Vai al contenuto

Alpi e Appennini/Sul Lago d'Iseo

Da Wikisource.
Camosci e stambecchi Gita in Val Venina
[p. 150 modifica]

SUL LAGO D’ISEO


LETTERA ALL’AMICO E.....

I.

Il tempo e lo stomaco — Il sole di mezzodì ed il panorama del porto — Le malattie morali — Un desiderio che ricorda una promessa e che si cambia in una cosa necessaria — Un barcaiuolo vecchio, malato ed un barchetto vecchio e poco sano — La mezza torre di Predore ed il Predorino — Il bersaglio d’Iseo — Allora e adesso — El Prat di Frà — Il convento de’ Fate bene Fratelli si trasforma in Ospedale — Come s’acquisti la cittadinanza d’Iseo — La barca, il vento, io ed il compagno — Il Montrucco colle ruine di un Castellazzo — Sotterraneo, grotta, o canale? Vestigia di costruzioni — Mulini? — L’acqua intermittente — Ossa di animali antidiluviani — I mulini di Covolo — La casina bianca e la punta dell’Orbo — Una penisola — La Presolana — Lovere — Castro — Vello — Mont’Isola — La Madonna della Seriola ed il castello di Martinengo — Una predizione — L’isoletta di S. Paolo — L’eco — La regina di Mont’Isola — Pilzone ed il campanile della Madonna del Monte — La cappella della Trinità — Gallinarga — Tavernola — Una pietosa istoria — La fenice — Sulzano — Un villaggio alpino — Le campane — I mortai ed i mortaletti — Peschiera ed il suo bacino.

Iseo, 8 dicembre 1873.


Amico Carissimo.

Il mattino di questo giorno era trascorso lemme lemme senza noja sì ma senza piacere. Eppure la giornata non poteva essere più splendida, il sole più puro, la temperatura meno invernale. Soltanto un po’ d’arietta frescolina si permetteva di sferzare gli orecchi. Se quella non fosse stata, mi sarei creduto agli ultimi di marzo o ai primi di aprile.

Eppure qualche cosa mi stava sullo stomaco e questo qualche cosa non era cibo, non era bevanda; a dire il vero per quanto mi fossi col cervello adoperato non sarei venuto a capo d’indovinare l’origine del malessere che tutto mi avvolgeva. — Venne il mezzodì e mi trassi a passeggiare sulla riva del Porto, a godermi di un sole che mi faceva l’effetto di un bagno caldo. Lo spettacolo che mi si presentò ebbe il potere di distrarmi, mi sentii a tratti a tratti pienamente sollevato e finii per convincermi che se le malattie morali sono gene[p. 151 modifica]ralmente facili a venirci indosso, si riesce pure in modo facilissimo a cacciarle. Guai però se si abbarbicano al cuore seriamente! — Questa convinzione trasse in me un desiderio, questo desiderio mi presentò una necessità. Mi ricordai insomma d’averti promesso notizie sull’isola maggiore del lago d’Iseo. Questa promessa mi suggerì naturalmente l’idea di andarla a visitare. — Il freddo cresceva, le onde del lago venivano non poco increspate dal vento, non badai a queste piccolezze, la mia volontà mi si spiegò davanti una ed indiscutibile. Dopo una buona refezione, e dopo aver trovato un compagno nell’amico G. ritornai, con questi al Porto. — Un barcaiuolo vecchio, dall’aria sofferente ci si presentò leggendoci in viso la nostra determinazione.

Volei giôri, nà entouren col barchet?

— Precisamente! Arriveremo a Mont’Isola in un’ora?

Ed un quarto, giôri, miga, de pioe.

Il Barchetto è brutto ed incomodo. Forse al mattino aveva fatto attraversare il lago ad un carico di sassi. Questa considerazione non valse a scoraggiarci. Salimmo. — Il nostro uomo ammaina la misera vela tutta a buccherelle e a rattoppi, prendiamo il largo avvicinandosi un pochino a Predore la cui mezza torre, classica omai in questi paesi, resa più vicina dall’azione del vento, spiccava nel miglior modo permessole dalla sua caratteristica vetustà. — Ma ad un tratto Predore, le sue antichità ed i suoi celebrati vigneti ci stanno addietro; mentre il panorama che ci si spiega davanti si rende più maestoso. — Ma per il davanti non voglio dimenticare le cose di fianco. Siamo presso al bersaglio a cui s’addestrava indefessa la gioventù Iseana nei tempi di bollore... nazionale. — Eccotene due tratti di descrizione. Sull’estremo lembo occupato dalle onde del lago si fondarono, tempi sono, due muricciuoli che s’elevarono prima in quadro e poi riducendosi in triangolo diedero e danno tuttora l’idea di un monumento funerario[1]. In questi muri si scagliavano i proiettili degli Iseani ansiosi per allora di fare centro del muro, in attesa poi di servirsi della loro maestria alla caccia di gente allora nemica, amicissima ora. Ma a poco a poco il bersaglio andò in disuso. S’era ottenuto l’intento, e l’ardor marziale venne a mancare dalla sua esca per sussistere. Que’ due monumenti furono lasciati in balìa del tempo e dell’acqua, che finora sonosi occupati a sgretolar l’uno e ad abbattere l’altro.

Ma questo sito, quondam del bersaglio è notevole per un’altra particolarità.

Adesso fa capo una passeggiata molto frequentata dagli Iseani i quali, dopo un giorno di forti occupazioni, amano di godere un istante di placida quiete. Il luogo è delizioso e nel mezzo del corso di una notte illuminata dalla luna piena t’inspira quasi contro tua volontà i più patetici pensieri, le più fatiche considerazioni. — Perchè si chiami il Prato di Frà tu facilmente l’indovinerai. — Là vicino era un convento di Fate bene Fratelli (stando a quanto mi dice il barcaiuolo che li ha conosciuti) e quello formava certo il più delizioso de’ loro ritrovi. — Ora, sempre in forza delle mutabilità delle cose umane, i frati sparirono non per incanto però, ed in loro luogo entrarono le pie monache e gli ammalati. In una parola, al Convento si fe’ succedere un Ospedale grandioso che poi i ricchi d’Iseo pensarono provvedere di grosse entrate. Lì presso vi è l’Asilo infantile. E ritorno ai Prato de’ Frati. — E’ in questo luogo che per una cerimonia o consuetudine che tu voglia, passata di generazione in generazione si acquista la cittadinanza[2] d’Iseo o la padronanza del lago. Si [p. 152 modifica]attende una notte ben buja o splendidamente illuminata, — i due estremi, lo sai, si toccano — ed allora il forestiero che desidera sottomettersi a questa prova, è accompagnato sul luogo del luogo da alcuni giovinotti che potrebbero nomarsi padrini. Indi dopo certi preliminari e considerandi, i padrini con tutta la serietà del mondo bendano gli occhi al forestiero, gli pongono in mano tre sassolini e lo trascinano sulla estrema sponda del lago poi gridano: gettate. I sassolini volano, se piombano nell’acqua, la cittadinanza è acquistata. E’ questa cerimonia insomma un fac-simile, ridotto però, dello sposalizio che faceva il doge col mare ne’ be’ tempi della forte repubblica di Venezia. — La barca va adagio, il vento rende difficile il suo corso. E’ questa buona ventura per me che vo’ tutto osservare, male pel compagno che comincia a patire dell’ondulazione cioè del mal di lago. — La destra riva, parlo della destra rispetto a me che mi avanzo contro il corso dell’Oglio, seguita ad intrattenere i miei sguardi. Passiamo di fianco a quel montrucco a picco che in altra mia ti nominai e su cui si elevano ancora i miseri avanzi di un castellazzo. — Lì sotto e presentante aperta tutta la sua nera cavità, è lo sbocco di una fra quelle grotte di cui già ti scrissi. Io allora stando alle tradizioni del paese, opinavo che quella grotta fosse un sotterraneo posto in comunicazione col sovrastante castello. Ma no; il dotto Gabriele Rosa me ne dissuase. La grotta ha le pareti artificiali, murati in molti luoghi, e si protende assai nell’interno del monte, e non so se alcuno sia già riescito a toccarne il fine. Sotto lo sbocco si conservano le traccie di antiche costruzioni, — che il Rosa appoggiato a qualche scrittore o alla convinzione sua particolare, vuole siano stati mulini. La grotta poi — un canale artificiale che rimediava alla grande scarsità di correnti in questo paese — traendo l’acqua dalla valle opposta — la quale acqua poi saltando abbasso da quella cavità, metteva in moto i sottostanti mulini. Infatti, dice il Rosa, ancora adesso ne’ tempi diluviali, — alcune volte capita che un forte braccio d’acqua si spinga di là fuori. E bisogna, dire, che gli abitanti di questi paesi bisognosi d’acqua, o scavassero la grotta prima del diluvio oppure si approfittassero di un qualche buco già esistente, poichè non è molto, un illustre scienziato straniero, trovava là dentro, ossa di animali preistorici. E con questo do fine all’argomento canale o grotta detta Busa del Quai.

Ecco Covolo, frazione d’Iseo, e i suoi molini mossi da piccolo corso d’acqua. Una collina ad olivi gli è sopra (a Covolo non al corso) — e questa termina in un altipiano pittoresco nel cui mezzo s’accampa una bella casina delle bianche pareti, la quale è dominata da una parte fra le prime a ricevere il caldo bacio del sole, e che si noma Punta dell’Ort (orto da oriens o da orto, giardino) o dall’Or (oro). — Davanti a Pilzone, villaggio mezz’ora distante d’Iseo, si slancia in lago una montagnuola boschiva[3] che forma una pittoresca penisola legata da breve tratto alla terra, da cui doveva essere nei tempi andati, completamente disgiunta. — I miei occhi cominciano a staccarsi dalla riva destra. Lo sfondo del mirabile quadro me li distrae. Fra montagne, le une più pittoresche delle altre, ecco elevarsi il gigante di questi monti la Presolana, la cui punta nevata finora superassi da pochi. — Più vicino ecco parte di Lovere, Castro, le grottesche ed appuntate montagne di Vello, Vello stesso, villaggio ricco d’industria, di agricoltura, il beniamino del sole. [p. 153 modifica]Immagine dal testo cartaceoLOVERE — Lago d’Iseo. Immagine dal testo cartaceoSIVIANO — Lago d’Iseo. [p. 154 modifica]

Mont’Isola,[4] colosso in mezzo all’acque, s’avvicina sempre. Esso consiste in una vasta ed alta montagna tutta a castagni, roveri ed olivi, divisa in tre poggi, sul più alto de’ quali brilla la chiesetta della Madonna della Seriola. Più in basso s’attaccano alle spalle del monte, alcune case. Sull’ultimo poggio dominante il lago ed in posizione deliziossima stanno le mura merlate dell’antico castello di Martinengo in mezzo alle quali s’erge tuttora superba ma priva di tetto una grossa torre rotonda.

Senza essere profeta nè figlio di profeta (frase già vecchia ma sempre buona) di qui a molti anni Mont’Isola deve cambiarsi nel silo più delizioso del lago e coprirsi di ville. — Ove ora s’alzano le rovine del castello un qualche riccone fonderà un’altro castello non forte ma delizioso a cui già fin d’ora io suggerisco un nome adattissimo; quello di Miralago. In linea quasi diretta del castello di Mont’Isola trovasi in mezzo al lago una perla incastonata nelle acque e resa brillante dai vividi raggi del sole. È un’isoletta verdeggiante a cui si pose il nome di S. Paolo. Un ex convento dalle grandiose fabbricazioni ad archi tutta la occupa, un forte muricciuolo, uso diga, tutt’intorno la cinge e dall’acqua la difende. — Lì presso è un’eco celebratissima da questi parti. Ripete nientemeno che due endecassillabi[5]. Il bacino sullo sfondo s’allarga sempre. — Nuove punte nevate si scoprono ai fianchi della Presolana. I monti di Gulein (Guglielmo) biancheggia di neve dietro a Mont’Isola. — Oh ecco Peschiera, la regina di Mont’Isola! Ti dirò di essa quando l’avrò toccata.

Pilzone sulla sponda destra ci è davanti. È dominato da un monte tagliato a picco. Sopra un orrido burrone, s’erge un alto campanile che mira arditamente l’abisso da secoli senza subire l’influenza del capogiro e che si fa mirare molto da lungi. È il campanile della Madonna del Monte. La chiesa deve essere minuta, non si vede. — Passo, collo sguardo, a sinistra. Un dosso verdeggiante si spinge in lago di faccia a Vello. Là mi dicono esservi la Preda, regione fertile di ottimi vini. — Sul dosso biancheggia una cappelletta. È nomata della Trinità. — Vengono poi; i villaggi di Gallinarga, Tavernola, tutti siti pittoreschi ma molto immersi fra le ombre di seni deliziosissimi.

Intanto per distrarmi attacco conversazione col barcaiuolo e per prima dimanda gli chiedo come se la passi? Poveretto! Lui più di tutti, è una vittima della miseria la più inesorabile. Vecchio di 72 anni, malato senza nessuno in casa che lo curi, nessun guadagno, vitto carissimo, e per di più con in tasca un’intimazione di sfratto dalla cameretta ove passava, almeno al coperto, i suoi miserabili giorni. Nel narrare le sue miserie gli brillano lagrime agli occhi e pur remando con sforzi penosi riesce a tergerle colla grossolana manica del suo abito. Tristi tempi![6].

La barca prosegue sempre a passo di lumaca.

Un luogo incantevole ci sta a destra. Un caseggiato pulito con a fianco un bel giardino [p. 155 modifica]a pergole si avanza sul lago. Canneti folti stanno all’intorno. Da questo luogo la vista è stupenda. Un grande albergo vi starebbe pomposo. Il luogo si chiama la Fenice ed ha esso pure i suoi alti destini. La Fenice è un piccolo albergo, due chilometri da Iseo. Frequentatissimo dagli Iseani e dai Pilzoniani, offre, massimo d’estate un ritrovo dei più deliziosi. Di cacciagione ve ne ha sempre, il vino è buono. Una gentile e vaga scetta fa gli onori di casa.

Brr! Il vento cresce, le onde s’infuriano, la barca si fa restia. Ecco a destra Sulzano che si speccchia nel lago e le cui case tutte riunite si presentano come un anfiteatro nel cui mezzo sia la chiesa Parrocchiale. — A sinistra, e sotto la punta colla Chiesa della Trinità, si scopre Parzanega, villaggio alpino, che dominando oscure rive incomincia a bearsi di un po’ di sole.

Un rumore argentino, e quasi mesto si spande per l’aura e si confonde col soffio del vento. Sono le campane dei vicini villaggi che invitano al vespro i fedeli.

Di lì a poco colpi di mortaletto fendono l’aria. Ora che i mortai da guerra sono in riposo, or che si vogliono abolire in forza dell’arbitrato di sir Richard, i piccoli mortai da festa riprendono voga. Quest’oggi si sparano ad onore dell’Immacolata Concezione, dimani si caricheranno di nuovo per un altro santo. Che per farsi sentire dai celesti e dalle celeste, siano necessari colpi di mortai! Uno, due... dieci... misericordia! Ho contato settanta colpi...

Una dozzina di uccelli grossi tra il colombo e la tortora e similissimi a loro, si incollano sull’acqua del lago poco distanti da noi, e si fanno cullare dai fiotti. Il barcaiuolo, ci dice che si chiamano Galbagn e che non sono buoni a mangiare, che però i galbagni di settembre si mangiano con gusto dai paesani rivieraschi.

Il vento soffia con maggior forza, i colpi de’ mortaletti ricominciano, le campane suonano a distesa, il compagno batte i denti pel freddo ed il barcaiuolo bestemmia! Musica del... presente!

Narra il barcaiuolo che di rado succedono disgrazie sul lago, ma che l’anno scorso durante una notte buissima due barche si investirono ed ambedue si capovolsero, che d’allora in poi i barcaiuoli furono obbligati a munirsi del fanale. Sempre la solita storia! Ora però dimentichi, obliano il fanale e tornano all’antica.

Siamo nel bacino di Peschiera, è grandiosissimo. Ha per capo Sale Marasino co’ suoi grandiosi lanifici e per punta Sulzano. Il porto maggiore di Peschiera è affollato, molte tavole sono schierate al sole. Su di esse brillano di color argentino piccoli pesci, che si nominano aole e che si fanno seccare e si conservano un’annata. Poniamo piede a terra. Mentre ci dirigiamo dall’avv. Maraglio che gentilmente s’incaricò di farmi conoscere tutta l’isola a varie riprese.


[p. 156 modifica]

II.

Un giorno nefasto. — La via di terra. — Approdo a Peschiera. — Preparativi per la partenza. — In barca. — Le novità di Peschiera. — Lo schioppo ed i beccaccini. — Carzano. — Negozio di cuori. — Santa Lucia. — Un giro d’occhio. — L’isola di Loreto, le sue rovine e le sue monache. — La Siberia dell’isola. — Panorama. — Industria. — Le vie di Parzanica. — Zone. — Da Zone al Golem. — Tavernola. — Predore. — Cambianica. — Siviane, — La torre. — I ss. Faustino e Giovita. — Piis lacrymìs. — Peschiera e Siviane. — La valletta della comare. — Il cimitero di Siviane e le sue quattro allegorie. — Il bacino di Tavernola. — Il castello di Martinengo. — S’annotta. — Poesia e melanconia. — L’isola di s. Paolo. — L’eco famosa. — Senzole. — Peschiera. — Le rovine degli Oldofredi. — Tragitto. — Da Sulzano ad Iseo.


Era un giorno di venerdì... (12 dicembre). Amico mio, non ti vengono i brividi nel leggere queste asprissime parole? Sì... Ebbene anch’io fremetti nello scriverle. Non so se gli antichi mettessero fra i giorni nefasti quello consacrato a Venere, ma molti dei moderni lo pongono certamente. Fra questi molti ci sono anch’io. Nato in giorno di venerdì non mi capitò disgrazia che in venerdì non fosse. Conosco alcuni fra gli amici miei che assai più di me ha questo giorno in abborrimento. In venerdì egli non intraprenderebbe viaggio mai; nè affare qualsiasi. Quasi non mangerebbe per tema di sentirsi avvelenare, non uscirebbe di casa per tema di vedersi assalito dagli assassini, o portato via dall’aria, non dormirebbe temendo di più non risvegliarsi. Un matrimonio in venerdì... orrore! Questo fatto basterebbe per avvelenare tutta la vita. Non è vero, caro amico, che il venerdì è un giorno malaugurato, tremendo nemico all’uomo ed... alla donna, da segnarsi col carbone? Lo dico schiettamente: mi legherei per tutta la vita a quel benefattore che sapesse cancellare da tutti gli almanacchi o almeno cambiargli nome, mettere, per esempio, Giunonedì, sarebbe meglio!

Propostomi di recarmi a Peschiera per fare il giro dell’isola, scelsi la via di terra fino a Sulzano. Qui mi imbarcai coll’avv. Maraglio, e scesi davanti alla sua casa ospitale ove ci attendeva con un buon pranzo la sorella Maria, gentilissima sempre. Dopopranzo ci imbarcammo di nuovo per il giro tanto desiderato. Il tempo non poteva essere migliore. Un sole di primavera pareva ci insinuasse adagio adagio nelle vene un canaletto di acqua tepente. L’aria spirava frescolina ma leggiera. Febo ed Eolo insomma si erano dati la mano per proteggere la nostra ardita spedizione attorno a Mont’Isola.

Caso strano.... in Venerdì!

Ad un tratto. — Fra una ciancia e l’altra — domando alla mia scorta e guida:

— E così? A Peschiera che novità ci abbiamo?

— Oh, una importantissima, straordinaria!

— Perdio! esclamai tutto curioso, e cos’è?

— Un matrimonio in vista!

Mi permisi di ridere. Un matrimonio non mi pareva cosa nuova.

— Ed io come sindaco cingerò la mia brava fascia ed unirò gli sposi.

— Oh, oh! [p. 157 modifica]

— Non rida. Non sa ella che a Peschiera i matrimonii sono rari come le mosche bianche — che quando si arriva a combinarne uno, quasi quasi si perviene a toccare il cielo col dito!

Pardon! Se cosi è, accetto i matrimonii come novità di Peschiera.

E per un poco si fe’ silenzio. Più non si udiva che il rumore del remo ed i vigorosi colpi di stantuffo della pipa del mio compagno. Lui pensava forse alla sua fascia tricolore, che avrebbe finalmente potuto cingere in pompa magna, ed io immerso in considerazioni economico-sociali mi domandava perchè i pescatori di Peschiera abborrissero o non si curassero per lo meno dell’unione matrimoniale....

Approdammo presso a Carzano. Qui comincia la stradiciuola, che facendo il giro dell’isola, va a finire a Peschiera. In mezz’ora vi eravamo giunti. Carzano è frazione di Siviano, (capitale dell’isola) quantunque disti dal capoluogo moltissimo. L’abitano pescatori e fabbricanti di reti. Il porto è grande. Molte barche cariche d’attrezzi da pesca lo occupano. La vista sul bacino è vasta e stupenda. Siamo di fronte a Sale Marasino. Ad un tratto una curiosa insegna mi addita un curioso negozio che finora non conosceva per quanti paesi abbia girato. Lessi su quest’insegna: T. C. vende licuori ed altri generi (!).

Entrammo in chiesa e la trovammo piuttosto bellina con in sacrestia un quadro di merito. Il sagrestano era tutto occupato ad ornarla di tende e di fastoni a frangie d’orpello.

— Che v’è di bello? Domandai!

— Santa Lucia, — mi rispose (13 dicembre).

A proposito di Santa Lucia bisogna che parli di una costumanza vigente in questi paesi.

Si fa del giorno dedicato a santa Lucia una specie di capo d’anno o di Epifania; cioè ogni bimbo sul mattino di tale festa ha diritto! a regali dai genitori e dai parenti. Alla sera antecedente mettono essi una scarpetta fuori della finestra o sotto al camino, e quella notte dormono agitati, anziosi. Il giorno non viene mai. Eh sì. Lo dice il proverbio: La not de santa Luzia la più lunga che ghe sia. Appena desti la prima parola che lor corre alle labbra è «Santa Lucia la scarpa l’è mia.» Saltano giù dal letto, corrono al camino o alla finestra. La scarpetta è là tutta fiorita, piena di confetti, o di giocatoli. Ma non basta. Dopo si gira il paese e si va a far visita agli zii, alla zie, ai cugini, al padrino, alla madrina, a tutti quelli con cui si ha o affinità o parentela. E la messe dei regali è per lo più abbondante. Per ragazzi buoni, santa Lucia è generosa, pei cattivi invece è inesorabile. Una mamma non può castigare maggiormente un figlio cattivello che privarlo dei doni della santa.

In questa chiesa sopra ad una specie di bossolo lessi un’altra grottesca iscrizione, resa così dalle bizzarrie del tempo, più che dal capriccio dell’artista, e degna di essere riportata. Essa dice così: «Elemosina per le mime del Purgatorio». Povere Mime, è vero però che le avrebbero potute mandare all’inferno.

Passato Carzano il panorama si fa più ampio e più bello. Sale Marasino scompare a poco a poco, ed i boschi d’ulivi vieppiù deliziandosi dei caldi baci del sole si fanno più spessi e [p. 158 modifica]più belli. I loro frutti abbondanti e ricchi di colore e di sugo cominciano ad essere raccolti. La punta Gölem (Guglielmo) col suo dorso appiattito carico di neve[7] fa un singolare risalto sulle nere roccie a picco su cui torreggia. Più sotto, posta a cavaliere di un nudo scoglio, sorge una chiesa. È il Santuario di San Pietro. Più in basso è la chiesa di Vesto, frazione di Marone. — Ecco Marone, villaggio industriale, attivo, ricco, colla sua chiesa della pomposa figura.

Davanti a Marone, e proprio in mezzo alla parte del lago divisa dall’isola sorge dalle onde come dorso di tartaruga, un nudo scoglio assai pittoresco in mezzo a cui pochi e sottilissimi arbusti pajono nutrirsi più di aria e di spruzzi che di terra. Eppure quello scoglio così deserto e così derelitto, fu in tempi lontani abitato. Vaste rovine danno l’idea di un esteso fabbricato che colà sorgeva. Si notano le traccie di una chiesuola, il cui bronzo chiedeva — tempi addietro — timide monachelle dal dormitorio al coro. Sì, quelle rovine che un sole ardente par faccia l’estate divampare, che le placide onde del lago, talvolta spruzzano di chiare goccie, furono altra volta convento (Secolo XIV), pio ricettacolo a femminette, o stanche del mondo o infervorate dell’amore di Dio. Lo scoglio ha nome Loreto. Caso notevole! Esso si trova sulla parte opposta dell’isoletta di S. Paolo, e Mont’Isola serviva a dividere i frati delle monache. Dicesi distrutto da Napoleone I.

Dopo aver arrestato per un po’ di tempo i miei pensosi sguardi sull’isolotto di Loreto, colla mente in preda ad una quantità straordinaria di idee le une più bizzarre delle altre, ricondussi gli occhi sui miei passi, e non potei trattenere un mezzo grido di stupore. I verdeggianti olivi erano totalmente scomparsi — ove prima essi erano, sorgevano castagni e quercioli delle foglie inaridite. — Il verde era sparito. — Fredde, nordiche ombre tenevano indietro i raggi fecondanti del sole — la terra pareva avesse mutato pienamente aspetto. Mi trovai insomma nel mezzo della Siberia dell’isola. Questo luogo per amara ironia lo nomano il Paradiso. Oh! allorchè mi vidi rapire ad un tratto alla vista di tanti tesori di vegetazione — divenni triste — e procedetti silenzioso e meditabondo!...

La vista della deliziosa villa di Vello sormontata dai pittoreschi suoi corni, ricca d’olivi sfolgoreggiante di sole mi distrasse. Il grandioso stabilimento di filatura in seta Vismara mi si presentò allo sguardo — e fra mezzo alle piante mi parve di scorgere l’alta torre di una fornace di calce sistema Hoffmann e Chinaglia.

Il bacino è spazioso e bello. Ha per estremi Vello e Sale e per centro Marone. Chiudono il quadro le alte montagne del Bergamasco dalle schiacciate cime — fra cui s’alza regina la Presolana. Voltiamo sempre. A sinistra, in un seno sulla riva, mollemente si adagia Riva di Solto villaggio ricco di una filanda a vapore di Martinoni. Solto gli è sopra con bei palazzi. Da Sotto vedesi la Valle Cavallina, interessante per un grazioso laghetto di Endine e per il villaggio di Trescorre, ove fu Garibaldi all’epoca dei fatti di Sarnico. Da Trescorre la strada conduce a Bergamo. — Voltiamo sempre. — Si vede il lago fare una svolta dietro alla punta di Vello ed addentrarsi in altra valle per impicciolirsi di lì a poco e ridursi al semplice Oglio, poco lungi di Lovere e di Pisogne, paesi di cui il primo sulla riva bergamasca ed il secondo sulla riva bresciana. Ove cessa il lago — incomincia la Valcamonica. [p. 159 modifica]

Lo spettacolo varia quasi ad ogni passo che si muove in giro. Eccoci di fronte a Parzanica — villaggio alpino — più elevato del Monte Isola, incrostato su erte pendici. È dominato dalla cappella della Trinità. Dice la leggenda che una donna che dai paesi vicini si reca in matrimonio a Parzanica deve partorire sette volte. Così si esprimono volgarmente: «Una dona besogna che la fasse set volte per andà a Parzaneca»[8]. E sapete perchè? — Per arrivare a Parzanica da Iseo, conviene prima di tutto mettersi in barca o scalare addirittura non troppo comodi dirupi. Al luogo dello sbarco, incomincia e s’arrampica su per i fianchi del monte una stradicciola che forma sette enormi zig-zag e mette in paese. Per una donna che si reca a marito, e che passi per di là, ognuno di quei zig-zag vuol dire un parto, se poi il fatto abbia già dato ragione a questo detto popolare, veramente io non saprei....

Un altro motto sulla classica via di Parzanica. D’un ubbriaco che si studii di tenere or l’uno or l’altro fianco della strada si dice: El va come la bià de Parzanega. Gaspare Gozzi disse invece: «Va come van dipinte le saette.»

Presso allo sbarco per accedere alla via di Parzanica è un angusto stretto circondato da molte case fronteggiate da grandi portici. Tal sito si chiama Portirone.

La Siberia dell’isola la si lascia indietro. Ricominciano gli olivi a rallegrare la vista e l’animo pare che si sollevi. I miei occhi si fissano su Marone, che fa pompa delle sue bianche case specchiantesi nel lago quasi a me di fronte. Poco più oltre la nera imboccatura di un sotterraneo sottostante a un dorso di monte assai pronunciato, mi si presenta. Per essa passa la strada che trae alla Valcamonica, una strada costosissima, tutta fatta a sussidio di Comuni, specialmente di Pisogne.

Domina Marone un vasto terreno tutto a frane. Ivi si osserva un curioso fenomeno. Le terre ed i sassolini che si staccano, cadono sopra una spianata. Parte del terreno franoso è protetto da massi cosicchè a poco a poco vennero erette maestose piramidi, la di cui cima formata ordinariamente da neri ciottoli, si distingue abbastanza dal luogo in cui mi trovo. Un po’ più sopra è Zone, villaggio ai piedi del colosso che appellasi Gölem, epperciò eminentemente alpino e tutto dedito all’allevamento dei bestiami. La pronunzia è in questo villaggio aspirata in modo unico. Domandate ad uno di questi abitanti:

— Di dove siete?

Me ho de Hu! Vi risponde e pretende che interpretiate il suo detto per: «Io sono di Zone.»

Del resto a parte la pronuncia piuttosto caratteristica ed abbastanza inintelligibile, questo villaggio merita d’essere visitato e studiato massime per le squisitissime mascarpe che in esso si fabbricano. Dunque, cari lettori, lo visiteremo nella prossimi passeggiata e ciò resta inteso. [p. 160 modifica]

Ora continuo. La mia cara guida, mi dice che da Zone si gode vista stupenda, sul lago specialmente. Secondo motivo per animarmi ed andarvi, che di lì in due ore si conquistala punta del Gölem (Guglielmo) da cui l’occhio meravigliato, estatico si estende sulla pianura lombarda, fino alle montagne di Parma, ecc., ecc.; terzo e più potente motiyo per decidermi. Noi altri alpinisti, non invochiamo ne’ sogni nostri che punte di monti, roccie scoscesi; precipizi orrendi, cascate, ghiacciai, orrori e bellezze di ogni genere insomma e ci chiamano felici quando i nostri sogni possono mutarsi in realtà e... allora.... ma non Igli avvenimenti. Benedetto venerdì, mi fa sempre fuorviare.

Siamo sempre sul territorio di Siviano, anzi ci andiamo sempre avvicinando al villaggio che porta questo nome, le cui due prime sillabe potrebbero benissimo derivare dal latino e l’ultima essere pretto italiano. Intanto giriamo sempre intorno all’isola ed il panorama come sui vetri di una lanterna magica va sempre cambiandosi e facendosi sempre vieppiù interessante.

Viaggiamo verso sera. Il terreno è con diligente cura coltivato a viti a vari sistemi, ma in gran parte alla francese. Gli olivi carichi di frutti, si fan sempre più spessi.

Ecco Tavernola, grazioso villaggio sul lago con un palazzo Caprioli, il cui bacino vi offre uno sfondo bellissimo, sormontato dalla frazione Cambianega e dalla pittoresca ed accuminata punta di Vigolo. Su una delle creste sottostanti a questa punta in mezzo ad amena prateria sorgono come per incanto, tre bianche casette in fila, da cui si vede Predore a volo d’uccello. Si cominciano a scorgere alcune case in riva al lago già incorporate al comune di Siviano, dette il Porto di Siviano.

Eccoci ad un tratto in presenza della prima tappa, della regina occidentale dell’isola! Siviano (890 abitanti), è a cinquanta metri sopra il livello del lago, ed è incrostata su una deliziosa pendice, ubertosissima, e dominata da un superbo campanile merlato, costrutto di enormi massi. Ne faccio le meraviglie. L’avvocato notaio (ed ora anche cavaliere) mi risponde: «Quel l’è un gran fra-bricu tut de pret picà[9].

Un confronto fra Peschiera e Siviano regalatomi dal compagno:

Peschiera, villaggio di pescatori, ha le case dall’umile apparenza, gli abitanti sono rozzi, non curanti della moda nè dei comodi, tutt’altro!!!

Siviano, villaggio di fabbricatori di reti, i quali girano esercitandola loro arte per gran parte dell’orbe. Le case civili, pulite, fornite di una quantità di piccoli agi che s’impararono a conoscere fuori patria e che nella patria si introdussero. Di Siviano sono quasi tutti i fabbricatori di reti che trovansi nelle principali città d’Italia.

Siviano ha per prodotto principale l’olivo; e l’uva ed il frumento non fanno difetto. È più in alto di Peschiera, e si trova proprio poggiato sul di dietro di essa, a metà isola, cioè [p. 161 modifica]Immagine dal testo cartaceoGUGLIELMO — Lago d’Iseo. Immagine dal testo cartaceoCIMA DEL MONTE DISGRAZIA — Valtellina. [p. 162 modifica]a circa quattro miglia di distanza, sì da una parte che dall’altra: Sulla riva del lago, vi sono parecchie case di cui alcuna assai pulita. Ivi è il porto grandioso ed affollato da barche peschereccie.

Entro in una casa che qui possiede l’avv. Maraglio. Senza accomodarci per niente, ci ristoriamo un poco ed esciamo per visitare la campagna sulla collina. Si raccolgono le olive. Le scale per quest’uso sono particolari. Un palo lungo lungo, terminante in piede diviso in due coi piuoli all’infuori. Il raccoglitore vi si arrampica con destrezza, e coglie e getta in un sacco legato ai fianchi e tenuto aperto da un arco, manate di quei frutti, da cui, (copiando Mantegazza) si distilla una larga vena di morbido liquore. L’olio vi è squisitissimo.

Andiamo a visitare la chiesa. Posta essa su una bella altura domina un panorama non troppo vasto ma stupendo. Una piccola piazzetta a cui si accede per doppia scala le è davanti. I ss. Faustino e Giovita furono scelti fra la miriade di Santi del Paradiso, e ad essi fu dato l’incarico di proteggere chiesa e villaggio. Questi due santi son più bresciani che altro. Anzi non solo Siviano è posto sotto la loro cura, ma la provincia tutta. Sentite la loro istoria:

Quando Niccolò Piccinino imperatore, discese in Italia ed assediò Brescia, i signori militari Faustino e Giovita erano fra le schiere dei difensori della forte città. Vedendo essi come le palle nemiche danneggiavano non poco gli uomini e gli edifici, immaginarono uno stupendo spediente per scongiurare il danno. Pensato, fatto. Salgono animosi sulle mura, allargano le palme della mano e parando a dritta ed a manca, respingono sugli assalitori ad una ad una le palle inviate ai Bresciani.

Questo fatto fu più che sufficiente per elevarli all’onore degli altari e diffatto lo furono e con grande onore si venera in loro i Patroni della provincia. La loro festa si celebra a Brescia il dì 15 febbrajo con musica e fiera, con vendita massima di castagne biscotte.

Presso alla chiesa è una cappelletta-ossario. Sul suo fronte ne sta scritta semplice ma stupenda epigrafe: Piis lacrymis.

La chiesa è bella, grandiosa e ricca di molti lavori in vari marmi disposti a mosaico. Le donne sono separate dagli uomini con una piccola barriera.

Esciamo e seguitiamo il nostro cammino.

La Madonna della Seriöla, a cui si può salire in brev’ora, fondata sul culmine estremo del monte, spicca in tutta la sua bellezza.

Una pia iscrizione mi arresta:

«Se brami, o passeggier, sicura via
Fermati a recitar l’Ave Maria

Un’Ave e avanti. Passiamo sotto ad un antico torrione circondato da reliquie di vetusto castello. Incontriamo un pilonetto (edicola) presso a cui ricca di lussureggiante vegetazione è una piccola validità. [p. 163 modifica]

Ecco il cimitero di Siviano. È sulla nostra destra. Null’altro di particolare vi si scorge, fuorchè parecchi affreschi antichi fatti sulle pareti esterne del muricciuolo che lo circonda. Essi rappresentano la Storia della morte in quattro quadri.

1. Due cari sposi se ne vanno alla passeggiata stretti stretti dandosi il braccio. Il marito ha caldo e tiene il capo scoperto, la moglie scherza col parasole. Ad un tratto la morte lor piomba addosso colla adunca falce e li rende scheletri addirittura.
2. Eccoti un vecchio pescatore tutto intento a rabberciare una massa, (bertel) seduto su un tronco. La morte in gonnella gli è davanti fiera ed inesorabile. Tiene in una mano una classidra e fissando il vecchio ed addittando col dito il precipitare lento-regolare della polvere gli grida: «Vecchio fa presto — non hai più che tanti minuti!» e coll’altra mano allungata a tergo è lì per afferrare la terribile falce postata su un albero sfrondato su cui ride sinistramente una civetta.
3. Cloto, Lachesi ed Atropo, le tre parche, fanno le spese del quadro filando la vita dell’uomo. Cloto da vari anni seguita a filare la canocchia. Lachesi aggira il fuso ed Atropo taglia il filo.
4. Un nobil uomo è in carrozzella comodamente sdraiato e legge attentamente... l’Unità Cattolica. Un servo ravvolto in stupenda livrea è seduto dietro a cassetta. Due baldi cavalli volano perseguitati dalla sferza del loro padrone ed una farfalla svolazza sopra di essi. Sul più bello la morte (sempre lei) si ficca fra i cavalli, afferra le redini e... taffate, e nobili e servo diventano scheletri. Che tremenda lezione dell’eguaglianza sociale!

Che ve ne pare, lettori cari, di queste allegorie?

Il castello dei Martinengo, ritto sul suo grazioso poggio sporgente in lago si presenta pomposo colle sue mura merlate, colla sua alta torre e colle due torricelle agli angoli.

Vi saliamo, passando per un sentieruzzo ineguale. I tetti sono spariti, ma le pareti a massi enormi sono ben conservate. La facciata è imponente. Fra ferritoie s’apre un elegante portone a frontone e pareti lavorate in pietra. Sul frontone leggesi il motto: EX ALTO, profondamente inciso. Il ponte levatojo non è più; al suo luogo è un uscio a stecche di legno mal connesse, restano i fossi. Il lato che volge il lago guardando l’isola di S. Paolo, che è li in faccia, sovrasta un burrone quasi inaccessibile. Da questa parte non vi sono agli angoli le torriciuole.

La posizione è veramente stupenda, il panorama che vi si gode incantevole ed ampio. E lì di faccia S. Paolo, l’isola fatata, più lungi Montecolo e Montecolino, due penisole gettansi in lago poco lungi da Sulzano l’una, l’altra più vicino a Pilzone, a tutto sovrasta il Gölem[10] che domina. Il lago presenta il suo più vasto e grandioso bacino con Predore, Iseo, Sernico e cerchio dalle montagne d’Adro, Rovato e Coccaglio.

Annotta. Un cielo di bigio lapis con gradazioni tendenti al giallo d’oro è in fondo in fondo, dalla parte ove or ora cadde il sole. Le montagne si rivestono d’una tinta turchiniccia, e pare che, ora sfumino a poco a poco, ora che gradatamente si avvicinino. Un’auretta piut[p. 164 modifica]tosto fredda che fresca, mentre fa sussurrare misticamente le frondi, increspa lievemente le azzurre onde del Sebino. Qualche vela in ritardo volge alla terra. Un rumor argentino di campane rompe la monotonia della natura che lentamente s’addormenta. È l’Ave Maria! In ginocchio!! L’anima è ad un tratto ripiena delle più dolci e meste impressioni, l’occhio contempla muto estatico uno spettacolo d’incanto, ed il pensiero corre, corre sbrigliato ai lidi più remoti della fantasia; i padroni del castello gli si presentano d’innanzi, rumori d’arme fanti e cavalli pare che lo agitino ed il cuore ad un tratto sente una stretta. Chi sa cosa avrà sognato la fantasia? Forse qualche orrore di guerra, un qualche assassinio commesso li vicino, la morte di una bella castellana....

Questa visione lentamente svanisce, svapora. Una voce limpida, robusta s’eleva dal mezzo del lago. È un pescatore che pingui le reti, ha spiegate le vele e rema per ritornare alla famiglia a cui apporta il vitto per alcuni giorni, in mezzo alla quale mangerà fra poco un umile cena, ristoro alle forze, nuovo stimolo a nuove fatiche. E la sua voce si faceva più distinta e destava gli echi vicini:

«Deghe ’l bot a la campana
Fin ch’el veg el fa la nana
En tat ch’el veg el fa la nana
La scetta la fa l’amor...
.....................
.....................

Nom che se fa tarde.

È l’avv. Maraglio che parla e che mi distrae da quel caos d’ammirazioni in cui uno spettacolo indescrivibile mi aveva immerso.

Scendiamo un po’ frettolosi, ma il mio occhio più che al sentiero bada ai monti. Ad ogni tratto un sasso fra piedi mi fa vacillare, ma è inutile, son troppo assorto perchè me ne curi.

Ci avviciniamo sempre più all’isola di S. Paolo. Semi-immersa nelle tenebre, butta fuori dalla superficie increspata dal lago, la sua chiesa, il suo campanile, il vasto suo fabbricato, i suoi olivi.

L’isola di S. Paolo, come altre volte già dissi, era un convento di frati. Quando i beni ecclesiastici furono colpiti dalla legge, il demanio sarebbesi volentierissimo assorbito quel bocconcino; ma eccoti che sorte la Superiora delle monache di Lovere, la quale mostra un bravo atto da cui risulta come qualmente l’isola è sua, proprio sua. Come ella l’abbia ereditata o acquistata dai monaci di S. Paolo io non saprei. Il fatto sta ed è, che le monache di Lovere, che vivono in corporazione con redditi proprii, ne sono le proprietarie, sotto il nome della madre Superiora. Ora l’isola è trasandata. Si affittò per magazzeno ed in questi giorni serve a ritirare le olive.

Oh! oh! oh! oh!

Oh! oh! oh! oh! [p. 165 modifica]

Siamo all’Eco ed essa ha già dato i suoi famosi responsi. Ad un tratto mi ricordo d’aver letto nei manifesti della Società di Lovere per la navigazione a vapore sul lago d’Iseo all’epoca delle corse di piacere, che l’Eco di S. Paolo ripete un endecasillabo del Tasso e mi metto subito all’opera, recitando endecasillabi di tutti i poco conosciuti e non, i miei compresi.

Trovai che l’Eco di S. Paolo esaurisce pienamente il programma impostole dalla Società delle Corse di piacere e che l’uno dopo l’altro mi ripetè tutti i versi che mi piacque confidarle.

Procedendo dall’Eco a Peschiera ci par di camminare sotto ad un delizioso pergolato tutto d’olivi. Il bacino più grande e più bello del lago tutto ci si presenta sotto incantevoli forme. La posizione è quant’altre mai stupenda. Oh, quanto starebbero bene schierate sulla sponda una cinquantina di ville tutte a fiori, ad aranci, ad olivi, mentre non vi sono che casupole!

Dietro è il monte, a destra domina il castello colle sue imponenti rovine, a sinistra e di fronte penisole, monti, lago.

In poco men di 20 minuti giungiamo ad un seno lussureggiante di olivi che formano un folto bosco che s’arrampica su per la collina e di fitta ombra inonda la terra. Questo seno è detto Sensole (forse da Sinus-olei), ed è ancora in territorio di Siviano.

Poco dopo entriamo sul territorio di Peschiera. Sulla riva lunghe striscie di pietra, sparse di dighe, sono disposte per la pesca delle aole, pesciolini che fatti seccare e salati, si conservono per un anno.

Eccoci alle grandiose ma informi rovine del castello degli Oldofredi, i signori di Iseo. Esse sono ora ridotte ad abitazione e poca traccia conservano della loro antica forma.

Dopo ben sei ore di camminata eccoci ritornati a casa del caro ospite, guida e duce. Tutta festante ci viene incontro la signora Maria. Un raggio di trionfo io le leggo negli occhi e mi rallegro interamente poichè troppo bene interpretai il suo significato. Passando innanzi alla sala da pranzo, dò un’occhiata, tutto è pronto a meraviglia. Allora mi sfugge dall’appettitoso petto un sospirone lungo lungo.

Ci ponemmo a tavola e per ben tre ore la battaglia dell’uomo colla carne, col vino, cogli altri dolcissimi intingoli, durò vivissima. Alfine ci dichiarammo vinti! Umiliante sconfitta!!

Dopo si pensò a ridire, a contar delle storielle ed imparai due frasi in dialetto bresciano molto graziose di cui la seconda pare il canto di un ranocchio. Eccole tutte e due:

Tò te Tita tò tal ai. — Prendi o Tita, compra tanto aglio. E l’altra: Al caffè: Deme na quac aqua de quac qualità?

Da un po’ di tempo erano suonate le dieci e mi trovavo piuttosto bene. Volli resistere ad ogni viva sollecitazione da parte del fratello e sorella Maraglio e loro dichiarata la mia profonda riconoscenza per tante cure e premure, misi a bandoliera il fucile, calcai sul capo il cappello, ed accompagnato dai gentili miei ospiti, scesi in giardino, di qui al piccolo porto e d’un salto fui sulla barca del solito Caronte che m’aspettava. [p. 166 modifica]

A Sulzano posi piede a terra. Era notte ma il cielo splendea di miriade di scintille. Scivolando sulla neve e sul ghiaccio, camminai, camminai con furia. Non ero più io che guidavo le gambe, erano le gambe che guidavano me e che correvano con moto uniformemente accelerato, ma in gran parte meccanico. Poco prima della mezzanotte giungevo ad Iseo e poco dopo dessa mi ponevo a letto. E.... buona notte!


III.


Una prefazione in cui l’autore confessa le sue relazioni colla caccia — Gli spingardieri di Iseo — Profilo tra parentesi del teatro di Iseo — Un invito durante una rappresentazione drammatica — Le papparelle al sugo e le opinioni su di esse — Lo svegliarino, una pagina del Koch, il sonno e la sveglia — Toilette — In piazza — Battute d’aspetto — La messa ed il melappio — Battista An.... — Il nostro troino — Si presentano Coseno ed i suoi uccelli — La natura — La Manchester d’Iseo — Cascatelle e zig-zag — La Villa Coseno — Il nostro barcaiuolo — Le moderne invenzioni — Il sole e la terra? — Gambaro o tartaruga? — La casa di Pilzone — La Primavera — Alla caccia! — Il banchettino della spingarda — Strategia e destrezza — Fumo e colpo — Morte! — L’Ora e le crespe del lago — Il colle di Suf e la chiesa di S. Gregorio — Il vapore — La torre di Pradore e la sua leggenda — Furbe le anitre! — Una sfaluciada — Episodi — Nebbie e ora — Indietro! — Parzanica e Cambianica — Una scorza a terra — Portirone! — Affammati all’attacco d’un pranzo — Arte e natura — Il S. Gottardo — Caccia vana — Vane speranze — Sbarco a Covolo e ritorno ad Iseo.


Senza aver la pretesa di esser stimato cacciatore di cartello nè il diritto di scrivere tale qualità in seguito al nome sul mio biglietto di visita, come fece un certo mio amico spietato trucidatore di uccelli e di lepri, il fatto di possedere io un fucile cogli accessori, di munirmi ciascun anno del permesso di caccia e di amare con passione la selvaggina nuotante nel.... brodo, nel burro o arrostita collo spiedo, mi dà l’aria di dilettante di concetto.

Se poi volessi narrarvi alcune delle varie gesta alla caccia, vi farei anche ridere, ma taccio poichè un bel tacere non fu mai scritto, tanto più un riso smodato potrebbe esservi fatale.

In vita mia non mi era mai provato alla caccia sul lago. La dimora in Iseo doveva offrirmi finalmente un tale spasso.

Qui molti miei amici distruggono colle spingarde centinaia di anitre all’anno. Fra questi, due specialmente, i signori An. e Bon. i quali possedono un barchettino ed una spingarda degni di rinomanza. Ambidue, lungo la stagione venatoria, mi avevano fatto reiterati inviti perchè li accompagnassi nelle loro scorrerie, ma che volete? ora questo ora quell’altro affare sempre mi impedirono dall’accettarli. Finalmente.... ma permettete che dopo una tale sinfonia cambi tuono.

La sera delli 29 marzo assistevo nel nostro teatro massimo ed unico (teatro improvvisato dentro un magazzeno di grano, ricco di ventilazione, di scenari, di loggia eretta a spese di azionisti (!) e di una compagnia di 20 e più membri, discreti tutti, meno i bimbi [p. 167 modifica]inferiori agli anni quattro che non si produssero mai). Si rappresenta un dramma o una commedia, più non mi sovvengo, e, mentre ero a capo fitto dentro una conversazione animatissima, un:

— Eh! C....? mi interrompe. Era l’amico Bon.

— Ebbene!

— Domattina levati alle 5, e portati davanti casa mia. Andremo sul lago.

— Va bene, risposi, e continuai a contare frottole ad una amabile vicina.

Dopo la rappresentazione e dopo aver mangiato all’Albergo del Leone una buona porzione di paparelle al sughillo ottime per ingrassare come asserisce il carissimo Pietro R. ed anche per tenere le funzioni del corpo in esercizio, come sovente mi ripete l’egregio Dottor Z. altro ottimo e venusto mio amico, mi portai a casa, montai lo svegliarino, lessi una pagina della «Dame aux trois corsets di M. Paul de Koch» e mi addormentai su quella profondamente, pronto a sognar anitre a profusione.

Lo svegliarino disimpegnò egregiamente il suo compito. Scosso di soprassalto mi vestii con furia.

Suonavano le 5 all’orologio del mercato ed albeggiava. Pochi negozi cominciavano ad aprirsi, ma i caffè erano già frequentati, e per la piazza passavano ratti ratti altri cacciatori ardenti dal desiderio di abbracciare con onore le ultime cartuccie. Dico le ultime poichè eravamo al penultimo giorno di caccia.

Eccoci di partenza. La via Mirolle è scorsa d’un lampo ed infiliamo la strada che costeggia il lago e che mena a Lovere, passando per Pilzone, Sulzano, Sale Marasino, Marone, Vello, ecc. La mattina è bellissima. Poche nebbiuzze si mostrano in cielo color latte battezzato. La brezza che spira è carina quanto mai poichè finisce per bandire il sonno dai nostri occhi ed il pelo del lago, cioè la superficie delle acque, carezzata da essa, si contenta di incresparsi leggermente. Il sole indora le montagne che ci attorniano e pone in grazioso-dorato risalto la pittoresca Madonna della Seriola piantata sul più alto picco di Monte Isola. In poco meno di un quarto d’ora arriviamo a Covelo (piccolo covo).

Covelo, già lo dissi ed ora lo ripeto, è la Manchester d’Iseo. Poco oltre alla pittoresca Busa del Quai, che altre volte descrissi ma di cui parlerò ancora, si vede una fila di case a partire dalla sponda del lago, tagliare la strada e spingersi su, su fino quasi alla vetta del monte. Questi edifici sono tanti di industria. Qui una filanda, là mulini varii, poi piste da crusca, ed altre filande fino alla massima del sempre caro signor Giuseppe Bonomelli. Passato un arco, o meglio un canale che fa da arco, si è in vista dell’acqua che anima quel moto. E ci si presenta sotto vaghissimo aspetto, spiccantesi con furia dal seno di una piccola caverna, scende tortuosa e spumante lungo una ricca d’erbe e di fiori, prateria formando cascatelle a ziz-zag d’una imponente bellezza.

E qui sostiamo. La villa Coseno (villa tanto per dire) del signor Coseno in posizione [p. 168 modifica]bellissima inserviente in parte a fìlatojo da seta, e lambente il suo leggiadro, colle sue bianche pareti, le onde lacustiche accoglie. Qui è il nostro quartier generale, il luogo di partenza per la spedizione a danno delle anitre. La spingarda è lì in un camerino a pian terreno ed il barchetto è nel porto. Puliamo i fucili, li carichiamo, diamo un morso alle provvigioni, mettiamo all’ordine ogni cosa, ed io col Coseno, entriamo nel barchetto d’accompagnamento. Il barchettino d’approccio ci seguirà dopo con Bon. e Ant.

Il nostro barcaiuolo è un buon uomo ed un uomo vigoroso poichè batte dei remi, con vigoria fa avanzar il barchetto con forza. E’ di Pradore, fu soldato ai tempi dell’Austria contro l’Italia, poi disertò e visse profugo per alcun tempo. Ammesso che «il mezzo del cammin di nostra vita» si incontra a quarant’anni egli lo ha già varcato ma di poco a giudicare dalla sua fisonomia. Loda il suo burchiello come uno dei più leggieri e volanti del lago, e per confermare il suo detto si vanta di aver con esso fatto in poco più d’un quarto d’ora traversato da Iseo a Pradore, con quattro remi però. Odia e maledice l’invenzione delle serrature e dei catenacci, e corrobora le sue maledizioni coll’offrirci uno spettacolo di sangue, sì di sangue, poichè si ferì largamente una mano nel chiudere la porta di casa e di sangue rosseggiano i suoi abiti. Orrore!

Il sole intanto prosegue il suo corso, volevo dire la terra, poichè credo a Galileo come a Gristo, anche a dispetto del santo ufficio. A poco a poco Censane, Sarnico, Iseo, Pradore, Tavernola, l’isola di S. Paolo, luccicano di vivo splendore. E le erbe ed i primi fiori primaverili si ringalluzzano sotto quelle vampe solari da cui traggono forza e bellezza.

Io intanto fiuto l’aria per vedere se le anitre si approssimano ed esse mi accorgono prima ancora che l’occhio valga e segnalarlo. Nulla di nuovo e... avanti.

La mezza torre di Pradore è li davanti, ferma, sfidante i tempi e le tempeste. Però dalla cima dei suoi merli par che ad ogni tratto s’alzi una mano ed una voce e tanto l’una che l’altra devono dimandare o compassione o vendetta.

Quali dei due?

Il barcaiuolo mi narra la storia della torre, quale è ricordata nel suo paese.

— Ai bei (eh?) tempi dei Guelfi e Ghibellini, ei dice, vivevano due nobili giovanotti. Essi erano figli dello stesso padre. Il quale morendo, lasciò loro in eredità una torre circondata da rovine di un castello smantellato per guerra. — Ora avvenne che di questi due fratelli l’uno si fe’ Ghibellino, Guelfo l’altro.

Quindi l’odio il più terribile fra di loro si accese e divampò. E, divise le opinioni, incominciarono col dividere pure le sostanze paterne. Nulla di comune voleva aver l’uno coll’altro.

Restava la torre.

— Tiriamola a sorte?

— No; pur quella si divida!

E chiesero a se operai muratori, i quali si posero al lavoro inesorabili e indefessi. La torre fu tagliata in due, ma giunta l’opera loro quasi a termine una parte cadde, e l’altra, [p. 169 modifica]Immagine dal testo cartaceoIl Vecchio Ponte del Diavolo. (Vedi Valichi Alpini, pag. 47quale ora si trova, continuò e continua a testimoniare quanto l’ira di parte sia inflessibile e tremenda. — Sarà vera?

Ora la mezza torre di Pradore passò in proprietà dei conti Passi di Bergamo.

Furbi i nedrocc! Scappano che è un gusto. Ecco delle nedrelle (anitrelle) e dei garavelli.

« Sotto — sotto!»

Ed i cacciatori si fanno sotto ed — usando di tutte le astuzie, per restare inosservati — approffittano per meglio nascondersi dai riflessi del sole, dell’increspamento delle onde, or scuotono il barchetto, ed ora fanno rumore per aggruppare le anitre, ed il fragile schifo, agile e quasi invisibile vola sempre... L’ora bergamasca (vento che vien da Bergamo) continua.

L’onde increspandosi si tingono di un bel turchino vellutato. [p. 170 modifica]

— Ecco il fumo — ecco il colpo

Num! (Andiamo!)

— Quanti morti?

— Su, per Dio! Voghiamo.

— Urrah alla caccia!

Ma i cacciatori del barchetto noi) si muovono. Che? Gridano:

Um fat capot!

Sfaluciada!

Disgrazia! Ecco una cartuccia gittata all’acqua! Oh! è il lago inquieto! E poi il piombo era troppo grosso, ed il nedrot era troppo lontano!

Ma abbiamo un’ultima cartuccia che non fallirà. Intanto: fuori le vele, e la sorte ci mandi in vista anitre, garavelli, biancocc, una falange insomma di uccelli acquatici, e pum! tutti morti o poco meno. — Ecco le nostre scuse ed i nostri spropositi!

— Oh! comincia Gioan a raccontare in tuono di flebile rimpianto. — Oh! quindici o che anni or sono, quando la caccia sul lago non si faceva colle spingarde, quante anitre si incontravano e si uccidevano! Vi ricordate, amici, di quell’inglese che venne qui e portò per primo la spingarda, e la prima tirlindana? (istromento da pesca). Quanti centinaja di uccelli, quanti centinaja di pesci egli uccise! Allora sì che era una cuccagna! ma poi altre spingarde, altre tirlindane comparvero, e alla caccia e alla pesca gli affari si fecero magri. Quelli dell’inglese erano bei tempi!

— E’ vero, è vero! Erano bei tempi — risposero in coro i compagni, e per un istante si fe’ zitto. A cosa si pensasse, io non saprei. Io pensavo ad una cosa sola.

Era mezzogiorno, e l’appetito mi bersagliava. Avrei voluto mangiare. Bella cosa neh? Certo e naturalissima.

Ad un tratto un

Ociu! Ociu!» (Occhio! Occhio!) ed un movimento rapido, convulsivo della barca scossa dagli individui che la montavano, mi fe’ dare un soprassalto.

Quel certo anitrotto a cui s’era tirato un po’ prima — quasi per schernirci — ci passava davanti a tiro di fucile.

— E’ ferito certo — si disse, e la confusione fatta maggiore dalla trepidazione sorse a bordo. I fucili in spalla, e forza ai remi...!

Inanis impetu! Il messere descritto un immenso giro, e sbattendo fragorosamente vigorissime ali, ci si involò dagli occhi col fare più naturale del mondo.

Altra disilluzione!

Le speranze ad una, ad una, — erano intante! — ci abbandonano, lo stesso tempus (non quel del fugit irreparabile) ci giuocava contro la più grossa partita.

Il vento (Eolo) nemico a noi, aveva scatenato dalle grotte di Lipari, anche l’otre contenente l’ora bergamasca, e questa soffiava sì energica, che le onde non tentavano neppure di resisterle, anzi le facevano omaggio alzandosi in cavalloni e cavaletti spumosi. E le nostre due barchette, sbattute qua e là in ischerzevole modo, parevano circondate da un mare di fiocchi di lana ondeggianti. Il sole (Febo, figlio di Giove e di Latona) era d’accordo col [p. 171 modifica]fratello uterino Eolo nel perseguitarci e, dopo averci fatto un sette od otto smorfie, ci inondò ancora una volta de’ suoi raggi e poi si nascose dietro una cortina fitta tanto da non lasciarci intravedere che un disco di un mezzo metro di circonferenza e color delle gallette giapponesi. E sparito lui, il freddo si fè’ un pochino sentire, talchè io tiratomi sul viso il cappello (della fabbrica Mosca di Biella) e strettomi ai fianchi il fucile, cercai dormire, vagamente cullato dalle onde.

Intanto col sonno s’ammazza il tempo, e Dio voglia che mi svegli a Portirone innanzi con

«Dolce cibo che chiamasi polenta!»

Così pensai io prima d’addormentarmi.

Lo scoppio delle mine della cava di Pilzone, mi fe’ destare.

Maledetta dinamite!

Si voga sempre verso Portirone...

— Ma cos’è sto Portirone benedetto?

— Oh... come siete impazienti — lettori carissimi! — Non dubitate ve lo dirò a suo tempo...

Lasciamo a sinistra Tavernola — bellissimo villaggio specchiantesi nell’onde. — Un palazzo grandioso dalla maestosa facciata ne orna le sponde. Non so se desso sia stato fabbricato ad uso di villa, ma le apparenze — quelle certe apparenze che il proverbio calunnia affermando che ingannano, direbbero di sì. — Però, quello che è certo — il palazzo servì da filatojo da seta. Ora non vi si fila più, anzi si vorrebbe che sia posto in vendita per un buon numero di mille lire. — Che bella occasione per quei certi esseri fortunati che, nel loro bilancio, possono stanziare egregie somme per compera di ville e per «spazzi della vita!»

L’IsoIetta di S. Paolo, che attende sempre l’epoca fortunata in cui potrà cambiarsi da eremitaggio abbandonato in un assordante luogo di delizie, la lasciamo a destra senza che la sua Eco tenti trattenersi il corto corso del nostro burchiello.

Eccoci sotto al castello del Martinengo che dall’alto del suo poggio ci guata biecamente.

— Barcaiuolo, abbassate la vela! Non vedete l’ombra del terribile signore del castello che muta s’aggira attorno alle merlate mura anziosa di vedere i suoi diritti di feudo rispettati anche dalle presenti generazioni? —

Ah! quei tempi passarono — e fortunatamente! La Rivoluzione Francese ha sperso le reliquie del Medio Evo ed i tirannelli ed i loro armigeri — terrore e supplizio del povero proletario — scomparirono cacciati da un popolo che sentiva di dover essere libero e che libero fu — mercè la prepotente sua forza! Più non si è costretti a salutare nè il berretto del tiranno svizzero, nè la bandiera d’un feroce vassallo... ed i barcajuoli ed i pescatori del lago d’Iseo passano cantarellando sotto le mura del temuto castello di Monte Isola — alta la vela ed alta la fronte... — I tempi d’allora — i tempi d’addesso!

Siviano — colle sue foreste d’olivi e col suo classico cimitero preferisce il restare indietro al seguirci.

Tutta nascosta fra lo scuro degli olivi ed il bianco dei fiori delle mandorle, salutiamo [p. 172 modifica]a sinistra Cambianica — frazione di Parzanica — tutta fiera dell’alta posizione che le diedero gli uomini, e del bel cielo che le diede la natura.

Presso la riva sono graziosi boschetti di lauro — facienti singolare risalto col lor verde oscuro brillante — sul cenericcio delle olive e che si stendono su pel monte fino ad altezza considerevole.

Eolo stringe le corde dell’otre contenente l’ora bergamasca e fa molto bene. — Solo Febo continua a farci un viso... di frittata d’uova nascosta dietro ad un setaccio di trama color nebbia.

Battista rianima le sue speranze e si spinge con Giuan sulla feluca da caccia. Chi sa che la fortuna non la mandi loro buona.

Mi slancio solo sul monte col fucile sull’attenti e in cerca di qualche uccelletto. Arrampicatomi fra cespuglio e cespuglio — fra roccia e roccia — tocco ad una altezza discreta e comincio a contemplare un panorama stupendo ed a respirare a pienissimi polmoni — una certa auretta che sarebbe a parer mio il migliore specifico per tutti i mali — ove si potesse vendere dallo speziale — tale, come la fe’ la natura — cioè, non adulterata da porcherie d’ogni specie — il che, in questi tempi di combinazioni chimiche — sarebbe impossibile.

E poi... colle voci le più tenere ed appassionate — incomincio a chiamare uccelli d’ogni genere — affinchè — aderendo alle mie preci — accorrano a portarsi sulla canna del mio fucile.

Vana lusinga!

Eppure era necessaria una vittima su cui avessi potuto sfogare i miei istinti sanguinarii!....

E la vittima non si fece attendere.

Ho commesso un atto di barbarie — amico carissimo — e con tutta compunzione io ripeto per tre volte — picchiandomi il petto il — mea culpamea maxima culpa! — Mi perdonerai tu?

Una vaghissima lucertola stava a cavalcioni di un sasso e colla sua schiena iriditata — gioiva dei raggi di un tepido sole. — Quell’animaluccio così tranquillo nel godimento di un po’ di bene — rintuzzò la ferita dell’animo mio. Non vidi più nulla — spianai il fucile e tirai.... Barbara soddisfazione!

M’appressai alla vittima. — La sua coda affilata fu dal piombo divelta — neri buchi tutti tutto le deformavano il corpiccino — solo la testa era salva e quella ancora muoveva lenta lenta. E parve mi fissasse con aria parte pietosa e parte indignata. — Lo credereste? A quella specie di sguardo io trasalii. — Mi parve di intravedervi un’anima sofferente il dolore al pari della mia — ed una intelligenza tal quale. — E pensai che le lucertole — al pari dei cavalli, dei cani, delle rondinelle e di mille altre creature — avesse una certa idea di sè ed un linguaggio proprio steso sulla punta della tricuspidale linguettina che — con moto uniformemente rallentato, saettava. Mi ricordai che Lattanzio attribuì alle bestie il parlare e il ridere — e fui tentato di aggiungervi il pianto. — E mi parve proprio che piangesse! — Sarà stata una madre che — morendo — abbandonava teneri lucertini ancor nascosti fra sasso e sasso ed inabili a vivere senza di lei! Ne fui commosso e giurai — che per lo innanzi — non avrei più, avvertentemente commesso simile delitto. [p. 173 modifica]

Coseno non aveva trovato il coltello ed io non avevo ucciso la mezza dozzina di uccelletti. Tornammo in barca ed in pochi minuti sbarcammo nel porto di Portirone.

Ora ecco la sua definizione, copiata dalla scritta ufficiale stesa su un muro.

«PORTIRONE — Frazione del comune di Parzanica, Distretto XII di Sarnico, Provincia di Bergamo».

Che si vuole di più?

Il resto lo dirò io. — Portirone è un ammasso di case poste in una delle più felici posizioni del lago da cui l’occhio abbraccia grandissimo tratto da Iseo a Vello. — Siviano su Monte Isola gli è di fronte — e sopra Monte Isola si presenta il Gölem. Oltre a Siviano, Sale, Marone e Vello si presentano stupendamente. Tutta rasente la riva sorge una fila di pilastri danno l’idea di un gran portico ad archi.

Ivi l’industria ha posto sua sede impiantando due forni da calce — ed un mulino da grano.

Una volta — allorquando cioè il piroscafo a vapore o non solcava le onde del Sebino o le varcava una volta sola — facevano sosta a Portirone tutte le barche che attraversavano il lago — ed una discreta osteria dissetava e sfamava i barcajuoti e pescatori.

E quello era proprio un gran porto. Di qui il suo nome.

Presso al molino è un grazioso seno in fondo a cui giace un laghettino grazioso circondato da pietre calcari lungo cui scorre sottile vena di acqua — fra pareti muschiate. Ed un rioletto si spicca dall’alto di una parete e spumeggiante si gitta in basso formando una cascata che — indorata dal sole — si appropria tutti i colori dell’iride.

Una chiesetta è al di sopra di Portirone forse una cinquantina di metri. Vi saliamo. È dedicata a S. Gottardo e la vista che da essa si gode è incantevole.

Alle tre pom. ci imbarchiamo pel ritorno ad Iseo. — L’ora continua or forte — or debole. La caccia oramai è finita — e le anitre che la scamparono, possono vantarsi d’averci pasciuti d’illusioni. Oramai la legge concederà a loro una specie di tregua di Dio e potranno liberamente fare all’amore e moltiplicarsi. Noi — dal canto nostro — non perdoneremo loro mai l’esserci sfuggite. All’apertura della caccia le perseguiteremo con maggior accanimento. Chi sa che allora non siano più arrendevoli!

Ci fermiamo alcuni minuti a Tavernola. Nel porto — gran movimento di barche da pescatori. — Giunti alla cava di Pilzone perdiamo Battista che s’interna nel continente. — Noi proseguiamo verso Covelo. — La villa Coseno ci raccoglie. Il suo proprietario ci regala un ottimo caffè che però non ha parentela alcuna nè col Moka, nè col Portoricco.

Il char-a-bandes è pronto. — L’anitra uccisa me la metto sui ginocchi — per ostentazione naturalmente — e partiamo.

Arriviamo ad Iseo alle sei ed il sole è appena sul tramonto.

G. Corona.



Note

  1. Ora sparve, avendo il paese d’Iseo costrutto un passeggio con giardino publico delizioso.
  2. Cittadinanza dei buontemponi, oltre ai sassolini essendo obbligo del neocittadino di bagnare la funzione con dei litri di vino!!
  3. Detta Mantecol e dove vi si trovano le lave di sassi, che servono per la calce idraulica, fabbricata a Palazzolo sull’Oglio.
  4. È l’Isola più grande che si trova nei laghi Italiani e contiene 1134 abitanti divisi nei comuni di Peschiera Maraglio e di Siviano.
  5. La Società di navigazione sul Lago non contenta che l’Eco ripetesse due versi endecassibili qualunque, ne’ suoi manifesti mise che questi versi sono del Tasso.
  6. Battista de Predör — Morto annegato nel 1878.
  7. Notiamo che l’escursione avvenne in dicembre.
  8. Giuoco di parole sulla parola fare! pardon!
  9. Intendendosi per giuoco di parole — Frate bricone, tutto di preti impiccati.
  10. In paese ordinariamente si fa derivare Gölem da Guglielmo — invece il chiarissimo G. Rosa farebbe tal nome più giustamente derivare da Culmo — culmine.