Anime allo specchio/L’immagine e il ricordo

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L’immagine e il ricordo

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Un piccolo segreto La matrigna

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L’IMMAGINE E IL RICORDO.

Si parlava d’amore e di ritratti.

— Contemplare l’immagine d’una persona cara quando ella è lontana o si è perduta è l’unico conforto alla tristezza di un amante, — affermava Fernando Alviti, con quella sua voce lenta e nasale che arrotondava le sillabe e con quei suoi gesti raccolti e circolari che gli davano un’aria pretesca.

Io sostenevo il contrario.

— Un ritratto è cosa tanto muta e tanto fredda in confronto all’immagine che l’innamorato porta in sè stesso e vede con gli occhi del suo desiderio e del suo rimpianto. Dopo un certo tempo, che è il periodo ancora dolce sebbene già malinconico dell’intenso ricordo, quel rettangolo di carta su cui s’immobilizza in un atteggiamento immutabile quella figura pura così viva, così inquieta, così varia nella fantasia, diviene intollerabile [p. 64 modifica]allo sguardo e odioso al pensiero come l’immagine stessa dell’amore pietrificato, mummificato. Od almeno, a me così accade.

Nessuno fra i presenti fu del mio parere, tranne Luciano Sterni, l’ufficiale di marina che aveva viaggiato mezzo mondo e raccolto una quantità considerevole di piccoli documenti umani d’ogni razza e d’ogni colore i quali ne rendevano la conversazione fiorita e curiosa come un libro d’avventure.

— Io comprendo molto profondamente la verità di quanto affermate, — egli disse con un sorriso amarognolo ed un lento crollare della sua testa bruna, precocemente solcata dai venti di tutti i mari.

— Fra i parecchi ritratti di donne più o meno fugacemente amate ch’io conservo, uno solo provoca ancora in me una sensazione strana, deliziosa e dolorosa al tempo stesso, composta di rammarico e di bramosia, di dispetto e di tenerezza, di tutti quei moti irrefranabili dell’anima che formano il ricordo amoroso.

Tutti lo ascoltavamo interrogando con gli occhi ed io mi domandavo come e perchè egli intendesse darmi ragione con quelle parole che sembravano invece smentirmi.

— Aspettate, — egli proseguì sorridendo del nostro stupore, — ora vi dirò di quale ritratto singolarissimo si tratti e vi racconterò per questo una piccola storia vera che [p. 65 modifica]ha in fondo come tutte le storie inventate la sua brava morale.

— Sentiamo, — pronunciò lento Fernando Alviti, con un grave gesto d’invito condiscendente che pareva un’assoluzione anticipata per qualche supposta colpa d’amore.

— A Cuba nelle Antille, dove la mia nave sostò un mese, alcuni anni fa, — raccontò Luciano Sterni, — io incontrai una graziosissima creola, moglie di un mio conoscente inglese che vi si era recato anni innanzi per commerciarvi tabacco e caffè e vi aveva già accumulato una cospicua fortuna. Ella si chiamava Juanita, aveva una selva di capelli neri leggermente crespi, due occhi così languidi e grandi che davano la vertigine e due labbra così fresche e molli che parevano destinate a guarirla.

La conobbi ad una festa da ballo data in nostro onore dal Consolato e ne fui così affascinato che non mi staccai da lei per quasi tutta la sera. Ella parlava egualmente bene lo spagnuolo e l’inglese e siccome io sapevo esprimermi in entrambe queste lingue le manifestai subito l’impressione vivissima che la sua singolare bellezza suscitava in me e le dissi la mia fervida ammirazione con parole forse alquanto improprie ma certo abbastanza efficaci.

Ella mi rispondeva a piccole frasi staccate e armoniose come i gorgheggi di una capinera [p. 66 modifica]e rideva tratto tratto guardandosi attorno spaurita come per assicurarsi che nessuno ci udisse.

Ma suo marito giocava al bridge in un salottino attiguo e solo la consolessa, intenta a discorrere col mio comandante, ci lanciava di quando in quando attraverso all’intrecciarsi delle coppie, rapidi guardi benevolmente protettori.

La consolessa era l’amica intima della mia bella dama, sebbene di molti anni più matura, ed amandola teneramente la compiangeva d’aver sposato per indolente sottomissione quel rigido inglese più vecchio di venti anni, tutto assorto negli affari, tutto acceso dall’avidità del denaro e bramoso solo di procurarsene quanto più gli fosse possibile, ma geloso al tempo stesso di quella giovine moglie che non lo capiva e che non lo secondava.

Ella, era una fragile creatura fatta per essere accarezzata e vezzeggiata, per vivere sdraiata fra molti cuscini in un giardino pieno di fiori, con ai piedi qualcuno che le parlasse d’amore, ma piano, in sordina, per non turbarla troppo. Abitava invece con suo marito una casa massiccia a un piano solo, con enormi finestre protette da fitte grate di ferro, dipinte a vivaci colori.

Ma per fortuna la consolessa possedeva una villa all’europea, circondata da un folto [p. 67 modifica]parco quasi allo stato selvaggio e pieno di una vegetazione tropicale. Là noi ci davamo convegno ogni giorno durante il mese ch’io rimasi alle Antille e spesso, giungendo, io la scorgevo di lontano per i viali immensi tagliati con l’accetta in quella specie di foresta vergine, adagiata con la sua amica in una di quelle vecchie carrozze tipiche di Cuba che hanno due sole ruote altissime e un gigantesco timone. Un piccolo negro in livrea rosso e oro e stivali alla scudiera sedeva alla postigliona in groppa al cavallo coperto di finimenti d’argento, e nulla era più pittoresco di quel corteo fiammante e luccicante sotto il verde cupo dei palmizi colossali che mi veniva incontro di carriera e dal quale mi sorrideva una bella donna e una piccola mano mi salutava.

Fu un amore esotico che mi lasciò nel ricordo quasi un odore di vainiglia e un sapore d’ananas, così dolce, così pieno di grazia e d’imprevisto che non lo scorderò finchè vivo.

Ma giunse la vigilia della partenza e noi piangemmo l’una nelle braccia dell’altro come due morenti che si lasciano per l’eternità. Sapevamo che non ci saremmo più riveduti nella nostra vita e questa certezza quasi tragica dava al nostro addio non so qual senso di fatalità terribile e squisita. L’amore non era ancora morto e il desiderio non era ancora [p. 68 modifica]sazio, eppure era necessario staccarci e andare per opposte vie e vivere lontani col nostro ricordo vivo e lacerante, per sempre.

La supplicai che mi permettesse di scriverle e di farle giungere le mie lettere per mezzo della sua amica; ella mi rispose con un diniego dolce ma fermo al quale fui costretto a cedere. Allora le chiesi un suo ritratto, almeno un suo piccolo ritratto che mi seguisse dovunque nella mia esistenza di vagabondo del mare, e ch’io potessi contemplare e baciare quando la memoria di quell’amore e il rimpianto di averlo troppo presto perduto mi torturassero più amaramente.

Ella vi riflettè a lungo come se il dono ch’io le chiedevo le costasse uno sforzo immenso, poi dinanzi ai miei sguardi imploranti ed alla tristezza accorata delle mie parole non seppe resistere e mi promise di accondiscendere.

Il domani, poche ore innanzi la partenza, mi recai a salutare la consolessa e a dare l’ultimo addio alla mia piccola amica. I suoi meravigliosi occhi dove sembrava essersi fusa la malinconia di due razze, erano quel mattino così dolenti, così carichi di disperato rammarico che non li potevo guardare senza sentirmi tremare il cuore. Al momento del distacco ella trasse dal seno una sottile cornicetta d’oro adorna di un nodo d’amore e me la porse con queste parole: [p. 69 modifica]

— Ti prego di non togliere mai dalla sua cornice il piccolo ritratto ch’essa contiene.

— Te lo prometto sul nostro amore, — risposi commosso, felice, contemplando la deliziosa immagine chiusa fra le quattro colonnette d’oro. Ella vi appariva in una tunica sciolta di seta chiara dalla quale emergevano nude le bellissime spalle e le braccia e il collo. Il viso sorrideva con una vaga mestizia e gli occhi guardavano lontano all’orizzonte, all’infinito.

— Questa fotografia mi fu presa pochi giorni fa dalla mia amica, — ella mi disse ancora; — ho voluto avere per sfondo il giardino della sua villa, il nostro giardino.

— Il giardino incantato, — sospirai in un estremo bacio e fuggii per strapparmi a quell’incanto, fuggii verso il porto, mi feci portare alla mia nave, mi nascosi nella mia cabina come in una tana, impedendomi di guardare al di là di quella parete dove viveva e respirava una creatura che mi pareva una parte palpitante di me stesso. Allora cercai qualche conforto nella contemplazione della sua immagine, e nel parlarle e nell’adorarla come se fosse viva e reale; e la passione ancora intensa, il ricordo ancora intatto sapevano animarla, vivificarla, dare quasi mobilità al suo sguardo e calore alla sua persona.

Questo durò alcuni giorni e furono giorni [p. 70 modifica]di delirio e di spasimo che mi prostrarono. Ebbi la febbre e rimasi nella mia cuccetta quasi al buio nella sola compagnia di quel ritratto, insofferente anche degli amici più cari. E a poco a poco, contemplando senza posa quell’immagine adorata, mi pareva talvolta ch’essa impallidisse o si confondesse sotto il mio sguardo; mi sembrava quasi che il fervore della mia contemplazione ne sciogliesse lentamente le linee come si discioglie presso il fuoco la cera. Poi pensavo che certo erano allucinazioni della febbre e che la dolce immagine mi sorrideva sempre nitida e bella come prima, tra i palmizi del giardino lussureggiante.

Ma quando finalmente m’alzai ed osservai il ritratto alla piena luce del mezzogiorno rimasi costernato. No, la dolce figura non si delineava più snella e chiara nella sua piccola cornice d’oro. Il volto, il collo, le braccia parevano coperti d’un velo di polvere grigia e le pieghe molli della tunica bianca s’erano appesantite e quasi confuse con le linee del paesaggio.

Trasognato e ancora debole com’ero, non comprendevo quella strana trasformazione e vi attribuivo un funesto presagio. Forse ella era malata, forse ella era morta e me ne avvertiva così con quell’annunzio misterioso. Non sapevo rispondermi e frattanto il ritratto impallidiva sempre più, sempre più si confondeva, finchè [p. 71 modifica]un giorno m’avvidi che più nulla della cara immagine v’appariva. E ne fui disperato come se soltanto allora ella mi fosse lontana completamente e senza speranza perduta. Mi domandai per qualche tempo perchè ella avesse voluto impormi questa ultima tristezza e se veramente ella ne fosse consapevole quando fui tentato di togliere la fotografia dalla cornice nella incerta speranza di scoprire così il suo segreto. Sapevo di mancare ad una promessa, ma non mi trattenni e fatti saltare i piccoli chiodi, liberato dalla sua custodia quel foglietto di carta ormai inutile, vi trovai scritto dalla mano della mia perduta amica queste parole: «Durerà più l’immagine o il ricordo?».

E solo allora compresi perchè ella mi avesse impedito di scriverle. Scrivere significava far rivivere invano il passato, e questo era pericoloso; concedere un ritratto era innocuo: bastava saperlo distruggere a tempo.

Ma ella stessa, la piccola anima ingenua della creola, aveva potuto immaginare una soluzione così scaltra, così abilmente europea? Non lo credetti mai e penso oggi ancora che la prudente consolessa dopo aver colta sulla lastra la figuretta leggiadra della sua amica l’abbia poi fissata sulla carta quel tanto che bastasse ad illudere un povero innamorato lontano finchè il ricordo e l’amore durassero. Ed ella medesima forse le aveva suggerito la [p. 72 modifica]domanda incredula, la domanda troppo scettica per le labbra fresche e ancora un poco selvatichette della mia giovine amica.

Tuttavia riposi il ritratto nella sua cornice e pur così svanito, così muto, così vuoto di lei, continuai ad adorarlo, a interrogarlo, a contemplarlo. Lo guardavo lungamente cercandovi ancora qualche linea anche vaga delle care sembianze, immaginando allora il rifiorire del volto, lo splendore del sorriso come un prodigio. E mai nessun ritratto perfetto d’arte e di somiglianza seppe darmi la commozione e il desiderio che quella macchia oscura chiusa in una cornicetta d’oro mi diede. E mai nessuno mi fu così caro.

Per questo penso anch’io che qualsiasi immagine materiale della persona amata è sempre infinitamente inferiore a quella che l’amante porta in sè stesso e vede con gli occhi del suo cuore.

— E la morale? — domandò d’un tratto Fernando Alviti nell’attimo di silenzio che seguì il racconto di Luciano Sterni. Ed al comico suono della sua voce lenta e nasale tutti si scossero e risero.

— È vero, è vero. E la morale?

— Ciascuno ne tragga la sua, — disse ridendo Luciano Sterni. — Io per mio conto l’ho già fatto.

— Dunque, sentiamo — incoraggiò l’Alviti sempre più mellifluo. [p. 73 modifica]

L’altro si raccolse un momento a meditare nell’attento silenzio degli ascoltatori, li guardò ad uno ad uno bene in faccia con una serietà alquanto canzonatoria, poi dichiarò:

— Ecco. Quando una donna vuole offrirmi il suo ritratto io lo rifiuto: anche se è bella.

Ma tutti risero e nessuno credette.