Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/33

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Anno 33

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Anno di Cristo XXXIII. Indizione VI.
Pietro Apostolo papa 5
Tiberio imperadore 20.


Consoli


Lucio Sulpicio Galba e Lucio Cornelio Sulla Felice


Galba, primo dei consoli porta il prenome di Lucio in una iscrizione riferita dal cardinal Noris, e da me inserita nella mia raccolta1. In un’altra iscrizione che si legge nel Tesoro di Grutero, il suo prenome è Servio: che così s’ha da intendere il SER. abbreviato degli antichi, e non già Sergio, come ha creduto taluno. Ma è lecito di sospettare, che nell’iscrizion gruteriana sia stato mutato il prenome di Lucio in Servio, perchè ben si sa che Galba imperadore, cioè il medesimo che fu console in quest’anno, era chiamato Servio Galba. Ma Svetonio2 chiaramente scrive di lui: Lucium pro Servio usque ad tempus imperii usurpavit: il che giustifica quanto ha il marmo del Noris, e fa con fondamento temere della corruttela nell’altro. Tacito e Dione [p. 97 modifica]diedero a Galba console quel prenome ch’egli usò fatto imperadore; senz’avvertire ciò che Svetonio avvertì. Nelle calende di luglio a Galba fu sostituito nel consolato Lucio Salvio Ottone creduto da alcuni figliuolo di Tiberio Augusto, cotanto se gli rassomigliava nel volto. Da questo console nell’anno precedente era nato Ottone, che fu poi imperadore di pochi mesi. Volle far conoscere Tiberio in quest’anno ai senatori3, quanto egli poco si fidasse di loro, e che in breve era per venire a Roma; cioè scrisse chiedendo che qualora egli entrava nel senato, fosse permesso a Macrone capitan delle guardie del pretorio d’accompagnarlo con alcuni tribuni e centurioni della milizia. Tosto fu decretato che potesse menar seco quanta gente voleva. Erano tuttavia serrati nelle carceri, Druso, figliuolo di Germanico e nipote per adozion di Tiberio, ed Agrippina di lui madre. Avea più volte Tiberio fatto condurre questi infelici da un luogo ad un altro, sempre incatenati e in una lettiga ben serrata4, e con guardie che faceano allontanar tutti i viandanti. Doveva egli paventar sempre qualche risoluzione, e che avesse da correre il popolo a sprigionar quell’infelice principe. Saziò poi il suo furore in quest’anno con far morire di fame Druso. La savia Agrippina diede anch’essa fine al suo vivere, senza apparire, se mancasse per non volere il cibo, o pure perchè il cibo le fosse negato5. Furono i lor corpi non già portati nel mausoleo d’Augusto, ma sì segretamente seppelliti, che mai non se ne seppe il sito. Tutta Roma si riempiè di dolore e lutto, ma solamente nell’interno delle persone, per sì compassionevol fine della famiglia di Germanico, principe tanto amato da ognuno. Eppur bisognò che il senato rendesse grazie a Tiberio dell’avviso datogli della morte di Agrippina,[p. 98] predicata da lui per sua nemica e adultera, quando era notissima la di lei insigne onestà; ed inoltre convenne decretare che essendo morta nel medesimo dì che Sejano fu ucciso, cioè nel di 18 d’ottobre, da lì innanzi in quel giorno si facesse un’offerta a Giove in rendimento di grazie per la morte dell’uno e dell’altra.

Restava solo in vita dei figliuoli di Germanico Cajo Caligola6, giovinetto di costumi sommamente malvagi, ma provveduto di tanto senno da farsi amare da Tiberio. Sapea coprir con finta modestia l’animo suo inclinato alla crudeltà; non gli scappò mai una parola di dispiacere o lamento per l’esilio e per la morte dei fratelli e della madre; ed ottenne per grazia di poter accompagnare Tiberio a Capri, studiandosi quivi di comparir sempre con vesti simili a quelle di lui, e d’imitare per quanto poteva le di lui maniere di parlare; di modo che di lui, divenuto poscia imperadore, ebbe a dire Passieno oratore: «Non esservi stato mai nè miglior servo, nè peggior signore di lui.» Contrasse il medesimo Cajo, di consenso di Tiberio in quest’anno gli sponsali con Claudia o Claudilla figliuola di Marco Silano. Sotto il detestabil governo di Tiberio, gran voga intanto aveano in Roma gli spioni e gli accusatori, parte volontari, parte suscitati dal principe stesso. Bastava per lo più l’accusare, perchè ne seguisse il condannare. Fioccavano in senato i libelli contro delle persone, e moltissimi inviati dal medesimo Tiberio che col braccio del senato andava facendo vendette, e pascendo l’avarizia sua colla morte e col confisco dei beni de’ condannati. A parecchi nobili toccò ancor nell’anno presente la disavventura stessa; e massimamente ai senatori, tanti de’ quali a poco a poco andò egli levando dal mondo, che non si poteano più provvedere i governi delle provincie7. Fra l’altre più memorabili [p. 99 modifica]ingiustizie commesse in quest’anno degna è di menzione l’usata da Tiberio contro di Sesto Mario, da lungo tempo suo amico che, col favore principesco, giunto era ad essere il più ricco gentiluomo della Spagna. Avendo egli una figliuola di bellissimo aspetto, per timore che Tiberio non gliela facesse rapire, come solito era con altri, la trafugò in luogo dove fosse sicura. Avvertitone dalle sue spie Tiberio, fece accusar amendue d’incesto, e gittar giù della rupe tarpeja i lor corpi, con far sue le immense ricchezze dell’infelice Mario. Tacito racconta molti altri spettacoli di somiglianti crudeltà accadute in quest’anno, senza che mai si saziasse il genio sanguinario di Tiberio. Strano bensì parve ai più del popolo, ch’egli in un certo dì facesse morire tutti i principali spioni ed accusatori, e proibisse a tutte le persone militari il far questo infame uffizio, benchè lo permettesse ai senatori e cavalieri. Ma si può ben credere ciò fatto per comparire disapprovatore di que’ maligni stromenti, dei quali si serviva la stessa di lui malignità per far tanto male al pubblico. Erano eziandio cresciute a dismisura le usure in Roma; e contro dei debitori furono in quest’anno portate istanze ed accuse assaissime al senato; nè piccolo era il numero di coloro che, ascondendo la pecunia d’oro e d’argento, ne faceano scarseggiare la città. Si vide allora un prodigio di Tiberio. Mise egli nel banco della repubblica una gran somma d’oro e d’argento, da prestarsi a chiunque ne abbisognasse, e desse idonea sigurtà, senza che per tre anni ne pagassero frutto: azione applaudita da ognuno, ma che non fece punto sminuire il comune odio contro del tiranno. Ad Elio Lamia prefetto di Roma defunto succedette in quell’uffizio Cosso, per attestato di Tacito e Seneca8. E Marco Coccejo Nerva, giurisconsulto insigne di questi tempi, ed uno del consiglio di Tiberio, non potendo più, siccome[p. 100] uomo giusto, tollerar le iniquità di quel mostro, se ne liberò con lasciarsi morir di fame: nè per quante preghiere gli facesse Tiberio, per saper la cagione di tal risoluzione, e per tenerlo in vita, volle mutare il fatto proponimento.


Note

  1. Thesaur. Nov. Inscription, p. 303, n. 1.
  2. Sueton. in Galba, cap. 4.
  3. Tacitus, Annal, lib. 6.
  4. Suetonius, in Tiber., cap. 64.
  5. Dio., lib. 58.
  6. Tacit., lib. 6, cap. 20.
  7. Tacitus, ibid., cap. 49. Dio., eod. lib. 58.
  8. Seneca, epist. 81.