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Alpi e Appennini/Camosci e stambecchi

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Giuseppe Corona

Camosci e stambecchi ../Stazioni balneari e climatiche di montagna in Italia ../Sul Lago d'Iseo IncludiIntestazione 18 ottobre 2025 75% Da definire

Stazioni balneari e climatiche di montagna in Italia Sul Lago d'Iseo
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CAMOSCI E STAMBECCHI


MM
a, guardate, che magnifico spettacolo! Un branco di camosci è sceso dalle rupi sul ghiacciaio. Che belle bestie! Come corrono all’impazzata saltando i crepacci di tre e anche quattro metri di larghezza con uno slancio e una rapidità meravigliose! Ah! se ad essi, si unissero gli stambecchi, quale maggior soddisfazione si proverebbe da noi! Ma gli stambecchi si sono fatti radi ed ora si tengono trincerati. in ultimo rifugio, sui ghiacciai e sulle roccie che attorniano il gruppo del grande Paradiso nelle valli di Cogne e di Valsavaranche. Ve ne parlerò egualmente.

La natura che ha provveduto di renne dalle lunghe corna i paesi del ghiaccio, i deserti cristallini del polo, pensò pure a fornire di altri animali, pure dalle lunghe corna, le regioni del ghiaccio delle nostre Alpi.

La renna ama i suoi monti della Norvegia colla istessa passione colla quale lo stambecco predilige le sommità del Gran Paradiso. Il terreno ghiacciato e l’aria gelida formano il comune loro elemento e la maestà, dell’una e dell’altro, consiste nelle lunghe e robuste corna che la renna ha foggiate a rami come i cervi e lo stambecco ha leggiermente curve come una falce e tutte a nodi. Le corna delle femmine sia dello stambecco come della renna sono assai più corte di quelle del maschio.

Moltissimi altri punti di contratto hanno questi animali, l’agilità pressochè eguale, così il corpo, il pelo lungo, ruvido, giallastro dapprima e poi bruno, l’indole coraggiosa e timida nello stesso tempo, le abitudini, il nutrimento. Abitando di continuo regioni coperte di ghiaccio e di neve, si la renna che lo stambecco si nutrono, nell’estate, delle foglie degli arboscelli e, nell’inverno, trovano modo di procurarsi, scavando colle zampe delle buche nella neve ed arrampiccandosi sotto il cavo delle roccie, gli squisitissimi licheni che formano l’ultima Thule della vegetazione.

Le stagioni favorite per questi animali sono l’autunno e l’inverno, poichè il caldo è ad essi talmente contrario che, in estate, non hanno quasi più che i nervi, la pelle e le ossa, mentre, nelle altre stagioni, stanno beníssimo. Se li trascinate in clima caldo, li uccidete a poco a poco, a meno che loro usiate specialissimo trattamento.

Como dissi, lo stambecco non lo si trova che nelle Alpi Graje attorno al Gran Paradiso e [p. 148 modifica]nei Pirenei. Si tentò, che è poco, di riportarlo sui monti della Svizzera, ma non so con quali risultati. Non ha la barba come la capra, ma un piccolo fiocchetto di peli. Si vede che essi non vollero, come le sorelle abitatrici del piano, umiliarsi a chiederla a Padre Giove. Vive quindici anni in media ed abita una regione superiore a quella del camoscio; però si mescola con esso soventi volte. Col camoscio, il quale ha piccole corna assai eleganti ed è men grande, divide l’occhio vivace e brillante, l’orecchio corto e mobile, l’incedere fiero e sicuro e la forza, dei muscoli e dei tendini, prodigiosa. Sia i camosci che gli stambecchi hanno acuta la vista e finissimo l’olfato e si dividono, quando scendono al pascolo, in piccoli gruppi e uno fa la scolta per tutti e, al menomo pericolo, fischia e fuggono disperatamente. Non v’è caso che, quegli animali, mettano il piede in fallo sia saltando burroni che salendo ripidissime creste. Essi sfidano i geli e le bufere ma, alcune volte, le valanghe li avviluppano nella loro violentissima caduta e li uccidono.

Lo stambecco e il camoscio esistevano già nei tempi preistorici. Il signor Forsyt Major, che da molti anni abita in Firenze, scoperse, molti crani di camosci e di stambecchi nei terreni dell’Appennino toscano. I Romani se ne servivano pei giuochi del circo ed, in certe occasioni, riuscivano ad unirne fino a 200. Un cronista tedesco, Stumsif, scrisse nel XVI secolo, una monografia sullo stambecco che allora era assai comune in Isvizzera massime nelle montagne dell’alta Engadina, dell’alta Valle del Reno, di Vatz e di Bergello. Ma i cacciatori lo esterminarono a poco a poco per quanto nel 1612 il Governo Svizzero abbia tentato di porre un freno a tanta arrabbiata distruzione, proibendone la caccia sotto pena della multa di 50 corone. Ma tutto fu inutile e lo stambecco sparì dalla Svizzera. Dell’ultimo, che fu ucciso nel Cantone di Glari nel 1550 si conservano, quale monumento, le corna. Nel Vallese, l’ultimo stambecco scomparve nel 1809. Nel 1821 ve ne era ancora qualcuno sulle alte montagne della Savoja. Vi fu allora chi s’interessò cordialmente alla conservazione del nobile animale e ottenne che se ne proibisse rigorosamente la caccia. Fu troppo tardi! Se la loro razza non fu perduta fra noi, lo si deve essenzialmente al Re cacciatore, a Vittorio Emanuele II, il quale acquistò dai comuni di Cogne e di Valsavaranche il diritto di caccia sui fianchi del Gran Paradiso. Egli li cacciava, è vero, e ne uccideva anche parecchi, ma le femmine e i piccini dovevano essere assolutamente risparmiati. — E, i numerosi guardacaccia, dovevano tutto l’anno usare la massima sorveglianza contro i cacciatori di contrabbando.

Chi ha potuto assistere alle caccie di Cogne e di Valsavaranche, può farsi l’idea di uno degli spettacoli alpini più grandiosi che si possano immaginare.

Centinaja di battitori, diretti da abili capi e prima che spunti il giorno, avviluppano come in una grande catena tutte le creste che dominano un vallone o tutta l’estensione di un ghiacciajo. In quel momento, gli stambecchi e i camosci, finiscono il loro pasto abbasso nelle foreste serenamente inconsci della morte che li aspetta al ritorno. Intanto salgono alle loro poste il re, i guardacaccia ed i suoi seguaci. Ecco che spunta il sole e stambecchi e camosci, raccolti in gruppi, si dirigono alle loro alte cime onde godersi un po’ di sole e sonnecchiare. Ma, mentre essi salgono, i battitori discendono scavalcando burroni e superando ghiacciai e, la catena, si restringe sempre più. Allora stambecchi e camosci si vedono a un tratto quasi accerchiati e non trovano altra via allo scampo che nell’indietreggiare. E rinculano, rinculano cacciati sempre inesorabilmente! I loro sforzi sono erculei e supremi e spiccano salti di quattro metri con una agilità e una destrezza strana.

Eccoli che passano nel campo ove il re e i suoi cacciatori li attendono. Il più bel stambecco e il più bel camoscio volgono attorno spauriti gli sguardi ed annasando il nemico che [p. 149 modifica]è li nascosto a pochi passi, sembra vogliano tentare una disperata difesa e si rizzano sulle gambe di dietro e piegano il capo come per colpire colle corna. Ma una palla, due palle fischiano e i superbi animali cadono fulminati. I compagni, a quei colpi, si sbandano spaventati colla testa leggermente rinversata all’indietro e colle nari tese. Inutile conato! Ben pochi riescono a fuggire e solo le femmine e i piccini corrono all’impazzata sinistramente fischiando. La caccia è finita, il fascio delle vittime è fatto e lo circondano battitori, guardacaccia e cacciatori. Il re è raggiante: la sua passione di cacciatore è completamente soddisfatta!

Assai più malagevole ma certo assai più gustosa è la caccia del semplice cacciatore. — Egli va incontro a difficoltà senza numero e, per creste e per ghiacciai, insegue talvolta per giorni interi l’accorto e svelto animale. Ma, finalmente, riesce ad ucciderne uno solo! Che tripudio!.. Lo raccoglie in fondo al precipizio, gli lega le gambe che passa ad armacollo e poi scende carico del grave peso il cui valore materiale non è che di poche lire ma, il cui valore morale, è immenso! — De Saussure il quale studiò molto i cacciatori di camosci, parla di essi nel seguente modo: «Quall’è dunque il fascino che trae a questo genere di vita? Non è certo la cupidità od almeno una cupidità mal ragionata; imperocchè il più bel camoscio non rende giammai più di dodici lire a chi lo uccide ed ora (poco prima del 1800) che il loro numero è tanto diminuito, il tempo, che si spende per ucciderne uno solo, vale assai più della debole somma. Ma questi pericoli istessi, questa alternativa di speranze e di timori, e la continua agitazione che tali moti alimentano nell’animo, servono ad eccitare il cacciatore come parimenti spingono il giuocatore, il guerriero, il navigante ed anche il naturalista delle Alpi, la cui vita rassomiglia, sotto certi aspetti a quella del cacciatore di camosci.»

Più crescono i pericoli e maggiormente la passione del cacciatore si fa gigante: egli vuol riuscire ad ogni costo, a costo anche della vita. «Mio nonno, diceva un giovane cacciatore di camosci a De Saussure, è morto alla caccia; lo stesso fu di mio padre; io pure vi morrò. Il mio sacco, tal quale lo vedete, sarà il mio lenzuolo funebre: eppure se voi mi offriste di arricchirmi a condizione di rinunziare alla caccia del camoscio, io non accetterei.» E l’odierno cacciatore dall’aria selvaggia, dal tratto ruvido portante l’impronta di una vita agitata fra picchi e burroni, non ha punto mutato nè di passione nè di sentimenti...

G. Corona.