Anfora perugina/Testo

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Wolfgang Helbig - Anfora perugina (1862)
Traduzione dal tedesco di Anonimo (1862)
Testo
Anfora perugina Immagine
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Anfora perugina p 10.png







  Le dipinture che pubblichiamo sulla tav. LXX de’ Monumenti e sulla tav. d’agg. O, adornano i due lati di un’anfora trovata nel 1857 in un sepolcro di Perugia (v. Conestabile, Bull. dell’Inst. 1858 p. 58 segg.) ed ora conservata nel museo di cotesta città. Avendo di già il Brunn trattato distesamente della forma del vaso, della tecnica e dello stile della dipintura, posso rivolgermi subito alla considerazione dei soggetti rappresentati. Nel mezzo della parte nobile si vede il giovane Bacco seduto sopra una semplice seggiola, coronato di ellera e col tirso nella destra, in attitudine e con espressione tranquilla guardando innanzi a sè.

Accanto a lui sta in piedi una figura muliebre giovanile, [p. 245 modifica] i capelli ricciuti cinti d’un largo diadema. Essa è vestita di un chitone di stoffa fina e pieghevole con maniche, che arrivano fin alla metà del braccio, e con un largo orlo verso il collo, i lombi ricinti da un cintolo ed il collo da un monile di perle. Un largo nastro ornato in singolar maniera pende da ambedue le spalle, facendo probabilmente parte del vestito bacchico1. Ella mette la destra placidamente sulla spalla del dio, che le siede accanto, e, chinato un poco il capo come meditando seco, mira verso di lui. A sinistra di questo gruppo di mezzo si scorge un Satiro barbato e nudo, tranne che la nebride gettata in dietro sulle spalle gli pende lungo il dorso. Egli mette il piede sinistro sopra un’anfora di forma pressochè compagna a quella della nostra, e mentre col braccio destro si appoggia sul tirso, riposa commodamente sulla gamba il sinistro, col quale tiene un cantaro. Così colla chiara espressione di una attenzione fissa, tratto che è indicato specialmente mediante la bocca mezzo aperta, mira nella stessa direzione come il dio, che siede dinanzi a lui.

Ad esso corrispondendo si vede effigiato a man destra del gruppo di mezzo una figura muliebre che la corona d’ellera nei capelli e la nebride, della quale è vestita, fanno riconoscere come appartenente al tiaso di Bacco. Volta dalla parte opposta del gruppo di mezzo, ella sta ritta in piedi, e poggiata la gamba sinistra sovr’un certo rialto e le braccia incrociate sulla coscia sinistra, commodamente posata guarda, come se contemplasse qualche cosa, che accade innanzi a lei, ma che non si vede effigiata sul vaso. Accanto al Satiro si vede [p. 246 modifica]rappresentato un alloro; accanto a lei oltre all’alloro anche una daina, la quale, volto il capo indietro, guarda in su verso di lei. Delle cerve e dei caprioletti si vedono tante volte dipinti in rappresentazioni bacchiche, talchè non occorre citarne degli esempj. Molto singolare però è il grande ornamento a guisa di arabesco, il quale vedi dipinto immediatamente presso al gruppo di mezzo. Forse non serve ad altro che ad ornamento, ed e destinato a riempire il vuoto che in proporzione assai grande vi era fra il gruppo di mezzo e la Tiasotide. Del resto di cosiffatte rappresentazioni si potrà giudicare con qualche sicurezza soltanto allorquando per un accurato studio dei sussistenti monumenti, fatto a bella posta con questo scopo, saranno stabilite le leggi, che i pittori di vasi seguivano sotto questo rapporto. Tranne la figura muliebre, che sta d’appresso a Bacco, tutte le altre figure della nostra rappresentazione si riconoscono facilmente dagli attributi caratteristici, dei quali sono forniti, di modo che se ne potevano indicare i nomi insieme colla descrizione. Quanto a quella poi si può stare sospesi fra Arianna e Semele, figure che si distinguono assai difficilmente, essendochè anche la madre di Bacco veniva effigiata con sembianze giovanili. In ogni caso però Bacco veniva più spesse volte rappresentato insieme con Arianna che con Semele. Finora sono stati avvertiti soltanto tre vasi, sui quali si riconoscono con assoluta sicurezza Bacco e Semele: cioè in primo luogo il dipinto di una tazza arcaica del Museo Santangelo coi busti di Dioniso e Semele (Bull. Nap. N. S. VI, tav. XIII = Gerhard über die Anthesterien tav. I, 1. 2); il secondo si è un’idria di stile arcaico del Museo di Berlino con Dioniso che monta una quadriga e Semele che gli viene incontro (v. Gerhard, Berlins ant. Bildw. I, Vasen n. 699. [p. 247 modifica]Etrusk. u. Camp. Vasenb. tav. IV. V). In questi due dipinti l’attribuzione a Semele vien decisa per l’iscrizione aggiunta. Come terzo ad essi si aggiunga il dipinto di un vaso (Millin, peint. de vases ant. II, tav. XLIX. = Gal. myth. tav. LX, num. 233), sul quale Bacco rappresentato con sembianze puerili è sdrajato nel grembo di una figura muliebre, e dove la differenza dell’eta delle due figure chiaramente indicata ci costringe a riconoscere in quella donna non l’amante, ma la madre di Bacco2. Bacco ed Arianna al contrario si trovano spessissimo rappresentati insieme, ed io stesso avrò occasione di rammentare alcune rappresentazioni compagne al nostro vaso, nelle quali Arianna si riconosce con sicurezza. Perlochè anche nella suddetta figura del nostro dipinto bisognerà riconoscere Arianna. Se ella poi par essere più seria e riflessiva che non si presenta nella più parte delle altre rappresentazioni, ciò si spiega e dallo stile moderato, che predomina nel nostro dipinto, e dalla scena rappresentata, la quale ci reca dinanzi agli occhi il tiaso non commosso dalle passioni delle orgie, ma sommesso in placida calma. Molto più difficile è il ritrovare le relazioni, che uniscono le diverse parti della composizione fra loro. Chiunque esamina la pittura in discorso primieramente troverà strano, che la Tiasotide si rivolge dalla parte opposta delle altre figure, di modo che non vi si scorge nessuna relazione fra questa figura e le altre. Parimente nella figura del Satiro non vi è [p. 248 modifica]nulla che la metta in relazione col gruppo rappresentato dinanzi a lui. Non possiamo supporre, che egli sia immerso nella contemplazione del suo dio, essendochè quello si rivolge dalla parte opposta: concetto del resto, che vien escluso anche dal disegno dell'occhio, come ci si presenta. E ammesso anche il caso che i suoi sguardi fossero volti verso il gruppo di mezzo come mai si spiega quella espressione di attenzione viva, che si scorge nel suo viso? Imperocchè nè si può supporre, che egli guardi con attenzione qualche azione di Bacco ed Arianna, essendo questi rappresentati senza alcuna azione, nè che egli con attenzione ascolti ciò che essi parlino, non essendo in veruna maniera indicato, che parlino. Cio che si rende anche più manifesto, paragonando un altro dipinto vasculare (Millin, peint. de vases II, pl. XXXVI), dove è un Satiro, il quale somiglia moltissimo al nostro e nell'attitudine e nell'espressione. Colà però i motivi di questa espressione sono così bene espressi, che ognuno se n’avvede di subito: egli volge la sua attenzione a ciò che un altro Satiro tratta con vivi gesti con una Baccante. Spesse volte in rappresentazioni di simil genere, come è la nostra, le figure, che restano dietro al gruppo di mezzo, stanno in relazione con quelle, che sono rappresentate dirimpetto a loro dall'altra parte del gruppo di mezzo, così che nel nostro caso il Satiro e la Tiasotide potrebbero esser messi in qualche relazione fra loro. Ma neppure questo ha luogo. Così che al primo aspetto egli sembra, che le due figure siano aggiunte da tutti e due i lati del gruppo principale senza alcuna certa relazione, soltanto per riempire il vuoto in qualche posizione conveniente. In quanto a quel gruppo stesso finalmente, vero è che Arianna volge lo sguardo verso il Dio; questi però non corrisponde allo sguardo di [p. 249 modifica]lei, ma senza avvedersene guarda dinanzi a sè. Pare dunque, che come tutte le altre parti del dipinto, così anche quelle dello stesso suo centro siano prive di relazione l’una coll’altra. Ciò verrà più chiaro ancora, se al nostro dipinto si paragonino altre rappresentazioni simili del tiaso bacchico, nelle quali parimente attorno al gruppo di mezzo si aggruppano altre figure messe così, che corrispondono a quello. Nessuna di queste volge al gruppo di mezzo le spalle, anzi senza eccezione si rivolgono verso di lui, o prendendo parte all'azione, che quello rappresenta, o con qualche gesto esprimendo l’interesse che vi prendono, o almeno per via degli sguardi messe in qualche relazione con delle figure, che loro stanno dirimpetto. Queste rappresentazioni, quante finora sono state pubblicate, restano molto indietro alla nostra in finezza di sentimento e d’esecuzione, ma tuttavia ci fanno sempre l'impressione di una composizione compiuta. Tanto più siamo costretti di non contentarci coll'aver fatto osservare nel nostro dipinto quella particolarità, ma di cercarne qualche spiegazione, la quale probabilmente, allorquando sarà trovata, giustificherà l’artista. Considerando dunque, come gli sguardi della Tiasotide, di Bacco e del Satiro tutti quanti sono rivolti dalla stessa parte, e che nel viso del Satiro si esprime chiaro l’atteggiamento dell’attenzione, facilmente siamo portati a supporre, che dalla stessa parte accada qualche cosa, che attiri i loro sguardi. Posto dunque, che Bacco ed i suoi seguaci guardino qualche spettacolo, che non è rappresentato sul dipinto stesso, noi troviamo una espressione conveniente e quasi direi parlante nelle diverse figure, e nello stesso tempo una composizione ben compita. Alla natura semplice e materiale del Satiro conviene benissimo, che nel suo viso si dipinge l'attenzione [p. 250 modifica]la più viva, mentrechè la Tiasotide, natura di più fina organizzazione di quello, guarda lo stesso spettacolo con più calma. Colla calma la più grande ed affatto conveniente alla sua maestà mira il dio. Molto buon concetto finalmente è stato di fare che Arianna non guardi lo spettacolo, ma fissi gli occhi sull’amato consorte.

La composizione del dipinto ha dunque bisogno di qualche supplemento. Un’esatta considerazione delle diverse figure ci ha fatto supporlo, ed ora abbiamo a cercare, se altri dipinti di vasi mostrino la stessa particolarità. Se non se ne trovano degli altri esempj, la nostra opinione potrebbe considerarsi soltanto come ipotesi, mentrechè se ci riesce di scoprirne un solo caso analogo, ella potrà attribuirsi il vanto della sicurezza. Consideriamo la pittura del lato posteriore di un vaso trovato ad Anzi e pubblicato dal Millingen, peintures de vases I, pl. 2. (Lo stesso si trova, ma non intiero, presso il Müller, Denkm. d. a. K. II, 38, n. 442). In mezzo di esso vediamo il giovanile Bacco seduto sopra un colle col narthex nella sinistra ed una piccola pantera sulla coscia destra. Egli guarda verso dinanzi, come se contemplasse qualche cosa, che accade innanzi ai suoi occhi ed alza la destra un poco sopra la coscia, gesto che secondo la scena nella quale egli si trova, significa ora pietà, ora meraviglia, ora orrore, ora un miscuglio di tutti questi sentimenti. Dietro a Bacco sta in piedi una Tiasotide, tenendo il timpano nella sinistra e guardando coll’espressione d’attenzione nella stessa direzione come Bacco. A lei d’appresso un Satiro imberbe, mezzo a sedere, e mezzo sdrajato, guarda in su, forse verso lo stesso spettacolo, che attira gli sguardi delle figure fin’adesso descritte. Al di sopra della Tiasotide e del Satiro, di dietro ad un colle, sputa la figura di un Satiro barbato. [p. 251 modifica]Egli guarda nella medesima direzione come l’altre figure ed esprime nel viso qualche violento effetto, come terrore o gran meraviglia: il che vien indicato anche dal gesto della mano alzata e dalle dita rattratte. Davanti a Bacco, ma volta dalla parte contraria, si scorge un’altra Tiasotide colla corona d’ellera sulla testa ed il narthex nella sinistra. Nella destra mezzo alzata ella tiene sopra un cratere, che al di sotto di lei posa sur un ὑποκρατήριον, una patera, volgendo gli sguardi con espressione singolarmente enfatica verso un punto lontano, come se guardasse qualche cosa, che colà accade. Ecco la breve descrizione del dipinto, nella quale ho voluto passare sotto silenzio certe particolarità che per il nostro scopo non presentano nessun interesse. II ch. Jahn mio riverito maestro negli Annali dell’Inst. XXIX 1857 p. 125 sg. ritiene questo quadro per una composizione compiuta e lo spiega in tal modo: Bacco ed il suo tiaso assistono ad un atto solenne del culto bacchico, che vien messo in effetto dalla figura muliebre, la quale tiene la patera sopra il cratere, secondo ogni probabilità destinato a mischiare il vino e l’acqua. Ma vi sono certi momenti nella nostra rappresentazione, che difficilmente si rapportano a quella spiegazione. Ammetto per ora, che quella figura muliebre, come suppone il Jahn, sia sul punto di versare del vino dalla patera nel cratere. Ma che cosa ha allora da fare con quell’azione l’espressione appassionata nel viso del Satiro barbato ed il gesto della sua mano, che lo stesso Jahn prende per un’espressione di fissa attenzione? A lui, essendo seguace del tiaso di Bacco, doveva essere ben noto quel rito e non poteva in nessun modo eccitare la sua attenzione maniera così sorprendente. Ancora meno si potrà mettere d’accordo colla spiegazione del Jahn [p. 252 modifica]l’atteggiamento di meraviglia o di terrore, che noi crediamo di dover riconoscere nella sua figura. Parimente ci resta inesplicabile quel gesto di Bacco, segno di misericordia o di orrore che sia, se vi ha luogo qualche solenne atto del culto innanzi agli occhi del dio. Finalmente fa moltissima meraviglia, che la figura muliebre la quale secondo l'opinione del ch. Jahn eseguisce qualche ceremonia bacchica, è rivolta dalla parte a lui contraria. Secondo ogni probabilità si aspetterebbe, che ella si volgesse verso di lui, come in simile occasione lo vediamo nella dipintura di un vaso, pubblicato nei Mon. d. Inst. VI, 1857, tav. V, b, dove una figura muliebre, mentre Bacco le siede d’appresso, rivolta verso il dio liba da una patera in un cratere. Oltre a ciò l’attitudine della nostra figura è tale, che non si può neppure con sicurezza affermare, ch’ella versi nel cratere. I suoi sguardi sono rivolti a dirittura verso un punto lontano, e non hanno a far nulla colla supposta libazione. Cosi pare, che ella non alzi la patera per libarne, ma per accennare qualche cosa, che accada lontano da lei. Questi momenti ci costringono a dubitare della spiegazione proposta dal Jahn, e ci portano alla stessa opinione come nella dipintura del vaso di Perugia, cioè, che la composizione non sia compiuta, ma chieda qualche supplemento. Come nel dipinto di Perugia, così sulla parte di dietro del vaso di Anzi le faccie delle figure tutte quante sono rivolte verso lo stesso lato, nè vi si scorge alcuna relazione fra di loro stesse. I sentimenti di attenzione, di meraviglia, di pietà o di orrore, che nelle diverse figure sono espressi in un modo significantissimo, non trovano alcuna spiegazione nel dipinto stesso. In questo caso il supplemento è facile, e da cercarsi sulla parte di faccia. Già la Baccante ed il Satiro, personaggi del tiaso, che si vedono [p. 253 modifica] anche sulla parte anteriore, ci portano a metterla in relazione colla parte di dietro, ove son rappresentati Bacco col resto del tiaso. Ciò è accennato anche dall’analogia nella composizione dei due dipinti, mercè la quale colà una Baccante col timpano, qui il Satiro compariscono da dietro al colle fino alla metà del corpo. Nel dipinto di faccia vien rappresentato, come il re Licurgo, violatore del tiaso bacchico, preso da manìa ammazza la moglie ed i figliuoli. Il re sta in piedi nel mezzo del dipinto, contorto le fattezze dalla manìa, e vibra una bipenne per recare il colpo mortale alla consorte, la quale egli tiene afferrata al capo dopo averla buttata in terra. Il figlio, già colpito, è per cadere a sinistra del padre, ma vien raccolto da una figura muliebre, probabilmente qualche serva della casa. Al di sopra della strage vola Lyssa dea della manìa, la quale col κέτρον e la face spinge Licurgo a continuare nel suo furore (v. Bruno Ann. d. Inst. XXII, 1850, p. 339 segg.). Essendo il re di Tracia così punito per cagione della sua empietà contro il tiaso, l’artista ha resi convenientissimamente Bacco ed i suoi seguaci testimoni del fatto: concetto, che vediamo rappresentato sur un vaso riprodotto nei Mon. dell’Inst. IV, 1845, tav. XVI. Qui però il tiaso, che è distribuito ad ambedue i lati della strage, ci vien recato dinanzi agli occhi privo di ogni espressione d’interesse al fatto. Due Baccanti percuotono il timpano, un’altra i cembali, mentrechè Bacco ed Arianna siedono d’appresso in perfettissima calma; anzi l’artista non ha neppure chiaramente espresso, che essi guardino lo spettacolo. È però possibile, che egli avesse avuta l’intenzione di fare spiccare in questo modo un contrasto singolare fra la strage da un lato e la calma maestosa dei consorti divini e l’entusiasmo bacchico del tiaso dall’altro. Ma siffatto contrasto presentandosi troppo grande [p. 254 modifica] nelle diverse figure agli occhi dello spettatore, questo resta molto più freddo ed è molto meno commosso che guardando il vaso di Anzi, dove Bacco ed i suoi seguaci compariscono commossi in vario modo dall’atroce spettacolo. Sullo stesso lato di faccia vediamo un Satiro giovanile nascosto in un bosco, che ci vien indicato da un alloro e da un arbusto di catto. Egli è commosso da pietà per le innocenti vittime, che debbono morire per cagione dell’empietà di Licurgo, e fa alla consorte, che sola è superstite, dei cenni, probabilmente per esortarla a nascondersi presso di lui dal re forsennato. Al di sopra della strage, di dietro a un colle mira una Baccante col timpano nella sinistra. Spaventata ella alza la destra e guarda in su forse verso la sua compagna, la quale è rappresentata dirimpetto a lei sul lato di dietro colla patera in mano. Quella in attitudine enfatica muove la patera colla mano alzata verso la strage, come per accennare, che l’empio è colpito dalla meritata pena. Lo stesso Bacco si mostra commosso dall’atroce soddisfazione che gli viene concessa, e preso da pietà. Spaventato mira il vecchio Satiro il fatto, attoniti o come impietrati il Satiro giovanile e la Baccante, che gli stanno di sotto. Prendendo così i due dipinti del vaso per parti della stessa rappresentazione, ogni tratto del lato di dietro s’intende bene, ed ai nostri occhi si vede una composizione ben meditata e piena di sentimenti patetici, di modochè niente ci impedisce di prender il nostro dipinto per una copia di qualche importante quadro3, sebbene il disegno sia non sempre tutto corretto. Stabilito [p. 255 modifica] dunque, che il tiaso bacchico su quel vaso guarda pieno di pietà e di orrore la punizione di Licurgo, non è qui il luogo di tirarne tutte le conseguenze, che sotto il rapporto mitologico se ne potrebbero tirare. Per il dipinto del vaso di Perugia, la cui spiegazione adesso ci occupa, è d’interesse soltanto il fatto che abbiamo trovato un dipinto di vaso, che in se stesso non conteneva il compimento delta composizione. Il supplimento si doveva cercare sul lato opposto. Questo è senza alcun dubbio anche il caso dell’anfora di Perugia. II lato di dietro (tav. d’agg. O, sulla quale le figure sono ridotte alla metà dell’originale) ci presenta il fatto che guardano Bacco ed i suoi seguaci. Vi si vedono due figure giovanili, snelle e robuste, nude meno la clamide, appoggiandosi sulla lancia, quello d’avanti colla destra, quello di dietro colla sinistra. Al di sopra del destro omero dell’ultimo si scorge il petaso. Davanti a loro sta in piedi un’alta figura muliebre vestita del chitone, le cui larghe maniche arrivano fin al di là del gomito. Sopra il chitone ella porta un manto che largamente piegato scende dall’omero sinistro e vela quasi tutta la figura. La destra tiene un gran ramo d’alloro, che arriva fin al suolo, mentrechè il braccio sinistro è ravvolto nel manto. Così abbiamo una figura piena di dignità e di decoro, e l’impressione generale, che vien recata guardandola, ci rende probabile, ch’ella rappresenti una sacerdotessa: opinione corroborata anche dal sacro alloro, che si vede nella destra di lei. La statura ed il vestire delle figure, che le stanno davanti, sono quelli soliti di giovani ellenici, e non ci autorizzano a riconoscere in loro personaggi certi. La somiglianza, che si presenta fra di loro e la descrizione, che Suida sotto la voce Διόσκουροι fa secondo Eliano di due statue dei Dioscuri, descrivendoli come νεανίαι [p. 256 modifica]μεγάλοι, γυμνοὶ τὰς παρειὰς, ὅμοιοι τὸ εἶδος καὶ χλαμύδα ἔχοντες ἐπὶ τῶν ὤμων ἐφημμήνην ἑκάτερος, καὶ ξίφη ἔφερον τῶν χλαμύδων (?) ἠρτημένα καὶ λόγχας εἶχον παρεστώσας, ἐν αἷς ἠρείδοντο, ὁ μὲν κατὰ δεξιάν, ὁ δὲ κατὰ λαιαν, non ha nulla onde maravigliarne, essendochè il vestiario dei Dioscuri non si scostava da quello di giovani ellenici. Anche ciò, che l’uno dei giovani reca la lancia nella sinistra, l’altro nella destra, si spiega tanto ne’ simulacri dei Dioscuri, quanto nelle nostre figure dalla necessità, che costringe l’artista di svariare le attitudini delle figure. Lo stesso si trova spesso in coppie di giovani, i quali sebbene di attitudine e di vestimenti presso a poco corrispondano alla data descrizione, con tutto ciò non possono spiegarsi tutti per Dioscuri (p. e. Millingen, peint. de vases I, tav. LVI. Millin, peint. de vases II, tav, LXXIV). Essendo secondo ogni probabilità la figura muliebre qualche sacerdotessa, e tenendo l’alloro, attributo che sempre indica qualche atto sacro, e portando inoltre anche i giovani corone d’alloro, non vi può essere alcun dubbio, che non sia per farvisi qualche rito sacro. L’alloro è nella religione ellenica in generale l’albero sacro d’Apolline, la corona ed il ramo d’alloro l’attributo di Apolline e dei personaggi, che stanno con lui in qualche relazione (v. Bötticher, Baumkultus p. 9; p. 338 segg.). Se poi l’alloro apparisce in rappresentanze, che si riferiscono ad altri dei, esso non è che attributo secondario. Degli arbusti d’alloro si scorgono sulla facciata del nostro vaso accanto al tiaso di Bacco. Il dio però e la Tiasotide portano corona d’ellera, fronde sacra di Bacco (v. Bötticher, Baumkultus, p. 14). Nell’inno omerico 26, 9 Bacco è chiamato κισσῷ καὶ δάφνῃ πεπυκασμένος, dove dalla stessa posizione delle parole apparisce, [p. 257 modifica]che il κισσὸς è l’ornamento principale4. Ancorché delle volte i simboli di un dio si trovino trasferiti ad un altro, nel tempo storico però, in cui le figure degli dei ed i loro simboli si sono fissati, questo si debbe tenere per un caso d’eccezione (Gerhard, Auserles. Vasenb. I, p. 115). La spiegazione archeologica deve in generale presupporre nelle rappresentazioni quel ch’è solito, e soltanto, allorquando dei motivi stringenti proibiscono di presupporlo, decidersi di riconoscere in esse l’insolito. Giacchè dunque sul lato di dietro del nostro vaso noi scorgiamo soltanto l’alloro, che è simbolo d’Apolline, e nessun altro attributo, dobbiamo credere, che sia per eseguirvisi qualche atto del culto d’Apolline. A questo accenna anche la figura della sacerdotessa. In un vaso, del quale avrò a’ parlare più innanzi, riconosciamo con sicurezza accanto a Leto, Diana ed Apolline una sacerdotessa, per la quale l’ha benissimo spiegata l’editore, Gerhard, nelle Ant. Bildw. p. 30l (tav. LIX). Quella figura è rappresentata affatto coi medesimi attributi come la nostra. Anche colà troviamo il mantello riccamente piegato ed il ramo d’alloro, se non che la figura sul vaso pubblicato dal Gerhard è cinta, d’un diadema, dietro al quale spuntano delle foglie d’alloro, mentrechè la nostra comparisce priva il capo di ogni ornamento. In ogni caso è impossibile di riconoscere nella nostra figura una sacerdotessa di Bacco e nel dipinto del lato di dietro un atto del culto bacchico, il che, argomentando dal lato di faccia, facilmente uno [p. 258 modifica]potrebbe credere. Una persona, che eseguisce una ceremonia bacchica, in ogni modo, se tien qualche cosa in mano, porta il tirso o il narthex, non mai l’alloro. Col narthex si presenta la figura muliebre che sul vaso poc’anzi rammentato nei Mon. d. Inst. VI, tav. V b liba in presenza di Bacco. Il tirso vien recato da un’altra figura che eseguisce il medesimo atto sur un vaso pubblicato nei Mon. d. Inst. VI, 1860, tav. XXXVII. Sia pure dei miei argomenti l’uno più debole dell’altro, dal loro insieme ne segue in ogni modo, che non ci si presenta sul nostro dipinto un atto del culto bacchico, ma bensì di quello d’Apolline: opinione, la quale più oltre sarà confermata e da analogie, che ci vengono fornite dai monumenti, e da testimonianze che si trovano negli scrittori.

Il soggetto delle rappresentazioni del nostro vaso sarebbe dunque questo: Bacco ed il suo tiaso guardano qualche atto del culto d’Apolline. Quell’altro vaso da noi rammentato, che si trova presso il Gerhard, Ant. Bildw. tav. LIX (= Denkm. d. a. K. II, 36, n. 425 = Inghirami vas. fitt. III, t. 255-56) esibisce una rappresentazione affatto compagna, se non che quella non si divide in lato di faccia e di dietro, ma continua senza interruzione attorno al vaso, il che è possibile mercè la forma di esso, essendo i suoi manichi applicati al di sotto del dipinto, quasi come in quella specie di vasi effigiata dal Jahn nella raccolta dei vasi del re Lodovico tav. II, n. 56. S’intende, che qui posso trattare soltanto di quelli momenti della rappresentazione, che contribuiscono ad intendere il nostro dipinto, e debbo rinunziare ad una spiegazione estesa di tutte le figure, dei loro concetti ed attributi, che in parte riescono assai difficili ad intendersi. Anche qui è rappresentato il tiaso bacchico, assistendo ad un [p. 259 modifica]atto di culto, eseguito in presenza delle stesse divinità apollinee. A sinistra è seduto Bacco guardando verso il lato, dove son riunite le divinità apollinee. Una figura muliebre che gli sta d’accanto, probabilmente qualche personaggio del suo tiaso, accenna colla mano verso lo stesso lato, e par che rivolga la propria attenzione a ciò che colà si eseguisce. Indietro ad ambedue ci accorgiamo di tre figure muliebri, senza dubbio anch’esse seguaci del tiaso, che evidentemente si trattengono fra loro dello stesso soggetto. Due delle quali, l’una sedente coll’iscrizione ΧΡΥΣΗ ΦΙΛΟΜΗΛΗ, rivolgono i loro sguardi evidentemente verso il lato, dove si trovano Apolline ed il suo corteo. Una terza, rivolta la faccia verso le compagne, accenna colla mano verso il gruppo delle divinità apollinee, di modo che non vi può essere alcun dubbio, qual sia l’argomento della loro conversazione. Di dietro ad un colle comparisce il dio Pan, il quale, la mano alzata sopra gli occhi, gesto usato da quelli che vogliono vedere bene qualche cosa che accade lontano da loro, guarda anch’egli verso le divinità apollinee. Un alloro dinanzi al tiaso divide questo dall’altro lato, distinzione evidentemente diretta dall’artista a separar così il gruppo di Bacco da quello d’Apolline. Rivolgiamo ora l’attenzione a quest’ultimo. Apolline è a sedere munito di corona e di un’asta d’alloro, e guarda in su verso Diana. Quella gli sta dinanzi, cinta il capo da un diadema, dietro del quale spuntano foglie d’alloro, e reca nella sinistra la patera, nella destra l’οἰνοχόη, pronta ad eseguire la libazione. Ella è seguita da Leto, il cui capo è adorno della stefane e parimente di foglie d’alloro, mentrechè tiene nella destra lo scettro, nella sinistra un ramo d’alloro. Dietro ad Apolline sta in piedi la sacerdotessa poc’anzi descritta. Al di sopra di lei all’orlo superiore del vaso [p. 260 modifica]è rappresentata una corona d’alloro, accanto a Leto una palma. Esaminato ora l’insieme delle figure di questo lato vi par essere rappresentato il momento, in cui le preparazioni dell’atto sacro son finite, e la libazione per cominciare. Fin qui tutto è chiaro e si possono indicare o i nomi delle diverse figure, o il ciclo di divinità, al quale esse con sicurezza appartengono. Difficilissima al contrario è la spiegazione delle altre figure. Dietro a Leto noi vediamo una figura muliebre incedente verso il lato, dove si trova il tiaso. Essa porta un chitone senza maniche, un imazio ch’ella sta accomodando sull’omero sinistro, due fibbiali attorno al braccio destro ed un monile di perle attorno al collo, e rassomiglia, sì quanto alla figura e sì quanto al vestiario ed all’ornamento, moltissimo alla Tiasotide, che si vede accanto a Bacco. Sarebbe dunque molto opportuno di spiegar essa pure per una Tiasolide. Io non ardisco di giudicare con sicurezza, qual relazione l’artista abbia voluto che vi fosse fra questa figura e le altre, e soltanto per modo d’esempio propongo una maniera, come forse si potrebbe spiegare l’esistenza o l’attitudine di cotesta figura. Forse l’artista volea con essa mettere in relazione fra di loro il gruppo di Bacco con quello d’Apolline, immaginando ch’ella mandata da Bacco con qualche ordine ad Apolline ora ritorni per riportare al dio quel ch’egli voleva sapere. Dinanzi a lei si scorge una figura giovanile con sembianze simili a quelle solite d’Erote, il capo riccamente ornato, sul punto di legarsi i sandali, forse per prendere parte al rito sacro, che dietro a lui è per cominciare. Al di sopra di lui dietro da un colle comparisce Erote, indicato da un’iscrizione, cavalcante un mulo accoppiato ad un altro. Una spiegazione, mercè la quale quest’ultime figure in maniera da ogni lato soddisfacente [p. 261 modifica]potrebbero mettersi d’accordo e fra di loro e col resto della scena rappresentata, non è stata trovata finora. L’importanza è in questa rappresentazione il modo, col quale vien indicato il sito. Indietro al tiaso con pochi tratti sono accennati dei colli, che finiscono là dove comincia a spaziarsi il gruppo apollineo. Abbiamo dunque ad immaginarvi Bacco come οὐρεσιφοίτης, trattenendosi col suo corteo nei confini a lui proprii sulle falde boscose d’un monte, donde egli guarda in giù verso il gruppo delle divinità affini, che si trova nella pianura5. Ancorchè restino diverse particolarità in questo dipinto senza spiegazione, il concetto principale è chiaro, cioè che vi è rappresentato il tiaso bacchico assistendo ad un rito del culto d’Apolline; ciò che autorizza a riconoscere un simile concetto anche sul vaso di Perugia, dove le relazioni, che entrano fra il tiaso bacchico ed il gruppo delle divinità apollinee, sul lato di dietro non appariscono con ugual chiarezza, ma sono piuttosto accennate. Del resto l’affinità dei due dipinti apparisce non soltanto dalla somiglianza dei soggetti rappresentati, ma eziandio dalla stessa esecuzione [p. 262 modifica]dei diversi concetti. La cerva che volge il capo, comparisce in tutti e due i dipinti. Così qui, come colà, un arbusto d’alloro separa il gruppo bacchico da quello delle divinità apollinee. Della somiglianza della sacerdotessa apollinea colla figura compagna sul nostro vaso abbiamo già parlato.

La differenza sta segnatamente in ciò che l’artista del vaso pubblicato dal Gerhard, coordinando i gruppi d’ambedue gl’iddii, li ha trattati tutti e due colla stessa esattezza, di modo che l’occhio dello spettatore è indotto a recare a ciascheduno di loro lo stesso grado di attenzione. A questo modo di rappresentanza conviene intieramente l’aver fatto l’artista eseguire il rito solenne dalle stesse divinità apollinee, facendo così corrispondere dei a dei. L’artista del vaso di Perugia al contrario, riguardando la rappresentanza del tiaso spettatore come concetto principale, lo mise sulla parte d’innanzi e per concentrare piuttosto in esso l’attenzione dello spettatore, l’eseguì con più esattezza che il rito apollineo, messo da lui sulla parte di dietro ed accennato con poche figure, quasi per schiuderne l’intendimento a chi non intendesse di subito la parte di faccia. Perciò convenientemente al significato secondario del gruppo il rito sacro vi vien eseguito da uomini. Per non avere a rimproverare l’artista di oscurità noi dobbiamo metterci sul punto di vista dello spettatore greco: alla finezza con cui il Greco intendeva i monumenti d’arte, bastano spesse volte poche figure, dove noi desideriamo una rappresentanza ampia e ricca di figure.

Il sito, dove Bacco ed Apolline entrarono in così stretto rapporto fra di loro, era, come tutti sanno, Delfo. A Delfo Bacco venne adorato con non minore venerazione, che Apolline (v. Plut. de εἰ ap. Delph. 9). Colà nel santuario del tempio accanto al tripode e ad [p. 263 modifica]un simulacro d’oro d’Apolline si mostrò un sepolcro di Bacco, dinanzi al quale i presidi del collegio dei sacerdoti nel tempo del solstizio fecero secreti sacrifizi. Verso lo stesso tempo le θυιάδες destarono sul Parnasso il Licnites (Plut. Is. Os. 35) e celebrarono in onore d’Apolline e di Bacco quelle feste strepitose proprie al culto di quelle regioni (Paus. X, 32, 5), alle quali presero parte non soltanto le donne delle contrade limitrofe, ma ancora quelle dell’Attica (Gerhard, griech. Mythologie I, § 441, 4, p. 478). Questa stretta riunione del culto d’Apolline e di Bacco venne ben presto rappresentata da grandiosi monumenti dell’arte. Sui frontoni del tempio di Delfo si vedevano raffigurati sull’uno Apolline, Artemis, Leto e le Muse, sull’altro Bacco e le θυιάδες (Pausan. X, 19, 3). Essendo questi culti del santuario nazionale noti in tutta la Grecia ed avendo luogo un simile sincretismo senza dubbio anche altrove, il che per l’Attica par che provino le teorie pitiche, che dall’Attica andarono a Delfo, non dobbiamo maravigliarci che anche i pittori di vasi, maestri di un’arte inferiore, ne prendessero i soggetti delle loro rappresentazioni. Da questa mescolanza del culto d’Apolline con quello di Bacco si spiega ancora, perché su vasi ed in altre rappresentazioni dell’arte Apolline e Bacco compariscono spesse volte uno accanto all’altro, e scene del mito delle due divinità son messe insieme sui due lati degli stessi vasi; argomento che l’angustia dello spazio ci proibisce di esporne qui più estesamente (v. Gerhard. auserl. Vasenb. I, tav. XXXII segg. p. 114 segg.). Essendo questo il risultato della spiegazione del nostro dipinto, ci riuscirà facile di trovare anche una spiegazione conveniente degli alberi d’alloro che vediamo rappresentati sul lato di fronte. Probabilmente essi servono ad [p. 264 modifica]accennare il paesaggio: Bacco si trattiene in un bosco d’allori del dio congiuntogli in istretta amicizia, ed assiste sotto la sua ombra a quell’atto sacro.

II concetto principale dell’artista era quello di rappresentare il tiaso, o per dir meglio, l’impressione, che in esso vien prodotta dallo spettacolo, a cui l’artista lo fa assistere. Appunto il tiaso bacchico composto di personaggi di svariatissima natura doveva sembrare agli artisti opportunissimo onde rappresentare in certe figure certe impressioni, e recò a loro un largo campo ove sviluppare psicologicamente in maniera svariata e ad ognuno propria i diversi caratteri di quel ciclo dominati dall’impressione da essi voluta. Così noi vediamo in un vaso Bacco, una Tiasotide ed un Satiro, i quali avendo ascoltato i perfetti concenti di un’altra Tiasotide, che dinanzi a loro stava suonando il liuto, lasciano travedere nelle sembianze l’impressione prodotta in essi da quella musica (v. O. Jahn Denkm. u. Forsch. 1855, p. 148, tav. LXXXIV). Gli artisti antichi amavano di aggiugnere alle loro rappresentanze delle figure accessorie, o che il facessero soltanto per rendere la composizione ricca e svariata, o con lo scopo di rappresentare in quelle i sentimenti, che essi solevano produrre nello spettatore. Per raggiungere cotesto scopo si sono serviti spesso del tiaso. Noi abbiamo già parlato dei vasi, dove egli assiste alla punizione di Licurgo. In un vaso nei Mon. d. Inst. II, 1836, tav. XXXVII (v. Denkm. d.a. K. II, t.XLI, n. 488 ) il tiaso assiste alla gara fra Apolline e Marsia (v. Philostr. iun. imag. 2). In un altro che si trova presso Millingen, peint. de vases I, tav. XXXVI, è rappresentata sulla striscia superiore l’apoteosi di Ercole, sull’inferiore il tiaso. Bacco ed Arianna sono a sedere l’uno dirimpetto all’altra, senza curarsi del fatto che avviene dinanzi a loro. [p. 265 modifica]Un Satiro ed una Menade guardano attoniti in sù. Sulla fascia inferiore di un vaso pubblicato dal Jahn nei Mon. d. Inst. VI, 1860, tav. XXXVII, hanno luogo dinanzi ad un idolo del Bacco barbato sacrifizii con sangue e senza, mentrechè sulla fascia superiore è rappresentato il tiaso, che in parte sta guardando il rito sacro, in parte eseguisce ceremonie d’espiazione. Finalmente rammenterò ancora qui una rappresentanza di un’epoca più recente e di un’arte diversa, che rappresenta anch’essa il tiaso facendo la parte di spettatore, ed è affine al nostro dipinto in ciò, che il tiaso, che assiste ad un fatto, è trattato come concetto principale; il fatto poi, al quale egli assiste, come accessorio. Sul sarcofago Casali (Visconti. M. PCI. V, tav. C = Millin, gal. myth. LXIV, n. 242 = Denkm d. a. K., 37 n. 432 a.) sono rappresentati Bacco ed Arianna, i quali circondati dal tiaso assistono alla vittoria riportata di Pan da due Eroti. Le figure che prendono parte a cotesto fatto, sono più piccole degli spettatori, segno evidente, che lo scopo primario dell’artista era quello di rappresentare nel tiaso i varii sentimenti, che lo spettacolo produce nei diversi personaggi di quel ciclo (v. Welcker, Zeitschr. f. alt: Kunst I, p. 475 segg.). Il grado dell’attenzione è in essi diverso e più vivo nei Satiri; concetti, che sul nostro vaso sono trattati con molto più di moderazione. La causa di ciò sta è nelle diverse epoche, in cui questi due monumenti furono eseguiti, e nel fatto stesso, al quale, in ognuno di essi, il tiaso assiste. Sul nostro vaso egli assiste ad un rito sacro, sull’altro ad una scena burlesca.

(Traduzione dal tedesco.)



Note

  1. Simili nastri (ma, se sono riprodotti con esattezza, fatti di stoffa meno rigida e divisi da linee alla traversa in riquadri) adornano la Tiasotide sul vaso pubblicato dal Millin, peint. de vases II, tav. XLIX = gal. myth. tav. LX, n. 233.
  2. Vedi il noto specchio etrusco presso Gerhard, etrusk. Spiegel II, 83.= Mon. dell’Inst. I, t. LVI.= Müller, Denkm. d. a. K. I, 61, 308. De’ rilievi presi da sarcofagi e degli specchi etruschi vedi nella Arch. Zeit. 1859, tav. CXXX— CXXXII. Rappresentazioni della Dione o Thyone identificata delle volte con Semele si trovano presso Jahn, Vasenbilder tav. 3; Welcker, Denkm. III, 13, p. 136; Réserve étrusque 46; Gerhard, Anthesterien p. 203 annot. 105. 106.
  3. Una rappresentanza simile, sulla quale parimente il tiaso bacchico commosso da violente passioni assiste al fatto di Licurgo, si trova sul rilievo di un sarcofago della villa Borghese (Denkm. d. a. K. II, tav. XXXVII, n. 441. Cf. Mon. Matth. III, 7, 2).
  4. Dal verso di Euripide citato da Macrobio sat. 1,18:

    Δέσποτα φιλόδαφνε Βάκχε Παιὰν Ἄπολλον εὔλυρε

    non si può argomentare, che l’alloro fosse simbolo bacchico. Βάκχε è parimente come φιλόδαφνε attributo ad Ἄπολλον e bene spiegato dal Lobeck nell’Aglaoph. I, p. 80 e: Βάκχος entheum significare videtur.
  5. Un simile gruppo di tre figure muliebri ed un simile giovane alato come in questa rappresentazione si trovano sur un vaso nel Bull. nap. VI, 1858, tav. IV, 2. Neppure quel dipinto però si presta ad alcuna spiegazione certa. Accanto alla figura seduta vi è rappresentato un albero d’alloro. Dinanzi a lui si vede quel giovane in attitudine simile come nel dipinto pubblicato dal Gerhard, dietro a lui una figura muliebre che tiene una cassa fra le mani. Una figura somigliante alla ΧΡΥΣΗ ΦΙΛΟΜΗΛΗ ricorre in un vaso di Ruvo coll’epigrafe ΕΥΔΑΙΜΟΝΙΑ (Minervini Dono dell’Accademia Pontaniana agli scienziati d’Italia p. 81 segg. Èlite cér. II, p. 61; Rev. arch. II p. 551), un’altra simile coll’iscrizione ΑΦΡΟΔΙΤΗ sur un vaso attico (Stackelberg Gräber der Hellenen XXIX; Müller Denkm. a. K. II, 27, 296), le quali pitture anche negli ornamenti come p. e. nella rappresentanza dell’alloro corrispondono al vaso pubblicato dal Gerhard. Infatti si vede chiaramente, che motivi, che una volta avevano piaciuti, furono dagli pittori in varie guise usati.