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Alpi e Appennini/Fra colli e monti

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Giuseppe Corona

Fra colli e monti ../I valichi alpini ../Tipi di guide IncludiIntestazione 27 aprile 2025 75% Da definire

I valichi alpini Tipi di guide

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FRA COLLI E MONTI

VIAGGIO SEMISENTIMENTALE

di 3 C.



PREFAZIONE nella guale si vogliono dimostrare molte cose e si conclude che l’aria dei monti è una gran bella invenzione.

Ma dunque è proprio necessaria la prefazione? Anche per uno scriiterello simile al mio? Sì... sì... sì... mi dicono tutti i prefazionisti dell’universo, poichè è chiaro come la luce del sole che un libro senza prefazione vale un cavolo a merenda, perchè è come cucchiaio senza manico, una barca senza remi, una leva senza punto d’appoggio, un piatto di maccheroni senza formaggio parmigiano, un palazzo senza fondamenta, una spada senza fendente, un vascello senza prua, un poeta senza pazzia, un musico senza sete, una donna senza intrighi, un papagallo senza voce, un uragano senza vento, un monte senza roccie, un asino senza orecchie ed un rispettabile autore senza amor proprio. Dunque? Dunque fuori la prefazione. Eccola, eccola, eccola Signori e Signore. Bisogna che sappiate come io, uno di questi ultimi anni feci in me stesso una grande scoperta e ciò fu risvegliandomi da un bel sonno; oh come era bello! M’accorsi allora di essere invasato da una grande smania, quella dei viaggi. L’origine di questa passione venuta lì proprio dopo il bel sogno, la trovai tosto. M’era addormentato leggendo le parole seguenti d’un autore francese che non conosco: La passion de voy8ger est sans contredit la plus digne de l’homme elle lui forme l’esprit en lui donnant la pratique de mille choses que la théorie ne saura, demonster. Oh quanto vuoto sentiva in me e quanto bisogno di riempirmi di spirito e dì pratica. E da quel giorno un verme cominciò a rodermi talmente le viscere da farmi impazzire e ciò per un semplicissimo motivo. Dove trovar il tempo ed i mezzi per saziar la fame di quel verme che di giorno in giorno andava crescendo? Ma non impazzii, lettori miei, perchè, l’anima mia continuò a pascersi lungamente di progetti, di castelli in aria, di sogni che avrebbero cessato d’esser progetti, castelli in aria e sogni se... avessi avuto cento mila lire di rendita o poco meno. Però trovai che i paesi ed i popoli che avrei volentieri visitato ebbero compassione delle mie smanie e notte tempo — mentre al di fuori, l’aria era tranquilla ed il cielo buio sì che di leggieri sarebbersi prese lucciole per lanterne. — L’Africa; l’Oceania, il Mississipi, i Pampas, gli Esquimesi, gli Akka, i Danakil, i Beni Ouasel, i Beni-zug-zug, i Kababichi vedendo come [p. 56 modifica]io non poteva andare a loro, prendevano il partito di venire a me, confusamente popolavano i miei sogni e più volte mi svegliai sudando freddo che un Pelle Rosso mi tagliava la capigliatura con quel che segue. Il gusto, la passione per le Alpi, venne in sul più bello a cercar di distrarmi e coll’istessa foga colla quale il Sella ed i suoi scarponi diedero l’assalto al Monviso, i miei scarponi ed io diemmo l’assalto ad una, due, tre punte.

E non solo io (vedi miracolo!) fui assalito da alpinite violenta, ma molti altri giovinotti italiani i quali, scossa, la malaria che nei caffè e negli alberghi, ecc. andava circondando, anzi opprimendo, uscirono all’aperto, guardarono i monti e su di essi coraggiosamente ascesero per sedersi trionfanti su quei cucuzzoli che pareva gli inglesi ed i tedeschi ci avessero ipotecati. E là su, l’aria che si respirava, era pura come una vergine e leggera come... una donna e potevasi godendo la bella vista, intuonare un inno alle Alpi ed un altro al loro Creatore! Oh ineffabile gioia. In questi giovinetti amanti degli scarponi ferrati e pieni di idolatria per l’alpenstok, io ne trovai uno caro, più caro, carissimo. Quest’uomo voi lo conoscete meglio di me... è Camillo Marietti il bravo direttore del Fischietto.

Egli non aveva ancora assaporato le delizie degli alti luoghi, non s’era ancora specchiato nel placido azzurro d’un lago alpino e le sue pupille non avevano ancora potuto figgersi su di un cielo che stenta ad essere parente con quello dei piani.

Correva il 1872 — epoca questa che dovrebbe essere scolpita nel cuore di tutti poichè l’abbiamo scolpita noi profondamente nel nostro.

In quell’anno dissi a Camillo e Camillo disse a me: «Facciamo una escursione alpina». Camillo mi disse ed io dissi a lui «Facciamola pure!»

Il 1873, doveva avanzarsi fin oltre il mezzo suo e poi attendere che ci allestissimo alla partenza... Ma quello fu l’anno dello Scià, ed il povero, lo sciagurato Camillo colpito da sciatica era divenuto sciancato e doveva scialare in acqua-vegeto-minerale i quattrini del viaggio e lasciare in pace le montagne. Oh questa sciagura fe’ pur scialbo il mio volto e solo un bicchier di sciampagna potè sollevarmi l’animo sulla sciagurata sorte dell’uno riverberato sull’altro. — Noi eravamo filosofi e «Quod differtur non aufertur» conchiudemmo senza neppur cercare di dar di cozzo colle fate.

Nel 1874, lo Scià, non ci faceva più vedere le sue bellezze e le sue ricchezze... ma la gamba di Camillo soffriva ancora delle conseguenze della sciatica.

Venne l’estate del 1875. Verso le nove ore della sera di un giorno tanto infuocato che pareva fosse uscito da una fornace ardente, chi si fosse trovato nascosto dietro al padiglione giornalistico di piazza Solferino avrebbe visto tre uomini entrare aggruppati nel Caffè Monviso cercare un angolo remoto, estrarre carte geografiche, e segnare su quelle, misteriosi punti e poi discutere vivamente... Chi non li avrebbe preso per congiurati intenti ad ordire un complotto... Erano invece tre alpinisti che preparavano il piano per una corsa ai monti... Il sagace lettore che sa indovinare a prima vista le cose e che legge all’oscuro coll’istessa facilità colla quale un orbo... vede il chiaro; avrà già conosciuto almeno due dei personaggi. Uno infatti era Camillo, l’altro io, ed il terzo un alter ego di tutti e due, un associato all’escursione alpina.

L’itinerario di viaggio esposto e sviluppato dal Camillo fu trovato stupendo. Si approvò, quindi ad unanimità compreso, com’è di moda, anche il voto del proponente. E questi tre C... proprio C... perchè il terzo si nomava Carretto, — dopo aver affogato le loro labbra in un bicchiere di Puntigam, si stesero ancora una volta le destre, fecero un giuramento solenne e si separarono pronunciando una parola d’ordine.


Chatillon, 15 Settembre 1875
[p. 57 modifica]Immagine dal testo cartaceoPanorama di Ivrea. [p. 58 modifica]

CAPITOLO PRIMO

Dal quale appare che il diritto della prima notte può riuscire talvolta molto indigesto, che un ciarlatano riesce facilmente ad annullare un medico, e che le rovine e le ferriere di Pont Saint Martin sono sia le une che le altre molto notevoli.




NN
elle ore notturne del giorno 9 del mese di agosto nell’albergo d’Ivrea trovavansi collegati a divorare una buona cena tre uomini che a vederli, colle giacche di velluto, cogli stivaloni, con un fazzoletto rosso al collo, con un cappello appuntato, ad un pauroso sarebbero parsi briganti. Eravamo invece noi, cioè Camillo, Carretto e Corona, pronti ad infilare prima le coperte del letto e poi la strada che mena alla valle d’Aosta.

Il giorno dopo ci levammo all’alba delle mosche, cioè verso le nove; alle dieci i nostri stomachi, già molto influenzati dall’aria dei monti, ricevevano il viatico, ovverosia il cibo necessario e la necessaria bevanda per sopportare senza danno le fatiche di un viaggio da Ivrea a Chatillon.

Alle undici partenza per la valle d’Aosta.

Conoscete voi, lettori miei, quei carrozzoni alti, lunghi e larghi cui prima delle ferrovie fu dato il nome di velociferi poi s’ebbero quel di diligenza forse perchè di rado partono e difficilmente arrivano in tempo e che pur genericamente appellanti omnibus, cioè le carrozze dell’eguaglianza sociale, essendo aperte a tutti quelli che hanno biglietti di banca da spendere?

Sì, non è vero?

Tralascio quindi una lunga descrizione.

Ecco Ivrea che s’allontana da noi e sembra mandarci «un viaggio felice» dall’alto delle graziose ed imponenti sue torri e noi salutiamo pure Ivrea, la città del carnovale patriottico, che da molti anni rammenta ai popoli circonvicini come le berrette rosse sappiano liberarsi dai tiranni che trasgrediscono il nono comandamento e vogliono far violenze troppo spinte. [p. 59 modifica]O Ivrea! o tu che fosti sempre creduta una collina tracciata da un creatore geometra, ed invece non sei che una morena prospera e studio di Bartolomeo Gastaldi, tu che dividi come nulla fosso l’agro eporediese dall’agro biellese, abbiti pure coi baci di un infuocato sole, un nostro bacio caldo, come quelli che si usano dare alle sirene che rapiscono i cuori.

Quante rovine di castelli medioevali spuntano sui cucuzzoli di roccia che dominano la strada! Lassù, quali aquile pronte a piombare sulla preda dimoravano i feroci tirannelli dell’età di mezzo.

Sorge superbo tuttora nella sua maestosa mole il castello di Montalto. E di là, a quanto si afferma, che si mosse il carnevale d’Ivrea.

Il signorotto trattava duramente il popolo, «colla corda e col bastone» Ma non bastava. Egli ci teneva molto al suo «droit du seigneur che i codici latini di quell’epoca nomarono, jus primæ noctis

Ora avvenne che la più bella figlia del paese, una mugnaja di splendide forme, si fidanzò a un bello e forte giovinotto.

Nè l’una nè l’altro parevano di soverchio onorati dalla degnazione del Signore e congiurarono col popolo e decisero che era suonata l’ora di finirla.

Il dì delle nozze, gli uomini d’arme del signore, separarono gli sposi al loro uscire dalla chiesa, sequestrarono la bella mugnaja e la scortarono al Castello. Quello che in principio di sera sia avvenuto là dentro, nessuno lo sa; nessuno almeno si è finora incaricato di farcelo sapere.

Sulla mezzanotte un lume brillò alle finestre del signore. Era un segnale. Una massa di popolo armato comparve ad un tratto sbucando da tutte le parti.

Da una delle finestre si vide cadere un involto scuro scuro. Fu ricevuto dal popolo. Era il cadavere del signore trafitto da varie pugnalate.

La brava mugnaja aveva emulato Giuditta! Si dà l’assalto al castello; gli scherani vengono sorpresi nel sonno e scannati. Il castello si pone a ruba.

Ora ogni anno, in carnevale, la bella mugnaja si riproduce sotto le forme dell’ultima sposa e viene portata in trionfo dal popolo plaudente che porta in capo la berretta rossa e la attorniano i cavalieri vestiti del costume medioevale e colle spade sguainate sulle cui punte, a raffigurare la testa dell’antico signore e dei suoi bravacci, sta infilato un arancio.

Immagine dal testo cartaceoE, all’ultimo momento del carnevale, si incendiano, fra il rumore di musiche indiavolate, di rimbombanti spari e di assordatili grida, varii falò altissimi che si nomano scarli e devono rappresentare la gioia tripudiante di un popolo risorto a libertà.

Viva dunque il castello di Montalto!

A Settimo Vittone alcuni discendono. Uno fra questi ha un dolore di pancia sì forte che non fa che gemere e sospirare, un altro ha un gruppo nel collo che per quanto si faccia non può digerire. Quegli sfortunati dopo aver provato la scienza di tutti i medici del loro paese nativo, tutta quella dei medici del capoluogo di circondario ed anche del capoluogo di provincia, finivano per arrivare all’ultima Thule delle loro speranze, gettarsi nelle braccie del [p. 60 modifica]medicone di Settimo, una vera celebrità che, coi semplici, vorrebbe guarire mezzo mondo e qualche volta ci riesce... O medicone, se sapessi quanti accidenti ti mandano medici e speziali cui togli le vittime, cioè i pazienti, forse chiuderesti bottega. Ma ora non chiudila, poichè anche tu aiuti a sollevare quest’umanità che è multis repleta miseriis ed i posteri si ricorderanno di te come di un Dio.

Postiglione, fermati! vogliamo mangiare le pesche di Carema, inzuppate nel famoso vino!

E avanzavamo sempre e dall’alto dell’imperiale, sopra cui soli e trionfanti imperavamo, ci era dato di contemplare castella, rupi, burroni ed il placido corso della Dora che

«Scorre via per cento miglia
Come striscia inargentata»

finchè arrivammo a Pont Saint Martin. Ecco quel fumo, quei fumi che si sprigionano da giganteschi camini e par dicano chi a li contempla: Levati il berretto, o viaggiatore, questi sono i tempii dell’industria e noi siamo gli Iddii. Mongenet, il senatore e commendatore Mongenet, ha posto ivi l’industria del ferro e continuamente le sue vaste officine stridono e mandano scintille e, dai camini, col nero fumo si sprigionano lingue di fuoco, che nottetempo si riverberano in quel fantastico ponte che i romani, o meglio — i diavoli — come dice il popolo gettarono sull’aspro corso dell’Ellex, che s’arrovella per la rabbia di essere di lì a poco assorbito dalla Dora.

E restammo per ‘breve tempo come rapiti in una di quelle estasi che i padri santi della chiesa ed i serafini provarono per i primi e di cui essi mantennero per tanto tempo il monopolio.

E quando — nuovi Tobia — riacquistammo l’uso della vista, ci si presentò davanti il castello di Pont Saint Martin. Sono poche rovine frammezzo alle quali errano ancora avide di guerra fraterna e di orribili eccessi Guglielmo ed Ugo della casa di Bard.

E tutte le notti — chi s’appressa al ponte, vede una schiera di demoni, che avvolti nelle fiamme, s’avanzano verso il castello da cui escono confusi lamenti, tetri ululati, cozzar di spade e di catene. Guai allora a chi si trova in quelle alture!

Quando la diligenza ci portò a metà del ponte nuovo e che fummo sazî di contemplare il meraviglioso ponte romano, il Carretto, che aveva studiato ottimamente la parte sua, assunta una posa semi tragica, si rivolse a noi che spalancammo con forza le valvole delle nostre orecchie. «Signori, disse, eccoci sui confini d’Ivrea e di Aosta, imperocchè si legge nelle antiche...» Ne avevamo abbastanza e il resto del suo discorso, quantunque non l’abbia pronunciato, l’accogliemmo a fischi.

Ecco Donnas. — Percorrendolo, ci par di passare in mezzo ad uno stretto corridoio, cui da una parte fanno muraglia ripidi ed enormi ammassi di roccie e dall’altra si spingono veloci le onde della Dora. Pare perfino impossibile che siasi trovato posto per fabbricare le case. E ne fabbricarono anche i romani che poco oltre Donnas, lasciarono reliquie di giganteschi lavori, una parete di monte cacciata indietro di un bel tratto a forza di scalpelli e poi come spiallata far posto ad una strada solidissima alla quale si ha l’accesso passando sotto una gigantesca porta che par arco di trionfo, e quel tratto di strada fu un vero trionfo della pazienza e della abilità dei domatori del mondo antico. Alcuni vogliono che quell’opera sia dovuta ad Annibale che la costrusse allorquando a capo delle sue schiere innondò l’Italia a [p. 61 modifica]mezzo del canale della valle d’Aosta, ma io — che sfogliazzai tredici pergamene ed altrettanti in foglio — posso assicurare il mondo dei litiganti archeologici che Annibale non si fermò a Donnas che il tempo necessario per bere un bicchierino di Carema vecchio, inviato la espresso come calmante delle furie africane dal parroco di S. Martin e per gettare una manciata di fieno agli elefanti.

Cosa avessero bevuto poi e mangiato in questo frattempo, capitani, tenenti, ufficiali, soldati, cavalli, muli ed il resto dell’esercito, non lo saprei ancora, ma lo troverò certo esaminando ed interpretando, guidato dalle lezioni di paleografia del Datta, altre pergamene ed altri volumi.

I tre C. intanto continuavano allegramente la loro strada, ed il castello di Bard loro si presentò munito di tutta la sua imponenza.

Una tradizione che ogni giorno va prendendo piede in paese, dice letteralmente così: «Quando il Grande Napoleone si sognò di invadere l’Italia, più per conto suo che per conto della Francia, oltre ai cannoni ed ai soldati, aveva un carro ripieno di altre armi meno sanguinose certo, ma certamente più potenti ed irresistibili delle altre. Giunto nelle vicinanze del forte, poggiati i gomiti sulla sella del suo cavallo, metà sardo e metà corso, alzò gli occhi e contemplò come con rabbia mal frenata quel forte che gli sbarrava il passo e fece arrestare le sue schiere che si attendarono fuori dei tiri del forte»

Come avrebbe fatto a passare? Il busillis era là.

Il furbo conoscendo che forse avanzato il carro delle altre armi e «queste vinceranno» disse fra sè e sè, ed inviò un corriere al comandante o ad uno dei comandanti del forte. E poi, leggete Botta, durante una notte scura tanto che fra le ombre più non esistevano, per una strada coperta da un mezzo metro di strame, passarono i carrozzi dei cannoni colle ruote ben involte nella paglia, colle zampe dei cavalli avviluppate ben bene e lungamente sfilò quell’intrepido esercito senza che neppur una delle tante sentinelle del forte avvertissero un caso cosi strano.

«Generale, chiese a Napoleone il suo ufficiale d’ordinanza, come va che dormono così bene al forte?...

Eh, rispose il Grande con un risolino di cui non si vide neppur l’ombra per l’oscurità che faceva; ho mandato loro un po’ d’oppio e non si sveglieranno che domani quando saremo già ad Ivrea.

E fu proprio così!

Che genere di morfina, avesse adoperato Napoleone, lo dice ben chiaro il disegno del Camillo.

Il quale Camillo, col suo binoccolo che vede anche attraverso dei muri, scoprì un bel saggio di letteratura lapidare francese sulla vallata di Aosta proprio sotto l’arco dell’Albergo di Bard al disopra di una fontana pubblica cui sta presso un debit de sels et tabacs.

Il saggio consiste nella seguente iscrizione:

ici on ne la ve ni
linge ni lange aucun
obiet qu’il puisse t oubler
l’au son paine d’un
écus d’amandes

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Chi sa quanti finora avranno già pagato lo scudo di mandarle (amare o dolci?) comminato dal decreto municipale di Bard!....

Ecco due altri castelli, uno rovinatissimo, e ben conservalo l’altro. Ambedue appartennero ai signori della Vallesa.

Ad un tratto la valle s’allarga e su un bel piano, ergesi Verres, sede del Collegio che manda in Parlamento l’onorevole Commendatore Carutti.

Scrivere questo nome e non pensare subito alla ferrovia che dovrà un giorno o l’altro, congiungere più strettamente la valle d’Aosta al resto d’Italia, è quasi impossibile. Il Carutti si è impegnato di dare il chemin de fer ai Valdostani e loro potrà darlo ben più presto di quel che si creda se prenderà ad una ad una tutte le teste dei colleghi habìtués di Monte Citorio e picchierà loro sopra finchè ad altro più non pensino che a far lieta e prospera una valle che, ora co’ suoi monti, colle sue acque, coi suoi castelli e coi tesori sotterranei è la più infelice di tutte le altre. Ciò ottenuto, io offro all’onorevole deputato, un trionfo alla romana.

Il sito è d’un pittoresco che incanta. Un castello, già della potentissima casa di Challand, domina l’abitato poggiando su un promontorio superbo. Quantunque il tempo e le intemperie abbiano già calcato le loro grinfie distruggitrici su questa grandiosa memoria del medio evo, pure è ancora fra i meglio conservati della valle. Ma un altro castello attrae i nostri sguardi. Elevasi sulla destra riva della Dora e per nulla terribile è il suo aspetto. Un gran fabbricato sui cui angoli sorgono torrioni quadri di poco elevantisi dal tetto ed ecco tutto....

Qui però, come per solito, l’apparenza inganna e ciò che par semplice al di fuori, è grandiosissimo al didentro. Di antichissima fondazione era di proprietà dei vescovi d’Aosta, ma allora non era che poca cosa; chi lo portò allo stato attuale fu il conte Giorgio di Challand nel secolo XV. Questo castello, ricco di pitture, con ampie sale, museo d’armi, scala a lumaca (che vale un perù), ecc. ecc., andava in rovina poco a poco e già era caduto nelle mani di chi facendo uno sgorbio sulle preziose memorie delle antichità, lo riduceva alla moderna con pavimenti alla veneziana che stuonano orribilmente con ogni sasso del principesco monumento.

Ma il castello d’Issogne (che è di esso che io parlo) trovò il suo redentore nella persona di un artista valente, di un amante sviscerato delle cose antiche e di esse conoscitore profondo, il cav. Avondo (rima obbligata!) Questi consacrò i suoi giorni a ristorare quelle mirabili pitture che raffigurando costumi e scene dell’epoca, si mirano nell’entrata, sotto i portici, dappertutto ristorò; i soffitti li rifece; ornò le sale di mobili antichi, con una diligente cura raccolti, o egregiamente fabbricati sui modelli autentici. Ed ora chi si reca a visitare quella meraviglia dell’arte medioevale è costretto ad aprir tanto d’occhi per l’ammirazione e a dare in ripetuti oh che, la meraviglia la più sentita desta dal fondo dell’anima. E il cavaliere che ora fa gli onori di casa Challand accoglie i visitatori con garbo squisito e s’affatica ad illustrare ogni angolo del castello ove albergarono già Duchi di Savoia e Re di Francia. Non si ha poi che a chiudere un’occhio e dire alla fantasia «Svegliati» perchè tutto ad un tratto il cortile, i corridoi e la grande sala si riempiano dì uomini d’arme, svizzeri, tedeschi, francesi, piemontesi, e s’affaccino alle finestre tutti i cavalieri e le dame della potentissima casa di Challand, circondati da paggi in sontuosi abbigliamenti.

E l’Avondo seguita sempre l’opera sua di mago ricostruttore, e, fra pochi anni il castello d’Issogne formerà la prima meraviglia d’Italia. [p. 63 modifica]

Allora chi vorrà tornare addietro di qualche secolo, lo potrà visitando la maison seigneurìale d’Issogne, ove ogni piccolo oggetto ricorderà memorie e fatti d’un interesse straordinario.


CAPITOLO SECONDO

La diligenza continua la sua corsa, tirata dai quattro valorosi cavalli, ed attraversa un piano lambito dalle placide onde della Dora.

Come se volesse sbarrarci la via, presentossi ad un tratto un monte dalle roccie tagliate a picco e coronato dalle rovine dall’antico castello di Mont Jovet, che fu pure dei Challand. La strada sale per una gola stretta e dominata da orribili precipizi. L’antica strada romana passava lì presso, ma era stretta e cadeva in rovine rendendo il passaggio oltremodo pericoloso. Carlo Emanuele III nel 1771 volle emulare l’arditezza romana e nella viva ed altissima rupe scavò un passaggio invero meraviglioso. Una lapide ricorda degnamente la colossale impresa.

La salita incomincia e si fa sempre più grave. I cavalli, poveretti! faticano orribilmente e colle nari sbuffanti e coll’occhio smarrito maledicono a tutte le salite della strada nazionale e quando incontrano un compagno di sventura, sia pure un mulo od un asinello, scambiano con esso uno sguardo eloquente, pieno di amarezza, gravido di spasimi e par dicano: «Ehi collega! Gran vitaccia la nostra!»

Ma anche la salita della Mongiovella ha il suo fine ed i cavalli tirarono un gran sospiro di soddisfazione per trovarsi in un bel piano, e ripresero la corsa scuotendo allegramente la collana di sonagli.

Noi pure fummo soddisfatti che ci si presentò uno spettacolo, a dir vero, indescrivibile perchè troppo bello. Presso a noi si ergeva la cappella del Cimitero di San Vincent! un duomo di Milano in miniatura, e più lungi in un promontorio torreggiava il pittoresco castello di Ussel e l’ombra di Chatillon colla sua bianca chiesa e coll’appuntato campanile veniva posta in tutto il suo rialto mentre S. Vincent ci era a poche centinaia di giri di ruote. Il tempietto, il castello e l’ombra di Chatillon inspirarono a Camillo tre leggiadri disegni, che valgono assai più delle mie descrizioni. Eccoci a San Vincent, la patria dell’acqua acidulo-ferruginosa, salina, diuretica, enoprotica, purgante, deostruente, alla quale i grassi devono il riacquisto della magrezza ed i magri l’acquisto della grassezza. — Queste acque guariscono inoltre le ostruzioni delle glandule del mesenterio, le ipertrofie del fegato e della milza, le congestioni capitali, le clorosi, la renella, i catarri vescicali, le blenorree, le gonorree croniche, le gastro enteriti acute, ecc. ecc. e promuovono il flusso emorroidale. Gli ammalati di tutte le suesposte infermità e di altre ancora, accorrono ogni anno in estate a S. Vincent in numero straordinario ed alcuni asseriscono che ne ricavano incredibile giovamento. La fonte dell’acqua portentosa è in capo ad una salita abbastanza comoda, e la potrebbe essere di più se il Comune di S. Vincent invece di favorire una fonte che gli procura enormi vantaggi, non cercasse ogni modo per renderla uggiosa e malcomoda ai valetudinari: segni del [p. 64 modifica]progresso! Quando poi si sapesse che in seno alla onorevole amministrazione di S. Vincent v’è chi vorrebbe osteggiare la ferrovia della Valle d’Aosta non resterebbe altro da aggiungere.

Trascorso S. Vincent si è subito allo stabilimento Idroterapico del signor Negri. Ivi Camillo era atteso dal Direttore medico Cav. Boetti e da altri amici più o meno politici. Scendemmo dal vetturone e restammo stupiti di non veder alcuno Che è, che non è? Dubitammo perfino che novelli Romani avessero disperso il mondo dello stabilimento con un nuovo ratto delle belle sabine che vi si trovavano. Ma poi odorammo come stessero le cose dall’odor dei piatti coi quali i valetudenari confermavano l’effetto dell’acqua acidula, ecc. Era proprio così, gli amici mangiavano allegramente e, da uno sguardo spiatore dato dal buco di una finestra, constatammo con un semi raccapriccio due cose diverse, ma che potevano avere lo stesso risultato. Si era giunti a metà del pranzo e le tavole erano sì piene che i gomiti degli uni si legavano a quelli degli altri, e quindi niuna speranza di poter cominciare prima che i primi avessero finito. Il signor Negri col solito sorriso sulle labbra e colle braccia aperte ci accolse e ci confortò deplorando però veramente il nostro tardo arrivo. Ma che fare, Dio degli Dei, se tutto il torto era della diligenza! Bisognava subire le conseguenze cagionate dalla lentezza dei cavalli, noi che credevamo giungere proprio a tempo per abbracciare gli amici e baciare la punta untuosa delle forchette. Fu d’uopo rassegnarci ad attendere. Per fortuna non fummo i soli a pazientare. Altri due carissimi amici, il Cav. Prof. Mella, l’uomo dagli occhiali e dalle tabacchiere, e l’ottimo Albino Miglietti, farmacista, ecc., di Chatillon erano pur giunti in ritardo e si rassegnarono come noi, e noi ci rassegnammo come essi. Oh è proprio vero, solatium miseris socius habere penantes. Ora bisognava andare a gara nel trovare i mezzi di deludere l’appetito e Camillo fumava per non cicare, il Cav. Mella tirava fuori e shierava in ordine di grandezza i suoi dodici stivali, cioè le sue dodici tabacchiere a foggia di stivali e presava in tutte con una destrezza rara, Miglietti si arricciava la zazzera, Carretto colle mani fra le gambe e cogli occhi in aria, teneva dietro ad una farfalla ed io raccontava l’istoria del Lupo, la più lunga di quante si conoscono.

Ed il pranzo degli altri non finiva mai.

Aspettare e non venire
     È una cosa da morire.

Un altra idea per allontanare da noi l’idea dell’appettito la tentò Camillo inaugurando una serie di considerazioni sulle varie malattie anche le più segrete che travaglian l’umanità. E se ne tirarono fuori di quelle che avrebbero cacciato ben lungi ogni volontà di cibo, di bevande.; ma a nulla valse: la rabbiosa fame tornava sempre a galla, ingigantiva. Il Dottor Boetti ed altri, cui fu annunciato il nostro arrivo, la nostra attesa, oh troppo lunga, vennero ad assicurarci che si era alle frutte, e le frutta durarono mezz’ora. Eravamo sul punto di cadere in deliquio, ed allora a farci rinvenire non sarebbero bastati tutti i sali del direttore dello stabilimento quando, un rumore di voci e passi che si avanzavano ci scossero e coll’ansia di affamati petti diemmo l’assalto alla salle a manger da cui uscivano allegramente i felici cibati.

Il dottor Boelli, l’onorevole Colombini, un caro deputato che si farebbe amare da una tigre, fecero da testimoni al nostro pasto dopo il quale ci trovammo meglio, oh assai meglio! Allora potemmo riconoscere gli altri amici e conoscere e fare un inchino a tante belle signorine dall’occhio candido e penetrante nello stesso tempo, dalla voce melliflua dal fascino affacente alle gonne. Il gentil sesso era rappresentato largamente e su tutti i tuoni. [p. 65 modifica]Immagine dal testo cartaceoStemma dell’OspizioImmagine dal testo cartaceoVeduta dell’Ospizio del Gran S. Bernardo [p. 66 modifica]Si miravano gli esili corpicini, che pare dovrebbero cedere ad un soffio solo dell’uomo ed invece fanno cadere alla primi occhiata gli uomini, le forme giunoniche, gli aspetti sentimentali dagli occhi neri, dalla carnagione bruna e dalle chiome nere le vaghe giovinette colle labbra rosee e col viso ilare. In una tale rassegna in cui frammezzo al sangue rosso, scorgevasi anche un po’ di bleu c’era da trangugiare una diecina di volte almeno la più dolce saliva che possa fabbricare palato umano. Il sesso forte quando anche bevesse le acque saline, ecc. e prendesse qualche doccia rappresentava la maggioranza, e fra quegli uomini erano due onorevoli, il Colombini che assistette al nostro pasto ed il Pissavini, un omino tutta dolcezza negli sguardi, tutta pacatezza nelle parole, tutto miele nel riso, tutto oro nel cuore, il generale.... e la sua bella contessa, il colonnello Sacra, il primo che siasi presentato davanti al Re in assisa da bersagliere, alcuni uscià ossia alcuni elettori ed elettrici dell’onorevole Pissavini, ecc., l’avv. poeta Boetti, bruchi e bruche graziosissimi. I nostri discorsi erano volti alle Alpi, alle loro bellezze, ai loro splendidi sorgere e tramontar del sole ed.... alla felicità di amare e di essere amato. E il piccolo cortiletto che è davanti allo stabilimento, risuonò di allegre risa, di vive voci, di cozzar di vetri fino a che il padrone Febo ritiratosi per quel giorno dagli affari e chiusa bottega ci inviò le ombre. Allora un maggior suono ci scosse. Era il pianoforte che ci invitava alle danze.

Strettisi quindi cavalieri alle braccia rotonde e profumate delle loro dame si slanciarono nella ampissima sala da ballo. Ed incominciò una serata veramente deliziosa. Ci voleva proprio quel passaggio per animare alle Alpi e per.... rendere snelli e forti i nostri fianchi.

Camillo non osando mettere in ballo i suoi scarponi si mise a disegnare i più bei tipi, tirò giù il colonnello Sacra mentre comandava, non un quadrato, ma una quadriglia.

Il divertimento tirò diritto sino alle undici confortato dalla più schietta allegria e la chiusa della serata fu fatta col bicchiere alla mano.

Eravamo discretamente stanchi e ci traemmo a Chatillon. Per istrada si gettarono le basi del nostro viaggio. Non si sarebbe partiti che sul meriggio del giorno 12 e l’indomani Camillo e Caretto l’avrebbero consacrato a disegnare ed io alle mie faccende. Si gettarono pure le basi dello Statuto. Non ci saremmo mai separati, per qualsivoglia motivo nè di giorno nè di notte; lo star allegro anche col mal tempo era d’obbligo strettissimo, e se, le sventure non venivano a cercarci, noi dovevamo suscitarle.

E convenimmo tutti e tre in un’istessa camera. Il mattino dopo Camillo e Carretto si levarono di buon’ora e si portarono a S. Vincent e là stettero buona parte del giorno. Chi sa che oltre al disegno non li avesse trattenuti qualche altra ragione, è un fatto però che passarono alla toilette, si fecero sbarbicare in una bottega ove.... ma è meglio che seguiti il mio racconto. Alle 5 pomeridiane fummo allo stabilimento pel pranzo, stavolta arrivammo a tempo. Quello fu un pranzo allegro! Più tardi con Colombini, Bonardi ed altri fummo nella cantina dell’enologo Miglietti e ci sorbimmo con devozione Chambave dolce e Chambave amaro.

Ne mancammo al ballo dello stabilimento. Dopo le quadriglie comandate in parte da Vaira ed in parte dal sempre giovine biellese Gastaldetti, si tirò la lotteria dei due Album di fotografia. I numeri erano stati raccolti, per scopo della beneficenza da un angioletto, bello e caro, la signora M. I bimbi erano andati a letto, e ci era d’uopo di una mano vergine per tirare: cadde su Madama C. una matrona che accettò il delicato invito e lo compì con tutta la solennità. Vinse il deputato P. ed il nome del vincitore fu proclamato a chiara ed intelliggibile voce. [p. 67 modifica]

Appena le signore si ritirarono ci avviammo verso casa e molti cari signori vollero accompagnarci: sotto le finestre degli amabili A.... si cantarono versi d’amore. Carretto era scappato da casa subito dopo il pranzo e lo trovammo che dormiva saporitamente, non gli si permise certo di continuare. Alle due dopo mezzanotte doveva passare il Re per recarsi alle caccie di Valsavaranche e volevamo vederlo. E lo vedemmo infatti mentre gli si cambiarono i cavalli.

Il mattino del giorno dodici fu per me un continuo correre. Alle undici mi trovava ancora a S. Vincent, ove il presidente della mia sezione del Club Alpino mi aveva trattenuto per crearmi guida onoraria della sezione e per solennizzare la consegna del libretto e della placca con un dejuner inaffiato da generoso vino. Intanto gli amici a Chatillon s’impazientavano. Avevano già scelto a porteur J. B. Bich. Questi venne a cercarmi verso il mezzogiorno dicendomi che gli altri due bestemmiavano alla turca. Mi mossi quindi per vedere se riuscivo a calmarli. Mi vennero incontro con armi e bagagli. Camillo s’era messo sopra la giacca di velluto, una blouse proprio di quelle da tre lire e la portava con tanta arte, da farla sembrare una toga romana «Presto, presto per Dio» — «Oh non c’è poi mica il fuoco! chi va piano va sano,» amici miei e mi posi a ridere sulla blouse di Camillo.

Ma il riso non durò tanto che si trattava di fare le provvigioni pel viaggio. Comprammo salame, cacio e simili, glicerina, arnica e simili, cognac, Grande Chartreuse e simili e poi, mentre i compagni vanno a mangiare (i poveretti erano ancora digiuni) corro alla stazione alpina per mettermi in tenuta. Ad un tratto sento voci e passi che salgono le scale.

Dov’è quell’Alpinista di cui si parla sempre, l’Alpinista (giornale) gridavano essi. «Ego sum» risposi tosto e mi avanzai per vedere chi erano questi signori. M’abbracciarono e baciarono sì stretto che le mie ossa scricchiolarono ed il fiato quasi mi mancò. Erano i fratelli dell’Oro della Sezione di Milano che volevano vedere la mia stazione alpina e muovere poscia a dare la scalata al Mon Bianco. Io intanto dalle finestre che guardano nel cortile del famoso Hôtel de Londres tenuto dal bravo Balangere vedeva il Bich aggirarsi inquieto come se volesse cantarmi il «Da bravi su spicciatevi.»

Io fremeva pure, ma doveva fare gli onori di casa. Finalmente scesi coi fratelli dall’Oro e li presentai ai due miei impazienti compagni, successe il subito scambio di complimenti. Ad un’ora e quarantacinque minuti, vestiti ed armati come sulla copertina di questo libro, muovemmo alla volta di Valturnanche, dopo aver abbracciato i dall’Oro, Miglietti, Melle e Compagni.

Al Colle S. Théodule.

Stavolta eravamo in marcia pei monti e ad ogni passo si lasciava da noi indietro l’ozioso e comodo piano. La voluttà che traspira dai monti, e si attacca irresistibilmente all’animo di chi va loro incontro, alla salita al Pian delle Rovine incominciò ad invaderci e sfidando il sollione, che pur ci abbracciava la schiena, tirammo diritto come se avessimo le ali ai piedi. Il sentiero che fra pochi anni si muterà in strada carrozzabile, è discretamente comodo e dopo il Pian delle Rovine viene ombreggiato deliziosamente da una doppia fila di castagni. In meno di un’ora fummo sulla strada nuova posta sulla destra dell’impetuosa riviera del Cervino. [p. 68 modifica]

Il sole ricominciò più terribile a menare le sue sferze, cioè i suoi raggi, su di noi e per ristorarci, più volte annegammo la testa nelle limpide onde dei ruscelletti che fiancheggiano la strada Ai Grands Mouleus; il Grand Cervin ci si presentò in tutta la sua imponentissima figura. Per ben contemplarlo ed anche un po’ per ristorarci ci sdraiammo sull’erba dietro alla Cantina du Mont Cervin. Bon vin. Birra e vino furono poste a nostra disposizione dal buon cantiniere.

Intanto scendono da Valtourmanche, alpinisti di mia conoscenza, ci grida il bravissimo Jean Pierre Maquignaz, le due carovane si confondono in una chiacchiera sola. Finalmente una malignissima nebbia ci toglie la vista del superbo Colosso, che non ci saremmo mai stancati di contemplare e.... seguitammo la nostra strada senza troppo affannarci.

A Cezan di sopra i nostri occhi cadono sulla destra del torrente ove tutta rannicchiata fra massi, sorge una leggiadra casetta che Camillo riprodusse. Il proprietario di essa già più volte aveva costrutto in quei dintorni la sua abitazione ma al disgelo delle nevi lungo le torride giornate d’estate, il torrente ingrossava furiosamente ed il meschinello vedeva travolgere i patrii lari dalle spumante onde. Lo scherzo dicesi, si ripetè due volte «Ah, ora non me la farà più!» disse finalmente il povero senza tetto ed imprese a costruire una terza casetta fra quei massi enormi e la ornò di una graziosa facciata e un piccolo terrazzo. Ora può dormire tranquillo, sentirà il muggito dei fiotti che si gettano coll’impeto di fiere affamate sulla preda, in quei massi enormi, ma quelli sono vani sforzi; nessuna forza ora mai potrà rimuovere quegli eterni procugnacoli.

Dopo una ben brutta salita, tocchiamo una cappelletta la cui facciata è ornata di mostri; cioè da figure di santi tanto brutte che paiono mostri. Vi leggiamo però una graziosa iscrizione. Pace a chi entra, dice e salute a chi esce.

Pax entrantibus salus exeuntibus. Oltrepassata la cappella ci si presenta lucida e bella Valtournanche, eretta su un ubertoso piano. Un’ottantina di metri, più alto da noi di questo punto, si narra una commovente istoria. Un montanaro di Valtournanche che fu arruolato nella grande armée del Grande Napoleone, e dopo aver anch’egli preso parte a tante gloriose giornate, si trovò alla mal’augurata campagna di Russia. Benchè abituato alle nevi ed ai ghiacciai de’ suoi monti, pure nella ritirata sofferse terribilmente ed ogni giorno che per lui spuntava, credeva fosse l’ultimo e sempre il poveretto correva col pensiero attraverso mille miglia e sognava la patria e la diletta famiglia, che più non isperava di rivedere, ed esclamava: Valtournanche oùes-tu? sans toi je suis perdu. Al passaggio della Beresina, non incontrò la morte e fu pel povero soldato grande ventura perchè con maggior speranza poteva esclamare il suo «Valtournanche où es-tu».

Dopo molti mali, dopo cento nuove sofferenze, il nostro uomo potè riavvicinarsi alla patria sua. Il suo spirito errava, sempre la sua mente vacillava; gli orrori della ritirata gli avevan guasto il cervello, Ad ogni domanda che gli facevano, ei rispondeva sempre «Valtournanche où es-tu sans toi je sui perdu.» Arrivò camminando sempre a piedi a Chatillon, infilò la sua diletta valle e correva correva come una belva spaventata. Giunto a questa cappella, allorquando potè vedere la sua Valtournanche. Il suo cuore battè si forte per la gioia che scoppiò nè più si mosse.

Pochi anni or sono, lì presso, si vedeva ancora una croce a ricordare il pietosissimo fatto.

Accidenti al cielo, alle sue bizzarrie!... vediamo un po’ se gli è lecito d’abrunarsi ora, mentre, un istante fa, era splendido e sereno? Ma il ciclo non fu pago di coprirsi di spesse e minacciose nubi; ma aperse ben presto le sue cateratte su di noi, e ci bagnò fino al midollo delle ossa. [p. 69 modifica]

Che fare? Il miglior partito era di continuare e spassarcela allegramente, e fra un accidente e l’altro, una barzelletta e l’altra, giungemmo a Valtournanche, e ci rifugiammo nell’ospitale Hôtel du Mont Rose del sempre sorridente Pession ove naturalmente, dopo esserci ben bene scaldati ed aver riempiuto di vapori tutta la stanza, ci ponemmo a tavola.

E tra una portata e l’altra, il Pession spiegava varie cose che potrebbero avere qualche interesse. Mettendosi in campagna alpina, studiammo di dare alle nostre corse un po’ d’utile che, unito al dolce di Orazio ci avrebbe procurato tutti i punti. Perciò ci caricammo del Barometro Fortin e di un ottimo barometro aneroide della fabbrica di Trovythou e Sinnus di Londra lodatissimo dal padre Denza e vendibile a Torino da T. Bardelli e C., sotto la galleria Geisser già Natta, per sole 140 lire in carta anche sucida. Le osservazioni quindi che cominciarono da Ivrea, furono fatto spessissimo ed al fine della escursione trovammo di averne fatte 22 da cui fra le altre cose risultò che l’aneroide si comporta talmente bene nei suoi intimi rapporti col Fortin da essere obbligati in coscienza a raccomandarlo caldamente ai colleghi alpinisti che non vorranno sfruttare tutt’affatto le loro ardite imprese. Certo che a rompere l’Aneroide ce ne vuole degli scrolli, mentre il Fortin oltre all’essere un peso ed un imbroglio ad ogni balzo corre pericolo dì fracassarsi e di perdere il sangue, cioè il mercurio che la fa da sangue nel suo seno. Ci pendeva pure al fianco la cassetta di latta per la raccolta dei fiori e portammo a casa tanti e sì graziosi da poter fare un mazzolino a tutte quelle personcine, gentili e carine che vorranno compiacersi di gettare un vellutato sguardo, su queste pagine. Per ottenere quanto sopra, le suddette non hanno che a rivolgersi ai tre C e saranno servite con prontezza, fedeltà ed anche segretezza.

Poi ci restavano i ghiacciai del Rosa da percorrere e studiare le fenditure, le sue vene e tante altre cose che una volta conosciute, arrecano soddisfazione. Di tutti i nostri studii, non parleremo in questo racconto, ma chi sa che, un giorno o l’altro, pubblicheremo una memoria tanto seria da entrare nel genio degli accademici delle scienze ed anche delle lettere ed anche delle arti. Un frutto del nostro viaggio, di cui non vorremmo nè sapremmo privare i nostri lettori, è quello che ci venne dallo studiare il fondo della storia dei popoli, cioè, le leggende, le tradizioni ed i proverbi che in breve esporremo.

Il sig. Pession merita speciale elogio sopra tutto per due motivi: primo perchè volle dedicarsi tutto al nostro servizio; secondo perchè ci fè gustare patate fritte e uova alla Pession, piatti questi che formano una vera specialità dell’Hôtel du Mont Rose.

E vi bevemmo sopra parecchie bottiglie mentre la pioggia continuava a battere la solfa in tempo accelerato sui vetri delle finestre. Verso la mezzanotte Pession ci condusse alla nostra camera. Non vi erano che due letticciuoli stretti stretti. «Bisogna portare un terzo letto» dicemmo all’albergatore Pession, non vogliamo dormire separati. «On ne peut pas» risponde asciutto asciutto il bravo Gregoire che pel sonno era diventato un po’ maligno e non voleva saperne dei nostri capricci «Vabien» noi rispondemmo e gli augurammo buona notte. Però pensammo da noi ai casi nostri. Fu un istante, il materasso e le coperte del letto della camera vicina passarono a formare il terzo letto che ci mancava e furono stesi per terra in modo che oramai la cameruccia era siffatamente piena che era impossibile far due passi sul terreno scoperto.

In questo nuovo giaciglio, volle dormire Camillo e noi non ci sognammo neppure di contrastarglielo.

Appena a letto, volli terminare di scrivere alcune memorie. Ad un tratto, un projettile mi fischia sul viso, il lume è sbattuto contro la muraglia, si odono due colpi cui succede [p. 70 modifica]l’oscurità la più perfetta. Mal frenate risa rispondono al mio stupore. «Chi è?» gridai. Il diavolo mi si rispose. «E lo stesso diavolo vi manda questo regalo» soggiunsi io e crac scaraventai un bacino pieno d’acqua nella direzione dei miei due compagni. Fu il segnale di una fiera batttaglia. L’acqua della bottiglia e dei bacini fu spruzzata da tutte le parti, le scarpe, i candelabri, i cuscini, le coperte del letto volarono in tutte le direzioni, pareva che tutti gli elementi, aria, acqua e fuoco si fossero scatenati a noi d’intorno. E noi stessi sorgemmo e si accese una lotta a corpo a corpo ed il rumore delle risa e delle sculassate si faceva sempre più grande in mezzo alla più densa oscurità, quando tutto ad un tratto comparve la luce portata da un uomo in mutande e colla berretta di notte che si pose a gridare: «Etes vous foux? Diable, vous me bouleversez tonte la maison.» Era mastro Pession che veniva a portare la tregua. Tableau! Un altro projettile attraversò lo spazio e portò via di netto la candela del povero albergatore che pensò forse lo volessimo uccidere e se ne scappò in furia. Il bersagliere invece non aveva avuto altro scopo che quello di spegnere la candela affinchè non si vedesse l’orribile disordine che ci attorniava e l’acqua che dopo aver impregnato, coperte, lenzuola e materassi, scorreva sul suolo liberamente. Ne avevamo abbastanza e levate le camicie e sciorinatele sulle sedie, ci ficcammo sotto quel poco d’asciutto che rimaneva ancora. Io poi mi posi addirittura tra il pagliericcio ed il materasso.

E per allor più non tirammo avanti chè un profondo sonno ci impiombò le pupille.

Verso le sei ci risvegliammo tutti un dopo l’altro e primo nostro atto fu uno scoppio di risa sonorissimo. L’ultimo pensiero ad addormentarci fu il primo allo svegliarsi e poi se anche ciò non fosse stato, bastava volgere uno sguardo all’intorno. Dio mio che strage di candele, che sciupio di lingeria, che inondazione d’acqua. La nostra campagna alpina l’avevamo proprio incominciata acquaticamente: come sarebbe andata a finire?

Il Pession ci venne incontro con un’aria sì imbroncita e sì tetra che ci spaventò, nè si volle poco a calmarlo poichè l’affare del projettile che gli aveva strappato di mano la candela non gli poteva andar giù. Alla fin fine si rese alle nostre elaborate spiegazioni e ci perdonò anzi, invocò su di noi favorevoli igenii dell’Alpinismo. E noi per sdebitarci verso tanta benignità scarabocchiammo un buon certificato, nel livre des voyageurs.

Dopo aver pensato al corpo, assai bisognoso di cibo partimmo verso il Giomén che erano le sette. A Crepin primo village che s’incontra per via, ci soffermammo un poco. Crepin patria delle celebri guide fratelli Maquignaz. Ivi di particolare non altro s’ammira che una cappelletta sulla cui facciata è dipinta la leggenda di S. Théodule.