazione un sistema bipartitico e ipotizziamo che, invece di avere un elettore in ogni punto, questi si distribuiscano approssimando in distribuzione una Normale, allora è facile intuire che i partiti convergeranno al centro (v. Illustrazione 1.4). Se, tuttavia, la distribuzione degli elettori assumesse una forma bimodale molto divaricata, allora i due partiti presenti avrebbero convenienza a rimanere su poli ideologicamente differenti (v. Illustrazione 1.5).5 Un sistema bipartitico, dunque, non conduce necessariamente ad una convergenza "centripeta" come quella prevista dal modello di Hotelling-Smithies.

Così facendo, il modello di Downs si libera di un’importante limitazione che affliggeva entrambi i due approcci precedenti. Nel mercato spaziale di Hotelling-Smithies era, infatti, impossibile raggiungere un equilibrio stabile in presenza di più di due venditori, essendo possibile quello che potremmo chiamare "scavalcamento", la possibilità cioè per uno degli attori di passare dalla destra alla sinistra di un altro, o viceversa. I partiti politici non possono, invece, "scavalcarsi" ideologicamente per un’ipotesi di coerenza che sta a base del modello. Questa caratteristica del modello, unitamente all’idea dell’influenza della distribuzione delle preferenze sul assetto ideologico del sistema politico, assicura (quasi) sempre un equilibrio stabile. Il sistema politico, nel lungo periodo, raggiungerà pertanto un equilibrio per quanto concerne posizione e numero dei partiti. In tale situazione di stabilità, infatti, ogni partito, spostando la propria posizione ideologica a destra guadagnerebbe tanti voti quanti ne perderebbe a sinistra, e viceversa, per effetto della concorrenza degli altri partiti – economicamente potremmo parlare di uguaglianza al margine di benefici e costi degli spostamenti ideologici.

Downs mostra nel capitolo VII come l’incertezza6 faccia sì che le ideologie politiche siano uno strumento indispensabile ai partiti al fine di ottenere il consenso e agli elettori di essere "informati". Al di là della dimostrazione di questa proposizione che, se pur di notevole interesse, va oltre l’intento di questo lavoro, il fatto interessante è ciò che ne discende. Se le ideologie politiche sono effettivamente strumentali per ottenere voti e se si conosce la distribuzione delle preferenze degli elettori, è possibile prevedere il modo in cui le ideologie muteranno per mezzo della lotta dei partiti per ottenere il potere. Come abbiamo visto, questa ultima proposizione viene sviluppata da Downs nel capitolo VIII, dall’esplicativo titolo di "The Statics and Dynamics of Party Ideologies", dove l’autore si interessa anche del nesso di causalità fra distribuzione iniziale degli elettori e legge elettorale, dimostrando l’esistenza di una bidirezionalità reciproca delle due variabili esplicative.

Per pianificare le proprie politiche volte ad ottenere voti, il governo deve scoprire il rapporto esistente tra le proprie azioni e il voto dei cittadini. Nel modello, questo rapporto è desunto dall’assioma che, in politica, i cittadini si comportano come elettori razionali (della Porta, 2002:150), cosicché ogni cittadino darà il suo voto al partito che ritiene gli arrechi i maggiori benefici in termini di utilità ottenibili dalle politiche governative. Sotto determinate ipotesi restrittive, che Downs presenta in apertura del capitolo IV, il governo sarà in grado di scegliere sempre l’alternativa preferita dalla maggioranza. Nonostante che il perseguimento della maggioranza rappresenti sempre la migliore strategia possibile per il partito in carica, ciò non garantisce sempre la vittoria e Downs, nel paragrafo secondo del capitolo IV, elenca numerose strategie e casi in cui ciò si verifica.

Downs, in conclusione al paragrafo secondo del capitolo IV, prende in considerazione il Teorema dell’impossibilità di Arrow.7 Per farlo deve innanzitutto abbandonare l’irrealistica ipotesi di cui si era servito, secondo la quale vi sono solo due possibili politiche alternative fra cui scegliere. Downs mostra che con l’aggiunta di solamente un’ulteriore politica è possibile che si generi un insieme delle preferenze intransitivo, del tipo di quelli già studiati da Condorcet. In una situazione del genere, il governo, come ha dimostrato Arrow (1951), non sarà in grado di adottare alcuna politica razionale e nulla di quanto gli elettori possano fare sarà razionale, nel senso di dar luogo a scelte stabili. Ne deriva che, fino a quando sussistono tutte le ipotesi alla base del modello proposto, il partito al governo sarà inevitabilmente sempre sconfitto dall’opposizione.8 Se dunque nessun governo ha mai la possibilità di essere rieletto, l’obiettivo dei politici non può rimanere a lungo quella di essere rieletti. A questo punto il modello proposto da Downs sembra sfaldarsi a causa dell’ipotesi di certezza e si potrebbe concludere che la democrazia non può funzionare in un mondo di certezza. Il reale valore di An Economic Theory of Democracy sta proprio nel essere riuscito a colmare il vuoto che il Teorema dell’impossibilità aveva creato. Downs riuscì, infatti, a dimostrare che la competizione tra i partiti per "catturare" i voti degli elettori può comportare effetti desiderabili, sul piano dell’esito del processo politico, analoghi a quelli prodotti dalla concorrenza tra le imprese per "accaparrarsi" i clienti sul mercato dei beni. Nel modello di Downs, il governo appare non una mera regola di voto, o una "scatola nera" nella quale introdurre i dati sulle preferenze dell’elettore, come lo avevano rappresentato Black ed Arrow, ma come un’istituzione formata da persone reali – politici, elettori e burocrati – ciascuno con la propria serie di obiettivi e vincoli.

Note

  1. Le illustrazioni di questo Paragrafo sono tratte dall’originale (Downs, 1957).
  2. Downs (1957:5) porta come esempio esplicativo di un comportamento razionale solo in un senso economico quello di un monaco che abbia scelto consapevolmente come obiettivo il raggiungimento di uno stato di contemplazione mistica di Dio. Per raggiungere il suo obiettivo egli dovrà purificare la sua mente da ogni ricerca consapevole di obiettivi. Questa purificazione risulta però perfettamente razionale da un punto di vista strettamente economico.
  3. Downs (1957:28), a supporto di tale interpretazione, si richiama ad uno dei più noti passaggi del volume di A. Smith (2007:16). Non ci rivolgiamo al senso di umanità del macellaio e non parliamo al birraio delle nostre necessità, ci rivolgiamo al loro tornaconto e parliamo loro dei loro vantaggi. Questo modo di ragionare, fa notare Downs, si applica altrettanto bene alla politica.
  4. Hotelling, nel suo pionieristico articolo sul modello spaziale di concorrenza monopolistica, discute il problema di due venditori che sono liberi di collocarsi dove preferiscono lungo una strada limitata ai due estremi. Supponendo che entrambi stabiliscano lo stesso prezzo e che i clienti siano uniformemente distribuiti, se l’obiettivo del venditore è quello di vendere il maggior numero di beni, si dimostra, che essi dovrebbero collocarsi a metà del tratto di strada. Nonostante che le posizioni che minimizzano la distanza media per tutti i consumatori siano i due punti che distano rispettivamente 1/4 della distanza totale da un estremo e dall’altro, nessun venditore migliorerebbe la sua posizione spostandosi dal "centro" (Frank, 2007:442).
  5. Bisogna tener presente per inciso che l’Illustrazione 1.5 non è realisticamente immaginabile nella pratica, dal momento che, come illustra Downs (1957:120), potrebbe portare solamente ad una rivoluzione guidata dal partito di opposizione. Successivamente al momento rivoluzionario la distribuzione degli elettori si avvicinerebbe a quella dell’Illustrazione 1.4, con al centro il partito che ha guidato la rivolta.
  6. Il ruolo svolto dall'incertezza e dai costi di informazione che l’autore sviluppa in particolare nelle pari seconda – cap. dal V al X – e terza – cap. dal XI al XIV – del testo, risultano centrali in tutta l’analisi di Downs.
  7. Se il voto a maggioranza non garantisce risultati soddisfacenti, esiste un altro sistema di voto (si veda Mueller, 2003:147-158 per esempi di altri sistemi di voto) che sia privo di imperfezioni? Un sistema cioè, eticamente accettabile, in grado di tradurre le preferenze individuali in preferenze collettive? La risposta sta nel domandarsi cosa si intenda con eticamente accettabile. Kenneth Arrow, nel 1951, partendo da questo interrogativo, sostenne che, in una società democratica, il metodo di scelta collettiva debba soddisfare i seguenti criteri (riprendiamo la formulazione dei requisiti indicati da Arrow nella versione che ne è stata data da Blair e Pollack nel 1983):
    1. deve portare ad una decisione, qualunque sia la configurazione delle preferenze dei votanti. Non deve perciò fallire in caso di preferenze multimodali;
    2. deve essere in grado di stabilire una graduatoria tra tutti gli esiti possibili;
    3. deve riflettere le preferenze individuali. Se cioè gli individui preferiscono A a B, l’ordine di preferenze della della collettività deve essere lo stesso;
    4. deve essere coerente. Nel senso che, se la proposta A è preferita almeno altrettanto quanto la proposta B e la proposta B è preferita almeno altrettanto quanto la proposta C, allora la proposta A deve essere preferita almeno altrettanto quanto la proposta C;
    5. l’ordine di preferenza che la società assegna alle alternative A e B deve dipendere esclusivamente dalle preferenze dei votanti riguardo A e B e non dalle loro preferenze rispetto ad una terza alternativa. Questo criterio viene definito anche "indipendenza delle alternative irrilevanti";
    6. non deve ammettere la dittatura. Le preferenze della comunità non devono cioè riflettere solo quelle di un singolo individuo.
    Nel loro complesso questi criteri sembrano ragionevoli, ma la sorprendente conclusione a cui giunse Arrow dimostra come, in generale, sia impossibile trovare un metodo di decisione che li soddisfi tutti contemporaneamente (Arrow, 1992). Questo risultato, noto appunto come Teorema dell’impossibilità, mette pertanto in dubbio la stessa capacità di funzionamento dei sistemi democratici. Il dibattito che ne è seguito ha portato a dimostrare che, se si rinuncia a una qualsiasi delle sei condizioni, è possibile trovare un sistema di voto che soddisfi le altre cinque. Se sia o meno lecito eliminare uno di questi criteri dipende dalle opinioni individuali circa la loro rilevanza etica. Ad esempio, nel 1952 il matematico statunitense Kenneth May dimostrò che la maggioranza semplice è l’unico schema di voto che, di fronte a due alternative, è in grado di soddisfare le quattro condizioni che egli riteneva fondamentali – decisività, neutralità, anonimato e sensibilità positiva (Patrone, 2007; Hillman, 2009:413-414).
  8. Il partito di opposizione deve infatti solamente adottare le stesse politiche del partito di governo, in modo da ridurre le elezioni ad un problema del tipo di quello proposto da Arrow. Una volta che il governo ha preso posizione l’opposizione non ha che da scegliere la politica che permette di sconfiggere quella scelta del governo, qualunque essa sia, ed otterrà inevitabilmente la maggioranza dei consensi.