Alpi e Appennini/Una escursione negli Ernici
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UNA ESCURSIONE NEGLI ERNICI
Ermo loco che la vaga insegna |
All’indomani alle 4 35 ant., con una brava guida già da noi conosciuta, un tal Francesco Quattrociocchi, detto il Lupo, e con suo figlio Agostino, i quali cosa rara fra i montanari dell’Appennino, non avevano nessuna paura della neve, ci recammo per varie collinette nella valle dell’Amaseno, indi volgendo a destra risalimmo una stretta e ripida valletta ed alle 6 35 ant., giungemmo ad una copiosa sorgente detta Capo d’Acqua, dalla quale l’acqua viene per mezzo di una conduttora trasportata fino a Veroli. Continuando il cammino giungemmo ad un punto ove la valle si restringe ed è sbarrata di scaglioni di grossi e lisci macigni calcarei grigiastri che si stendono anche dai lati per un bel tratto e per una bella altezza, scendendo quasi a picco fino al fondo.
Al disopra della rupe a sinistra passa la via mulattiera, e poichè spesso accade che i muli si precipitano nel burrone e si sfracellano, e così vanno in paradiso, il luogo è detto il Paradiso dei somari. Più che un Paradiso si potrebbe dire con Heine che
È il burrone degli Spiriti |
Per evitare il lungo giro della via Mulattiera seguimmo il torrente completamente asciutto e al lato opposto risalimmo arrampiccandoci per le facili roccie, e per una specie di camino arrivammo alla parte superiore donde ci rivolgemmo a contemplare la magnifica veduta: al disotto il selvaggio burrone e quindi la valletta brulla, ma pur amena, e nel fondo pittoreschi monti che l’alba nascente coloriva di magiche tinte violacee.
Più innanzi trovammo a destra in basso una piccola incavatura nella roccia a guisa di piccola nicchia: qui ci dissero le guide che tutti coloro che vogliono impedire i dolori alle coscie prodotti da stanchezza usano fregarvisi i piedi «Io per me me ce frego, esclamò un romano puro sangue, nun se sa mai!!» ma per sue particolari ragioni rinunciò a dire il pater ed il gloria a S. Basilio per ottenere l’effetto dello sfregamento!
Alle 8 ant., per una stupenda macchia di faggi fummo alla Fontana di Campoli (1014 metri) costruita in muratura a foggia di piramide tronca nel mezzo della quale v’è una porta a cui si accede per una scaletta di pietra, e nell’interno un vasto serbatoio d’acqua freschissima (+ 3 cent.).
Ci fermammo 40 minuti a far colazione. Il termometro segnava +1° e il barom. 686,8. Febo nascente indorava coi suoi raggi i monti nevosi, promettendoci una splendida giornata.
V’è le cime alte dei monti |
In breve giungemmo ai Prati di Campoli, un lungo altipiano a 1142 m. Salimmo quindi su per il monte delle Scalelle alla nostra sinistra, e verso le 10 circa incominciammo a calpestare la neve. Dalla cima delle Scalelle tutta coperta di neve avemmo una bella veduta su tutto il gruppo del Passeggio dalla cui vetta piu elevata eravamo divisi da molte punte inferiori fra loro riunite da irregolari creste che non ci offrirono molta difficoltà, essendo la neve un po’ molle.
Alla 1. 35 pom. arrivammo sulla più alta cima (2062). La giornata era splendida. A levante si stendeva la valle del Liri, che appartiene alla Terra di Lavoro, e può annoverarsi fra le più belle d’Italia, sia per la sua lussureggiante vegetazione, sia per la industria (principale quella della carta), sia per i punti pittoreschi e alpestri che offre ad ogni tratto, e al di là tutto l’Appennino Abruzzese dal Velino al Gran Sasso, alla Majella, alla Meta. In lontananza si distingueva chiaramente una striscia azzurra, l’Adriatico. A nord ed a ponente un mare di bianche nuvole copriva tutta la valle del Sacco e la Campagna Romana, mentre il sole sfavillava al disopra circondato da violacei e dorati vapori. Sotto a noi si svolgeva tutto il gruppo Ernicino, coperto del suo bianco mantello invernale interrotto da grossi massi cinerei di roccia calcarea.
Il barometro segnava 603,5. Il termometro +8° e la neve +2°.
Alle 2 pom., ripartimmo e scendemmo direttamente dal cono nevoso, con una bella scivolata verso nord, per recarci alla Certosa di Trisulti. Passammo per bellissimi boschi e per stretta valletta in cui la neve era accumulata in gran copia. Giungemmo cosi verso le 4 ½ p. alla Fontana dei Sette Scafi o tronchi d’albero incavati, sovrapposti l’uno all’altro, ed in cui scorre l’acqua di una sorgente. Qui cessava la neve. Ritrovammo però tutto il sentiero coperto di uno strato di ghiaccio di grande spessore. Dovemmo usare molta precauzione per procedere oltre, e cosi perdemmo un po’ di tempo. Era già quasi buio quando per sentiero qua e là erboso ed altrove coperto di fino detrito, cominciammo a scendere quasi a rompicollo nella valletta detta di S. Nicola nella quale scorre il torrente Cosa.
Ad un certo punto quando già la notte aveva steso il suo velo reso anche più impenetrabile dalle nere nuvole che ricoprivano il cielo, un assordante latrare di cani allarmò i nostri polpacci, poco desiderosi di far conoscenza con gli acuti denti dei fedeli custodi delle greggie. Gridammo ai pastori di trattenere i troppo zelanti guardiani, il cui bianco pelo spiccava nelle tenebre, ma riuscendo vane le nostre parole li minacciammo di uccidere a revolverate i vigilanti animali. Una voce con accento pietoso commovente e timoroso ci gridò subito «non tirate!» e quietò i disturbatori. Se ci avesse invece gridato «tirate!» ci saressimo trovati bene imbarazzati!!
Giungemmo così ad una grotta in cui erano radunati i pastori
Di caprine pelli |
innanzi ad un bel fuoco, cuocendo alcune vivande. Una vera scena del mondo primitivo ed anche una tregenda del Faust!
Accendemmo le nostre lanterne e siccome uno dei nostri pastori avvertì le nostre guide che era difficile ritrovare la strada per scendere al ponte, sul torrente Cosa e si offrì ad accompagnarci, noi accettammo la proposta. La via che dovemmo seguire fu veramente disastrosa in mezzo a terreno fangoso ed a campi dai quali era stato da poco falciato il grano, e fra macchie e torrentelli.
Finalmente alle 6 pom., pervenimmo al ponte del torrente che scorre in una strettissima valle circondata da alti monti brulli e rocciosi. Dal lato destro del torrente sopra un ripido colle sorge a guisa di vedetta un vastissimo fabbricato, la Certosa di Trisulti, da questo lato in selvaggia posizione.
Attraversato il ponte per una bella strada in ripida salita in mezzo ad un bosco splendido che l’oscurità non ci permise di ben ammirare, in ¾ d’ora arrivammo alla Certosa (797 m.). Accolti cortesemente dai frati, per quella sera non pensammo che a riposarci e dopo una buona cena ci ponemmo a letto.
All’indomani, lunedì 7, ci alzammo alla 7 ant., e visitammo la Certosa.
Allorchè nel Medio Evo l’ordine dei Certosini fondato da S. Brunone verso la fine del secolo XI cominciò ad estendersi, alcuni riunitisi per far vita comune sotto questa regola ottennero nel 1208 dal Pontefice Innocenzo III la tenuta già stata posseduta dai Benedettini i quali vi avevano fondato un monastero detto di S. Domenico Soriano, di cui si vedono tuttora poco distanti dall’attuale fabbricato gli avanzi. Nel 4211 venne dai Monaci fondato il novello convento che prese nome, dicesi, da un castello denominato di Trisalto, il quale a sua volta sarebbe stato così chiamato dai tre monti boscosi su cui sorgeva, a tribus saltibus.
Il moderno convento non si compone di un solo fabbricato ma di più fabbricati insieme riuniti che occupano una vasta area. Le costruzioni non sono antiche e la chiesa medesima assai elegante e rivestita di marmi mostra chiaramente che non risale al di là del secolo XVIII benchè sianvi traccie di costruzioni medioevali. Importante è la farmacia assai ricca e ben tenuta e il bel giardinetto annesso a cui fan cornice gli alti monti rocciosi.
Ogni cosa in questo convento è mantenuta pulita con grande e minuziosa cura, incominciando dalle tonache dei frati di un bel bianco, sulle quali risaltono le lunghe barbe dei laici. I monaci si fanno invece radere accuratamente capelli e barba, e di essi pochi ne vedemmo, la regola di quest’ordine essendo l’assoluto silenzio. L’unica parola che fra loro si scambiano incontrandosi è memento mori. Siffatta regola, che imponendo l’abbandono di ciò che l’uomo ha di più prezioso dopo il pensiero, la parola, difficilmente si riuscirebbe a comprendere in una popolosa città, o in mezzo a una verdeggiante, allegra e animata campagna, è invece spiegabilissima in questa erma solitudine ove tutto invita ad una vita contemplativa. La Certosa è costruita in mezzo ad un bello ma tetro bosco sopra un colle che s’erge sulla stretta valle ove corre impetuoso il torrente Cosa, mentre sorgono a nord, ad est e ad ovest alti monti rocciosi, che appartengono al gruppo degli Ernici, ora coperti di neve. Al sud l’occhio spazia lontano sui monti dai Vosci e su parte della campagna d’Alatri.
Questa splendida posizione compensa ad usura di ogni mancanza di sontuosi edifici e di opere d’arte nella Certosa, e fa desiderare ai visitatori di poter quivi passare qualche mese lontano dalle affannose cure della vita cittadina, anche a rischio di sottomettersi alla regola certosina, all’assoluto silenzio: poichè la contemplazione, la reale ammirazione della natura è muta, niuna parola essendovi che valga ad estrinsecare gl’intimi sentimenti che essa ispira.
Alle 9, 15 ant., partimmo da Trisulti e attraversato il bosco per una sassosa e ripida via mulattiera scendemmo nella valle del Cosa, dal lato opposto a quello per cui eravamo saliti il giorno precedente. Nel fondo il torrente rumoreggiava uscendo da una stretta gola ed intorno facevan regale corona i monti Monna e Fanfilli tutti coperti di neve.
Attraversato il torrente salimmo rapidamente, e quindi anzichè proseguire la via Mulattiera che mena al paesetto di Collepardo, deviammo a destra per uno stradello onde recarci a visitare il famoso Pozzo di Santullo o di Antullo (670 m.). È esso una profonda cavità circolare del diametro di circa 200 metri, e della profondità di 60. Le pareti scendono quasi verticalmente verso il fondo, e da esse pendono qua e là numerose stalattiti, mentre molte ginestre sbucano dagli interstizi dei massi. Nel fondo del pozzo si stende un verde prato e sorge qualche pianta. D’estate vengono qui calate con corda a pascolare le pecore, e vi sono lasciate qualche tempo, finchè qualche pastore disceso giù anch’esso con una corda le leva per condurle nuovamente nell’aperta campagna. Questa cavità non ha, come a prima vista potrebbesi ritenere, origine vulcanica: la natura calcarea delle rocci esclude subito questa supposizione. Credo invece accettabile l’opinione di coloro che stimano trattarsi di una sotterranea caverna, di cui crollò la vôlta. A ogni modo è certo una curiosità naturale degna di essere visitata, e alla quale accresce maestosità il panorama circostante. Singolare è la leggenda che corre intorno alla origine del pozzo, leggenda tuttora viva fra i paesani, e che certo venne inventata da qualche prete. Si narra che sopra la cavità si stendeva un’aia, e che avendo alcuni contadini voluto su di essa battere il grano, nonostante che fosse la festa dell’Assunta, la Madonna per punirli, fece ad un tratto sprofondare l’aia, e cosi si formò il pozzo!
Dal Pozzo di Santullo in breve giungemmo a Collepardo (581 m.), un misero villaggio di dove, dopo una piccola fermata giungemmo al letto del torrente per andare a vedere la grotta che prende il nome dal paese, e che è situata entro il monte Marginato. L’apertura della grotta è ad uno spigolo del monte, e ha la forma di un triangolo. Il luogo è uno dei più pittoreschi. Il monte Marginato si avanza nel mezzo della stretta valle in cui veloce scorre il Cosa, e le sue rupi sono ripide e scoscese, e la vallata ha un non so che di romantico e di poetico colla sua profonda quiete, e colla sua benchè bella scarsa vegetazione.
Anche per coloro che abbiano vedute molte grotte,, questa di Collepardo riesce, a causa della sua ampiezza, interessante. Essa si compone di più parti, e fatta illuminare con dei mucchi di stoppa disposti bizzarramente negli interstizi che esistono fra le varie sale presenta un aspetto veramente magico. Sembra di intraprendere con Jules Verne un viaggio al centro della terra. Si ammirano i più piccoli particolari, tutte le più bizzarre conformazioni delle stalittiti e delle grandiose stalagmiti, fra le quali si vedono svolazzare numerosi pipistrelli disturbati nel loro sonno.
Alle 12 meridiane, uscimmo dalla grotta e risalimmo sulla via che collega Collepardo ad Alatri (446 m.) ove con sollecito passo fummo alla 1,15 pom.
Ciò che di più rimarchevole vi è in Alatri, sono le mura ciclopiche che anticamente circondavano tutta la città, e di cui ora sussiste solo la parte dell’antica rocca. Questi avanzi sono i più imponenti che si ritrovano di mura ciclopiche, e sorgono nella parte più alta del paese al di sotto della chiesa di S. Maria Maggiore, costruita sull’antica cittadella. L’altezza delle mura è di più che una trentina di metri, ed ogni masso che le compone è di straordinaria grandezza e di forma irregolare: tutti combaciano fra di loro a guisa di imponente mosaico composto da giganti. Non si riesce a spiegare come siasi potuto con i pochi mezzi meccanici che si possedevano a quel tempo muovere massi di simile grossezza. La porta delle mura è veramente meravigliosa coi suoi tre architravi di smisurato macigno di un sol pezzo. Il primo architrave si incatena cogli spigoli, gli altri due non hanno incastro e poggiano sulle altre parti che formano i due fianchi o mura laterali.
Peccato che i pochi avanzi storici del tempo non riescano a far decidere a quale epoca queste mura risalgano. Una completa incertezza domina intorno ad esse. Mentre la tradizione le attribuisce ai tempi di Saturno, alcuni le ritengono del periodo di civiltà degli Indo-Germani e dei Pelasgi, altri tra cui il Gregorovius, reputano non si possano questi lavori ciclopici (numerosi nei paesi della Provincia Romana) far risalire a tempi troppo remoti, e opinano siano stati eseguiti quando Roma era già fondata, osservando che il passaggio da queste costruzioni a quelle poco meno colossali con pietre lavorate e regolari degli Etruschi e dei Romani, fu più rapido di quel che si crede. Su quest’ultima opinione io avrei i miei dubbi, poichè in periodo in cui già si era introdotto il sistema di lavorare i massi per comporre le mura è ben difficile che vi fossero popolazioni che volessero sottoporsi all’improbo lavoro di scegliere grossi massi che combaciassero fra di loro, mentre con lieve fatica avrebbero potuto ridurre quelli che avevano fra le mani: nè sembrami che queste mura ciclopiche indichino un grado di civiltà abbastanza elevato, come quello che susseguì alla fondazione di Roma.
Un’altra cosa degna di osservazione in Alatri è la stupenda veduta che si gode dal di sopra delle mura dal piazzale che si estende dinanzi alla chiesa. Lo sguardo percorre tutta la verdeggiante campagna di Alatri cosparsa di numerosi e graziosi paesetti, Polì, Torrice, Ripi, Vallecorsa, Castro e Prosinone a mezzodì: Falvaterra, Banco, e Veroli a Oriente: Vico, Guarcino, Torre, Trivigliano a Settentrione, e Fumone a ponente, e nello sfondo del quadro
.... Tutte ad una ad una |
che formano il gruppo della bella e lunga catena degli Ernici.
Con una vettura alla 1,40, partimmo da Alatri, e in un’ora giungemmo alla stazione di Frosinone, donde il treno ci ricondusse per le 6,55 p. in Roma, paghi della nostra gita, facendo voti che questo ameno paese ernicino possa essere visitato dai touristi più di quanto lo è stato finora, poichè le splendide sue bellezze ed i suoi incanti naturali lo meritano sotto ogni riguardo sia dal punto di vista storico, sia da quello archeologico, sia da quello artistico.
D.r Enrico Abbate.