Andromaca (Euripide - Romagnoli)/Esodo

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Esodo

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Euripide - Andromaca (420 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1931)
Esodo
Quinto episodio Note


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Tragedie di Euripide (Romagnoli) VI-0089.png

È portato sulla scena il cadavere di Neottolemo.


CORO
Ecco, già dalla terra di Delfi
il signor della reggia s’appressa,
trasportato. Oh te misero, ch’ài
sofferto, e te misero, o vecchio,
che ricevi, ma non come brami,
nella reggia il figliuolo d’Achille!

peleo
Strofe I
Ahi, che scempio veder, che scempio accogliere
debbo nei tetti miei, fra le mie mani!
Ahimè, ahi, ahi!
Perduto io sono, o tèssala
città, finito. Piú la mia progenie
non è, niuno piú abita
la casa. Oh doglie immani!
Su quale amico or potrò lieto volgere
lo sguardo? Oh care labbra, o mani, o guancia!
Oh, un Dèmone t’avesse in Ilio spento,
su l'acque del Simento!

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coro
Onore avuto egli ne avrebbe, e tu
meno infelice ne saresti, o vecchio,
peleo
Antistrofe I
Nozze, nozze, per voi la mia progenie
la mia città, fra che rovine cade 1
Ahimè, ahi, ahi!
Deh, mai la stirpe di tua moglie Ermione
alla mia stirpe, alla mia casa infausta,
non avesse l’eccidio
spinto su te dell’Ade!
Prima l’avesse incenerita un fulmine!
Mai non dovevi al Dio ragione chiedere
del padre che peri sotto gli strali,
tu, nato da mortali.
coro
Strofe II
Ahimè, ahimè!,
pel mio defunto principe, la nenia
dei defunti con lunghi ululi effondo.
peleo
Antistrofe II
Ahimè, ahimè!,
ed io, vegliardo ed infelice, misero
me, coi miei lagni ai lagni tuoi rispondo.

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Strofe III
Volle il Fato il tuo mal, lo volle un Dio.
Vuoto lasciasti, o caro, il tetto mio.
Ahimè, misero me, che tra gli affanni
senza figli mi lasci, e grave d’anni.
coro
Pria del figlio morir dovevi, o vecchio!
peleo
Schiomare la mia fronte
io non dovrò? Di rovinose impronte
segnare il capo mio? Città, città.
Apollo entrambi i figli uccisi m’ha!
coro
Strofe IV
Oh vecchio, ch’ài veduto, sofferto tanto duolo,
quale d’ora in avanti, la tua vita sarà?
peleo
In un mal senza termine, senza figliuoli, solo,
vivrò, sino all’Averno, fra le calamità.
coro
Antistrofe III
Te con le nozze i Numi invan bearono.

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peleo
Ahi, per l’aria, lontan disparve quanto
io possedevo, ed ogni altero vanto.
coro
Sol nella sola casa adesso vagoli.
peleo
La patria non ho piú.
Scettro, in malora, va! — Vedimi, or tu,
figliuola di Nerèo, dalla tua scura
grotta, piombar nell’ultima sventura.
coro
Che s’agita mai? Di qual Nume
sento io la presenza? Fanciulle,
guardate, mirate: solcando
dell’ètra il fulgore,
un Dèmone scende sui campi
di Ftia, di cavalli nutrice.
Solcando l’aria, scende dall’alto Titidc.
tetide
Grazie alle nostre antiche nozze, io, Tètide,
abbandonata di Nerèo la casa,
Pelèo, qui giungo. E prima io t’ammonisco

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che per i mali ch’ora ti percotono
troppo tu non t’affanni. Anch’io, che figli
avrei dovuto aver dal pianto immuni,
quello avuto da te, primo fra gli uomini,
dai pie’ veloci, Achille, io l’ho perduto.
Perché qui venni ora ti dico: ascoltami.
Questo d’Achille spento figlio, a Pito
porta, e presso all’altare seppelliscilo,
che sia scorno pei Delfi, e la sua tomba
gridi lo scempio della man d'Oreste.
E questa donna prigioniera, Andromaca
dico, abitar la terra dei Molossi,
o vecchio, deve, ad Èleno congiunta
in giuste nozze, e seco questo pargolo,
solo rimasto della stirpe d’Eaco.
E sovrani da lui discenderanno,
che di Molossia, un dopo l'altro, il regno
felici avranno: ché non deve, o vecchio,
cosí distrutta andar la mia progenie,
la tua, quella di Troia: anch’essa a cuore
dei Numi sta, sebben l’odio di Pàllade
cader la fece. E perché tu riscuota
vecchio, dalle mie nozze alcuna grazia,
t’affrancherò dalle miserie umane,
ti farò Nume eterno incorruttibile:
e d’ora innanzi. Iddio con una Iddia,
la casa di Nerèo t’ospiterà.
Di qui, pel mar movendo asciutto il piede,
il mio figlio, il tuo figlio dilettissimo
Achilie tu vedrai, che su la spiaggia
di Leuca1, entro l’Eusin, vive in un’isola.
A Delfi, alla città che i Numi estrussero
adesso muovi, e questa salma reca;

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e poi che tu l’avrai sepolta, vieni
al cavo speco dell’antica rupe
di Sepia, e siedi, e aspetta, infin ch’io giunga
dal pelago, e con me la schiera adduca
che guida a te sarà, delle cinquanta
Nerèidi: quello che il destino segna
per te, devi compir: Giove lo vuole.
Dal crucciarti pei morti ora desisti:
ché questa legge i Numi a tutti gli uomini
imposero: morire: e morir debbono.
PELEO
O veneranda, o nobile mia sposa,
o figlia di Nerèo, salve. Ben degno
è ciò che fai, di te, della tua stirpe.
Desisterò, poiché tu, Dea, l’imponi,
dal cruccio: e quando avrò costui sepolto,
andrò del Pelio negli anfratti, dove,
t’ebber le braccia mie preda bellissima.
Ora non deve, chi ben sa, figliuole,
di nobili sposare, e dare a nobili
le proprie, e non bramar mogli volgari
anche se in casa ricca dote portino?
Escono tutti.
CORO
Spesso trasmuta quanto oprano i Dèmoni
e inaspettati eventi i Numi compiono;
e a quel che s’attendea negarono esito,
e all’inatteso aprir tramite agevole.

E tale fu di questo evento il termine.

  1. [p. 312 modifica]Leuca, piccola isola nel mare Eusino, dove era la tomba di Achille.