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Alpi e Appennini/Sul ghiacciajo

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Giuseppe Corona

Sul ghiacciajo ../I valichi alpini (2)/V. Il colle di Tenda ../Il Colle dell'Assietta IncludiIntestazione 19 settembre 2025 75% Da definire

I valichi alpini - V. Il colle di Tenda Il Colle dell'Assietta

[p. 113 modifica]Immagine dal testo cartaceo

SUL GHIACCIAJO



II
noltriamoci su per l’erto sentiero che guida al ghiacciaio. Adagio e silenzio!

Le rupi che ci dominano quasi a picco possono essere fatali. Un grido, un fischio sono capaci di produrre nell’atmosfera una tale scossa da staccare qualche masso.

In montagna i pericoli possono essere numerosi, ma con un po’ di prudenza si scongiurano tutti. Ed ora, che dominiamo l’immenso mare di ghiaccio, scendiamovi sopra approfittando della morena laterale.

Oramai il terreno vegetabile è scomparso, qualche magro lichene fa da parassita sulle roccie e, se si trova qualche ranuncolo glaciale, esso non nacque fra tanta miseria, ma vi fu trascinato e muore di desolazione. Sopra di noi elevansi grigi ammassi di roccia e il ghiacciajo, la terra sconosciuta, ci si para dinanzi e a sè ci trae con irresistibile fascino. Questa [p. 114 modifica]strana regione, brillante d*uno splendore fantastico, tranquilla e severa come la morte, elevata e maestosa come il trono di Dio, intermediaria fra il cielo e la terra, inospite per mancanza di sito e per l’asprezza della temperatura, ricca di meraviglie d’ogni genere, merita di essere da noi salutata col più vivo entusiasmo. Salve, o ghiacciajo, che somigli a un fiume che si precipita al basso e che fu in un lampo arrestato dal gelo eterno e su cui la morte pare che regni tirannicamente, mentre invece tu sei fonte di vita! Da voi, ghiacciai provvidenziali delle Alpi nostre gloriose, da voi è governato il mondo. Voi siete i re dell’atmosfera ed a voi è serbata la cura di distribuire alla terra il vitale umore delle esistenze. Voi avete della morte la tranquillità austera e l’incorruttibile tessitura e, la morte che vi circonda, è la sorgente della vita che voi dispensate da mille sbocchi. I mari vi alimentano e voi li alimentate scambievolmente. Le nubi che si innalzano dall’Oceano vengono a posarsi sopra di voi e si adagiano sulla vostra faccia sotto forma di acqua, di grandine e di neve Immagine dal testo cartaceoFormazione di un ghiacciaio.che poi si mutano in ghiaccio formando così di voi, un enorme serbatojo dal quale è, da legge suprema, distribuita equamente, coll’acqua, la vita alle nazioni.

Studiamolo bene dall’alto in basso. Laggiù in fondo, attaccati a diverse gole di monte partono vari torrenti ghiacciati che, con pendenza rapidissima, giù precipitano su di una vasta pianura di ghiaccio che forma come un bacino dal quale si scarica un enorme fiume diviso in varie parti da collinette triangolari, che pajono dighe e sono morene, e giù scende in fondo al vallone molto al disotto del limite ordinario delle nevi perpetue e talvolta, fino alla regione mediana ove si trovano i pascoli ed anche le foreste. Ivi, nel punto estremo del ghiaccio, si apre una enorme bocca dalla quale sfuggono spumanti e sabbiose le acque provenienti dal fondere delle nevi e dei ghiacci. Cosicchè, il nostro ghiacciajo, si dividerebbe in tre parti, delle quali, per serbare la similitudine tenuta finora, nomeremo la prima colatoi o torrenti che da varie parti scendono nel bacino, o lago, [p. 115 modifica]o serbatojo che formerebbe la seconda parte. La terza, ed ultima, si compone dello scolatojo o ghiacciajo di scolo, o fiume. E noi vediamo che il ghiacciaio segna esattamente tutte le curve, tutte le sinuosità, tutti i ristringimenti e tutti gli allargamenti della valle.

Ora, come formasi il ghiaccio? Come abbiamo diviso il ghiacciajo, in tre parti, così dobbiamo dividere il ghiaccio. E abbiamo lassù, al di sopra del limite delle nevi perpetue, quei colatoi, dall’apparenza di ampi lenzuoli di neve fresca, che coprono i fianchi dei picchi e che noi possiamo nomare nevati. Quella neve fresca cade in grandi ammassi o in valanghe ad alimentare il sottostante bacino il quale si muta in un vero campo di neve da cui si parte il vero ghiaccio cristallino solido e trasparente che scende in fondo al vallone. Quest’ultima parte, pare, siasi congelata in un momento di terribile burrasca e, le onde, serbandosi intatte e, i cavalloni, aventi ora l’apparenza di massi crestati, di obelischi e di guglie imponenti, ora quella di fantasmi giganti, illuminati dai raggi del sole, brillano di miriadi di cristalli e sfoggiano i più vivi colori dalle gradazioni Immagine dal testo cartaceoI Castelletti — Frane Moreniche.del bianco purissimo all’azzurro-cielo ed al verde smeraldo. Altri ghiacciai si assodarono in un momento di calma e presentano una superficie appena ondulata e pendente con lieve declivio.

Il ghiacciajo, cui indirizziamo i nostri passi, appartiene a quelli che furono congelati in tempo di burrasca, ed eccovi, là, in fondo, le terribili ed enormi guglie che lo compongono ed i baratri che lo squarciano. Se non si andasse incontro a molti pericoli, io vorrei condarvi a fare una esplorazione in mezzo e nel seno di quel vero e gigantesco dorso di istrice. Là si presenterebbero, ai nostri attoniti sguardi, caverne bizzarre ed immense, dalle vôlte color di cobalto lucente, scavate sotto la base delle piramidi e si proverebbero strane emozioni nell’aggirarsi fra quei labirinti chiusi tutto all’intorno dal ghiaccio cristallino e col suolo parimente di ghiaccio ed allacciati o sbarrati talvolta da enormi crepacci. 1 nostri piedi penderebbero quasi a piombo su grotte a guglie, a finestre originali, a nicchie gotiche sotto le quali si ode come un soffio, un turbine: è il torrente che, per vie segrete, cupamente rimbomba e si avvicina alla bocca dalla quale potrà fra poco slanciare all’aperto le sue spumanti acque. Nell’agosto del 1875 io volli visitare minutamente la misteriosa regione dei seracs, che tale è il nome di quelle guglie di ghiaccio. Legato ad una corda e calato per vari metri sotto ghiaccio, mi parve di avere ai piedi e tutto all’intorno una città di fate, tanta fu la meraviglia che, ad ogni tratto percorso, mi invase. E non faceva, come potrebbe supporsi, freddo. Quelle colonne fanno da ostacoli, da barricate contro l’aria gelida dei monti e, il mio termometro centigrado a decimo di grado che, al toccare il ghiaccio, segnava + 0,002, ad una certa profondità, segnò — 0.10 mentre esposto all’aria algente al disopra dei seracs manteneva una media di — 8.

Ora, superato il tratto che domina il ghiacciajo di scolo, scendiamo adagio sul bacino o lago di ghiaccio. Ivi avremo campo di osservare e studiare altri fenomeni. [p. 116 modifica]

Eccoci ai piedi di una morena laterale: è una collina formata di detriti di roccia che scesero dalle nere creste del monte. Gli alti picchi e i fianchi a dirupi che dominano il ghiacciajo, furono e sono di continuo minati dal gelo che Immagine dal testo cartaceoLe colonne di ghiaccio.indurisce e dilata le acque che si infiltrano nelle loro fessure e le fa scoppiare con irresistibile forza e con terribile rimbombo. E quelle roccie precipitano scheggiandosi di continuo ad ogni balzo e piombano sul ghiacciajo e si sparpagliano in largo ed in lungo e pongono così le basi ad una morena laterale che, ogni giorno, ricevendo nuovi massi ruinanti, forma una lunga diga che sempre aumenta fino a comporre colline che raggiungono, col tempo, considerevole altezza. La vegetazione delle morene è scarsa. Qualche fiorellino, trascinato al basso dai tritumi di roccia, riesce a fissare nuovamente le sue radici, ma presto ogni alimento gli vien meno e muore. Solo i licheni prosperano e fanno sulle roccie disegni talvolta assai graziosi a colori che variano dal giallo cromo al bianco cenerino.

Scendiamo dalla morena e avanziamoci sul ghiaccio coperto la notte scorsa da buona nevicata. Vedete sulla fresca neve quei punti neri semoventi? Strano fenomeno! Chiniamoci. Sono migliaia di insettucci neri lucenti che saltellano a noi dintorno. Non v’è dubbio: esse Immagine dal testo cartaceoPulcesono vere pulci. Ma chi le ha trasportate quassù? E di che campano la vita? Ma allora, se così è, vi sono le pulci che amano fin troppo il caldo e quelle che amano fin troppo il freddo. Provatevi a pigliarne una. È un affare serio! l’elasticità delle loro zampette, è straordinaria e, i loro salti, ora all’indietro ora in avanti, ed ora per traverso, deludono tutte le vostre mosse e tutti i vostri sforzi.

De Saussure, ne’ suoi viaggi attraverso alle Alpi, ne aveva trovate, di queste pulci, ai piedi del cono ghiacciato del Breithorn a circa 3500 metri. Le aveva battezzate podures nell’istesso modo e coll’istessa ragione che noi le nomiamo pulci. Nelle mie gite primaverili in Val di Cogne ne trovai moltissime e, al basso, ai primi nevai e, in alto, sul ghiacciajo della Grivola. Gli scienziati, che studiarono l’interessante animaluccio, lo divisero quindi in due specie, l’una che si appaga di abitare sul nevajo, l’altra che preferisce l’aria più rada e più frizzante del ghiacciajo e, quella del basso, la nomarono Desoria nivalis e, quella dell’alto Desoria glacialis. Esse hanno il corpicino ora cilindrico ora un po’ appiattito. Studiamole col microscopio. Sotto di esse spuntano delle zampette armate ciascuna di cinque ditini colle unghiuzze. Una settima zampa fissa alla estremità inferiore, flessuosa e articolata serve alla Desoria per spiccare que’ salti invero prodigiosi. La testa è distintamente separata dal corpo e porta antenne filiformi divise in varie ramificazioni, come se fossero corna di cervo. Il colore è nerissimo e vellutato, i peli corti e bianchi e, alla coda spuntano due filetti arcuati. La lunghezza di tutto il corpo è di appena due millimetri, eguale a quella delle più piccole fra le nostre pulci.

Ma se le Desorie appartengono alla famiglia delle pulci e se queste vivono di calore e si nutrono di sangue, di che si nutriranno esse? Osserviamole bene. Non vedete che esse si aggrappano di preferenza su certi fiocchi di neve rossastra tendente un poco al giallo?

Or bene, chi di noi darebbe l’importanza che ha, a quel po’ di neve colorata? [p. 117 modifica]

Eppure, gli scienziati trovarono in essa la risposta alla domanda che ci siamo fatta poc’anzi. Quella neve rossastra tiene in vita le pulci del ghiacciaio. Sicuro, essa deve il suo colore a certe alghe minutissime cui si dà il curioso nome di Protococcus nivalis, che si potrebbe nomare anche il fungo del ghiacciajo. E le Desorie si accontentano del tenue pasto e continuano festosamente a spiccare salti acrobatici senza pur pensare che le sorelle del piano si riscaldano un po’ più e si nutrono meglio!.... Un mio amico di Ginevra, applicatosi a studiare a fondo le Desorie, trovò che hanno la vita assai dura e non soffocano che a + 38 gradi di calore e non gelano che a — 11. Se per caso poi il gelo, dopo una diecina Immagine dal testo cartaceoI Funghi del ghiaccio.di giorni, diminuisce, le Desorie, sentono come un risveglio e si rizzano di nuovo sulle loro sei zampe e, colla settima, ricominciano a saltellare del loro meglio. Non sono essi davvero strani e misteriosi questi vivacissimi insetti? Non meritano essi uno studio profondo dal quale appaia meglio descritta la loro vita? Ebbene, studiamoli attentamente e cosi trarremo, dall’alpinismo, un nuovo frutto certo non spregevole.

Eccoci ora nel campo delle fessure, alcune delle quali sono davvero enormi. Leghiamoci, chè la prudenza ce lo impone. Non sono lo fessure onestamente aperte quelle che ci fanno paura; ma sì le altre traditrici che la nuova neve ha voluto coprire da un velo leggiero ed infamissimo.

Studiamole, le fessure. — Eccone una immensa e stupenda. Poniamoci, allineati, sul suo margine chè, in essa, noi potremo studiare il colore e le stratificazioni del ghiaccio. Ma prima di lutto domandiamoci: A che si devono questi enormi strappi fatti alla superficie del ghiacciaio, la quale dovrebbe invece essere unita e liscia? Non crediamo che queste enormi masse di ghiaccio, in apparenza così morte, stiano ferme. No, poichè esse di continuo si muovono e rappresentano un vero mare tormentato dal flusso e riflusso perpetuo. È vero che la cosa è qui un po’ diversa e che il moto del ghiacciajo è assai più lento di quello del mare, anzi qui non lo si vede neppure. Ma lo si constata facilmente. E cominciò ad avvedersene, chi.... qualche grande scienziato? chiederete voi. — No... ma semplici montanari che abitano nelle vicinanze dei ghiacciai.

Il celebre scienziato Charpentier si lambiccava diuturnamente il cervello per trovare l’origine e la spiegazione di quei tali massi che si nomano erranti e che sorgono in mezzo ai piani quasi caduti dal cielo. Egli credeva che essi fossero stati travolti e trasportati lungi dai monti da furiosissime correnti. — Ma un pastore della valle di Bagnes, in Isvizzera, gli aprì un nuovo orizzonte dicendogli: «Io che da molti anni, abito questa regione ho visto il «ghiacciajo avanzarsi e poi indietreggiare depositando, quali traode di sua presenza, blocchi [p. 118 modifica]di roccia a spigoli vivi e taglienti. Se invece, aggiunse nella sua logica semplice ma precisa, il montanaro, li avesse trasportati la corrente, sarebbero arrotondati per l’azione dell’acqua e per il continuo attrito.» Così un montanaro illuminava la scienza e un nuovo trovato si fondava sulle sue parole dettate dall’esperienza. Il movimento dei ghiacciai fu scoperto nel 1832 da Forbes e da altri viaggiatori, i quali, ritrovarono i pezzi della scala in legno che De Saussure aveva abbandonato vicino alla cascata del gbiacciajo du Géant al di sopra della morena centrale poco più sotto al punto in cui si riuniscono i tre ghiacciai che formano la Mer de glace del Monte Bianco sopra Chamounix.

Nel 1827 il naturalista Hugi costrusse una capanna sulla morena centrale e mediana del ghiacciajo dell’Unteraar. Questa capanna discendeva ogni anno e, nel 1841, cioè quattordici anni dopo, la si trovò calata di più che novecento metri. — Molti altri scienziati poi constatarono che i ghiacciai, durante l’inverno, scendono assai più lentamente che lungo l’estate. E ciò è abbastanza chiaro, non è vero? poichè col calore che, fonde neve e ghiaccio e fa scorrere i rivi sotterranei, viene quadruplicato il movimento su queste regioni cosi morte, in apparenza. E se, l’alpinista studioso, segnasse il luogo preciso in cui si trovano certi massi di roccia seminati sul ghiaccio, non avrebbe difficoltà a persuadersi del loro movimento annuo. Per provare poi la maggiore o minor velocità del ghiacciajo vi si infissero in linea retta e a breve distanza l’uno dall’altro, molti piuoli in legno e, dopo un anno, si constatò che tutti erano scesi e risaliti, ma disordinatamente. Quelli sul centro avevano camminato molto di più. Un tale fatto serve a meglio giustificare il confronto di un ghiacciajo di scolo con un fiume, le cui acque, sono nel centro, assai più violenti e frettolose che non sulle sponde.

Ora, da che proviene siffatto fenomeno del movimento de’ ghiacciai? Tyndall vorrebbe farlo discendere dalla pressione esercitata sul ghiacciajo inferiore dalle masse degli alti nevati i quali ora spingono con forza, ora rallentano ad un tratto la loro pressione. Di qui la marea continua ed irregolare del ghiacciajo che Mosely vorrebbe subordinata alle alternazioni della temperatura. Da siffatto spingi e rallenta continuo, si formano i crepacci o le fessure di forme e di grandezza molto diverse e disparate.

Il che avviene nel seguente modo. Alcune volte, il terreno su cui posa il ghiacciajo, scende più di qua o di là e il ghiacciajo scorre più facilmente o a destra o a sinistra; altre il ghiacciajo, sostenuto da qualche masso, perde il suo punto di appoggio. Nel primo caso una parte tira l’altra violentemente e succede lo spacco o la squamatura che poi si ingrandisce a poco a poco aprendo profondi baratri; nel secondo, parte del ghiacciajo, s’abbassa a un tratto e produce una vera rivoluzione ned’insieme e si aprono fessure tutto all’intorno. E, queste fessure, possono essere chiuse di nuovo o da nuovi movimenti del ghiacciajo o dalle nevi e dalle valanghe che li riempiono. E, ogni anno, la scena dei crepacci, può variare e il ghiacciajo diventa sempre più una vera terra incognita sulla quale conviene procedere con infinite cautele.

Poniamoci a studiare la formazione del ghiacciajo in quelle pareti a picco che si inabissano ai due margini del crepaccio che abbiamo sott’occhi. — L’intera massa è composta di tanti strati gli uni sovrapposti agli altri, gli uni degli altri più compatti a misura che sono maggiori il peso o la pressione. Cosicchè abbiamo alla superficie uno strato di neve granulosa semi ghiacciata ma sempre di un colore bianco sporco. Questo strato rappresenta la neve fresca che l’influenza del sole e la forza del freddo ridussero già al nevischio cioè al primo passo per arrivare al ghiaccio. Più sotto trovasi un’altro strato ancora bianchiccio [p. 119 modifica]e tuttavia granuloso ma un pò più trasparente e assai compatto. È la neve dell’anno precedente che è lì lì per mutarsi in vero ghiaccio. Infatti, sotto ad essa, si vede, prima una zona di ghiaccio ancor tutto poroso ed a bolle e poi un’enorme ammasso di ghiaccio compatto, liscio, cristallino e purissimo.

Il colore di questo ammasso è leggermente azzurro e, se ben lo si fissa, brilla siffattamente da offendere lo sguardo. E più l’occhio si abbassa nei vortici imperscrutabili del ghiacciajo, e più l’azzurro diventa vivo.. . Cade la neve, non però a larghi fiocchi come nel piano, poichè, nelle alte regioni, l’aria fredda e secca rende la neve assai più arida e più minuta, ma a piccoli aghi ghiacciati, a stelluzze di tre a sei punte, a cristallucci, a grani e a polveri, ed allora si forma sopra il ghiacciajo una nuova coperta che gradatamente si fa spessa e, se il sole non la fonde tutta, se le valanghe non la raschiano via e se i venti non la spazzano, allora i raggi cocenti del sole, facendola evaporare, la mutano in nevischio. E sugli ampi piani di ghiaccio, sui quali difficilmente piove, ma nevica sempre, i raggi del sole, si concentrano tanto che, con due o tre gradi sotto zero, riescono a far fondere la neve e formano così quel ghiaccio bianco, compatto e cristallino che abbarbaglia la vista. — Curioso! esclamerete voi, ma e perchè, se la neve è bianca, il ghiaccio diventa azzurro? Avvi qui un nuovo mistero di queste altissime regioni poichè il ghiaccio non è che azzurro apparentemente. — Tenetemi ben fermo colle corde e ve ne staccherò colla picca, un pezzo. Eccovelo: un istante fa era azzurro, ora è limpidissimo. Hugi, Agassiz, Desor, Charpentier e tanti altri valentissimi uomini si immersero per questo fatto, in un torbido mare di considerazioni, dalle quali non è finora emersa un’idea precisa. Se la questione dovessi deciderla io, so che non esiterei nell’affermare che io credo essere quell’azzurro un riflesso di cielo. Non riproduce esso forse, il ghiaccio pure qual nitido specchio, le immagini che ad esso si presentano?

I crepacci possono formarsi all’improvviso. Udite voi una sorda detonazione, un rumore secco? Guardate: s’è formata una fessura proprio a’ nostri piedi. Com’è stretta e tanto che, a stento, vi potreste far passare un foglio di carta; ma essa si allargherà di continuo fino a diventar capace, non ispaventatevi però, di inghiottire noi tutti. — Dunque le fessure qualche volta inghiottono? Sì, e pur troppo, esse non rimangono paghe di inghiottire i massi che su di esse precipitano ma anche i poveri alpinisti e montanari che su vi pongono inavvertentemente i piedi. E non solo inghiottono ma, non potendo digerire elementi eterogenei e contrari, fanno come il nostro corpo; li rigettano e si ripuliscono. Vorrei che ci trovassimo nel ghiacciajo del Gôrner, che cinge il versante di Zermatt del Monte Uosa. Là io vi farei vedere molti enormi massi di granito seminati qua e là sul ghiacciajo e punto legati ad alcuna morena. La maggior parte fu già inghiottita dal crepaccio e ritornò alla luce spinta da una forza lenta e misteriosa. Non certo per l’istessa via poichè essi furono travolti dal movimento continuo del ghiaccio il quale li ricacciò in alto per un’altra fessura talvolta squarciata a bella posta. E chi sa quanti anni ci vollero per ottenere questo sfogo! Altre volte si fanno da sè stessi una buca e si sprofondano per risalire di nuovo o per essere cacciati dal torrente sottoglaciale. — Vedetene uno che ha incominciato a scomparire. Il sole, riscaldandolo, lo ajutò a far fondere il ghiaccio, e quando sarà alla profondità di un metro, cadranno su di lui i torrentelli che nelle calde giornate d’estate corrono il ghiacciajo, e lo ajuteranno a continuare e ad ingrandire lo scavo. Quante buche così fatte si presentano dintorno a noi. Alcune sono grandissime e pajono pozzi e le acque vi si precipitano con un cupo rumore. La celebre guida di De Saussure alla vetta del Bianco, Pietro Balmat, fu inghiottito da un [p. 120 modifica]crepaccio nel 1820 e ne fu rigettato nel 1861 in istato di perfetta conservazione dopo quarantun anno di sepoltura! Quanti altri drammi del ghiacciajo io potrei narrarvi! Non ne copio alcuno: mi limito ad esporvene due fra i tanti che io raccolsi dalla bocca delle guide e dei montanari.

Correva il 1800 e il 1801 e un certo Rigollet di Chamois (villaggio alpino dipendente dal mandamento di Chatillon) e trovavasi al servizio di un certo Gal di Torgnon in Valtournanche. Il Gal era negoziante di bovine all’ingrosso e fornitore delle truppe francesi. — Per approvvigionarsi, partì col Rigollet e con un mulo il 20 o il 22 settembre per Zermatt. Sul mulo giaceva un sacco di cuojo pieno di monete d’argento per un valore di 7000 lire. Arrivati al Colle di S. Théodule, furono sorpresi da nebbia sì bassa e da neve sì fitta che vollero indietreggiare, ma sventuratamente le nebbie operarono il fenomeno di metterli su di una strada anzichè sull’altra. E invece di scendere al Breil, scendevano a Zermatt tenendosi, quel che è peggio, ai piedi del piccolo Cervino e del Breithorn e tirando dritto verso il ghiacciajo del Gôrner. Il servo stava davanti al mulo e il padrone gli teneva dietro. A un tratto il povero padrone ha la brusca sorpresa di veder sparire, come per incanto, mulo e servitore. — Immaginatevi quale sensazione egli dovette provare! Era un nulla il perdere in un colpo mulo, denari e servitore ma, tale brusca sorte, poteva capitare anche a lui. Riuscì a tornare indietro approfittando di un po’ di luce che, spinta fra le dense nebbie, gli additò la via. Al Breil diede sfogo al suo dolore e chiese soccorso. Si tentò un salvataggio ma ogni traccia era sparita sotto un buon metro di neve fresca. Che farci! Si rassegnò e d’allora in poi ebbe in sacro orrore il ghiacciajo.

Nell’estate del 1850, cioè circa cinquant’anni dopo il triste fatto, il parroco di Zermatt, accompagnato dal sacrestano Biner, per darsi un po’ di spasso, salì sul Riffelhorn, corno di roccia che domina il ghiacciajo del Gôrnèr e lo stupendo gruppo del Rosa. E si pose a esplorare il panorama col cannocchiale. — Venuta la volta del sagrestano, questi, diede a un tratto in un grido di sorpresa e passò il cannocchiale al parroco. E tutti e due constatarono che, ai piedi del Piccolo Cervino sul bianchissimo nevajo, posava un involto nero di forma strana. Scesero dal monte tormentati dalla domanda: Che sarà mai?

11 giorno dopo vollero chiarire la cosa. Salirono sul ghiacciajo e, con loro massima sorpresa, trovarono un cadavere benissimo conservato, un mulo e una valigia.

Questa tentò il buon prete per il suo suono e se la portò via. Giunti a Zermatt fecero sì che il cadavere dell’uomo venisse trasportato in paese e seppellito. Il mulo venne, naturalmente, abbandonato. Pareva che tutto fosse finito ma no, chè il prete il quale aveva, coi denari, trovato certe carte che palesavano chiaro il nome del loro proprietario, fu assalito dai rimorsi e si affrettò a porsi ai piedi del Vescovo di Sion cui tutto disse. Il prelato si affrettò a scrivere al collega di Aosta; i parenti del Gal, trattandosi di una insperata eredità, si trovarono tosto e le 7000 lire in argento tornarono in Valtournanche accolte, e chi ne dubita? con molta festa.

E passo alla seconda storia. Il 2 settembre 1852, Welf Francesco Leone, ricco pastore e sindaco di Gressoney la Trinité, villaggio valdostano, come voi sapete, volle, alle ore otto di sera, porsi sul ghiacciajo che dalla grande Cemetta mena al Colle di Saint Théodule. Quel ghiacciajo nomasi Plan Tendro (piano tenero). Il sindaco aveva con sè un armento di montoni e un servo, e si avviava a Zermatt. A un tratto il ghiacciajo gli aprì una voragine dinanzi e lo inghiottì con parecchi montoni. Il servo portò, colla notizia lo spavento in Gressoney. II povero sindaco fu cercato dalla moglie desolata, dai parenti e dagli amici [p. 121 modifica]Immagine dal testo cartaceoColle dell’Assietta
Monumento eretto dagli Alpinisti ai caduti Italiani, Spagnuoli e Francesi.
[p. 122 modifica]per ogni dove. Ma i profondi crepacci mantennero la loro vittima e i loro imperscrutabili misteri.

Il 24 agosto 1867, quindici anni dopo, Giovanni Pietro Fosson proprietario dell’Hôtel di Fiery su Ayas, mentre conduceva alcuni viaggiatori nel Vallese, trovò sul ghiaccio un cadavere, che fu riconosciuto per quello dello sventurato Welf. Gli si trovarono indosso il cannocchiale, l’orologio, la borsa e, a fianco, il parapioggia e la lanterna colla quale si rischiarava la via al momento della terribile disgrazia. Il ghiacciajo, seguendo le sue antiche abitudini, aveva vomitato la sua vittima dopo averla conservata, diciamolo a suo onore, con ogni cura e rispetto.

Spingiamoci, ora avanti.... Ma voi non vorreste legarvi; mentre la corda costituisce, sul ghiacciajo, la migliore salvaguardia. Vi deciderò a farlo, col racconto di due fatti. Nel 1856 un capitano di artiglieria russa, attraversava con due guide il ghiacciajo di Findelen in Svizzera. Le guide, sempre attente e premurose, a un certo punto vollero che il viaggiatore si legasse. Egli fu come offeso dalla proposta e rispose beffardamente: Sont soulement les bêtes qui se lient. Le guide, cui era sacro il loro compito, insistettero vivamente, ma tutto fu inutile, chè il russo andò su tutte le furie. Finirono per legarsi l’una all’altra e lasciarono sciolto l’ostinato. A un tratto, il russo crede di poggiare il piede sul ghiacciajo; lo calca invece su di un lieve ponticello di neve e precipita giù nell’abisso. Le guide scesero a Zermatt in cerca di soccorsi e ritornarono, il loro viaggiatore, era esanime e col capo spaccato. — Un mio buon amico, francese, Enrico Cordier, socio della Sezione di Parigi, traduceva spesso il nominativo entusiasmo in avventataggine e, alle guide, forte del suo slancio e della sua forza, non poneva mente che in casi molto rari. — In principio del 1877 volle fare un’ascensione di non so quale punta dei Pirenei. — Al ritorno, non appena pose piede sul ghiaccio, allora coperto di molta neve fresca, volle slegarsi, contro l’avviso delle guide e scendere il nevajo con una rapida scivolata. A nulla valsero le proteste delle guide e il povero Cordier si slanciò sul declivio. A metà della vertiginosa discesa, scomparve in una buca che, di improvviso, gli si parò dinanzi e piombò nel torrente che lo rigettò dalla bocca del ghiacciajo orribilmente pesto e stritolato....

Leghiamoci quindi, e procediamo verso il superbo colosso. Esso scende sul bacino con una pendenza di 47 gradi che equivale a 107 metri per ogni cento di base ed è, nel fondo, arrestato dal bacino a lieve pendenza su cui ora camminiamo. In questo punto di contatto, l’urto e lo squilibrio furono così grandi, da produrre tutto intorno come una scossa di terremoto che disgiunse i lembi dell’alto nevato dal margine del ghiacciajo dimodochè vi restò aperto questo enorme crepaccio che, al solo mirarlo, mette i brividi e, questo crepaccio, fu destinato a segnare il confine fra la piramide del monte e il suo piedestallo. I tedeschi lo nomano bergscrund quasi limite o fessura di monte, i francesi rimaye che può pure significare crepaccio di linea o di confine, ed i geologi italiani, primo il prof. Baretti, lo nomarono crepaccio periferico. Come vedete, il lembo del ghiacciajo che scende dal nevato o colatoio superiore, è più alto e il margine del bacino di ghiaccio è più basso. Vi è quindi un salto più o meno grande a fare per portarci al di là della enorme fessura. conviene che la provvidenza pensi a favorire l’alpinista che si ostina a procedere oltre per tendere all’alta vetta del monte e lo colmi in parte con una buona valanga.

Ma non ci dobbiamo pensare oggi. Ora la notte comincia a tenderci i suoi bruni tranelli e le prime stelle compaiono e scintillano non ostante che il sole, appena tramontato, abbia riempito l’oriente di nubi rosse infiammate.

G. Corona.