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Alpi e Appennini/Il Colle dell'Assietta

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Giuseppe Corona

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Sul ghiacciajo Il Colle dell'Assietta - II. La salita al Colle
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IL COLLE DELL’ASSIETTA


I.


Una bella festa seguita da una gita allegra — Alle Freisse di sopra — L’attendamento ed il bivacco — La fame rende feroci — Gli ufficiali delle compagnie alpine — Hurrah! — Scene infernali illuminate a magnesio — Alla Belle étoilé! — Il canto della notte — Gli ultimi al fuoco.


Il sei luglio 1873 fu per la sezione di Susa del C. A. I. un bel giorno di festa. Il Padre Denza, s’era ivi recato ad inaugurare il suo XXVII Osservatorio Meteorologico.

A questa solennità — cortesemente invitati dagli alpinisti di Susa — avevano preso parte il presidente centrale del Club Alpino, avv. cav. Orazio Spanna ed il segretario dott. Martino Baretti. — Rappresentavano poi, la sede di Sondrio, l’avv. De-Fontana; quella di Varallo, il capitano Edoardo Crolla; e la Società Alpina del Trentino, il capitano Oreste Baratieri. — Anch’io vi ero intervenuto quale rappresentante la sezione di Biella.

Il Presidente della sede di Susa, comm. Chiarle, coadiuvato dal segretario, avv. Hermil e da tutti i soci, s’era proposto di onorare gli invitati in tutte le maniere. Prima del pranzo, vi furono vari discorsi tutti sulla meteorologia. Poi si fece visita all’Osservatorio, diretto dal signor Chiapusso, finalmente all’Hôtel de France, ove ci fu offerto un lauto pranzo seguito da lunghi brindisi e discorsi, e da una colletta a favore dei danneggiati pel terremoto di Belluno.

Il capitano Baratieri, che parlò a nome di una povera provincia italiana separata dall’Italia i cui alpinisti ci mandavano una fraterna stretta di mano, s’ebbe applausi vivissimi cordiali abbracciamenti....

Ma non eravamo che alla prima parte della festa. Si doveva l’istessa sera partire per la montagna, tutti indirizzati allo storico Colle dell’Assietta.

Verso le 5, il segretario Hermil, scuotendo un campanello, si aggrappò intorno quelli fra i soci del Club Alpino che volevano dar saggio di essere alpinisti.

Fra questi, v’erano quasi tutti gli ufficiali delle compagnie alpine che risiedono a Susa e ad Oulx.

S’intuonò il canto della partenza ed a passo di carica attraversammo la città ed uscimmo all’aperto.

Erano le sei ed il sole, ancora splendentissimo, volgeva lento e grave al tramonto.

Io era a braccetto col caro Hermil e questi davami la lieta notizia che il geometra [p. 124 modifica]Alfonso Jean, sarebbe partito poco dopo di noi, colle provvigioni, coperte, ecc., quando la nostra guida Vittorio Sybille detto Pierrotin, un uomo gagliardo e pratico, ci raggiunse e si pose a capo della comitiva. Dopo non molto, abbandonammo lo stradone, per infilare un comodissimo sentiero die ci condusse attraverso alle montagne pittoresche di Gravère e di Chaumont.

Erano con noi alcuni muli condotti da alcuni soldati della compagnia alpina. Il nostro passo però senza far torto a quegli animali fu più affrettato e in breve, anche permettendoci qualche alt, durante i quali un bravo ufficiale faceva studi di livellazione — giungemmo all’accampamento di Freisse di sopra. Erano le 9 ½.

Le Freisse di sopra sono composte di chalets di cui alcuni aggruppati ed altri dispersi. Sorgono in mezzo ad un vastissimo e vago piano ricco di legna e di acqua — ove potrebbero di leggieri accamparsi e bivaccare un due mila uomini. Noi eravamo una trentina e fummo accolti da gridi di gioia dei pastori e delle pastorelle che ci attorniarono tosto e si posero a guardarci con una curiosità insistente. Avevamo sete e caldo. Prendiamo quindi d’assalto i chalets ed in un baleno, su tutti i focolari, schioppetta la legna e grosse marmitte colme di latte, vengono attaccate alle catene.

Ristorati alquanto escimmo all’aria. I bravi soldati stavano disponendo cinque tende, e gli ufficiali, liberatisi della sciabola, s’eran messi attorno a cercar fascine pel fuoco del bivacco. La notte era caduta, ma il cielo d’un azzurro perfettissimo, brillava per miliardi di stelle e per un cornuzzo di luna, sì bene da delinearci perfettamente il piano ed i contorni dei monti. In breve, un gran fuoco brillò in mezzo all’accampamento, e noi lo attorniammo alla nostra volta attorniati dalle nove famiglie di pastori delle Freisse di sopra.

Insorse intanto — pur troppo! la solita, la eterna, la indispensabile, la terribile questione: quella della fame ....

«Che appetito» incomincia un Tizio «Che fame» ripete un Sempronio. E tutti «che fame! che fame!» E si volge uno sguardo all’intorno e si esplora l’orizzonte verso Susa. «I nostri benedetti muli non giungono e noi dobbiamo stare a stomaco vuoto ed a gozzo asciutto!»

— «Che peccato!»

— «Qualche cosa ho ben io» salta su a dire il signor B... di Susa e trasse dà un suo sacchetto un pollo ed un pezzo di arrosto... Non avesse mai fatta una imprudenza simile. In un lampo gli si gettarono addosso venti affamati e tutto gli strapparono di mano e l’un l’altro se ne rubarono i pezzetti che tosto scomparvero. Un vero carnage!

Gli ufficiali delle compagnie alpine potevano ben terrorizzare per far bottino. — Se sguinavano le spade, sarebbe nato un terribile conflitto e fu ventura se non lo fecero e se non si sparsero ruscelletti di sangue, che pur non avrebbero potuto rappresentare il vino che ci mancava.

A proposito di questi bravi «dell’Alpi nostre, baluardi arditi» è ben necessario che io [p. 125 modifica]li nomini ad æternam rei memoriam. Erano sei e tutti baldi e tutti allegri — v’era il comandante del battaglione, (compagnia di Oulx, Susa e Fenestrelle) maggiore cavaliere Ferdinando Ramonda — capitano Perron — Calabres Antonio, comandante la sesta di Oulx — capitano cavaliere Sommati di Mombello, — comandante la 7.ª; il sottotenente Penno — quel dalle livellazioni — e due altri — il cui nome sfuggì al mio taccuino. Avevamo per satelliti otto soldati della compagnia di Susa con tanto di penne d’aquila sul cappello i quali avendo compiuto l’attendamento, eransi posti dietro a noi in attitudine di aspettar ordini. — «Piantate la sentinella» disse il capitano di Susa e i soldati si slanciarono — in uno — a cercare un palo che coronarono con una lanterna accesa e rizzarono all’entrata del campo. — E il capitano Perron-Cabus, appoggiò a questa illuminata sentinella la spada e le carte topografiche affidando ad essa sicuramente, l’incarico di vegliare su ogni possibile nemico.

Finalmente un urrah generale di gioia scoppiò — nel campo — verso le 10. Arrivava il mulo delle provvigioni e quello del vino. Tutti si drizzarono per accogliere coi dovuti onori le nobili bestie apportatrici d’un ristoro, ahi! troppo desiderato... Fu una distruzione da non dirsi e tutti intenti a divorare ed a bere, schierati bizzarramente intorno all’immenso braciere — sopraccarico sempre di fascine in fiamme — creammo uno spettacolo che solo il pennello di Salvator Rosa, avrebbe potuto rappresentare con verità.

Gigantesche fiamme s’elevano al cielo che sembrava imporporarsi. Queste fiamme danzavano capricciosamente in balia del vento ed i riflessi ardenti d’un chiarore rossastro sanguigno, si stendevano a noi dintorno — ora collo splendore acciecante del lampo, ora con tinte rossastre, sicchè avresti creduto che le impetuose onde d’un mare di fuoco invadessero il piano. Ad ogni fiammata si vedeva come una truppa di demoni, agitarsi attorno al fuoco. Alcune volte, altri più demoni ancora, spiccavano — attraverso alle fiamme — orribili salti e scuotendo l’aria ravvivavano le ardenti scintille. Erano i più affamati che — distrutta la prima porzione ne cercavano un’altra; erano gli assetati che andavano a porgere le vuote scodelle di legno al generoso zampillo del bariletto di Chaumont. E di tanto in tanto, ombre nere su fondo rosso andavano e venivano gettando nuove fascine sul focolare e con bastoni ravvivavano l’incendio. Allora sollevavansi al cielo dal braciere, crepitando, colonne di ardenti scintille, che si sparpagliavano attorno all’accampamento come un immenso fuoco d’artificio. E fra il crepitare dei rami di pino s’elevavano le voci nostre, intese a bestemmiare i più bei pezzi d’opera avvicendati dalle più popolari nostre canzoni.

Più lungi l’amico Isaia aggiungeva luce alla luce, ma la sua era luce quasi elettrica tanto sfavillava sprigionandosi da una piccola macchinetta. E quella vivissima luce di magnesio, lasciava, spegnendosi, una oscurità sempre maggiore ed allora cresceva l’effetto delle fiamme.

Durante i riposi del canto, l’avv. Spanna inneggiava l’unione a 1400 metri dal livello del mare di tanti bravi militari, di tanti Susini e dei rappresentanti delle varie sezioni del Club Alpino Italiano fra cui s’estolleva la personalità del simpaticissimo rappresentante della Società Alpina d’Arco nel Trentino, il bravissimo Baratieri.

Intanto erano arrivati alcuni ritardatari affamati fra cui il fotografo Berra di Torino con un mulo carico dei suoi apparati, il geometra Jean ed il parroco di Chiomonte sig. M. B. Questi ultimi portavano un rinforzo di vino e furono acclamati con un entusiasmo indescri[p. 126 modifica]vibile. Ci diedero il vino e vollero il vitto, lo scambio fu fatto senza urti e senza contese, tanto più che eravamo pressochè sazi, ma giunse ancora una minestra di paste di Susa condita al latte e servita in iscodelle senza orecchie. Meno male che conciate cosi, erano nella impossibilità di udirci. Si mangiò anche la minestra per riscaldarci maggiormente lo stomaco, indi si seguitò a bere, a bere, a bere ed a fumare. La notte era tranquilla, l’aria fresca ed imbalsamata ed il cielo s’era coperto in gran parte da piccole nubi per nulla inquietanti. Il fuoco schioppettava sempre, di continuo alimentato. S’avvicinavano le undici e le ragazze dagli occhi neri, dalle forme tarchiate, dall’amoroso sorriso, lasciata da parte la timidezza, ci attorniarono ancora una volta, e s’intuonò tutti assieme ballonzando pazzamente attorno al fuoco e sopra le fiamme, il canto della notte e poi.... le ragazze si ritirarono e si ritirarono pure molti fra di noi, chi sotto le tende, chi sul fieno dei chalets. Io, solleticato dal soavissimo vino di Chiomonte seguitai a bere ed a scrivere le mie «note di viaggio» attorno al fuoco, in compagnia del parroco del paese del vino.

È questi un gagliardissimo montanaro, vestito alla borghese, con calzoni, farsetto e giacchetta di velluto. È tozzo e tarchiato, ha una fisionomia che impone per la vivezza di due occhi neri contenenti buona dose di fluido magnetico. Beve il buon vino collo stesso gusto con cui attende a fabbricarlo. Il suo spirito lo dimostra, scherzando allegramente e raccontando cose dell’altro mondo, coll’istessa indifferenza come se fossero di questo, ma finisce per istancarsi e si va a rintanare sotto una tenda. Attorno al fuoco, che è pur li per spegnersi, non restiamo che due; il signor Grange di Susa ed io. E si continua a bere e sapeva forse io che il vino di Chiomonte, lasciando libera la testa intorpidiva le gambe?

A poco a poco, il sonno mi sorprende e la mia testa si fa pesante. Sono sdraiato su di una fascina non troppo soffice eppure non so come decidermi a sorgere per battere la ritirata. Anche il signor Grange è li a me daccanto e sonnecchia. Dalle fiamme e dal braciere si sollevano intanto scintille e colonne di fumo dalle forme bizzarissime, la luna si sprigiona dalle nubi e dà un’occhiata al campo già sepolto nel silenzio il più monotono, solo interrotto dal crepitare degli ultimi rami infiammati. Il sonno cresce e mi pare che un brivido di freddo mi scorra per le ossa mentre il fuoco mi abbraccia il viso ed il petto. La schiena, flagellata dalle sferzate del vento, è pressochè ghiacciata. La testa ebbra dal sonno ed ... anche un po’ al vino, s’impesantisce sempre più. Guardo ancora le ultime fiamme e faccio uno sforzo per alzarmi....