Anime oneste/IX

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Il sacrifizio

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VIII X
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IL SACRIFIZIO





I giorni si seguivano lenti, eguali, monotoni, nella malinconia sempre più fredda dell’autunno. Di nuovo le frutta si trovarono serbate nella dispensa, le conserve nei vasi di terra, e il nuovo vino nelle botti.

Sebastiano, non avendo altro da fare, si occupò della provvista della legna che i contadini portavano dalla montagna.

I Velèna non avevano veramente una servitù a conto loro. L’aver dei servi contadini è un’enorme seccatura in Sardegna; occorre fare il pane d’orzo, occorrono dei foraggi per [p. 180 modifica]il bestiame da tiro di cui il servo va provveduto, occorre una gran provvista di legna perchè i servi dormono per terra, su stuoie, e durante i mesi freddi tengono tutta la notte il fuoco acceso, occorrono cento altre cose, e, tutto sommato, un servo non produce mai un guadagno netto sulle spese che porta. I servi pastori sono più utili, — ma siccome i Velèna non possedevano greggie, non avevano neppure servi pastori. Il latte e il formaggio erano loro provveduti da certi pastori che pascolavano il gregge nelle loro terre. Così il bestiame da tiro era in mano dei contadini che seminavano a mezzadria il grano, e si obbligavano inoltre a provveder di legna i padroni.

Sebastiano si faceva rispettare e obbedire da tutta questa gente, che lo serviva a puntino, e pensava continuamente al miglioramento dei poveri contadini.

A giorni egli, non avendo più nulla da fare in campagna, cadeva in una cupa inerzia, che lo faceva restare lunghe ore sdrajato sul letto, mentre la nebbia, al di fuori, passava nell’aria come un velo pesante, stendendo un silenzio [p. 181 modifica]di morte sopra ogni cosa. Sebastiano si sentiva triste; desiderava dormire, assopirsi anch’egli nel silenzio melanconico dell’autunno morente; — e spesso bastavano le più piccole cose per irritarlo.

Anna l’osservava, spiando ogni sua parola, ogni gesto; ma egli, dopo quel giorno, evitava perfino di guardarla, o le parlava con indifferenza. Sembrava immemore di ogni cosa, e Anna finì col dirsi: mi sono ingannata. Tornò quindi ad esser quasi tranquilla, perchè il pensiero dell’amore di Sebastiano l’aveva fatta soffrire. L’idea, anche lontana e vaga, che potesse diventargli moglie l’atterriva, tanto Sebastiano era diverso dal suo ideale. Sebastiano era buono, forte, onesto ed anche bello, ma non poteva appagare i gusti della cugina. No, impossibile! Egli non poteva veder la vita come ella la vedeva, non comprendeva l’amore come ella lo comprendeva, e infine, qui stava la chiave dell’ostacolo fra loro, Sebastiano non era lui, non era Gonario Rosa.

No, era impossibile l’unione dei due cugini. Anna poteva provar pietà e affetto per [p. 182 modifica]Sebastiano, ma giammai amore. E quando pensava:

— Se egli parla mi costringeranno a sposarlo, e se mi ribellerò forse mi tratteranno male.... — ne soffriva assai.

Faceva un gran torto a Sebastiano nel ritenerlo capace di tanto, ma ella non lo conosceva punto; conosceva Gonario e nella sua ingenuità riteneva tutti gli uomini capaci di qualche viltà, come lui.

Se per un momento la luce dell’amore profondo e vero di Sebastiano l’aveva colpita, il buio tornò poi più fitto. Non si accorgeva che la musoneria e l’indifferenza del cugino provenivano dalla sua passione. E mentre ella dimenticava il suo dubbio, Sebastiano soffriva pensando a lei, e credeva di aver errato nella sua via. Per lei si pentiva di tutto un passato utile e onesto, tentennava nelle sue opinioni, e desiderava d’essere come quel Gonario Rosa che pur disprezzava profondamente.

Una sera, in dicembre, Anna uscì nel cortile per chiudere il portone. Nel rientrare, passando davanti alla finestra della cantina, udì [p. 183 modifica]la voce di Gonario Rosa, il quale parlava con Sebastiano.

Anna trasali, avanzò di qualche passo, ma poi, appoggiandosi al muro, camminò silenziosamente all’indietro finchè si trovò ancora vicina alla finestra. La finestra era chiusa, ma sull’alto, una leggiera spaccatura lasciava passare una striscia sottile di luce, e la voce dei due rivali udivasi distinta.

Senza dubbio Sebastiano non credeva di essere spiato. In quell’ora Cesario era fuori di casa, la mamma, il babbo e i piccoli stavano a letto, e le altre donne, riunite accanto al fuoco, leggevano o lavoravano.

Era proprio il caso che aveva fatto uscir Anna per vedere se il lucchetto della saracinesca del portone era ben chiuso. Sebastiano parlava a voce bassa e concitata. Le prime parole che Anna distinse bene furono queste:

— Tu sei un vigliacco; no, gli uomini onesti non agiscono come tu hai agito!

Anna impallidì e tremò, perchè credeva che, dopo l’insulto, Gonario prendesse a schiaffi Sebastiano. [p. 184 modifica]

Subito comprese che si trattava di lei.

Gonario rise invece di alterarsi, quasi l’insulto fosse stato un complimento. Disse:

— Che ingenuo tu sei! L’amore ti rende cattivo, però!

Anna sentì i passi dei due giovanotti che andavano su e giù per la cantina.

A misura che i due rivali comminavano, le loro voci si avvicinavano e s’allontanavano, talchè qualche parola sfuggiva ad Anna; ella però s’accorgeva benissimo che Gonario si manteneva carezzevole, supplichevole, quasi, e Sebastiano duro, cupo.

— Tu hai forse ragione, — diceva Gonario — ma non è mia la colpa.

— Sì, — rispondeva Sebastiano, — sì, sono vigliaccherie queste, viltà belle e buone, te Io ripeto, e se vuoi sfidarmi sfidami pure....

— Ma tu non hai capito....

— Capisco più di te invece! E vorrei che il codice si occupasse di questo reato.

— Diavolo! — fece Gonario ridendo.

— Eh, non ridere, non pigliarla così alla leggera. È così. [p. 185 modifica]

— Dunque?...

— Dunque è inutile. Tu non domanderai Caterina, perchè essa, a meno che Dio non mi tronchi i giorni, non diverrà mai tua moglie.

— Ma senti, Sebastiano, senti bene la ragione. Tua cugina....

— Mia cugina. — disse vivamente Sebastiano, è la migliore fra le ragazze....

— Capisco bene che ne sei innamorato.

— Questo non ti riguarda. Ciò che ti riguarda è che essa non ti cercava, se tu non....

— Ebbene voglio ammettere tutto ciò che tu vuoi. Ma che colpa ho io, se non riesco più ad amarla, se invece sono perdutamente innamorato di Caterina e voglio lei sola per moglie? Sii ragionevole, Sebastiano. Io ti assicuro che Annicca non pensa affatto a me, e sarà contentissima se io sposerò Caterina.

— È inutile, è inutile! Tu non entrerai in casa mia, vivo io. Saremo amici finchè vorrai, ma questo matrimonio è impossibile.....— Ed io ti dico che si farà....

— Mai!

— E se Caterina mi ama? [p. 186 modifica]

— No, non può amarti. E se, per disgrazia sua, ciò è vero, troverò bene io il modo di farle dimenticare....

— E se lei non vuole e non può dimenticarmi? Se tutti in casa tua vogliono la nostra felicità, compresa tua cugina, cosa puoi fare tu?

— Non illuderti, Gonario Rosa. Tu sei avvocato e sai le leggi, ma ignori le leggi che governano la casa Velèna. Basterà una mia parola perchè mio padre ti chiuda la porta sul muso....

A queste parole Anna tornò a rabbrividire e le lagrime le salirono agli occhi. Capiva che il cugino minacciava di rivelare il suo segreto, — e le sembrò che Gonario, fattosi silenzioso, volesse alla fine scoppiare. Uno scandalo doveva accadere. Gonario, invece, disse tranquillamente:

— Sono avvocato e so le leggi, infatti, — disse, — e aspetterò che Caterina raggiunga il ventun anno, giacchè tu, per una sciocchezza, minacci disgrazie....

— Io non minaccio nulla, — rispose freddamente Sebastiano. — Ti dico solo che [p. 187 modifica]ripensandoci bene tu non domanderai Caterina per sposa. Hai fatto bene di rivolgerti a me prima di tutto, così hai evitato un’umiliazione. Se poi vuoi attendere, padronissimo. Tanto più che da qui al giorno in cui Caterina avrà la sua età maggiore tu l’avrai dimenticata mille volte.

— Non lo credere! Questo è l’ultimo, il vero amore. O lei o nessuna. E credi pure che nessuno l’amerà come l’amo io. Ma già! — esclamò Gonario facendosi serio, — mi hai sempre odiato, Sebastiano, e se parlai a te fu perchè temevo appunto ciò che ora accade....

— Io non odio nessuno...

— Sì, soltanto me. Però io non ti ho mai fatto, volontariamente, alcun male. Ed ora tu commetti una cattiva azione ritardando la felicità di tua sorella. Perchè qualunque cosa accada, ti assicuro che presto o tardi Caterina sarà mia moglie....

— Non crederlo!

— Anzi! Ne sono sicurissimo. Ora non vorrò certo provocare scandali. Amo troppo la tua famiglia.... [p. 188 modifica]

— Lo credo bene, — interruppe Sebastiano con ironia. Ma Gonario non si stancò punto di essere prudente e calmo. Continuò a perorare la sua causa, ma invano.

— Basta, basta! — disse alla fine Sebastiano, fermandosi. È inutile; non ci capiremo mai. Non se ne parli più. Tu cercherai un’altra moglie, ne troverai da per tutto, e più belle e più ricche di Caterina nostra. Bevi.

— No, grazie, non bevo più. — Ne riparleremo domani?

— E perchè? Tanto è inutile. Ciò che ti ho detto resta per domani e per sempre....

— Per sempre? questo si vedrà poi.... Andiamo, vuoi uscire con me?

— Se ti fa piacere.

Uscirono insieme. Anna senti Sebastiano che chiudeva la porta, e poi i passi dei due giovanotti che si allontanavano insieme per la via.

Cadde seduta sul davanzale esterno della finestra, e appoggiando la testa all’inferriata rivolse al cielo la faccia pallida e angosciata.

La notte era tiepida, silenziosa. La luna [p. 189 modifica]splendeva attraverso un leggerissimo velo lattiginoso di nebbia, e dietro i muri del cortile illuminato, i rami spogli, sottilissimi, di alti alberi immobili, si disegnavano come grandi cespugli di spine, sulle strisce bianche del cielo.

Un silenzio intensissimo, arcano, imperava. A un tratto scoccò il coprifuoco, con squilli rapidi, acuti, — poi una campana singultò, a intervalli, annunziando per l’indomani mattina una messa funebre.

Anna rabbrividì. Le parve che un invisibile filo unisse il rintocco singhiozzante nella notte smorta coi pensieri che le passavano a torme nel cervello. E pensò alla morte, pensò che tutto finiva quaggiù. Tutti sarebbero morti, a poco a poco: lei, Sebastiano, Caterina, ed anche lui. Sarebbero morti tutti gli abitanti della casa, anche Maometto, i cavalli, i buoi, le galline, i gatti, tutti, tutti. Fra cento anni altri abitanti avrebbero popolato la casa, senza pensare agli antichi abitatori che avevano pianto e riso fra quelle mura, in quel cortile....

Ogni cosa sarebbe rimasta al suo posto, forse; i muri, gli alberi, il portone, le finestre. [p. 190 modifica]Certo il cielo non cambierebbe, quella luna pallida vedrebbe dall’alto altre cose ed altre cose ancora, — ma i viventi d’ora riposerebbero in una pace eterna, arcana e solenne come quel cielo così silenzioso, vuoto e profondo.... Perchè gli uomini non andavano d’accordo, perchè si creavano tante sofferenze, pur sapendo che ogni cosa finiva? Perchè Sebastiano non voleva che Gonario sposasse Caterina? Già, per lei! Perchè lei soffriva, perchè lei amava Gorario, perchè si sentiva morir d’angoscia? Ma che cosa era lei davanti all’eternità di quel cielo, all’eternità delle cose? Essa pure doveva finire, e non doveva opporsi all’adempimento dell’altrui felicità.

Tutte queste sottili riflessioni non le impedivano intanto di piangere sommessamente sulla sua sventura; un pianto senza lagrime, senza gemiti e senza singulti. Il senso della realtà la avvolgeva, nonostante la gelida e confortante idea della fine, — ma non le strappava alcun grido di disperazione. La sua via ora Anna la vedeva ben tracciata, nitida, dritta e sicura. Procurò di rientrare senza esser [p. 191 modifica]veduta, e se ne andò subito, silenziosamente, a letto. Pensò a lungo, con una intensità struggente e acuta. Aveva freddo, ma le tempia le battevano febbrilmente, e con gli occhi chiusi, le cui palpebre le sembravano di piombo, vedeva dei piccoli cerchi turchini, iridati, volteggiare, guizzare, volare e sfumare, con leggeri stridii, su uno sfondo immenso, vuoto, che tuttavia aveva la morbidezza di un drappo di velluto nero.

La voce di Caterina, che entrava in punta di piedi con un lume in mano, le fece aprir gli occhi.

— Dormi già? Io credevo che tu leggessi.

— Dammi un po’ d’acqua, — mormorò Anna sollevandosi un poco. — E Lucia?

— Salirà fra poco. Cos’hai, Annì? — domandò Caterina versandole un bicchiere di acqua.

— Ho sete.

Bevè un lungo sorso d’acqua, e poi, guardando attraverso la leggerissima lanuggine bionda dei suoi polsi sottili, disse:

— Mi pare un campo di stoppia, guarda. E Lucia non viene ancora? [p. 192 modifica]

— Ti ho detto che verrà subito! — esclamò Caterina, infastidita, mandando in aria i suoi stivaletti. — Hai la febbre?

— No, sono raffreddata, — rispose Anna.

Battè la testa sul guanciale e chiuse gli occhi per non veder più Caterina, che le pareva toccasse il soffitto con la testa.

Anna, nonostante i sintomi della prima sera, non risentì nella sua gracile costituzione alcun disturbo fisico per il dispiacere subito.

Chi invece, nei giorni seguenti, parve ammalarsi fu Caterina. Diventò pallida, cupa, e i suoi occhi splendidi accusarono o la febbre o un pianto segreto.

— Cosa hai? — le chiedeva Anna, ma anche Caterina rispondeva con voce rauca:

— Sono raffreddata.

Un giorno si coricò.

— Chiamiamo il medico? — domandò Maria Fara inquieta.

— Non voglio, lasciatemi tranquilla! — esclamò Caterina senza ammetter repliche. [p. 193 modifica]

Ad uno ad uno i fratelli salirono a visitarla; alla fine, seccata, Caterina si mise a piangere e disse:

— Ma possibile che non mi lasciate tranquilla? Mi fa male la testa!

Venne Lucia e le posò una mano sulla fronte.

— Eppure hai la fronte freschissima, — disse — ti fa molto male? Cosa vuoi?

— Non voglio nulla, — rispose, — lasciatemi. Non posso veder nessuno! Se non mi lasciate in pace scendo nel cortile a piedi nudi e prendo un malanno.

— Sì, voglio morire! — disse più tardi ad Anna ch’era venuta a sedersi sulla sponda del letto. — Sono stufa di vivere, comprendi?...

— Già? — esclamò la cugina sorridendo dolcemente. E pensò: domani sarai guarita.

Guardò in silenzio i vetri grigi che riflettevano tutta la gran pace triste di un crepuscolo annuvolato, e disse:

— Dopo domani è Natale. Gesù bambino ti guarirà.

— Cosa mi importa di Gesù....

— Caterina — gridò Anna severa. — Non [p. 194 modifica]bestemmiare! Senti, io son qui per dirti una cosa.

— Io voglio morire.... voglio.... singhiozzò Caterina chiudendo gli occhi, — la vita è così stupida, e tutti mi odiano....

— Perchè ti odiano? — domandò Anna. Poi tacque, sempre fissando i vetri e l’ombra invadente. Attendeva l’oscurità per tentare il colpo di scena necessario a guarir Caterina.

— Perchè ti odiano? — ripetè. — Sei sempre tu, con le tue idee strane, Caterina mia. Forse perchè Sebastiano ha detto di no a.... Gonario Rosa? Questo non vuol dire....

— Cosa sai tu? — gridò Caterina balzando a sedere, quasi spaventata.

— Eh, so ogni cosa, io! — esclamò Anna con pretensione. — Lo sapevo prima di te. Sei tu che hai mancato sempre di confidenza meco.

E aggiunse con dolce rimprovero:

— Eppure nessuno ti vuol più bene di me!... Ma, cosa hai, ora?...

Caterina piangeva. Non si ribellò punto, non negò. Era innamorata di Gonario Rosa [p. 195 modifica]ed anch’egli l’amava pazzamente. Si scrivevano; ma Caterina, da brava figliola, gli aveva detto:

— Domandami a papà, altrimenti io non posso più corrisponderti.

E Gonario l’aveva chiesta a Sebastiano, prima di tutti.

— Sebastiano ha detto di no, — seguitò la fanciulla, — ha detto che non l’avrebbero accettato a verun costo! Perchè? Io non lo so. È perchè lo odia, lui; non l’ha mai potuto vedere; e odiandolo, odia anche me.... Altrimenti perchè rifiutarlo?

— Non sa nulla! — pensò Anna, convinta più che altro, dall’accento di Caterina.

— Ora mi ha scritto che bisogna attendere il mio ventun anno per fare la mia volontà. Egli ne muore dal dispiacere, ma dice che non vuol recare disturbi in casa perchè ci ama troppo. E Sebastiano è capace d’ogni cosa.

— Lo teme! — esclamò fra sè Anna con leggiero disprezzo, pensando tuttavia alla prudenza dell’avvocato Rosa.

— Ma io.... io!... — gridò Caterina. [p. 196 modifica]

— Cosa tu?

— Nulla! Io morrò.... morrò.... voglio morire. Mi getterò nel pozzo....

— Che tragedia! — disse Anna ridendo. — Se tu mi avessi detto subito ogni cosa, ora non saresti malata....

— Ma giacchè lo sapevi! Come lo sapevi?

Dimmelo subito...

— Cosa t’importa? Me l’ha detto un uccello. Ed io rimedierò ogni cosa.

— Tu rimedierai ogni cosa? Come?

— Vedrai!

Continuarono a parlare a voce bassa.

Caterina, a poco a poco, venne a sedersi anch’essa sulla sponda del letto. Non ricordava più la sua malattia: anzi, a momenti, nell’oscurità crescente della camera, trillava, come un rapido gorgheggio notturno di uccello, il suo riso fresco e tremolante.

Le due cugine scesero insieme a cena. Nennele e Antonino risero a lungo sulla malattia così presto passata di Caterina, ma Sebastiano guardò acutamente Anna, ch’era pallida e tremante di freddo. [p. 197 modifica]

Dopo cena Sebastiano prese il suo cappotto e uscì, ma dimenticò di pigliarsi la chiave.

— Resterò io ad attenderlo, — disse Anna spingendo il braciere accanto alla tavola, per sedersi accanto e leggere.

Ma, per più d’un’ora, nessuno andò a dormire. Antonino studiava a voce alta la sua lezione di latino, Nennele faceva le ombre sulle pareti e le serve filavano.

Un po’ di tristezza restava ancora negli occhi di Caterina, e Anna leggeva i Racconti Russi di Turghenieff.

Anna leggeva sempre buoni libri; ciò le permetteva di non passare per una stupida quando si parlava di letteratura alla sua presenza.

Cesario comprava mano mano le novità letterarie che uscivano a Roma ed a Milano; non aveva più la manìa dei libri francesi.

Anna e Caterina leggevano; ma mentre i romanzi ed i versi contribuivano ad esaltare il carattere bizzarro di Caterina, passando nella sua fantasia come una meteora infuocata, ad Anna servivano di studio. [p. 198 modifica]

Ella cercava nei volumi la morale; si entusiasmava per i bei tipi, per le donne virtuose, per i sacrifizi. Ma, senza confessarselo, cercava se stessa nelle pagine stampate, e sentiva acuto il bisogno di trovare creature che le somigliassero, che amassero e soffrissero come lei.

Leggeva proprio per un sentimento spirituale, immergendosi tutta nell’azione del libro; per trovare compagne con cui soffrire, frammischiando così la sua realtà con la favola del volume. Ma non lo diceva mai a nessuno.

Rimasta sola accanto al braciere, quella notte, non trovò tuttavia le solite impressioni, leggendo i meravigliosi racconti del Turchenieff. La realtà sua la vinceva.

Quello che voleva fare e che aveva fatto era un po’ troppo al di sopra della realtà comune. Poteva benissimo farlo una eroina da romanzo, ma per una creatura fragile, di carne e di sangue, era troppo. Anna ne sentiva una struggente angoscia, eppure non si ribellava.

Tutt’al più, per farsi coraggio, tornava ad accarezzare l’idea, il fantasma della fine. [p. 199 modifica]

Con la testa appoggiata al libro aperto e le mani tese al fuoco, era invasa da brividi continui. Tutto taceva dentro la casa; gli acuti fischi del vento venivano a morire dentro la gola del camino, con infinita tristezza. Come Dio volle Sebastiano ritornò.

— Perchè sei rimasta tu? — domanda levandosi dalle spalle il cappotto dalla fodera di scarlatto.

— Volevo dirti una cosa, — Anna mormorò, china sul braciere, coprendo il fuoco con la cenere. Era divenuta rossa, non tremava più, ma avrebbe voluto parlare al buio.

— Ah, sì! Me ne sono accorto che c’è qual cosa per aria. Ti ha detto nulla Caterina?

— Sì, mi ha detto qualche cosa....

— Cosa c’è dunque? — gridò lui adirandosi. L’idea che sua sorella facesse l’amore con Gonario gli dava una specie di frenesia.

— Parla.

E volle ascoltare, intento, fremendo, ma Anna gli disse semplicemente, torcendosi le mani:

— No, non mi ha detto nulla, ma mi ha [p. 200 modifica]lasciato comprendere di sapere quello che ti ho detto l’altro giorno. Io temo....

— Cosa temi tu? Ti ha detto di averlo saputo da me, forse?

E gli occhi di Sebastiano scintillavano. Il suo accento, poi, era così duro e sprezzante che Anna si chiedeva: ma è proprio vero che mi ama? Perchè ora non gliene restava più alcun dubbio.

— Non mi ha detto questo; ma da chi poteva saperlo? — disse rapidamente. — Tu mi hai dato la tua parola d’onore di non dir nulla a nessuno, Sebastià!...

Lo guardò, ed egli non rispose subito perchè la coscienza gli accusava qualche cosa. Ma poi disse:

— Ho giurato e se vuoi ti rinnovo il mio giuramento.

— È questo che io voglio.

— Dammi la tua mano, Anna, e che Dio possa farmi morire senza aver riveduto il volto di mio padre, se io dirò mai a nessuno ciò che m’hai confidato, — esclamò Sebastiano a voce bassa e concisa, stringendo la mano della cugina. [p. 201 modifica]

— Vedremo!

— Vedrai!

Sebastiano giurò, nella sicurezza in cui si trovava di aver, almeno per allora, fatto sfumare i propositi di Gonario Rosa. Certo, sapendo che Gonario avrebbe fatto la sua domanda, non avrebbe giurato così solennemente, perchè gli era d’uopo dire, nel caso, a suo padre, ed a sua madre:

— Gonario Rosa è un vigliacco perchè ha operato così con Anna, che è pure la vostra figlia d’adozione, la sorella maggiore di Caterina.

Ma era sicuro del contrario e giurò.

— Ora son sicura di te, — disse Anna, — perdonami se ho dubitato.

Sebastiano comprese che forse il suo avvenire dipendeva dall’adempimento della promessa fatta e, più che mai, giurò fra se stesso di mantenerla.

Per un momento pensò di dire ad Anna il passo fatto da Gonario, ma poi ripensò:

— A che turbarla? Non sa nulla.

— Io esco ancora, — disse, rimettendosi [p. 202 modifica]il cappotto. — Piglierò la chiave. È tornato Cesario?

— No, ma anch’esso ha le chiavi.

Arrivato alla porta si volse e disse:

— Non hai altro da dirmi, Annì?

— No, — ella rispose, col libro sotto il braccio e col lume in mano, avviandosi verso la scala.

Sebastiano uscì; era una fuga che compieva perchè si sentiva vincere dal desiderio di dichiararsi ad Anna e dirle:

— Vedi che per te io comprometto persino l’avvenire della mia prediletta Caterina.... per te.... per risparmiarti un dispiacere.... per punire colui che ti ha fatto soffrire....

Quando fu sulla via, spinto dal vento che sollevava le falde scarlatte del suo cappotto, Sebastiano ebbe fra sè come un riso stridente e disperato.

— Possibile, — si disse, — che io debba sempre soffrire? Cosa ha in sè questa ragazza che mi fa soffrire così? Se fosse stata un’altra, allorchè mi disse di dubitare sulla mia parola, l’avrei ingiuriata e invece.... a lei ho dato anzi [p. 203 modifica]la più grande delle soddisfazioni. Sono forse uno sciocco?...

Mentre egli si volgeva questa domanda singolare, Anna che invece di salire alle camere di sopra era entrata nell’ufficio, scriveva una lettera a Gonario Rosa, una piccola lettera che mise tra le pagine dei Racconti Russi. Doveva essere una di quelle piccole lettere che rappresentano tutto un sacrifizio, perchè Anna, nel salire in punta di piedi le scale, sentiva scorrersi sulle guancie grosse lagrime roventi, come non ne aveva mai pianto.

E le pareva di dover cadere stecchita sui gradini, che alla luce del lume tremolante per l’aria fredda, le sembravano i gradini di una scalinata interminabile, costrutta in mezzo a un edifizio rovinato.




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