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Alpi e Appennini/Il corredo dell'alpinista

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Giuseppe Corona

Il corredo dell'alpinista ../Una escursione negli Ernici ../Patria e alpinismo IncludiIntestazione 24 agosto 2025 75% Da definire

Una escursione negli Ernici Patria e alpinismo
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IL CORREDO DELL’ALPINISTA



FF
acciamo adunque il nostro sacco. Di zaini ve ne ha di varie specie. Chi vanta quello del Podestà, chi quello del Gilardini, chi continua ad attenersi al modello dello zaino da soldato.

Si inventarono anche i portazaini per separare la tela o la pelle dal contatto della schiena.

È assai difficile il suggerire un sistema a preferenza dell’altro: il portazaino Bossoli è eccellente ma vi è chi trova non rigido il rialzo di bacchette di giunco. C’è da pensarci molto su questo argomento, se il sacco lo dobbiamo portare noi sia giù nella valle che sopra i ripidi dorsi del monte. Se poi preferiamo di farlo portare, allora ogni dicussione termina.

Mettiamoci dentro il meno che sia possibile: il purissimo necessario. Non sto a farvene la enumerazione e dovete essermene grati. Veniamo agli abiti. Alla esposizione alpina dell’anno passato abbiamo visto vari figurini: secondo me, nessuno pratico. Cosi diciamo delle scarpe di montagna di cui non ci mancarono certi saggi atti più a spaventare che a incoraggiare chi vuol darsi alle salite alpine. L’abito dell’alpinista non ha nulla a che fare coll’eleganza. Per essere pratico conviene che sia semplice, le scarpe poi i calzolai della città non le sanno fare assolutamente. Dopo una camminata di parecchie ore all’ingiù, i vostri piedi saranno rovinati. Quindi io vi consiglio o scarpe vecchie, sempre preferibili, o scarpe fatte da un ciabattino montanaro. — Come i piedi sono la base del corpo, così le scarpe di montagna sono l’elemento essenziale per l’alpinista. Il cappello, io lo preferisco di feltro molle bianco o grigio Per le escursioni invernali ora diventate più frequenti e tanto in uso presso la sezione milanese del Club Alpino Italiano, alcuni soci della quale superarono pochi giorni or sono, felicemente, la Grigna settentrionale dal versante di Mandello, si portano in capo certi cappucci di maglia che coprono metà della faccia. Il rimanente dell’abito non è necessario di mutarlo, si raddoppiano le lane sulla pelle e si sta bene.

In inverno poi, allorché la neve è alta e molle, si adattano ai piedi cerchi di legno, che nomansi ruchette ed impediscono lo sprofondare. La marcia è dapprima un po’ incomoda ma poi, tutto va bene. [p. 99 modifica]

Le signore possono adottare per la montagna certi costumini semplici ma elegantissimi. Gonne succinte di lana che oltrepassino di poco il ginnocchio, calzoni lunghi, piccole uose di panno e scarpe ferrate. In capo, un cappello di feltro molle avviluppato da un velo azzurro ed ornato da un mazzolino di edelweis con sopra una piccola penna d’aquila. Un piccolo zaino alle spalle, una fiaschetta e un cannocchiale a bandoliera, il bastone ferrato fra le mani ed ceco tutto.

Non vi rincrescerà non è vero, di prendere qualche istrumento scientifico con voi. Un barometrino aneroide, ma che sia di buona fabbrica e un termometro, possono servirci le molte volte. Aggiungiamovi la scattola di latta per raccogliere fiori e un buon martelletto da geologo per strappare dalle roccie qualche ricordo del nostro viaggio. Così non si arieggia lo scienziato ma ci poniamo in caso di poterlo ajutare. E non dimentichiamo di porre presso al portafogli il libriccino che fu distribuito agli alpinisti convenuti al nostro XIV Congresso qui in Milano. — Esso racchiude le: «Istruzioni ad uso dei soci del Club Alpino Italiano.» Vedrete quanto è facile il trarre profitto dalle gite alpine! Solo è d’uopo essere un po’ smaniosi di studiare e di apprendere cose nuove. Col barometro e con una buona tavola di riduzione si può, a prima vista, avere l’altezza approssimativa dal livello del mare e, la temperatura, è presto trovata col termometro. Prendiamo nota di tutto colla indicazione del sito in cui ci troviamo; e non ne saremo malcontenti. Avviene un fenomeno fisico di qualsivoglia genere e voi non sapete spiegarlo. Che importa? Lo si può bene descrivere materialmente notando le particolarità che lo precedono, lo accompagnano e lo seguono. Raccogliamo i minerali utili o no che ci pajono degni di interesse e notiamo a quale altezza li abbiamo trovati e in quali condizioni. Così è dei fiori e degli insetti. — Osserviamo il limite delle nevi perpetue, il limite inferiore dei ghiacciaj, i limiti della vegetazione, i limiti delle foreste. — E quante osservazioni si possono fare, senza essere specialisti, sulla economia alpestre e sulla nomenclatura. Quante curiose tradizioni popolari si possono raccogliere!

Torniamo così a casa recando con noi un piccolo tesoro. Non ci resta che a coordinarlo ed a studiarlo consultando libri, o scienziati, o specialisti i quali, mentre potranno, al caso, giovarsi delle nostre ricerche, ci porranno al chiaro delle cose e così quanto si raccolse da improduttivo si fa prezioso e ci accorgeremo di aver acquistate cognizioni serie ed importanti senza troppa fatica e mercè quello spirito di osservazione e di curiosità che è sempre fonte del sapere. E se vi accade poi di incontrare altra volta per via quel tal minerale, quel tal fiore, quel tal insetto, li saluterete per nome quali vecchi amici, quali fratelli che si è costretti ad abbandonare ma la cui memoria si è scolpita in cuore. Cosi faceva De Saussure ne’ suoi primi viaggi sulle Alpi, cosi fecero e fanno tutti quelli che vollero e vogliono trar profitto dalle escursioni od ascensioni alpine per studiare le bellezze ed i segreti della natura.

Ora dovrei presentarvi le armi e gli arnesi dell’Alpinista e lo faccio per quanto la cosa non sia troppo divertente.

La picca o meglio ascia da ghiaccio è, come il bastone ferrato per le piccole ascensioni, la terza gamba dell’Alpinista che vuol superare i ghiacciai. Anzi è qualche cosa di più poichè talvolta fu l’ultima àncora di salvezza e riuscì ad arrestare sull’orlo del precipizio chi, dopo una scivolata precipitosamente vi si affacciava. Sul ghiacciaio scandagliare i crepacci traditori che, velati da un po’ di neve, nella stessa guisa delle serpi nascoste sotto la verzura, vi tendono trabocchetti tutto attorno e, se vi trovate davanti ad una muraglia di ghiaccio o di eterna neve, che rapidissima sale verso la vetta, la vostra picca, bravamente adoperata, vi scava a poco a poco a ziz-zag tale una serie di gradini da formare una scala quasi aerea [p. 100 modifica]che, vista dall’alto, vi mette i brividi, ma che si supera senza soverchia fatica non richiedendo che somma prudenza. Sfugge un piede, la picca può rimettervi tosto in equilibrio, attraversate una faccia di montagna a grandissima pendenza e coperta di neve, ebbene, si piega il corpo verso terra e si fa servire il ferro della picca da uncino che ben assicurato, vi può sostenere e salvare ad ogni mal passo e se, per disgrazia, precipitate sovra un pendio, la picca è, per voi, come già dissi, una vera àncora di salvezza. Io sono certo che se fossimo ancora ai tempi degli Dèi, in vista dei servizi grandissimi che le ascie da ghiacciajo rendono agli Alpinisti, questi le esalterebbero a divinità e loro erigerebbero, se non tempii, certo almeno tempietti: noi ci appaghiamo di tenerle care nell’istesso modo e coll’istessa forza che il nostro soldato ama la spada che gli ricorda i più bei trionfi o le più belle difese sui campi di battaglia....

La picca da ghiacciajo ha, a parer mio, origine dalla piccozza a zappa e a punta, che adoperano i botanici per scavare le piante colla radice intatta. Allungato il bastone e modificato il tagliente, la si ottenne. Ve n’ha di vari modelli. Alcune si svitano in due pezzi, altre sono fisse. A parer mio, la picca dell’alpinista dev’essere un pezzo solo e ben solida, trovando modo di accoppiare nello stesso tempo la maggiore leggierezza possibile. Altra cosa è la picca della guida poichè dovendo lavorare di più, dev’essere robusta.

La corda? — Utile e provvida in montagna. Nei passi difficili allorchè debbonsi attraversare ampi ghiacciai, la cui superficie liscia e vitrea, è coperta di uno strato di neve di fresco caduta che nasconde perfidamente i crepacci sempre pronti ad ingoiarvi, l’essere assicurati ad una corda, è una vera provvidenza. Sprofondate e vi è chi stando all’erta, col corpo teso all’indietro e le picche ben puntate, vi tiene sollevati e vi ajuta a sortire dalla buca. E, nel superare cornici di ghiaccio sovrastanti ad un vuoto abisso, nell’attraversare quei certi ponticelli di neve che dominano ordinariamente le grandi fessure terminali del ghiacciajo del couloïrs e sono formati dalle valanghe, il legarsi che fanno fra loro ai fianchi con nodo, non scorsojo certo, alpinisti e guide, è di somma utilità. Se si teme della solidità del ponticello vi si striscia sopra pancia a terra mentre chi vi è dietro sta attento colla corda tesa e col pugno ben serrato. Vi arrampicate su enormi dirupi col corpo pendente su interminabili abissi? Ebbene vi è mezzo di assicurare vostre mosse e di impedire che scivoliate o piombate nel precipizio tenendo la corda non solo tesa per evitare gli strappi ma per prudenza, giammai soverchia, facendola passare attorno a qualche sporgenza o fessura della roccia. Nella storia dell’alpinismo vi è una pagina tremenda, la quale ce la rende poco simpatica la corda, anzi vorrebbe farcela odiare. Voi mi avete indovinato, intendo di parlare della famosa catastrofe del Cervino. Allora la corda si rese invero odiosissima. Ma, per un puro caso, e, prima di dare l’ostracismo a quei provvidi filamenti intessuti, leggiamola questa pagina. Si era presso il mezzogiorno del 15 luglio 1865.

Ad una stessa corda, o meglio a due corde annodate che non ne facevano che una, stavano allacciati quattro inglesi, i signori Douglas, Hadow, Hudson e Whymper, e tre guide Michele Croz di Chamounix e padre e figlio Tangwalder di Zermatt. Essi, scendevano lietissimi e baldanzosi per l’insperata conquista di quel colosso, da tant’anni invano tentato e creduto inaccessibile. Erano giunti alla parte più ripida e più faticosa del Cervino, dal versante svizzero. Sono un cento metri di roccia quasi a picco, per la quale si effettua ora, senza che niuna disgrazia sia mai arrivata, la salita e la discesa quasi sospesi su un precipizio di 1800 metri. Essi invece, o meglio le loro guide, vollero abbandonare la cresta e tenersi nel fianco nord, che è meno verticale ma più liscio. Hadow e Croz erano vicinissimi l’uno all’altro e, la [p. 101 modifica]corda fra di loro, non era, come doveva essere, ben tesa. Hadow, giovane ardito ma inesperto, pose, mentre nessuno se lo poteva immaginare, il piede in fallo e scivolò nell’abisso.... Istante terribile! La corda si tese, diede un forte strappo e invincibilmente trascinò Croz e questi trascinò Hudson. Lord Douglas, al pari degli altri, fu vittima della potente scossa mentre si trovava in una posizione che non gli permetteva nè di salire, nè di scendere, nè di solidamente aggrapparsi. Quattro corpi penzolavano sull’abisso sterminato. Tangwalder padre aveva avvertito il caso, cacciato un urlo, s’avvinse fulmineamente ad una roccia cui avvolse la corda. Arrivò lo strappo, la roccia era tagliente, la corda era debole e si ruppe, mentre i quattro sciagurati, di rupe in rupe precipitavano sbranandosi, nell’orribile precipizio, da cui tre soli a brandelli, furono estratti ed ora giacciono nel cimitero di Zermatt.... I tre salvati, scesero mezzo dementi pel dolore.

Sulla rottura di quella corda, che era la più piccola delle due e molto debole sorsero altre versioni.

Il popolo si mise in capo che una delle guide, in quel momento supremo, l’abbia tagliata, e la voce del popolo fu creduta per quanto Whymper protestasse, e, le due guide, per scampare la vita dovettero mutar paese.

Se è vero quanto narrò Whymper che la roccia, cui fu avvolta la corda, era solida, una buona corda, avrebbe potuto salvare tutta la carovana. Di qui l’imprudenza imperdonabile e fatale!

Le prime corde usate dai montanari e dagli alpinisti, erano grossolane e pesanti. Dopo si usò la corda detta di Bologna, assai più legeiera. Finalmente gli inglesi trassero da una pianta dell’isola di Manilla un filamento molto più forte e di gran lunga più leggiero. La corda di Manilla è infatti leggierissima e il suo peso non varia di molto per quanto la neve e la pioggia la imbevano. Una di queste corde dello spessore di 15 millimetri pesa un grammo ogni centimetro di lunghezza e resiste al peso di 85 a 90 chilogrammi alla caduta di due metri e mezzo a tre di altezza; non si rompe poi che al peso morto di due tonnellate. Il Club Alpino Inglese introduttore di queste corde, le fa preparare a Londra sotto la sua sorveglianza, e le contrassegna con un filo di lana rosso che si intreccia fra le spire della corda, e resta da esse nascosto.

La Sezione Milanese fece costrurre alcune corde di Manilla ma i loro filamenti sono troppo aspri.

Dovendo affrontare qualche grande salita la cui durata non si possa, sia per le difficoltà che per le circostanze, ben definire, è spesso necessario di pensare a un ricovero per la notte. Non sempre il Club Alpino vi ha pensato e talvolta la natura vieta i suoi covi. Converrà dunque pensare alla tenda. Due modelli assai buoni gli abbiamo visti alla nostra esposizione alpina.

I montanari per riuscire a camminar sulla neve e sul ghiaccio, massime nell’inverno, inventarono, chi sa da quanti anni, quel semplicissimo istrumento consistente in una lastra di ferro a quattro o più punte che nomasi variamente: grappino, grappone o grappella. Si applicano sotto il collo del piede e si legano al disopra con due striscie di cuoio. De Saussure le modificò ampliandole e le mutò in una specie di suola ferrata a varie punte assicurandola bene al tacco ed alla punta della scarpa. Poi si mutarono in una specie di sperone vitato nel tacco e con al disotto tre o quattro punte. Questa ultima specie, alcune volte, è dannosa poichè la vite spesso si stacca. Io non li credo necessarî all’alpinista cui bastano buoni chiodi agli scarponi e non li volli mai usare. [p. 102 modifica]

Whymper, volendo studiare il Cervino senza bisogno delle guide, inventò due piccoli e semplici arnesi per aiutarsi nel salire e nel discendere. L’uno è una specie di gancio doppio, lungo 12 centimetri in acciaio ben temperato e spesso 50 millimetri. Lo legava in capo ad una solida corda e poi lo assicurava colla punta della picca agli spigoli delle roccie che voleva scalare e poi su vi si arrampicava. Per scendere, attaccò ad una delle estremità della sua corda un forte anello di ferro di 5 centimetri di diametro; facendovi passare l’altra estremità formava un nodo corsojo che serrava attorno ad una sporgenza di roccia e poi giù si calava. Ricuperava l’anello tirandolo giù con una cordicella ad esso attaccata. Le invenzioni di Whymper, per le sue corse solitarie, non gli giovarono troppo e un giorno, staccatosi il gancio, precipitò per uua settantina di metri e fu fortuna che lo trovassero vivo, ma tutto pesto e sanguinolento.

Per evitare, che il riflesso del sole sulla neve fresca, o che l’istessa neve gettatasi in verso dalla violenza del vento, vi bruci o vi scortichi la pelle e produca al viso certe risipole talvolta abbastanza pericolose, si inventò la maschera da ghiacciajo. È una pezzuola di tela o di lana che si lega al capo e al collo ed ha buchi per gli occhi e pel naso. Le signore inglesi portano spesso le maschere di carta pesta che noi usiamo in carnevale. Non dimentichiamo i guanti di lana a due dita, nè degli occhiali azzurri atti a difendere la vista sui ghiacciai.