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Alpi e Appennini/Il Gran San Bernardo

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Giuseppe Corona

Il Gran San Bernardo ../Tipi di guide ../Gite autunnali IncludiIntestazione 27 maggio 2025 75% Da definire

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IL GRAN S. BERNARDO



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cco l’ospizio» esclamammo tutti ad una voce.

Un’austero e grandioso edifizio ci si presentò allo sguardo.

«O luogo santo di pace e di carità, ove passano la loro vita martiri per l’umanità, quei bravi monaci, noi ti salutiamo!

«E voi che siete l’anima di quel luogo, che altra massima non seguite che questa «Amate e servite i vostri fratelli» accerchiati sempre da privazioni e da pericoli, ad altra gloria non mirando che a quella di salvare la vita ai meschini durante la cattiva stagione su questi terribili deserti, voi pure noi salutiamo.»

Salita una scaletta di dodici gradini, entrammo nell’Ospizio. Il padre clavandier si affrettò a suonare la campana ed un altro canonico piccolo e gentile scese le scale e ci venne incontro, con un dolce sorriso sulle labbra e ci condusse ad un gran camerone ove stavano disposti sei letti coperti da altrettanti baldacchini. Ci ristorammo con brodo e vino, corroborante bevanda che leva la stanchezza, il freddo, e dà al corpo nuove forze. Scendemmo quindi nella salle a manger.

Dopo un buon pranzo di patate e carne salata, vino e zuppa, escimmo a vedere i cani, quei miracoli della specie che si son fatti compagni all’uomo nelle fatiche e nei pericoli consacrati a beneficio dell’uomo. Il padre dà un fischio ed ecco arrivarci intorno sei colossi che scodinzolando e fissandoci pare dicano: «Padrone ci avete chiamati, avete forse bisogno di tutti noi, eccoci pronti a scendere la montagna con voi e coi marroniers per scavare di sotto alla neve le vittime delle valanghe, per riscaldarle col nostro fiato e ravvivarle coi liquori, e colle provvigioni che ci penderete al collo.»

La testa dei cani del S. Bernardo è grossa e quadrata, il muso somiglia a quello dei dogues, le orecchie sono corte e diritte, il petto è molto ampio, le gambe sono enormi ed i piedi che lasciano orma per nulla dissimile da quelle del lupo, si allargano di molto appoggiandosi per terra. La loro intelligenza si rivela tutta nei loro occhi ed hanno una certa espressione nel viso, veramente singolare; la loro forza è prodigiosa. Durante gli otto mesi d’inverno, che tanto dura a quell’altezza la cruda stagione, scendono mattina e sera cogli intrepidi marronniers e s’aggirano dappertutto ove il pericolo par più facile e fiutano l’aria e la neve. Allorquando sentono l’odore d’un uomo, lo rintracciano presto, lo scoprono dalla neve, lo palpeggiano, lo rivoltano, uniscono le loro teste a quella del moribondo e gemono [p. 76 modifica]chiedendo il soccorso del marronnier che accorre coi liquori e coi farmaci, e poi parte qual saetta alla volta dell’Ospizio. I monaci odono le grida del cane e tosto si imbacuccano nei loro mantelli e scendono mentre il cane riprende con maggior violenza la via e corre al moribondo, lo fissa con occhi brillanti di gioia e di orgoglio soddisfatti e par gli dica: «Coraggio, pover’uomo, i padri son qui e vi salveranno.» E i padri giungono ed avviluppano il viandante con solide e calde coperte di lana, lo caricano su di una barella e se lo portano rapidamente all’Ospizio, ove già tutto è disposto e preparato per farlo risensare, confortarlo e guarirlo. Ed i padri ed anche i cani, vedendo sorgere chi aveva già perduto ogni speranza di vita, alzano uno sguardo al cielo e, in questo sguardo, leggesi la gioia più pura, più santa, e benedicono Iddio, d’aver loro concesso di salvare una nuova vittima. I padri ed i cani sono fieri d’aver compiuto una buona azione, d’aver fatto il loro dovere!

L’Ospizio è a 2472 metri, ed i suoi due fabbricati che servono per albergare i viandanti sono ampissimi, e contengono ordinariamente ottanta letti. Nelle grandi circostanze poi, come il giorno della festa di San Bernardo, in cui l’affluenza è straordinaria, mutansi i quattro piani della casa che è dietro all’Ospizio in grandi dormitoi e gli uomini si pongono nel piano superiore. L’Ospizio grande ha spaziosi corridoi, belle sale, camere munite di quanto si può desiderare. Possiede pure una piccola biblioteca, una rara collezione di monete, statuette ed ex voto che si trovarono scavando sotto le rovine del tempio, già consacrato a Giove Pennino, ergentesi nei tempi antichi presso il lago a cinque minuti dall’Ospizio e che servì di Ospizio esso pure per molti e molti anni ai soldati che per là passavano. La chiesa è abbastanza vasta, bella e ben tenuta. In uno dei suoi angoli si vede il sepolcro in marmo del generale Dessaix, scultura assai pregiata, opera dello scalpello di Moille. Le figure con un basso rilievo e la posa del generale morente sono di una gran verità. Le melodie di un organo si sposano nelle feste ai canti dei monaci e del popolo.

Ecco ora l’istoria del luogo. Una volta quel valico nomavasi Monte Giove, ed un tempio dedicato a Giove Pennino sorgeva su un piccolo piano della parte d’Italia. Che il passaggio fosse molto frequentato e nello stesso tempo assai periglioso, lo indicano i numerosi ex voto che si trovarono fra le rovine del tempio. In uno di essi si fa cenno di una legione romana, la quarta nomata macedonica.

Un autore vallesano, il signor De Rivas, crede che verso il 339 Costantino il giovane abbia fatto atterrare la statua di Giove che dominava il passaggio per sostituirla con una pietra migliare che tutt’ora si osserva davanti all’albergo «Déjeuner de Napoleon» e che porta un’iscrizione che dice: Imperatori Cesari Costantino Pio Felici, Invicto Augusti Divi Costantini Augusti Filio, Bono Reipublicæ; nato Forcem Claudii Vallesium 24. Il 24 segnava il numero delle pietre migliari, e varii scrittori antichi e moderni, asseriscono che la ventesima quarta sorgeva proprio sul giogo del monte.

Si vuole da alcuni scrittori e risulterebbe da vecchie carte che prima della fondazione dell’Ospizio attuale, ne esistesse un’altro più piccolo, ma diretto da un abbate cui era nome Abbè de Mont-Joan.

Negli Annali di Berlino poi[1] leggesi come Lotario II, re di Lorena, fece un trattato col fratello imperatore Luigi II, il quale gli cedette Ginevra, Losanna e Sion, ma si riservò particolarmente l’Hopital de S. Bernard. [p. 77 modifica]

Che significano essi mai questi fatti.... messi d’accordo con quelli che vorrebbero fondato l’Ospizio nel 962 da Bernardo di Mentone?

In tutti i casi parrebbe che ai tempi di questo canonico regolare ed arcidiacono d’Aosta una banda di Saraceni, dopo aver devastato la Spagna, ed il mezzogiorno della Francia, infilò la valle del Rodano, la depredò e pose quindi sua stazione sul monte Giove da cui poi scendeva a mettere a ruba ed a sacco le vicine borgate e spogliava le carovane dei pellegrini che s’attentavano a passare per quel giogo. S. Bernardo, allora arcidiacono d’Aosta, armò il braccio dei Valdostani e postosi alla testa loro, debellò i briganti, e li distrusse unitamente ai resti del tempio di Giove.

La tradizione che raffigura S. Bernardo in atto di tener avvinto pel collo con ferrea catena e di schiacciare lo stomaco al demone alato e cornuto colla testa crudele e feroce del lupo, non vorrà esprimere che il fatto della distruzione dei ladroni saraceni ottenuta per opera del santo Arcidiacono di Aosta. E tosto sotto l’impulso di S. Bernardo sorse l’ospizio nuovo che acquistò sempre maggiore ampiezza e celebrità. Alcuni canonici regolari di Sant’Agostino furono scelti a reggerlo. Ed i regali principeschi piovvero nell’Ospizio fin dal 1094 Nel 1460 era nel più alto grado di opulenza tanto che possedeva terre in Sicilia, nelle Puglie, nei Paesi Bassi, in Inghilterra, ecc. Ma questi beni si dispersero di nuovo per la poca cura di alcuni Prevosti, sulla nomina dei quali insorsero poscia questioni serie.

Nei secoli scorsi i canonici erano di varie nazioni e specialmente Svizzeri o sudditi del re di Sardegna. Ora il re di Sardegna voleva gliene fosse riservata la nomina in virtù d’una bolla e gli Svizzeri gli fecero vivissima opposizione durante 17 anni, finchè Papa Benedetto XIV il 14 agosto 1754 con altra bolla dava ragione agli Svizzeri, ma spogliava l’Ospizio dei beni che possedeva in Piemonte, i quali passarono all’ordine Ospitaliero dei SS. Maurizio e Lazzaro.

Ora i canonici del S. Bernardo son tutti Svizzeri e pochi sono i beni di cui godono nel Vallese, nel Cantone di Berna e in Valle d’Aosta. Il loro prevosto che risiede a Martigny ha dal governo francese una pensione di 2600 lire. L’Ospizio non ha altra rendita fissa.

Nessun altro dei limitrofi governi contribuisce a mantenerlo e questo fatto, visto l’immenso vantaggio che ne hanno in ispecie gli Italiani e gli Svizzeri, par molto strano. E la cosa parrà più strana ancora quando si sappia che, pochi anni or sono, i canonici potevano collettare in Svizzera ed avevano dal governo piemontese tutta la provvigione del grano; ora dal 1847 in qua, più non possono stendere la mano ai connazionali e furono privati dal nostro governo del dono annuo. E intanto passano all’Ospizio annualmente in media più di 18000 viaggiatori stanchi ed affamati che hanno bisogno di cibo e di alloggio; la spesa ammonta annualmente a più che L. 8000 e con sì pochi redditi e con tanto dispendio, come faranno i canonici del San Bernardo a tirar dritto nella loro grandiosa e filantropica impresa?

È la carità dei fedeli che aggiunge quanto manca, e non è a stupirsi se quei religiosi, eroi di carità, modelli insuperabili di abnegazione, trovano chi con loro piamente gareggi.

Il passaggio del Gran S. Bernardo fu sempre considerato come passo strategico della massima importanza. Al tempo dei Romani e del Medio Evo, molti eserciti passarono di là, ai nostri tempi (dal 15 al 20 maggio 1800) vi passò Napoleone I alla testa del suo esercito [p. 78 modifica] e dei suoi cannoni che avviava alla vittoria di Marengo. La seguente iscrizione ricorda il grande fatto,

napoleoni primo francorum imperatori semper augusto
reipublicæ valesianæ restauratori semper optimo
ægyptiaco bello, italico semper invicto
in monte jovis et scempionii semper memorando
respublica vallesia grata ii decembris anni mdcccii


In tutte quattro sempre, che non dovrehbero cancellarsi mai dalla lapide di marmo che sta sul ripiano della scala presso alla salle à manger... Ora quali cose sono passate mentre attesi a riepilogare la storia del più alto e grandioso monumento che esista sulle Alpi nostre? Girovagammo qua e là, misurammo la temperatura delle acque (+ 1 R.) del Lago, osservammo la temperatura dell’aria (+6 R) scherzammo coi cani e visitammo la Morgue, una piccola casetta che è a fianco dell’Ospizio.

Un finestrino viene aperto e, per le grate che lo difendono, figgemmo curiosamente gli occhi.

Che spettacolo strano e terribile! Quelle bianche pareti sono circondate da mummie avvolte nei loro funebri lenzuoli e per terra giacciono, crani, vertebre, stinchi e costole nel più orribile disordine. E fra le mummie ve n’ha una che s’alza ritta come un gigante, storce la testa e mostra come per sarcastico riso una doppia fila di candidi denti. Poi due uomini tengono la testa dell’uno appoggiata sulla testa dell’altro, e par che confondano le loro anime in un bacio supremo. Un altro fìssa i curiosi quasi con disdegno, e par voglia dire: «Perchè venite a turbare il sonno della morte?» Sdraiata a terra con un bambino in braccio è una donna che ancora si stringe al cuore la sua creaturina e sul cui volto si leggono le tracce della più crudele disperazione, ed i suoi occhi, nell’ultimo istante, si volgono al cielo e chiedono: — «Signore! abbiti la mia vita, ma fa salvo il bimbo!» Una voce ci distoglie dalla tremenda visione: «Presto, presto, che si deve chiudere!» Diedi ancora uno sguardo a quel desolante spettacolo, a quelle mummie che fissandole par si agitino sinistramente, e me ne ritrassi col cuore oppresso.

Intanto il suono della campanella, ci chiese a pranzo. Erano le sei. A tavola presero parte una quarantina fra uomini e donne, fra cui si potevano distinguere tutti i tipi della razza umana, compreso il caucasico e meno il moro. Se però fra tutti si notavano grandi differenze, tutti erano però eguali al cospetto di un colossale appetito. La sera si passò errando nei dintorni del convento e mirando il sole scendere dietro gli alti monti che chiudono di un oscuro cerchio il Gran S. Bernardo.

Melanconici suoni ed un canto ispirato ci chiesero nella salle à manger che serve anche da sala di ricreazione. Un bel cerchio s’era fatto attorno al fuoco ed il gentilissimo canonico che ha la pesante missione di accogliere i viaggiatori e di far loro compagnia, al che egli adempie con un tatto squisitissimo, e con una cavalleria pura, senza ambagi, senza pretese e senza affettazione, era in mezzo a tutti. E nell’angolo sedeva al piano una giovane miss, coi capegli disciolti, fisonomia dolce e triste. La miss suonava e cantava un pezzo della Forza del Destino.

Il giorno dopo di buon mattino una bella carovana si accinse alla salita della Chenaletta. Due C. rimasero a casa. Io mi proposi per guida. [p. 79 modifica]

L’ascensione riescì felicemente, e l’orizzonte dal Viso al Rosa ci si presentò dalla vetta, in modo stupendo, indimenticabile. Il Monte Bianco c’era vicinissimo. Tentammo nuovi passi assai più difficili sia nel salire che nel discendere.

Una gentile signora della compagnia volle scrivere sul mio libretto da guida, quel tal libretto che mi donò in modo ufficiale il presidente della Sezione di Biella del C. A. I. all’atto della partenza, parole assai gentili e lusinghiere.

Giunti sani e salvi all’Ospizio, trovai i compagni che dormivano ancora profondamente. Verso le nove però eravamo tutti a tavola, e si... mangiava (oh!) il viatico per scendere a S. Remy. Dopo la colazione-pranzo, il padre Clavandier ed il suo egregio collega, ci fecero prima assaggiare un bicchierino di génepì, poi un bicchierino di vino vecchio di Sion — un vero nettare. — E poi ci recammo a visitare l’Osservatorio meteorologico, tenuto dal canonico Tavernier, che è il padre Clavendier, a cui ed al suo piccolo collega, dobbiamo molta riconoscenza; all’Osservatorio scendemmo in cucina a visitare certe mostruose caldaie sempre in movimento. Sapete quante bestie s’ammazzano e si mangiano annualmente al Saint Bernard? Ecco! in autunno s’ammazzano e si salano per la provvigione di tutto l’inverno da 150 a 200 montoni, da 60 a 80 capre, da 18 a 25 vacche, ed in estate in tre mesi si uccidono 15 vacche, 50 montoni, 12 vitelli. La media giornaliera dell’affluenza estiva a tavola è di 100 viaggiatori, dei quali cinque sesti sono touristes.

Gli operai hanno una sala essenzialmente per loro; è bella, grande e pulita, e sul muro sono scritte due prescrizioni: Défense de fumer. Défense d’écrir sur les murs.

I canonici regolari seguono la regola di Sant’Agostino: portano un nastro bianco a tracolla e non dipendono da altri che dal Papa, cui (au souverain Pontife) inviano direttamente le lettere. Tutti, all’infuori del Clavandier e del priore, non si lasciano quasi vedere durante i mesi d’estate, salgono e stanno racchiusi nelle loro celle a studiare e ad insegnare a giovani allievi che entreranno nell’ordine, altri corrono su e giù pei monti studiando mineralogia e botanica, con vera passione. E fra questi è un ottimo uomo il canonico Carron Camillo che io scorsi appena, mentre armato della picozza di botanico e con a tracolla una enorme scatola di latta, partiva per le balze o pei burroni, onde far ricerca di nuove piante. E già molte ne scoperse, che prima non si credeva esistessero nei dintorni del S. Bernardo.

Alle undici i muli dei coniugi C. erano preparati, e noi eravamo carichi dei nostri sacchi e dei nostri strumenti, stretta la mano ai buoni canonici che ci vollero ancor versare il bicchiere della staffa, scendemmo al lago avviandoci sul suolo d’Italia.

Uno della compagnia ci fece notare una specie di golfo nel lago, e ci disse mostrandoci l’altura che lo domina: «Quella roccia, fu che è poco, spettatrice dello scioglimento di un dramma d’amore. Due amanti partiti da Milano, giungono difilati all’Ospizio, passano ivi una notte e sul mattino inghiottono un potente veleno e poi si trascinano là sopra, e poi stretti uno nelle braccia dell’altro, si gettano nelle nere onde, da cui vengono poi estratti cadaveri.

«Ecco una colonnetta del tempio di Giove» dice la signora C. Abbattuta un giorno e calpestata, quella colonnetta ora raddrizza di nuovo al cielo il suo umile capitello. Una croce in pietra ritta sopra uno scoglio pendente sulla valle di S. Remy spiega la rivoluzione portata da S. Bernardo sul Monte Giove. In essa leggesi: Deo optimo maximo. Ivi è duopo scendere, e diamo ancora un addio al freddo e muto ma superbo monumento in cui la potentissima e benefica dea Charitas, compie i suoi generosi misteri, coadiuvata da sacerdoti impareggiabili, veri eroi del sacrifizio. — In dieci minuti siamo sotto al monte Barançon e [p. 80 modifica]sotto la Torre dei Pazzi tra cui vuolsi s’erigesse al tempo dei Romani una grande costiera di mura da cui si difendeva il passo.

Oltrepassammo, saltellando come capretti sotto i raggi di un sole splendido, la Cantina Italiana presso cui il Comune di Saint Remy fa erigere una chiesuola dedicata a Notre Dame de la Neige a 2280 metri sul mare. Una lunga fila di pali segna il sentiero che i viandanti devono tenere durante l’inverno per correre meno pericolo. Dopo abbondanti nevicate i marroniers scendono, ora dal versante italiano, ora dal versante svizzero ad innalzarli perchè non scompaiano affatto. Viene quindi una ripida discesa ai piedi della quale si sta erigendo una piramide alla memoria dell’ex-deputato d’Aosta, l’avv. L. Marlinet, che ivi improvvisamente morì il 28 agosto 1858. In men di due ore dall’Ospizio giungemmo al grazioso borgo di S. Remy che una selva di larici scampa dalle valanghe. I due C. miei compagni passano per le mani dei doganieri; io non vengo punto turbato ed... a dirvela a quattr’occhi, lettori miei, ero il solo che avesse nel sacco il corpo del delitto... Vedete le apparenze!

L’alberguccio di S. Remy è pulito e buono e strangolerà forse gli inglesi, in virtù della fama delle loro sterline, ma volle risparmiare noi. Dopo un buon pranzo chiedemmo un char à bancs, per scendere ad Aosta. Il char à bancs non c’è, ma si possono avere due carrozze. Ci rincresceva dividerci, dopo che ci avevamo fatto sì buona compagnia, ma pur fu duopo. Camillo ebbe tutti i vantaggi della situazione, salì coi coniugi C. (ora eravamo 5 C. in marcia) e Carretto ed io ci mettemmo da soli nella vettura di dietro. La sorte volle però riunirci per mezzo di una trafila di avventure. Dopo un’oretta un cavallo, quel che traeva Camillo e coniugi C...., forse un po’ stanco, cadde a terra gettando lo spavento nei due C., e non nella C., la quale diè un salto dalla vettura, e si trovò in piedi sorridente come se nulla fosse avvenuto. Il cavallo a forza di tirarlo su per la coda e per le zampe fu rimesso in piedi, ma i coniugi per la loro sicurezza personale vollero profittare dell’altra vettura, e Carretto ed io passammo alla prima. Non era ancor finita la dolorosa istoria. La machinique si ruppe e la vettura si scontorse talmente facendo dei zig-zags così marcati, chè minacciava ad ogni istante di gettarci nell’abisso. Si dovette fare di necessità virtù e di due vetturate farne una sola. Ed allora, oh come ci trovammo tutti stretti gli uni agli altri, e dando un addio alla povera sciancata di vettura ed al cavallo, che sanguinava al ginocchio, ci ponemmo a chiacchierare, ridere, cantare colla maggiore allegria di questo mondo.

Ed ahi! che Aosta doveva lasciarsi trovare troppo presto! Ivi, ci separammo, essi tiravano giù per Ivrea e noi restavamo alla capitale della valle d’Aosta. Gli addii furono cordialissimi e l’arrivederci, che pronunziarono le nostre labbra, fu la quintessenza della verità. La nostra sera la passammo girando a visitare le stnpende e grandiose reliquie romane, l’arco, l’anfiteatro, e ci rallegrammo alla vista di quel gioiello architettonico che è la piazza maggiore, ornata dal palais de la Ville — poi fummo a sturare alcune bottiglie di vino di Chambave dall’alpinista, amico di tutti gli alpinisti, l’egregio barone Bich alla sua poetica dimora di Mont Fleury.

E il mattino dopo — colla diligenza — ci restituimmo a Chatillon in braccio agli amici.

Finalmente, lettori miei, i tre C... tutti i tre contenti, prendono congedo da voi persuasi che, sia che vi siate divertiti, sia che vi siate annoiati nel leggere le loro impressioni di viaggio, loro direte francamente il vostro buon giudizio. E se il buon giudizio è veramente buono, i tre C. stendendosi le destre vi promettono che vi prepareranno un altro volumetto — Dio voglia che sia migliore! — per l’anno venturo, se la sciatica non risorprende Camillo, o se il diavolo non ci porta all’inferno.



[p. 81 modifica]Immagine dal testo cartaceoOspizio del Gran S. Bernardo — La Morgue

Note

  1. De Saussure. Voyages dans les Alpes, Vol. IV, capo XLII, foglio 194.