Annali overo Croniche di Trento/Libro X

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Libro X

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DELLE CRONICHE

DI TRENTO,

DI GIANO PIRRO PINCIO

LIBRO DECIMO.

Dedicate all'Illustrissimo Signor Aliprando Clesio.


AVampando per ogni cantone dell'Italia crudeli fiamme di guerre, fù da Cesare destinato il Clesio, Governatore della nobil Città di Verona, Il Vescovo di Trento, Prefetto di Verona. poco avanti presa à forza d'armi, mentre d'ogni parte era insidiata, come in simili contingenze suol accadere, per la gran varietà d'opinioni della plebe, non mancando, chi nascostamente procurava introdure gli Venetiani, poco fà scacciati, ne tralasciavano questi in varij modi sollicitar alla ribellione gl'animi de Cittadini.

Gionse questo Prelato nel maggior fervor, & concorso de negotij, & circondato da innumerabili pericoli si portò con tal destrezza, che in poco tempo liberò se stesso, & la Città d'ogni sinistro incontro, fece di più con tanta diligenza, & arte palesa la grandezza di quell'animo, posciache non solamente spurgò il distretto Veronese, con la Città, ricevuta in governo, d'ogni civil discordia, & impetuoso assalto nemico, ma anco liberò sovente la Città confinante di Brescia sa varij assedij, essendo in quel tempo da nemici combatuta.

Quindi à maraviglia si vide spiccar quel suo animo in giovar à tutti, porgendo loro ogni possibile aiuto, & favore, soccorrendo à chi si fusse, che dell'opra sua tenesse bisogno. Et ancorche sapesse quanto ardui, & pericolosi sijno gli negotij, & affarri di quelli principalmente, che hanno governi nelle Republiche, gli [p. 216 modifica]accettò ad ogni modo, & sempre gl'amministrò con animo generoso, & dove scorgeva pericolo del ben publico, ò salute, & reputatione de Cittadini, mai ricusò esporsi à manifesti pericoli, & battaglie. Teneva per regola prima dover, ciò, che oprava gli Rettori delle Republiche, essere in utilità de Cittadini. Si che à ciascun restava chiaro non cercar egli (come hoggidi molti fano) la propria utilità, ma ciò, che conosceva essere espediente à quelli, che commandava. Et perche l'haver singolar prottetione d'alcuni Cittadini, col non far contro delli altri conosceva essere cosa danosissima, e strada per introdure discensioni, & discordie nella Città, amministrava, & governava tutto il corpo della Republica in maniera, che non trascurava cosa alcuna, benche minima senza partialità provedeva al vivere, & à quanto era necessario per il mantenimento publico di tutta la Città.

Quando tal volta veniva d'alcuno offeso non si turbava molto, & in breve si placava la dolce natura di quel Prencipe. Essendo poi l'offesa in tanto eccelso trascorsa, che il dissimularla sarebbe stato contra la sua reputatione, in vilipendio de Rettori, non era da colera transportato, ma con giustitia, accompagnata con la clemenza la castigava.

Di questo Prelato dicesi haver superato se stesso; non si vidde mai insuperbire nelle cose prospere, ne avilirsi nelle avverse, fugiva (dono degno d'un tanto campione, & d'esser inalzato fino al Cielo, à tutti non concesso) ogni arroganza, & leggiera allegrezza ne successi, che gli potessero apportare piacere. Si che non era maraviglia, che questo buon Prelato fusse da tutti commendato, & si conciliasse tanta benevolenza, principalmente de suoi sudditi: governava quella Provincia, con misura, prudenza, & giustitia, mostrando sempre un'animo grande, generoso, & tranquillo. Venivano riferite queste cose alla Corte Cesarea, tutti s'ammiravano della prudenza, destrezza, & giustitia del Governatore di Verona.

Cesare medemo, ancorche occupato in innumerabili ardui affari, gustava sentire consimili acclamationi, & ancorche gli passassero per la mente infiniti interessi dell'Imperio, ad ogni modo non lasciava cadere in terra quanto si diceva del Clesio, il tutto notava, & diligentemente reponeva nell'archivio della memoria.

Mentre il Trentino faceva con fatti eggregij fama della sua virtù; Dovendo l'Imperatore trattare varij, & urgenti affarri con gli Prencipi Imperiali, intimò un Congresso, che altrimenti gli [p. 217 modifica]Alemani chiamano Dieta. Augusta fù per tal affarre giudicata, & destinata luogo à proposito, alla qual doveva esser presente il medessimo Imperatore. Correva l’anno Christiano 1518. Ove il Trentino fù non solamente come Prencipe Imperiale, ma con particolari lettere di Cesare, in persona chiamato. Ivi conosciuto con qual integrità havesse governata la Città di Verona, fù concluso per decreto del medemo Imperatore (qual haveva molto ben conosciuto essere necessario, tenere un tal campione, appresso di se) non essere bene che il Trentino per la sua rara virtù, & inviolabile fede partisse dalla Corte, & da publici, & ardui affarri dell’Imperio, ma in ogni modo dovesse seguire Cesare, acciò con la indiffessa, & continuata fatica per l’avenire, assieme con altri Prencipi aiutasse sostenere il peso publico di quel supremo governo.

Si trattava in quella Dieta d’eleggere un successore nell’Imperio: Dieta celebrata in Augusta. Già lungo tempo haveva Massimiliano tentato questo negotio, desiderava (sapendo quanto l’importasse questo interesse) che Carlo Rè di Spagna, Nepote, nato di suo figliolo Filippo gli succedesse, & fusse eletto Rè de Romani.

Ciò posto in consulta, si disputò longamente, ciascuno (così commandando l’Imperatore) disse il proprio parere. Quall’havendo conosciuta la buona loro inclinatione ver la sua Corona, & che desideravano differir questo negotio alla Dieta di Franchfort, che in breve si doveva celebrare, determinò doversi prolongare l’elettione à quella, in cui li Prencipi Elettori dell’Imperio havrebbon determinato, conforme il ben publico, & lor reputatione. Ultimate queste cose in Augusta, il Trentino fece ritorno alla patria. L’Imperatore non molto poi venne in Insprugh, la dove à pena salutati gli amici, & vista la patria, convenne parimente al Clesio trasferirsi, qual fù con tanta demostratione, & accoglienza ricevuto da Cesare, che volse fosse annoverato frà gli suoi più intimi Cortegiani, & Consiglieri. Sapeva benissimo con quanta agevolezza, & dolcezza di trattare s’havesse diportato in tutti gli congressi delle Provincie dell’Austria superiore, & inferiore, avvenga che pareva nato per trattar negotij. D’onde crebbe tanto in gratia, & potere appresso l’Imperatore, alla cui famigliarità di già era stato admesso, che tutti credevano, & tenevano di certo fosse per conseguire appresso di quello il supremo honore, & il più degno luogo, & che Massimiliano (quando fosse vissuto in lungo) gl’havrebbe (tanto l’amava, & stimava) [p. 218 modifica]commesso la cura di tutto l’Imperio. Havendo visto come benignamente era stato da Cesare accolto, & trattato, & ch’havea conseguita la bramata intima di lui gratia, ritornò à Trento, acciò aggiustate le di lui cose famigliari, più libero potesse ritornare alla Corte, esercitar le cariche à se commesse, & più commodamente continuarle.

Massimiliano qual già haveva conceputi gli alti, & generosi spiriti di Carlo suo Nipote, essendoti portatto à Bleso, così da Alemani chiamato, Castello dell’Austria, situato sopra il Fiume Anaso, da repentina febre assalito nel progresso dei suoi desiderij,Massimiliano Imperatore muore. abbandonato passò à miglior vita, pianto, & desiderato da tutti.

Morse gli 12. Genaro 1519. d’anni 59. d’età, 9. mesi 19. giorni, & 21. hora. Fù con solenni, & pomposi Funerali sepolto in Nuistot in Città nova, luogo dell’Austria, dove anco hebbe gli suoi natali. Si che quella Città gli fù luogo di risplendente nascita, & funesto, & amaro sepolcro.

Da questa infausta nova restò il Trentino turbato di modo, che parve esser caduto d’ogni speranza, conceputa di dignità, & honori; pianse amaramente la sua disgratia, & miserabil fortuna, reputò non potergli avenire più tristo incontro per suoi disegni.

Dunque così sbigotito, & perso d’animo, presi Cavalli di veloce corso, quali altrimente sempre gli chiamarono dalle poste, per antica ordinatione d’Imperatori per le strade publiche in debite distanze destribuiti, de quali si servono, quelli, che con gran prestezza portano lettere d’importanti negotij, si portò in fretta adIl Trentino si trasferisce in Insprugh. Insprugh per abboccarsi con Consiglieri del Reggimento, con quali prima si condolse della grandissima perdita d’un tanto Imperatore, e del publico danno per la di lui morte, poi promise ogni sua diligenza, fatica, & pensiero, ovunque havessero conosciuto esser necessaria la sua opera in accidente tanto infausto, & pericoloso, rendevagli certi sarebbesi portato in modo, che havrebbe fatto credere à tutto il mondo, che il Trentino mai mancò d’impiegar ogni sforzo in utilità del publico. Non ricusava (quando havessero giudicato convenevole) medemo andare à consolare le due Regine Anna, & Maria, una moglie di Ferdinando, l’altra di Lodovico Rè d’Ongaria, quali si poteva verisimilmente credere sarebbono state addolorate, immerse inconsolabilmente in fiumi di lacrime per la publica, & lor propria perdita, causata per la morte di quel potentissimo, & magnanimo Imperatore. Posto conveniente freno à singulti, & dolorosi pianti, determinarono [p. 219 modifica]molte cose concernenti gl’interessi publichi, primieramente procurarono restasse inviolabilmente osservata la pace, prima con le nationi, & popoli confinanti stabilita, invigilarono acciò in niun luogo della Germania per l’Imperiale scetro vacante non si tumultuasse le Signorie, & le Provincie Alemane fussero come si deve in giustitia, & pace amministrate, in somma non fosse commessa cosa potesse denigrare, & offendere la Maestà delli due Fratelli, & il pericolo tutto poi si scaricasse, & attribuisse alla negligenza de Consiglieri, sino che s’havessero ordini da Carlo Rè di Spagna, & Ferdinando fratello, che absenti si trovavano, di quanto s’havesse à fare.

Ordinate queste, cose ritornò a Trento. L’anno medemo nel quale morse Massimiliano Imperatore de Christiani, Solimano Sultano s’impossessò del scetro Imperiale de Turchi. Fece nostro Signore veder diversi, & contrarij effetti nel stesso tempo in due primarij, & supremi Imperatori, imperoche essendo due Monarchie di tutto il mondo, l’una lugubre volse piangesse il proprio Imperatore, l’altra gioiosa, & festeggiante ricevesse nel Regno il di lui gran Signore. Mentre con ogni esatta cura s’attendeva in Germania à queste diligenze, Carlo havuta nuova della morte del sopradetto Imperatore, suo Avolo, cominciò subito à por ogni suo pensiero alle cose, che giudicava necessarie per conseguire la Corona Imperiale. Elesse conforme richiedeva il tempo, & i propri interessi alcuni Prencipi suoi Commissarij,Eletti i Commissarij. uno di questi fù il Clesio, questi dovevano governar gli stati, haver cura diligente delle Provincie, & quando havesse fatto bisogno diffendere valorosamente gli negotij, & dominij in absenza de Rè, & supremi Signori, sin tanto, che havessero potuto con l’armata passare il tempestoso Mare in Alemagna.

Giunto era il prefisso giorno, nel quale dovevansi terminare gli particolari proposti dalla f.m. di Massimiliano Imperatore, nella Dieta d’Augusta, il principale che Carlo fusse dichiarato Rè de Romani. S’era publicato la nuova Dietà in Francfort, ove si Congreso in Franchfort. sogliono per ordinario elegere gli Rè. Sapeva ogn’uno, che Carlo havrebbe havuto concorrente, & gran rivale all’Imperio Francesco Rè di Francia.

Per questo si commise la cura di si importante interesse à molti Prencipi, principalmente si lasciò il pensiero al nostro Clesio, acciò diffendesse le raggioni, & la reputatione di Carlo; impiegasse ogni sapere, & inventasse arte, acciò deluso, & escluso il [p. 220 modifica]Francese conseguisse il scettro, qual per tanto tempo adietro, degnamente havevano tenuto gli di lui antenati. Morto Massimigliano Imperatore, questo affare ricadete nelle mani de Prencipi Alemani, come à Commissarij Imperiali, à quali s’aspetta l’eleggere gli nuovi Rè de Romani.

Dunque in quella numerosa Congrega, nuovamente convocata, si diede principio à trattati del successore, per la morte di Massimigliano. Molti si mostrarono contrarij alle opinioni delli Elettori, pareva però l’elettione piegasse à favore di Carlo.

Questo vedendo, che Francesco il Gallio trasportato d’eccessiva ambitione, tutto acceso d’ardentissimo desiderio di grandezze, afferrava la Corona Imperiale, che con promesse straordine lusingava, & astutamente sollecitava per Ambasciatori gli Prencipi Alemani, che di già n’haveva con richissimi doni ridotti molti al suo partito, giudicò gli sarebbe stato di perpetua infamia, quando per sua dapocaggine s’havesse lasciato levar la Corona di capo, e lo Scetro dalle mani, quale per tanti anni, con serie continuata havevano gli suoi progenitori valorosamente retto, & diffeso. Giudicò per tanto non doversi tralasciar occasione benche minima, ò transcurar qual si voglia mezzo per arrivar alla Corona, quasi resa hereditaria da suoi antenati. Diede ordini à suoi Commissarij, da lui per tal effetto destinati, nella cui prudentia assai confidava, & à quali commetteva per la lor destrezza gli più ardui affarri, si portassero con gran accuratezza, non fossero neghitosi in cosa di tanta importanza, & in somma tentassero ogni via per ridurre, frà tante borasche, negotio di tanta importanza, sicuro al bramato porto. Poiche fora di grande, & perpetuo vituperio alla sua Real persona vedersi cascar di mano, quanto sino sotto Massimiliano gli fù promesso.

Quelli, abbracciata la carica, trattarono con ogni calore si rilevante affare, attinente l’interesse del loro Signore, frà quali il Clesio scorgendo le difficoltà gravi, & quanto in vero bisognasse sudare, datosi in preda à straordinarie diligenze, levava à sensi la solita, & dovuta quiete, non dormiva, proponeva, determinava, & adoprava ogni officio per indure gli animi de Prencipi à favore di Carlo. Dicesi à tal fine facesse un’Oratione del seguente tenore.

Oratione del Trentino alli Elettori per l'eletione dell'Imperatore. Assai dubbitarei (Valorosissimi Prencipi) ne presenti tempi, in cui dall’Altezze vostre trattasi del supremo honore Imperiale, delle cose concernenti la nostra Fede. Scopro per ogni cantone turbationi, sollevationi, [p. 221 modifica]& confusioni, per le concorrenze, & competenze delli due gran Campioni Carlo Rè di Spagna, & Francesco di Francia, ogni Regno, ogni Stato, ogni Città si commove à dissenssioni. Quando non fossi certo essere l’elettione, in petto di che sempre hebbero à cuore l’invita Alemagna, & il poter terminare le cose più ardue per il maggior bene del publico, impiegare quanto hanno, & le proprie vite per la salvezza, & immemorabile dignità di quella. Svanisce ogni timore, sijno (non essendo soliti stabilire publici interessi senza gran consiglio, & ponderatione) per eleggere al loro governo un straniere, & non più tosto uno delli Prencipi della Germania, sijno per nominare, & dichiarare per proprio Imperatore Carlo d’Austria, se considerano l’integrità della di lui vita, la singolar prudenza, giustitia, fortezza d’animo, & incorruttibil fedeltà nel diffendere, & mantenere gli antichi privilegij della Patria. Qui son costretto parlare dell’indole singolare di Carlo, Prencipe Austriaco, Re della Spagna, nato, & nodrito frà di voi Prencipi Alemani, mi somministra ciò materia, & modo di parlare, non m’occore andar altrove mendicando gli concetti. Alle di lui virtù singolari manca qual si voglia eloquente lingua. E perche quivi si tratta d’elegger suggetto degno al Scetro Imperiale, di dove nasce la cagione del nostro discorso, tralascio hora gli altri Prencipi quali aspirano al apice delle dignità, ad un tanto honore.

Francesco Re della Gallia, che altre volte senza esser provocato ingiustamente, mosse pericolosa, & crudel guerra, non solo alla natione Alemana, ma anco all’Italiana, nostra confederata, per la morte di Massimigliano Imperatore, pregiato di tutte l’heroiche, & più rare virtù, Avolo di Carlo, giudica essersegli rappresentata occasione opportuna per impadronirsi dell’Imperio. Gli Christiani Regni, & Provincie si vedono sollevate à nuove deliberationi. Le lettere, che giornalmente ci vengono d’ogni parte, non solamente dall’Italia, ma anco d’altre Città confinanti alla Francia, sottoposte al vostro Imperio, ci rendono di ciò certa testimonianza; e per l’antica amicitia, & lega rappresentano gli soprastanti pericoli dell’Imperio per le vostre dispute. Credo anco vi sij pervenuto all’orecchie, che molte Città della Sicilia, Sardegna, Corsica, & altre Provincie dell’Imperial distretto, già comminciano à tumultuare, vedendo Roma d’onde hebbero origine gli supremi honori, vota di pressidij, dimandar soccorsi contra le barbare squadre, quale vedendosela bella vano infestando, & depredando gli Mari, Golfi, Porti, & tutte le spiaggie dell’Italia: Che il Regno di Napoli di vostra giurisditione era in fattioni diviso. Di già si sono alcuni dichiarati per la parte del Mare, altri per il Rodano parte Francesi, & Imperiali il resto.

La Toscana vostra tributaria parimente hà spediti Ambasciatori per [p. 222 modifica]intendere cosa finalmente habbin gli Prencipi Germani determinato, doppò tanti contrasti, & discensioni. Si senton parimente mormorij, che gli Milanesi, & Pavesi sijno caduti in potere de nemici, per diffesa de quali Massimiliano Imperatore cosa non fece? quali travagli non sopportò, acciò gli amici restassero liberi dalle invasioni, & assedij nemichi, & pure solo quel Stato è stimato da tutti la unica chiave, che sola può ostare alli Francesi acciò non venghino ad invadere, & rovinare il rimanente de stati d’Italia. Ancora non habbiamo detti gli più importanti pericoli. Gli Trivigiani, Furlani, Schiavoni, Ongari, & altre nationi Christiane, confinanti della Transilvania, & Turchia, quali sempre stano alle frontiere de Turchi, & reprimono gli loro furori, hora sono da infinite calamità, & straggi oppresse, le loro Terre, & Città abbruggiate, la più parte, gli Borghi per le continue, & lunghe guerre distrutti, si che à pena han da poter salvarsi frà alcune poche mura, per vedere qual soccorso pono dalle vostre Altezze aspettare, & qual speranza possin dalli vostri aiuti, doppò tante afflitioni concepire. Questo è puoco; Si vocifera di già farsi contra di noi formidabili apparati di guerra, avicinarsi l’inimico, attacati, & rovinati gli confini. Lodovico Rè d’Ongaria essersi ritirato dalla Campagna, nella quale per tanto tempo esercitò le battaglie nel cuore del Regno.

Sin’hora habbiamo solo rappresentate le cose, quali fuori richiedono gli vostri soccorsi. Resta hora da considerare ciò, che più ci deve premere. Ogni raggione vuole più s’impieghi l’animo alli pericoli vicini, e che sono entro gli proprij confini. Non vedete nella propria casa le facelle accese, dalle quali n’ha da nascere l’incendio dell’estrema nostra rovina? Non scorgete gli Ambasciatori Francesi, che à vostra vista sù gli proprij occhi, ambitiosi del Scetro Imperiale, non cessano con mille stratageme sollecitare gli animi de Germani? solo acciò aquistino da voi, al proprio Rè, qual tante volte provaste capital nemico la Corona. Et noi non ci affaticaremo, che Carlo Austriaco resti Imperatore? che non solo da tutti gli buoni Christiani, ma dall’istesse Barbare nationi vien giudicato, mercè alla di lui buona indole, & heroiche virtù, il più buon Prencipe dell’universo? il più degno dell’Imperio? Io, Amplissimi Prencipi concorro con la commune fama, Niun altro vedo presagito al supremo Dominio, questo è quel solo, questo è l’unico desiderato, & demandato dalli confederati, Cittadini, Soldati, questo hà da esser il terrore, ed eccidio, come ci promettono gli Divini Oracoli de Turchi, & altre Barbare genti, nemiche del nome Christiano, fuori di questo non temono chi si sij. Non dubbito deliberarano conforme gli communi bisogni, e gli presenti pericoli, non comportino però troppo in longo la loro determinatione, questi calamitosi tempi richiedono non manco una presta, che matura, & ponderata speditione. Corre pericolo mentre col [p. 223 modifica]non acordarvi andate prolongando l’elettione, che qualche estraneo non preocupi la vacante Sede, & che quello, che di raggione conviensi alle Altezze vostre, si transferisca per forza & ingano nell’altrui potere, il che non potrebbe essere senza gran vilipendio, irreparabile pregiudicio, & inconsolabil cordoglio di tutta la Germania; s’ellega un’Imperatore, che e cosa necessaria, in questo non consiste le loro controversie, il punto delle difficoltà si riduce, chi frà tanti pretendenti sij il più a proposito.

Hor attenti à quanto si debba fare. Hò deliberato prima parlare della prosapia di Carlo, poi delle di lui virtù, finalmente come si debba elegere Imperatore, qual giudichiamo dovere sostenere la suprema carica, con gran giustitia, lode di se medemo, & applauso di tutto l’universo. Ritorniamo donque alla nobilissima stirpe de suoi antenati; qual dovrà esser accutissimo sprone de giudicij vostri. La lor schiatta è la seguente.

Antichissima origine dell'Augustissima Casa d'Austria. Gli Scrittori delli Annali dicono, che abbruggiata, & destrutta Troia da fondamenti, gli habitanti, battuti dal destino, si diedero alla fuga, & sotto la guida di Francone, figliolo d’Hettore, doppò varij accidenti, & pericoli si portorno in Germania, al Fiume Reno, ove anco si fermorono. Il luogo prese il nome dal Capitano, è Condutiere, lo chiamarono Franconia. Quindi hebbero gli Conti Aventicij, se creder vogliamo alli suddetti Annali, la lor origine, quali poi seguirono Carlo Magno in Italia, & da questi trassero gli Augustissimi Austriaci il principio della lor famiglia.

Affermano altri Annali, che gli miseri avanzi della destruttione Troiana fugirono in diverse parti, parte seguirono Enea, altri Antenore, in Italia, & altri sotto gli auspicij di Priamo, Nepote di Priamo il grande, varcato il Mare Eunino, & passate le Meoridi paludi, penetrorono in Scitia, ivi fondorono una Città qual poi chiamarono Sicambre, vogliono anco da questi sortissero gli Sicambri in Germania il loro nome. Questi essendo nella Scitia cresciuti oltre modo, doppò haver abbassato l’orgoglio, e ferocità delli Alani, hebbero da Valentiniano la libertà in dono, furon per questo detti Franchi, che tanto vale come liberi Passati dieci anni furon di nuovo molestati da Romani, essigendogli gl’antichi tributi, venuti à battaglia restarono gli Franchi superati, & quasi tutti morti; Il residuo sotto le bandiere di Marcomede, qual era Capitano della moltitudine, andò in Germania, ivi crearono loro primo Re Feramondo, figliolo di Marcomede, avanzatisi poi oltre il Reno scacciarono gli Romani, & in breve per il loro bravo valore, ampliato il proprio Imperio dalli Pirenei, sino alli confini dell’Ongaria, chiamarono tutto quel paese Francia, una Orientale, Occidentale l’altra: d’onde appar chiaro haver quella natione felicemente regnato fino al tempo di Pipino, padre del gran Carlo, & ambi essere nati in Alemagna, ma de genitori della natione Franca condota da Troia. Ma [p. 224 modifica]Carlo, à guerrieri, che hebbe & seco condusse nelle sue marchiate (la maggior parte gente di questa schiata, huomini forti bellicosi, e di martial valore dotati) con munificentissimi doni, honorò, e di grandissimi privileggij arichì.

Quelli poi, che più si mostrarono delli altri arditi, & fecero maggior prodezze dichiaro Conti d’Aventico, Aventico è Città Metropolitana de Svizzeri, overo quella, che Tolomeo colloca frà gli Segnani, communemente detta Hapspurgh. Da questa hebbero il suo principio gli Prencipi d’Austria, si che quelli che prima si chiamavano Aventici hora son detti Austriaci, & forse la dignità di Cavalliere Aventico, e quella, che à nostri tempi; è tanto pregiata cioè del Tosone.

Dicono anco l’Historie, che la parte della Germania, contigua alla superiore Ongaria chiamasi Austria, paese celebre si per gli eggregij fatti de Prencipi, che la resse, come per l’insolita abbondanza di qual si voglia cosa, questa al tempo di Druso, & Traiano fù, governata da proprij Regi, poi essendosi Carlo il Magno di quella impadronito fù governata per buon spatio di tempo da suoi posteri, senza proprio Re.

Finita la prosapia, & stirpe di Carlo fù occupata da un certo Undigerio, che senza heredi passò da questa all’altra vita. Per la cui morte Henrico Primo Imperatore dichiarò Leopoldo suo Cugino, & parente primo Marchese. Si che detta Provincia hor da Re, hor da Marchesi, poi da Duchi, finalmente d’Arciduchi fù amministrata, & retta. A Leopoldo successe Henrico, à questo Harmano, poi Alberto, Hernesto, Leopoldo, II. (nome assai usato in quella Augustissima Famiglia) Leopoldo III. huomo di gran pietà, & santità di vita, qual poi fù annoverato nel Catalogo de Santi. A questo Hernesto, & Alberto, tutti Marchesi; quali (per parlar in compendio, & non far mentione di tutti gli successi) fecero parentelle con diversi, & gran Prencipi di varie nationi. Federico I. Imperator Federico Barbarossa Imper. di questo nome, altrimente detto Barbarossa, aggiunse all’Austria quella parte oltre il Danubio, qual prima haveva levata alli Bavari Vindelici, poi la donò ad Henrico primo Duca d’Austria, à questo successe Leopoldo, poi il figliolo del medemo nome, qual sottopose la Stiria al di lui Stato, doppò questo prese il governo un altro. Henrico, doppò Federico I. qual parimente fù primo che usasse l’inscritione d’Arciduca d’Austria, morse senza heredi, il Principato fù devoluto à Rodolfo Conte d’Aventico, & d’Habspurgh, Rodolfo Imper. che successe nell’Imperio alli Henrici, è recuperò l’Austria già violentemente occupata da Ottacaro Re di Boemia, doppò haverlo superato, & rotto in battaglia, facendosi à forza d’armi soggetta parimente la Carintia. Da questo nacquero (mi sij lecito adoprar vocaboli di questo tempo) Artamano, & Rodolfo, qual doppò il Padre similmente hebbero il governo, & [p. 225 modifica]Alberto qual poi fù dichiarato Imperatore, & venuto a duello con il Conte Alberto Imper. di Nassia l’uccise in campo, & ne riportò ricchissimi spolij. Questo Imperatore fù tanto celebre, & favorito dal Cielo, che Bonifacio Papa volse, gli restasse soggetto il Re di Francia Filippo.

Lasciò questo Imperatore tre figlioli Federico, Ottone, & Alberto, questo ne lasciò successori due Leopoldo, & Federico, da questi nacquero Gulielmo, Federico, Hernesto, & Alberto. Federico primogenito d’Alberto Imperatore sopradetto, hebbe un sol figliolo, à qual impose il nome del Padre Alberto, fù questo parimente dichiarato Imperatore, cagione che Alberto Imper. anco Sigismondo conseguisse l’Imperio, & Ladislao occupasse gli Regni d’Ongaria, & Boemia. Sigismondo fù figliolo di Federico, nato di Leopoldo. Da Hernesto hebbero gli lor natali Leopoldo, & Hernesto, da questo Rodolfo, & Federico Terzo Imperatore di quel nome, qual di Leonora sua Consorte, & figlia di Giovanni Re di Portogallo ricevette due figlioli Giovanni, & Massimiliano, uno Arciduca d’Austria, l’altro per le di lui Massimiliano Imperatore singolari virtù d’animo, & robuste forze di corpo, assonto alla dignità Imperiale. Questo abbassò l’orgoglio de Morini, Gleusoni, & Sicambri, populi confinanti con Fiandra, abbassò l’orgoglio di Filippo Palatino, più volte hebbe guerra con Francesi, & gli superò. Fece tributario Ladislao Re d’Ongaria, tagliò con prudenza, & armi il filo à disegni Veneti, aperse l’erario Belgico per mortificare gl’inimici del Sacro Romano Imperio. Più volte prese la guerra per diffesa de confederati, & sempre con gran sua lode la condusse à fine, delle quali più diffusamente, & con maggior commodità ne parleremo.

Tochi da cotal fama gli Saracini, Turchi, & altre molte nationi, da lontanissimi paesi mandarono con superbi regali Ambasciatori, per haver la pace, & amicitia di questo gran Prencipe. Massimiliano dunque per tante vittorie, & trionfi reso famoso à tutto l’universo, hebbe per Moglie Maria figliola di Carlo Duca di Borgogna, di questa generò Filippo Duca d’Austria, & di Borgogna, qual poi si maritò in Giovana figliola di Ferdinando Re di Spagna, da parenti di tanta altezza & nobiltà nacquero Carlo, Eudatione di Carlo. qual hoggi hò preso per scopo delle mie lodi, & Ferdinando. Felippo vivendo ancor il Padre, sentita la morte d’Elisabetta sua suocera, incontamente si portò in Spagna, se gli conveniva parte di quelli Regni, mà fu infelice tal uscita dall’Imperio, quando dalle di lui virtù, & valore s’attendevan heroiche imprese non sò per qual fatto, passò da questa à miglior vita, pianto d’ogni conditione, & sesso di persone, & con superbe essequie, & funerali sepolto.

Questi (Amplissimi Senatori) sono gli antenati di Carlo, & Ferdinando, ornatissimi di virtù, di nobiltà, & nelli martiali honori segnalati, [p. 226 modifica]incomparabili di famiglia, in cui sempre risplenderono bellicosissimi heroi, da tutti la più antica reputata frà quelle, che hoggidì regnano in quest’Emispero. Non vorrei già credessero le vostre Altezze, che io havessi, senza tralasciarne, raccontati tutti gli Campioni di questo legnagio, molti passai in silentio, altri perche altrove tenero gli loro scettri, & altri perche morirono senza figliuoli. Manco hò voluto far mentione delle Principesse, che in Matrimonio furon date à diversi gran Prencipi, feci mentione di quelle solo da quali potessimo venir in chiara cognitione della felicissima progenie di Filippo, Re Padre di Carlo.

Non fù mio fine il narrar tanto la serie di quelli, che hebbero gli governi, nel, che gli medemi scrittori diversamente dicono, quanto quelli, che nacquero in detta famiglia. Acciò in questa guisa più apertamente rendasi chiara la nobilissima nascita di Carlo Austriaco hor gran Re di Spagna, & l’antichissimo lor principio dedotto fino dalli gran Campioni, che fugirono dalle alte mura di Troia. Non voglio però passar in silentio come l’Augustissima famiglia d’Austria hebbe sempre stretta amicitia, & parentella con gli Serenissimi Re di Portogallo, di Spagna, Francia, Boemia, Ongaria, Danimarca (sarò compatito usando termini de nostri tempi), & con altri gran Prencipi dell’Italia, & Germania. Da questi Duchi, da questi Imperatori, da cotali Avoli nacque il nostro gran Campione Carlo.

Sentiste mai, che alcun altro gli havesse più nobili; ò più antichi? Leggeste per avventura in Annalli d’altri, gli havesse più valorosi, più virtuosi, più segnalati nelle armi? Qual famiglia di chi si sia Prencipe potrasi mai comparare all’Austriaca? Nella quale una continuata, & illesa dignità per tanto spatio di tempo per tante battaglie, per tante vittorie, per tanti trionfi inalzata, fino all’essersi resa immortale, si sij condotta gloriosa sino alla nostra età? & vorremo credere sia per svanire nel nostro grande Heroe Carlo? & non più tosto per riceverne glorioso augumento? sono troppo singolari le di lui virtù, ci promettono maggiori glorie, maggiori trionfi, non lasciano argomento di dubitare habbino à degenerare.

Dunque Prencipi Illustriss. essend’a loro chiaro quanta auttorità, quanto splendore aggiungi alle cose dette la nobiltà, & antichità delli Antenati, à quali per ogni dovere dovrebbesi scaricare, & commettere la gran somma d’un supremo governo, vorrei considerassero quanto debbimo à Carlo conferire, quanto debba appresso delle vostre Altezze il valore è la chiarissima Prosapia delli di lui progenitori.

La severa educatione deve anco commovere gli vostri animi, giova assai questa alli ardui, & supremi governi. Hebbe Carlo nelle Arti liberali dottissimi Maestri, non tanto nelle speculative, & naturali, quanto nelle Scientia morali, fece sotto di quelli per la di lui diligente attentione gran progressi.

[p. 227 modifica]Passò con suo eccessivo contento dalli puerili trastulli, al maneggio delle armi, aprese sotto le Celate, Scudi, Elmi, & Corazze l’arte del guerreggiare, imparò frà gli strepiti de Cavalli à superar gli Eserciti, incominciò con felice fortuna questi esercitij, sotto il di lui Avolo Massimiliano, & pratticò sopportare senza mai spogliarsi le militari fatiche. Fece mirabil progresso sotto la disciplina d’un tanto Imperatore, quanto la sua aspetatione n’haveva promesso. Presente osservava con suo stupore la gran virtù, & forza di Cesare nel guerreggiare, come tanto facilmente superasse le Provincie, liberasse si presto le Città de confederati, batutte gagliardamente, & ridotte alle strette, dalli assedij, & pericoli d’essere rovinate, s’accese talmente di gloria, che ancor fanciullo esercitò l’officio di Capitanio, sempre annellando vittorie, infiamato dalla virtù dell’Imperatore Virtù. (qual sempre sforzavasi immitare) & d’altri valorosi Capitani.

Mentre così s’affaticava, & per proprij sudori aspirava ad una immortalità, venne nova di Spagna della morte di Filippo Re suo padre, e qualmente tutta la Spagna era in confusione, & facea per la morte del Re consigli per negotij di tanta importanza, dimandavan da Carlo, benche abssente aiuti, il che fù da lui sentito con gran pianto, & perturbatione d’animo. Dovendo in ogni modo portarsi alli hereditarij Regni, fù instrutta un’armata, s’elessero gli capi, furon preparate le vettovaglie, & altre cose necessarie, & ancorche sapesse esser indomabili le spaventose onde dell’Oceano Settentrionale, ad ogni modo con navi si fece strada per il procelloso Mare, frà la Francia, & Bertagna, si che con incredibil prestezza giunse l’ardito, & magnanimo Giovine in Spagna. Quall’essendo travagliata da guerra intestina, & civile, & dimandando agiuto dalla Germania, per la speranza dell’arrivo di Carlo, furon gli tumulti popolari assai mitigatti, & remessi, & per la di lui presenza totalmente sedati, e spenti. Cosa di gratia v’imaginaste facesse Carlo? Credete si dasse alle delitie, alli convitti, alli banchetti regij? che con animo dissoluto si perdesse nelle libidini? Sapete cosa fece? quanto conveniva ad un giovine virtuoso, ad un Prencipe valoroso, e d’animo di quella trempra? inalzato dall’esempio, & virtù de suoi antenati prendè il Scettro, accolto frà le felici, & fausti acclamationi, ricevè il publico governo, quietò gli animi; pacificò gli Regni, elesse gli Magistrati, crea gli Senatori, quali habbino cura delle cose civili, consulta, & termina le cause dedotte in giudicio, dispone legioni, & squadre à diffesa delli confini, & contra gl’inimici ammassa, & ordina forbiti Eserciti; quanto può, o con forze adopprarsi, ò con prudenza provedere, o con l’auttorità in cui assai prevale tanto con certo testimonio premette por in esecutione, per il ben publico, con benignità indicibile riceve ogn’uno, niuna conditione di persona sprezza, nelle cose di guerra dimostra virtù, nel governo [p. 228 modifica]publico giustitia, in ogni affarre prudenza, solo sostiene la carica, & cura delle cose private, & publiche. Sono queste cose argomenti d’animo codardo? d’huomo timido, et neghitoso, queste navigationi, questi pericoli, queste squadre militari, questi consegli da Senatore provetto, argomentano per aventura un Prencipe di niun valore, indotto, et inutile alla Republica ò pur una franchigine un spirito svegliato, un giovine coragioso; che con la grandezza del suo animo sij per superare qual si voglia ardua difficoltà? Conosciuta, che hebbero gli pensieri, & consigli di Carlo non meno di prudenza, che d’humanità, & piacevolezza ripieni, fù acclamato lor Prencipe, l’unico che nell’esser honorato stimavasi la gravità Spagnola ben impiegata, & solo potersi adequare in suggeto di tanto merito: quanto esso stima bene, tanto vien esequito, godono sentendosi commandati da si virtuosissimo Prencipe, non fanno minima repugnanza, si riconoscono da lui cavati d’un abisso di torbolenze, & restituiti ad una perfetta tranquilità, reputansi felici, & beati, per haver un Re di tanta eccellenza, così celebre, di virtù, è tanto emminente, concessoli per gratia speciale del Cielo, sij stato assonto, al governo delle Provincie di Spagna, & al Scettro di tutti quelli Regni; & quanto di bene hora godono (cosa non ordinaria di quella natione) tutto alla bontà, prudenza, & virtù di Carlo, non al proprio sapere, manco alla liberalità della fortuna attribuiscono, si che tutti paiono intenti à desiderare, & conservare l’incolumità del Re loro, certi ogni prosperità, & ogni loro bene dipendere dalla vita di quello, che non hà cosa più à cuore del publico buon governo, stimando questo la sola strada per condursi ad una immortal gloria; Qual intoppo dunque ò qual difficoltà può ingombrare l’animo di chi si sij, acciò non confessi per queste cose Carlo colmo di gloria, espressamente avanzare qual si voglia de nostri tempi in meriti, & virtù, che si ricercano in buono, & ottimo Imperatore, & in chi vuol havere il supremo scettro, cioè la scienza nell’arte Militare, il valore, l’auttorità, la felicità, e fortuna?

Chi potrà addurne uno, che l’avanzi in scienza? non sarà mai con buon giudicio in ciò alcuno stimato superiore, pur che con l’intelletto diligentemente consideri l’eggreggij fatti di Carlo, et con quali consigli, vie, et mezzi habbi il tutto felicemente ridotto à fine. Eh che non è maraviglia, fù egli arlievo, e soldato del glorioso Massimiliano, qual parimente nella sua gioventù resse grand’Eserciti, sostenendo la carica di Capitano Generale, si che apprese la disciplina del guerreggiare, da chi nelli medemi anni scorse la stessa fortuna, non si ritrova hormai sorte di battaglie ancorche varie sijno, in cui perfetamente non sia esercitato. Incontrò esso intrepidamente nelli anni della pueritia più pericoli, per il ben publico, che non havrebbe fatto nel pieno corso di sua vita un privato soldato.

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Scorse sicuro, et senza intoppi più Provincie di quello potressimo noi narrare. Compose le Spagne travagliate da seditioni, et guerre civili più presto, di quello che Noi, che con gran desiderio stavamo attenendo gli successi dell’alteriori, & citerriori Regni ragionevolmente havressimo potuto pensare, et sperare; Come mai havrebbe potutto ridurre à segno le difficoltà, che tante erano, se pratico ne maneggi della guerra non havesse saputo ciò, che richiedono gli negotij militari? Ha fatto dunque, con moltiplicate eggreggie attioni constare, & vedere à ciascuno, non ritrovarsi modo di combattere, fino à quel tempo inventato, di cui esso non’havesse essatissima cognitione.

Ditemi hora se mai havete, ò veduto, ò sentito valoroso giovanetto, per si mirabili prove reso immortale, che possi à questo esser pareggiato? Alla di lui virtù, & valore manco si può trovare discorso benche eloquente, ne lingua, che sij proportionata. Perche seppe ne negotij difficili affaticare, intrepido portarsi ne pericoli, mostrare condecente gravità nel reggere, spedire con celerità prudentemente, & con maturi consegli provedere acciò fossero le forze Imperiali stimate, & temute; conseguì, (come ben sapete) con l’assiduo essercitio delle squadre, tanto largamente, & felicemente tutte le cose accenate. Testimonio n’è la Germania qual con proprij occhi hà vista la di lui indicibil generosa indole, che da scintillanti stimoli di gloria infocata, più volte porse agiuto alla publica salute, sono testimonio gli Veneti, quali dalla fastosa fama delle sue virtù, come da voce divina atteriti, comminciarono alcune volte à pensare alle cose loro. Testimonio la Francia, qual, sparso il rumore de fatti di Carlo, & divulgata la fama di quelle cose, che s’aspetavano dal di lui valore qualmente aspirava all’immortalità mediante l’applicatione, & esercitio militare, e come si facea maggiore de tutti gli Prencipi, perche gli era stato pronosticato il Dominio di tutto il Mondo, mai da quel tempo cessò ordire, & machinare quanto sapeva poter oscurare il suo nome, ò minuire la di lui fatal potenza. Testimonio la ferocissima natione Catellana, quale preparata di già alla guerra, al sol arrivo di Carlo, deposte le armi, si quietò. Testimonij gli implacabili spiriti Numantini, quelli, che già con l’armi scacciarono, & messero inconquasso gli Eserciti Romani, è pur sentendo questi la sola venuta di Carlo si dichiararono di lui sudditi, & vassali.

Finalmente ne rendi testimonio tutta la Spagna, che dalli Monti Pirenei alli Popoli di Galitia, & Isola Gades, per la morte del Re Ferdinando tutta sollevata in arme, alla partita di Carlo dalli confini di Germania, grandemente comminciò à temere, venendo, fù con diversi honori da numerosa moltitudine incontrato, è comparso, con universal allegrezza accolto, & ricevuto nel Regno, prestandoli oltre il credibile ogni riverenza, [p. 230 modifica]certissimi quei Regni dover esser felici, & fortunati trovandosi esser governati d’un simil Prencipe. Dico quella Spagna medeme, che non conosce pericoli, non teme morti, che è prodiga di sangue, quella che si vide avanti gli piedi mancare in una sol giornata tante migliaia d’huomini, quella, che lasciò stesi in terra tanti cadaveri de Cartaginesi, quella che domò in battaglia il Romano orgoglio, reportò trofei da chi teneva il mondo tutto in tributo, quella, che fece à nemici conoscere cosa fosse toccar violentemente gli suoi confini, ributandoli da quelli con lor gran scorno, & danno, quella, che più volte oppressa da formidabili squadre nemiche riempì i Fiumi del lor sangue, quella dico, non hebbe ardire opporsi à Carlo, non hebbe fronte incontrarlo, con animo nemico. Testimonij sono anco tutte le genti, & nationi forastiere, di modo, che non trovasi più luogo, ove non sij arrivato il formidabile nome di Carlo, & l’indicibile aspettatione di cose prodigiose, che dal di lui valore s’attende.

Sapete quanto habbi giovato à Carlo la propria virtù? quella virtù dico mirabile, e Divina del guerregiare con cui si rompono, & vincono gli duri, ostinati, & quanto si voglia feroci animi delli huomini, & s’aprono le ben forte, & munite mura, à cui cedeono le procellose onde, benche sorde alle preghiere de mortali, obedisce la porpora de Re, à cui solo si deve gloria immortale, & eterna, & per mezzo della quale si trova anche aperta la strada al Regno de Cieli. Col beneficio di così invita scorta Carlo vinse avanti venisse, regnò avanti vedesse Regni, trionfò prima di venire à battaglia; Ne solo è possessore di cotesta virtù, ma possede anco le di lei compagne, solite à desiderarsi in un Imperatore, cioè innocentia, temperantia, fede, humanità, ingegno, & piacevolezza, quali quanto sijno perfette in Carlo stimo ogn’uno lo sappi, tutte sono in grado heroico, che da per se difficilmente potrebbonsi intendere, spicaranno maggiormente, & più facilmente s’intederanno in riguardo à meno perfette.

Io Generosissimi Prencipi non stimo degni del nome d’Imperatore quelli, che gli passati anni con officij di Capitani in Italia scorrendo per gli Territorij, & Castelli de Cittadini Romani, con quartieri de suoi Soldati, hanno rovinate, & distrutte più Città de confederati, che con l’armi quelle de nemici. Et forsi non sapete, che molte Terre sono state violentemente sacheggiate, à vista delli Capitani amici, da Soldati, mandati in lor aiuto? gli amici oppressi à forza, spogliati dall’avaritia, dalla libidine offesi nel honore, quali, esacrando, & maladicendo la crudeltà de Soldati Christiani, imploravano con braccie aperte la tirannide de Turchi, di modo, che quelli, da quali s’aspettavano soccorsi, & aiuti, gli han apportata l’ultima stragge nelle facoltà, & honore.

Ogni ragione dunque vuole crediamo non sij per riformare la già [p. 231 modifica]caduta, & corrotta militar disciplina; quello, che non vuol in se stesso emendarla, manco sij per esercitar in altri la severità, chi vive certo dell’altrui censura, & chi non hà occhi, & mani ristrette, & continenti, come potrà contenere quelle d’un Esercito?

Quivi dobbiam’ammirare, & stupire l’heroica innocenza di Carlo, Inocenza. qual invernando con la soldatesca, non solamente non comportò, mentre con le squadre si portava in Spagna, ò altrove, fossero violentati gli alieni tetti il, che col essere refugi all’avaritia ò fusse fatta ad alcuno violenza, ma ne pur permise, à chi desiderava, far minima spesa in favore di qualche suo soldato. D’onde credono le vostre Altezze habbi con tanta facilità, con si breve navigatione, in così corto tempo tradotto l’Esercito Imperiale, fino nelle parti occidentali? Pensate forse si sij con nova arte di governare, ò con inaudita forza de remi, ò con insolita prosperità de venti condotto, & arrivato fino in Spagna? Io Illustrissimi Prencipi non stimo questa la causa; ma la di lui unica temperanza, qual in tutti gli suoi affarri mirabilmente risplende, Temperanza. fù la condottiera: quando voranno ridursi à memoria le cose che ritardarono dalle lor marchiate Eserciti d’altri Capitani son certo concorrerano nel mio parere. E chiaro altri esser stati dal prefisso corso rittardati, tirati, & alletati alle prede, & saccheggi dall’avaritia, altri invitati, & lusingati da sensuali piaceri, altri presi dalla giocondità de paesi, altri desperati dalle soverchie fatiche, e però non proseguirono il destinato viaggio, restando quelli immersi nelle sporcitie della lussuria, gli secondi anestati dall’amenità de luoghi, & gli terzi datti al bramato riposo, così da consimili trattenimenti impediti, con lor vituperio non puotero la comminciata guerra proseguire, ne in alcun tempo terminare. Ma non si trovarono alletamenti di artificiosi edificij, superbi apparati di Castelli, & Città, ò altro impedimento de sodetti, bastevole ad arrestare il nostro gran Campione Carlo, spregiava tutto ciò, che alli altri suol essere di pregio, & ammiratione; è sapendo non essere cosa più lodevole, che il darsi tutto al ben publico, giudicò suo debito l’applicare ogni spirito, per giongere ad una suprema gloria, pareva, un’altro Tolomeo Re d’Egitto, qual non riservandosi, che il necessario, haveva per soda, ed infalibile massima, essere più convenevole à Re arrichire altri che esser arrichito.

Quindi Carlo calpestando tutto ciò, che lo potesse scostare dalla vera virtù, giunse in breve ove era atteso, fuori dal creder d’ogn'uno prese porto in Spagna. Gli Spagnuoli vedutolo di quelle heroiche qualità, dopò haver loro spiegato gli suoi pensieri, et l’animo suo nel futuro governo, l’ammiravano non come, Re mandatogli di Germania, ma come cascato dal Cielo. Cominciano hora a credere (il che prima era tenuto ridicola menzogna, da insensati Filosofi lasciateci in scritto) esso, et gli suoi maggiori esser stati [p. 232 modifica]di quella primiera temperanza, et astinenza, circa le cose temporali de popoli, che gionto pareva quel felice, & fortunato tempo, in cui risplendendo à quelle nationi gli raggi dell’Austriaca famiglia s’havrebbon eletto d’essere in cotal astinenza governati più tosto, che medemi governare altri. Non vorei valorosissimi Prencipi daste orecchie à chi cercan intorbidare le vostre deliberationi, nè si dicesse questi haver prevalluto, e che non siano statte le vostre Eccellenze gli Elettori, sù unitamente, & con giustissimo decretto dichiarate Imperatore il vostro Carlo Austriaco, in cui annidano tante, & si eggregie virtù, non date occasione alli nemici della vostra patria di burlarsi poi di voi, fatte conoscere à quelli, che con tanta temerità preferiscono il Francese à Carlo, la vostra auttorità sola doversi in questo Concistoro rivenire, & obedire. Ciò decretando vi pottee gloriare d’haver data, & mantenuta la degnità Imperiale, & d’esser stati auttori della publica salute, fatte ciò sentire, con lieti, & publici gridi: che se non vorete abbracciar così sani consigli, ma elegger, & assumer all’Imperio un’huomo avido, & intemperato, vi conciliarete meritamente l’odio d’ogn’uno.

Habbiamo per traditione de nostri Antichi, che furono alcuni tanto incontinenti, intemperati, & ingordi, che non si trovò Tempio tanto Religioso, qual con la lor cupidigine non profanassero, ne Città tanto santa, che non rovinassero, ne casa tanto forte, qual non espugnassero. Spogliarono le riche Città, dishonorarono gli popoli, & arrichiti a danni de compagni; dalla rovina, è strage de proprij amici, reportarono le lor vittorie. Quando non vogliate elegere alcuno di questa conditione, è necessario elegiatte Carlo, questo non hà pari nella continenza, gli nostri tempi non godono un simile nella temperanza, egli cerca la sua gloria non dalla rovina de popoli à quali si deve procurar la salute, non stima lode satiar la libidine propria, con l’altrui perdita, manco il levar quello, che la legge della temperanza insegna, & commanda doversi lasciare.

Se questo crearete Imperatore, havrete fatto à giuditio universale, quanto si conviene alla vostra integrità, & conforme alla aspettatione de tutti, imperoche essendo Imperator Carlo, e ardisco giurarlo parmi vi potiate promettere, che non sentirete sangue sparso de poveri innocenti, pianti delle Città, ne meno lamenti de confederati. Se anco elegeste uno, che à voi habile paresse per diffendervi dalli nemici, e per esterminare grossi Eserciti, se questo parimente dal danaro, dalle moglie, dalli figlioli, & altri danni delli amici non ritiri la mano, reprimi l’occhio, & il persiero, non sarà almeno si forsenato giudichi costui buono per l’Imperio.

E per ciò Carlo da tutti è bramato, da tutti dimandato, perche non procura la sua grandezza dalla rovina de paesi, ma solo dalle proprie virtù. Sono per allegrasi (sapientissimi Prencipi) in eccesso le nationi confederate [p. 233 modifica]in arrivandovi la voce, che finalmente Carlo per vostro favore habbi conseguito il Scetro Imperiale, & sij con gli suoi aiuti per andar a soccorerle. Questo tiene sempre spalancate le portiere alli privati, tanto facilmente da l’audienze, con tanta facilità se gli può portare gli memoriali, & reppresentare le proprie querelle, che quello, che è supremo in dignità si mostra uguale in piacevolezza, & facilità.

Se poi desiderasti saper di quanto ingegno, consigliio, & facondia nel dire egli sia: sappiate, che sono tali in Carlo, quali si puono desiderare in giovine ornato di tutte le virtù. Sarebbe soverchia prolissità il voler trattare singolarmente d’ogni sua prerogativa, voi medemi havendo con esso lui praticato famigliarmente conoscete quanto sij degno di lode, & in verità si può dire in dottrina, & onninamente non haver pari. Hor quanto habbi Carlo in preggio la fede sorella, & compagna della giustitia facilmente lo comprendaranno, Fede. havendola egli sempre stimata Divina, & l’unico bene d’un petto humano. Gli confederati la provarono sempre in lui inviolabile, gli nemici la giudicarono Santissima.

Noi poscia havremo ardir stimar inhumano colui, qual avanti gli occhi della mente sempre si riduce d’esser nato huomo? Perche il di lui valore tanto si fà veder trà gli combatenti, quanto la sua mansuietudine campeggia trà i vinti, e combatuti; in tal guisa che sia malagevole il discernere qual delle due sia la maggiore, ne saprei à chi dare la precedenza: Sarà ancor qualchè ostinato capritio, che vogli pertinacemente contradire acciò non si giudichi, & determini à soggetto di cotali prerogative, la suprema Corona Imperiale? che di già da quella eterna sapientia ad una tal dignità fu destinato, tutti lo confessono, mercè che in esso Divinamente si ritrovan compendiate le qualitadi requisite in buono, & valoroso Imperatore, tutte le nationi lo giudicano nato all’Impero, & perche gli huomini si muovono grandemente dall’opinioni della fama, importarà non puoco sapere cosa sentino di questa elettione gli Soldati, cosa gli Cittadini, l’auttorità giova assai nel governo de negotij militari, & civili, però è cosa manifesta l’Austriaco portar in questo la palma, lo dichiaran tale le cose da lui fatte nel commandar un Esercito, non ci essendo cosa à tal carica pertinente, che egli non sappi: Chi de mortali potrà mai addure uno, che più celebre si dimostri: egli ancor giovinetto à quai confini non ha fatto pervenire il chiaro nome delle sue prodezze. Tralascio più evidenti argomenti, espressivi della sua auttorità, da quel solo esempio argomentino l’accutezze de vostri intelletti, che nel stesso giorno nel quale si partì da voi in Spagna, non ostante la gran penuria de Biade, che pativano quei paesi, ad ogni modo valse tanto, che si proccaciò sufficientissimi viveri per si lunga navigatione, & in tanta abbondantia al solo nome di Carlo, che gli Campi medemi in lungo spatio di tempo non [p. 234 modifica]havrebbon potuto apportarne in tanta copia. Inteso parimente il gran travaglio de confini d’Ongaria, che spaventati d’avantaggio gli Christiani dalla sola memoria delle passate rovine, restavano nuovamente per l’immensa potenza, & numerose squadre de Turchi totalmente abbatuti, che di già prese da nemici la superiore, & inferior parte di quel Regno, con gli luoghi contigui, le cose eran ridotte all’ultimo pericolo, se la buona fortuan delli Alemani, & di tutta la Christianità non havesse ricondoto longi da questo nostro hemispero, Carlo con poderosi Eserciti, per dar in breve soccorsi à quelle parti angustiate. Medemi Generosissimi Prencipi potete render indubitata fede, haver egli con la semplice sua venuta rafrenato il corso de nemici, annhelante alle vittorie, gli fermò tutti mentre con numerosa, & spaventevol Cavallaria minacciavano l’ultimo eccidio di quel distretto.

Non bastano queste cose ad esprimere quanta sij la sua auttorità, appresso gli nemici? E ciò non ostante vorrà donque alcuno contradire non sij eletto Imperatore? Portà ancor dubitare il Mondo della sua virtù, e che quella non sij per giovar alla republica? Non sono gli argomenti infallibili.

Se con la sua auttorità fece tanto, cosa dovrasi sperare dalla sua virtù? Se tanti alti pensieri hà concepiti, se tanto ci promette nella pueritia, cosa habbiamo da sperare ne’ lustri più maturi.

Se ci hà fatti vedere prodigij nella sua tenera età, cosa pensate farà negli anni della virilità. Cessi ogni timore, svanisca ogni dubbio. Considerate sapientissimi Prencipi, quanto sij per valere quell’auttorità già approvata, ingrandita, amplificata, & temuta appresso gli Principi, straniere nationi, confederati, & Cittadini, quanto sij per giovarvi frà ripari nelle proprie case, e nelle medeme squadre. Non havete di che più vacillare in eleger Carlo, alla suprema carica Imperiale? bastarebbe di soverchio quanto dissi, è superfluo il mio discorso, da per se vi sforza ad esser assonto al supremo Scetro, volenta anco questa lingua à snodarsi ne suoi encomij, qui son costretto adombrare almeno la di lui felicità, che gli nostri maggiori chiamarono compagna della virtù, non si può negare, che la fortuna non habbi gran parte del dominio sopra le cose sublunari, prodiga nelle cose averse, avara & tenace nelle prospere. Perseguita con si maligno instinto, che gli alti abbassa, conculca gli afflitti, altri benche rari favorisce di modo, che in breve con continuati favori gli conduce all’apice delle felicità.

Non sarà cosa dunque fuori di raggione asserire, essere dal Cielo stata concessa à personagij destinati à governi supremi. La medema virtù senza la fortuna non può sortire prosperi successi; quanto meno quando l’havrà contraria. Quindi leggiamo haver gli antichi ben spesso commesso gli commandi delli Eserciti, non tanto per riguardo della virtù, quanto della [p. 235 modifica]fortuna. La felicità di questo giovine non dirò, (per non esser condannato per temerario) signoreggi la fortuna, ma se riduremo à memoria il piego, che prese sin dal principio. dobbiamo altresi sperare li futuri eventi parimente felici. Rendetene stessi veridica testimonianza, cosa in battaglia, frà gli Eserciti, & cosa ne publici consigli habbi operato. Come in Mare, & in terra habbi governati gli Eserciti, con quanta felicità gli sijno succeduti nella di lui gioventù gli intenti, quante Città, Provincie, & Regni, secondato dalla fortuna, habbi aquistati. Non havrebbe potuto far tanti, & si mirabili aquisti senza l’ossequio della fortuna. Quindi nacque quella commune massima, à voti di Carlo obediscono gl’Prencipi, rendono tutti gli Christiani volontaria obedienza, gli nemici del nome Christiano lo riveriscono per tema, il Mare lo seconda, & Iddio immortale lo favorisce.

Stupisco si ritrovi alcuno tanto temerario, che habbi ardire il dimandare, e desiderare quello, che Iddio hà di già destinato à Carlo.

Dobbiamo Noi pregar che Sua Divina Maestà perpetuamente prosperi gli di lui voleri, servendo ciò non tanto per inalzar la propria grandezza, quanto per beneficio del publico.

Dunque sarà possibile a questo Prencipe tanto benemerito, chiaro per la nobiltà dei suoi antenati, adobbato d’ogni eccellente virtù, immortalato per tanti prodigiosi fatti, tanto raccomandatovi dall’Avolo Imperatore, nudritto frà confini della vostra Patria, nel cuore della Germania, qual medemi sino dalla pueritia à cose grandi, e sopra naturali con esempi de vostri antenati animaste, habbiate d’antepore un huomo straniero? Riducetevi à memoria come l’Austriaca famiglia con tanta sua lode, per tanti anni governò la Germania, come aumentò gloria à se, & alla patria: Dirò da che comminciarono à governare ci aquistarono più lode, e nome di quello, che riceverono dalli suoi maggiori.

Gli Francesi cosa ci han giovato in Alemagna? non han minimo merito presso di voi, per quale con le vostre voci dobbiate favorirli. Vi potrei ben addure molte offese, & pregiudicij, quando non le voleste più tosto scancellate dalla memoria, che ricordate: Ma e ben cosa difficile portar in patienza l’offese de Francesi, quali gabbati gli Tedeschi, con mille frodi si sono di già impadroniti de voleri di molti, e come che sono nostri contrarij ci habbin machinati milla ingani. Sarà possibile gli Tedeschi restino da frodi, e machinationi delusi. Gli ingegni Germani non puono esser d’aguato alcuno sorpresi. Quelli che non vagliano esser superati dalle forze dell’armi temerano gli minacevoli contrasti, & pungenti occasioni? Gli Alemani non temono il ferro, la fronte de nemici, & si lasciarono atterire da minacievoli parole? Ci contrastano in diverse guise gli Francesi per arrivar alli loro disegni, per conseguire l’Imperio, à noi tocca star sodi, impiegar ogni sapere, & [p. 236 modifica]potere per resistere alle diverse loro stratagemme, & minaccie. Dunque perderemo il luogo, del qual si ritroviamo in possesso. Si sforzano quelli privarci, & abbaterci, stiamo noi stabili etiandio con l’impiego delle proprie vite, in diffendere il posto, faciamosi la strada, quando anco fosse per mezzo delle lancie affine di conservar gli patrij privilegij, per non perder l’antica nostra libertà. Dirò meglio. Molte fiate Serenissimi Prencipi si fà guerra, acciò ne seguiti una pace, Mai di deve sturbar l’otio della pace per spalancar le porte ad una sanguinosa guerra, l’un, & l’altro stà in vostro petto. Se vorrete dichiarare Imperatore, & Re de Romani il Francese, ci soprasta l’ultima miseria, se l’Alemano il centro d’ogni felicità, una santissima, & perpetua pace ci vien promessa. Più in questo punto prudentissimi Senatori ci potete giovare frà le domestiche mura, che con gli Eserciti gli Capitani armati in Campagna, potere prevalerci della vostra auttorità con tanto decoro, che niuna violenza ve la può involare. Non stima la Germania le squadre armate de Francesi Celti, teme assai la vostra decisione, & auttorità. Conturba, & affligge le nationi tutte la vostra deliberatione da farsi circa l’elettione del Re de Romani.

Quando il mio raggionamento fosse con persone leggieri incostanti, & timide, sarebbe mio debito esortar, dar animo, si riducessero à memoria, che quando sono assediate le Città, vengono le mura di quelle diffese da Cittadini, quando vengono combatuti gli animi, esser cosa d’huomini forti, & costanti, qual voi in più casi foste esperimentati, non partirsi dal giusto, ne lasciarsi pregiudicare nell’auttorità, manco levarsi il proprio posto, ove fà mistieri d’animo più che virile. Ma essendo cosa à tutti manifesta, che l’integrità dell’Altezze Vostre non si può conturbare per timore, nè per avaritia piegare, ò corompere, ogni raggion vuole speriamo da suoi sane determinationi quanto può giovare à noi, & à tutto il mondo. Non si deve da si saggio concistoro aspettare altrimenti. Siete da tutti gli ordini, & conditioni di persone stimati prudentissimi. Ciascuno vi conosce per tali, & vi chiamano giusti, forti, & costanti. Intendo, che molti, e soggetti anco qualificati sono da questo suo, & mio parere d’eleger Carlo diversi, la cui auttorità dalle Altezze Vostre, assai è stimata; in questa causa non tanto si deve procedere con auttorità, quanto con fondatissime raggioni, l’auttorità sola senza esser appoggiata al giusto, conduce ben spesso al precipitio. Questi stessi non san negare quanto diciamo di Carlo, cioè che ci soprastijno lunghe, gravissime, & crudeli guerre, che l’inimico sij un crudel Tirano, per tutti gli capi implacabile; Contendono solo non esser bene commettere un Imperio ad un Prencipe giovinetto, & che ciò sarebbe un poner à pericolo tutta la Religion Christiana, che quell’età da per sè e lubrica, e sdruciolosa, traboccando di quando in quando in diverse cadute.

[p. 237 modifica]A voi alti, & ornatissimi ingegni, che per la gran copia, abbondanza, & facondia singolare di dire havete presso questi ingenui Prencipi, congregati per elegere l’Imperatore, con la vostra grave, & ornata eloquenza saviamente rengato. Considerate cosa habbi apportato il valore, vigore, & virtù giovinile nelle cose quasi disperate, quanta gloria nell’esercitar le bataglie habbi à se, ed alla propria aquistata. Chi vendicò ne tempi passati la morte de Scipioni in Spagna? Non gli Capitani vecchi, che erano d’età più matura, ma l’animoso giovine di Lucio Martio, dichiarato Capitano con voti publici di tutto l’Esercito, questo di giorno, & notte radunati dalla fuga gli Soldati, sotto la sua condotta, & commando, superò con la total lor destrutione gli due Eserciti Cartaginesi. Chi ricuperò al popolo Romano le perse Spagne? huomini d’età maturi, & gravi, che pur molti se ne ritrovavano? Non certo, ma un Pubblio Scipione d’anni 24. Essendo gli affarri della Republica Romana à si mal partito condotti che si tenevan gli loro interessi disperati, & irreparabili. Stando la Città frà gli pianti tutta afflitta, fù commessa la somma dell’Imperio ad un Scipione, qual solo frà tanti hebbe cuore dar in nota il suo nome, & accetar una tal carica, questo stesso fù mandato in Africa, superò Annibale, e scompigliati, & rovinati gli squadroni nemici, guadagnò Cartagine à Romani, rendendoglila tributaria.

Non havete letto cosa ci fù lasciato à perpetua memoria di Tito Manlio? qual essendo in absenza del Padre provocato da Latini, valorosa, & felicemente combatè, & rotto l’inimico, riportò vitorioso gli equestri spogli nell’Esercito Romano. Voi che l’antiche Historie havete letto, saprete benissimo, come Alessandro Macedone dal giovenil ardore inalzato all’immortalità, in poco spatio di tempo soggiogò al suo commando tutte le nationi d’Oriente. Sono infiniti simili esempij. Questi pochi addotti giudico bastevoli per convincere, che sia stata sempre più in preggio la gratia, & stima delli huomini, che la consideratione d'un'età matura & in maggior stima una eggreggia, & generosa indole di giovani, che la moltiplicità delli anni. La virtù in chi si sij da per sè sempre lampeggia ne pericoli. Si che non devesi tanto haver riguardo alla sol auttorità d’eminenti personaggi, quanto alla cummune salute della Religione Christiana, & alli pericoli soprastanti.

Per tanto prudentissimi Prencipi, instrutti dalli esempij de vostri maggiori, parimente dovrete havere più à cuore, massime in questa contingenza, il ben universale, che l’auttorità de particolari, sete tenuti seguir quella, non curar questa; diffendere le vostre raggioni, & antichi privilegij. Considerare la prima, & seconda volta, cosa sij più espediente. Io lo dico publicamente, concorro con Carlo. E giovine tale, e di tanti meriti, che in lui solo stà riposta l’unica speranza del buon governo dell’Imperio, [p. 238 modifica]tutti lo predicano tale. Vien giudicato di tanta prudenza, tanto sapere, & tanta virtù, che niun può imaginarsi cosa per difficile ella sij, che questo gran Campione non habbia à maneggiarla, diffenderla, & essequirla.

Quanto manco certa, è longa è la vita de mortali, tanto maggiormente dovete, mentre dal Cielo v’è concesso, godere la vita, & virtù di questo valoroso giovine. Confutiamo d’avantaggio l’opinione di quelli, che dicono essere cosa insolita, & inusitata commettere un Imperio al giudicio d’un animo giovinile. Direi quando non vi fosse più che chiaro, che gli Romani, da quali dobbiamo in questo luogo regerci, riguardavano nelle cose spettanti alla pace, la consuetudine, nelle cose toccanti la guerra, l’utilità: non eran soliti adattare le conditioni de tempi à consigli, mà conforme richiedevano gli casi, aggiustavano gli consigli. Al calamitoso tempo di quella Republica constituirono Generalissimo delli lor Eserciti Pompeio ancor giovinetto, & volsero che la guerra si facesse sotto la sua condotta.

Accetò questo il commando, l’esercitò con grande sua lode, maneggiò con mirabil prudenza, & purità le cariche, che gli furon adossate, governò con indicibil integrità le Provincie, à se commesse, combattè, vinse, ridusse felicemente à fine le gravi incomminciate guerre, & ridusse l’Esercito vitorio alla patria.

Ottaviano parimente vi dovete riddure à memoria, che all’hora giovinetto, poi cognominato Augusto, essendo travagliata da civile, & intestine discordie la Republica, prese col parere de buoni Cittadini la diffesa di quella confusa Città, & felicemente la governò con tutto l’Imperio Romano. Mi sovengono molti altri simili esempij, quali per non andar in lungo hò giudicato tralasciargli. Non dica dunque (ottimi Prencipi) alcuno essere cosa inaudita, inusitata, & contra le leggi quello, che gli nostri antichi, esperti nel modo di governare, praticarono; Dalla cui auttorità, instrutti dobbiamo alle volte tralasciate le leggi, obedire alle varie contingenze de tempi, è necessario regersi ben spesso secondo l’uso delle Republiche, sprezzati gli pareri, e gli affetti d’huomini poco pratici.

Non sarà dunque cosa inaudita ne contra alcun statuto l’eleggere un giovine Imperatore, rilucerà maggiormente questa verità quando havrete conosciuto, che la stima da popoli conceputa della virtuosa indole di Carlo, che tanta è quanta mai puote verun altro aquistare, vien approvata dal giuditio universale delle nationi, & dal testimonio del medemo Dio. Guardansi pur quelli, che contendono assolutamente la gioventù non essere atta per gli Imperij, non sijno tacciati, & reputati auttori dell’iniquità, reprobando in cotal guisa la commune auttorità, & gli medemi oracoli Divini, fatti à prò della gioventù di Carlo.

E necessario hora il descendere à più chiare risposte, e sodisfare à quelli che [p. 239 modifica]ci vorrebbono persuadere esser meglio conferir l’Imperial Scettro al Francese. Ancorche sappiamo ciò essere alla lor sapienza superfluo, senza altre dichiarationi han da per sè già conosciuto la poca forza di quei argomenti, gli prego però, (& non giudico poter in ciò esser represo, posciache spiego la commandatami commissione,) ridursi à memoria di quanta pregiudicial conseguenza sarebbe l’inalzar un straniero all’auge della dignità Imperiale. Dove sarebbe passaggio l’Imperio transferito da nostri maggiori nella Germania? con qual animo pensate comportarebbono, gli Alemani la perdita di tanta dignità? Non è chi non preveda, che se gli Francesi questa volta conseguiscono l’Imperio giornalmente ci insultaranno facendoci mille oltraggi. Crescerà indicibile la lor potenza, con la involataci Corona de nostri Imperatori. Si scemerà la nostra gloria, e l’antica svanirà del tutto, non sarà più nominata la natione Thedesca, se non forsi in di lei vituperio e scorno. Saremmo da tutti dileggiati, & beffati, havendo volontariamente lasciataci levar di mano la maggior dignità di questo mondo, che è l’Imperio. Non dubbitino punto le loro Altezze, credino pure che ogn’uno ci sgridarà per sciochi, saremo in somma obbrobrio di questo hemispero, il ludibrio di tutta l’Europa.

Ci soprastano anco, quando voleste chiamar all’Imperio un forastiere, commotioni d’armi grandissime, & guerre pernitiose. Gli Germani, che di lor natura son liberi, soliti haver del suo corpo un’Imperatore, voranno con l’armi in mano recuperare la lor pristina libertà. Bisogna avanti ogni cosa haver l’occhio alla pace. Quando la lor sapienza da tutti approvata mi dasse luogo quivi di parlare, direi doversi in questo arduo affare portare l’Altezze loro, in modo che non sijno imputati d’haver voluto stimare più li consigli pericolosi, & pieni d’inganni, che gli chiari, & aperti alli pensieri di pace, & tranquilità, & d’haver temerariamente precipitati voi stessi, & quanto di bene si ritrova nella Germania, d’uno stato tranquillo, in una turbolente, & tempestosa procella. E cosa d’animo grande il prevedere ciò che hà da succedere, & prefigersi quello, che ne hà da seguire. facilmente puosi in tal guisa remediare à sinistri incontri. Confido nella loro prudenza, e mi persuado che operaremo in modo, che non resti occasione di pore doppo la deliberatione, che sono per fare, le mani all’armi per recuperare la perduta libertà. Si devono, se Dio mi aiuti, ribattere gli ambitiosi sfozi de nostri contrarij, qual tentano di metter la Germania in confusione, porla in fationi, spingerla à guerre civili, per poi esser loro gloriosi spettatori de vostri incendij.

Determinate dunque secondo, che potete pensare habbi da resultare in maggior frutto universale, concluderete (e ne son certo) non essendo deliberatione difficile, che si debba elegere Imperatore Carlo d’Austria se però [p. 240 modifica]non volete mancar à voi medemi. Qual causa vi può mai spingere à piegare in favore del Francese, qual raggione può muovere l’alto vostro giuditio per elegger quel antico vostro nemico, niuna in vero, ben si n’havete molte, che vi passono da tal pensiero, quando tale mai l’havesti appreso, rimovere, & separare dalla di lui amicitia. Considerate un poco le cose successe gli anni passati; e scorgerete con quall’animo vi dobbiate portare verso quella gente, qual la stessa natura ve la fece nemica, la separò dalla vostra natione, & acciò non si trasferissero à voi, appose il voraginoso Rheno, che dalle alte cime dell’Alpi và continuato à cadere nell’Oceano, & permetterete vi sij superiore, vi sij padrone, & Imperatore, uno di quella natione, non lo permetete se Dio ci aiuti, non fatte un tal pregiuditio alla vostra patria, non acconsentite in maniera alcuna, che quelli, che esercitarono sempre l’antiche inimicitie con Germani, habbin hora d’essere loro Prencipi, che quelli, i quali sempre combaterono per soverchiarvi, habbino ad essere à voi superiori, e che hora volontariamente l’habbiate da cedere il proprio luogo, con rendervi non solo inferiori, ma vassali, suditi, & schiavi? comportarete cotal ignominia, vituperio si infame, che gli vostri nemici capitali tenghino in casa vostra il scetro? quelli, che emuli, & invidiosi della vostra dignità, superati dalli nostri antichi in battaglia longi furono scacciati fuori de suoi confini, di modo che quel termine rimanente, cioè la Riviera di quà del Rheno, che già fù de Francesi hora appartiene alla Germania.

Raccordatevi quanto habbin fatto à nostri tempi contra la vostra Patria. E per non esser sforzato far la naratione con gran prolissità di successo in successo, qual ingiuria non han tentata gli Francesi con gli nostri Imperatori, quai popoli, quai Prencipi non han sollicitati alla rebellione? per disturbar gli nostri Capitani, & Duchi dalle lor importante marchiate. Comportarete questo Francese resti adobbato, & ornato delle insegne dell’Impero? quello che sempre procurò transportar da voi in Francia le porpore Imperiali, dichiarerete uno di quella natione, Re de’ Romani, qual sempre contrastò tenne in guerra, & infestò tutti quelli che voi, & gli vostri antichi dichiararono Imperatori? Chiamarete colui Imperatore, qual acciò gli nostri non commandassero, & havessero il supremo maneggio tante volte spiegate l’insegne vene à sanguinose giornate con essi loro? quello, che tante siate passate l’Alpi hostilmente entrò nell’Italia, che sotto la vostra protettione se ne viveva sicura? quello che prese à forza opulente Città à voi confederate, & tributarie, e si malamente le trattò, questo assumerete alla dignità Imperiale? che tante volte condusse all’ultimo periodo la vostra dignità, & la salute de vostri amici? Non dovete lasciarvi cader di mente, essere gli genij Francesi indomiti, essere necessario sminuire, [p. 241 modifica]non fomentare la loro potenza; Dunque dalli Francesi volgete la lingua, & gli occhi a Carlo, rimirate Carlo, elegette Re de Romani uno del vostro corpo; quello che ogni sesso, ogni conditione, tutte le persone, e Città desiderano, & da voi richiedono.

Non devonsi così tosto porre in oblio le ultime raccomandationi di Massimiliano, Cesare Augusto non fù Imperatore tale, le cui raccomandationi debbino così poco esser stimate, nell’ultimo di sua vita, seriosamente con ogni efficacia, & affetto vi raccomandò Carlo, ancor giovinetto, lo confidò alla vostra tutella, acciò lo promovesti senza ritardare. Sete gli di lui secondi genitori, & permeterete se la passi senza questo honore? qual per favorirvi, & inalzarvi, diffendervi, & conservarvi esporebbe quanti Regni si ritrova havere, all’estremo pericolo, l’havete esperimentato nell’occasioni, dove l’hà fatto vedere in effetto, richiedendolo il tempo, acciò sapesti l’animo suo inclinato verso le Vostre Altezze, & ancor state in pensiero preferire il Francese all’Alemano? guidicarete inalzar quello à nuova dignità, & privar questo del giustissimo titolo de suoi antenati, in questa guisa soffrirete comincij in quello, manchi in questo l’Imperio, havendo havuto Avoli tanto saputi, prudenti, & valorosi, che con la loro singolar virtù, & quasi Divino consiglio ben spesso liberarono noi, & tutta la Republica Christiana dalli imminenti eccidiali pericoli.

Da cotai argomenti così si possin sperare da questo Prencipe, la cui stirpe deriva da si alta famiglia, si può facilmente prevedere, & congietturare. In gratia più attenti, comportarete resti con tanto suo scorno escluso Carlo, quello, che è chiamato dalli superi, dimandato dalli fatti, & constellationi; questo potrete sprezzare à cui le Profetie, & Oracoli promettono il Principato di tutto l’universo. Con altra occasione dirò cose maggiori di Carlo, & suoi antenati, non è hora il tempo, dissi solo giustissimi Prencipi, quanto era bastevole à non denigrare la loro gloria, overo a non dar con parlar hiperbolico ad alcuni inditio, fossero da me le prefatte prerogative inventate.

Tocca à voi hora considerare con ogni diligenza ciò che potiamo aspettare da Carlo, nato, è nudrito appresso di voi nel cuore della vostra patria, & addobbato delle più pregiate virtù. Dall’altro canto quello, che ci può succedere dall’assontion all’Imperio del Francese Re potentissimo, non sappiamo, io per me stimo cosa più pericolosa il venerarlo, & riverirlo da vicino, che tenerlo di lontano. Carlo qual sij ce lo certifica il presente giuditio, l’havete voi stessi frà le braccia allevato. Qual habbi da esser il Gallo ve lo dimostratà il tempo avenire, & gli incerti futuri successi.

Sù fatte vedere, come il legame, & congiontione della Patria appresso di Voi, non è in poca stima. Non si trova commissione più ferma, & più [p. 242 modifica]Santa di questa. Potendo ciò in effetto far constare nella presente occasione, mostrate il vostro affetto verso Carlo d’Austria, à cui più volte prometesti che il vostro desiderio, la vostra opera, tutti gli vostri pensieri sarebbon stati à suo prò. E in vostro potere hora, levare, ò mantenere à Germani l’antica dignità, e libertà, l’interessi de quali come gli proprij bramate sijno da voi procurati, acciò venghino ad esser palesi, fatte (vi scongiuro per la Maestà dell’immortal Dio) che l’Austriaco, & gli Alemani insieme vi restino perpetuamente, per la vostra singolar fede, & tanto beneficio obligati. Se per vostro favore, & voti, sarà Carlo eletto, giovine d’indole più che humana, acceso di martial spirito, infiammato dalla virtù de suoi genitori, Signore di molte genti, & padrone dei molti Regni, nato dal suo genio al commando, havremo chi valorosamente diffenderà noi medemi, la nostra Republica, gli nostri confini, & la nostra dignità, chi trattenerà lungi dalli distretti Christiani l’universal nemico. Vero è che si ritrovano rari chi si mostrino grati, non è che dubitar di Carlo Re, lo scorgerete quando intenderà, siate verso lui stati offitiosi, & favorevoli, un Prencipe tale non si lasciarà vincere di gratitudine, e per natura generoso, liberale, participa del Divino, corrisponderà à misura soprabondante; Non vorrei in ciò foste reputati manchevoli Magnanimi Prencipi, considerate qual partito per vostro honore, & reputatione havete da prendere, gli vostri maggiori per mezzo le squadre non stimando, ferite, spargimento di sangue, & altri diversi disaggi v’han aquistato l’Imperio, instantemente vi prego ad impiegar ogni sforzo, ogni sapere, acciò si come quelli reputorono à gloria il lasciarvi successori d’un Imperio, altretanto non sij a Voi di vituperio, non potendo, ò non volendo conservare, & mantenere quanto dalli loro sudori ricevesti. Acciò per aventura con minaccie spaventati non traviasti da questo sano proposito d’eleggere Carlo, sentite in gratia.

Quelli che giudicano sij eletto Carlo, sono per non annoiarvi, nominandoli d’uno in uno molti e gran suggetti, periti, & pratici nel trattar cose importanti, & difficili, huomini di gran seno, & prudenza, e sono quelli, che han havuti gli governi delle principali Città, in cui sempre vedesti lampeggiare maturi consigli, & gravità quasi celeste, di ciò sono auttori gran Prencipi d’auttorità, fortezza, & constanza singolare, le cui opere, & eggregij fatti sono tanti, che havendosi da trattare di guerra, ò di pace non potete haverne di più saggi, & pratici. Havete inteso con quali raggioni mi son mosso, & persuaso à scaricar l’Imperio sopra l’incomparabili virtù di Carlo? Havete inteso, che meco concorrono di parere, dimandono Carlo Austriaco, al supremo Imperio. Dunque essendo la prosapia di Carlo tale, che senza nota d’infamia non può alcun sprezzarla, è così chiara la gloria de suoi antenati, che ben pare haver alli altri [p. 243 modifica]mortali apportato lume, dirò meglio, essere preceduta con torcie accese di Divino splendore. Di tanti varij fregij adorno quel gratioso, & valoroso giovinetto, hà fatto constare à tutti tanto ardire, tanta auttorità, tanta integrità nel maneggiar gli governi, & reggere gli Eserciti, che ben senza tema d’ingano, ò buggia potete assicurarvi, che tutti gli interessi della Religion Christiana sortiranno felici, riuscendo quegli Imperatore: Hà di già ad ogni uno datti sicuri testimonij della futura felicità, per ciò da tutte le amiche nationi, dalli principali, & pratici de governi, dalle stesse spirituali sostanze, vien chiamato all’Imperio; mi maraviglio qualmente esser vi possa cosa, che habbi forza di ritardarvi da si Santa deliberatione, non son atto ad imaginarmi qual Imperatore potiate eleggere, se non stabilite questo, che già dallo stesso Dio vien determinato alla dignità Imperiale, applicate hoggimai il rimedio col vostro sano giudicio, provedete alli negotij della Religion Christiana, che stano per rovinare. Son si considerabili, ardue, & pericolose, anzi necessarie le guerre, che sette costretti giornalmente mantenere con potentissimi nemici, che ben conoscete doversi reggere con gran cautella, & toccando à voi dar la carica di cose tanto difficili, & elegger un capo dubitarete Illustrissimi Prencipi commettere à Carlo questo commando, in cui l’arte del guereggiare risiede incomparabile, fortezza che non hà pari auttorità, non ordinaria fortuna in sua balia, & il rimanente, che si richiede in un grand’Imperatore, & è necessario per mantenere, & conservare la patria dignità: paventarete fidare la vostra salute nel valore di Campione si qualificato? dar il governo delli vostri Eserciti à Capitano si valoroso, finalmente per agrandire la gloria vostra, & della Patria temerete eleggerlo Imperatore.

Sarete ancor sospesi, in fidar gli interessi Christiani, & la publica dignità al medesimo, fregiato di tutte le prerogative d’honore, di fortuna, di valore, d’ingegno, & altre, che rendono maestoso un’Imperatore, nel quale sta collocata una indicibil speranza, una mirabil aspettatione di tutti, & cui gli superi gli soggetorono tanti popoli, & tanti Regni? Guardate vi prego, che poi non vi paia haver persa l’occasione di provedere alla publica utilità, & vostra grandezza. Vi fù concesso da Dio Carlo, nato per accrescere l’honor publico, non trascurate questo punto, acciò poi non habbiate à pentirvi: quando Dio non ve l’havesse concesso dovresti con publiche preghiere in questi torbidi tempi desiderarlo?

Hor che l’havete, ributarete dunque soggetto di tanto merito, quello che per gradi d’alti, & sublimi honori pervene al nome, & dignità Regia. Non abbracciarete quello, che vi vien offerto dalli numi stessi? sprezarete quello, che con tanti encomij vien inalzato sino alle stelle dalli Oracoli? Approviamo pure le volontà, auttorità, & pareri di quelli che vogliono Carlo [p. 244 modifica]all’Imperio, lodiamo l’opinione di chi giudica doversi Carlo antepore al Francese, di quelli che tengono per fermo essere egli l’unico, atto à regger l’Imperio, che prestarà assai più in effetto di quello, che ci potiamo promettere. Procura egli l’occasioni di porger gli suoi aiuti, più veloce desidera il corso della publica salute, che della propria lode, non potiamo dalla fortuna, che s’e resa di lui schiava, non da quella vita, qual in esso à bastanza giudichiamo essere à tutti manifesta, ne dalla medema speranza, qual stesso tiene frà le mani, aspettare cosa brutta, ò perniciosa; ci promettono altro.

Ma perche all’aiuto della patria non hassi à venire non leggiero, nudo & senza provisioni, ma con gran richezze, & gran quantità di danaro, sappiate che questo alla sua devotione tiene obligati Regni, Provincie, Città, de quali è benemerito, & esso havendo inteso, che la Republica Christiana stava per la morte di Massimigliano per cadere, & dar l’ultimo crollo, rinforzò le proprie squadre, & moltiplicò le ausiliarie. In queste contingenze massime si ritrova in punto con forbiti Eserciti di Cavalleria, & altri di aiuto, quanti niun altro di qualsivoglia potenza per diffesa della libertà, e salvezza haverebbe potuto amassare, tutti per la di lui fede, virtù, & liberalità amici della nostra Patria, & pronti ad ogni vostro commando. Hà parimente datto ordine, che molti valorosi Capitani sijno pronti per la campagna, di modo, che non fia pericoloso il sapere, che egli sij per difenderci, ne può essere pervenuto nelle sue speditioni. E preparato per diffendere l’Imperio, & inviarsi ovunque portarà il bisogno, & salvezza publica, deliberato provocarsi e tirar à se tutto l’impeto della guerra, purche vi sij in tal caso speranza di confirmare l’incolumità della Patria, ò scacciare da quella l’inimico.

Stando le cose in cotal guisa non solo si può ogn’uno promettere prosperi successi, ma senza alcun dubbio far certo giudicio della felicità, che hà da godere la Religion Christiana, cascando sopra d’esso, la sorte Imperiale.

Onde grandemente esortiamo gli partiali di Carlo à perseverare nella fedeltà, secondata da capi, & auttori cotanto riguardevoli, e di tanta consideratione. Non è di che debbin temere, prima sappiamo quelli essere constanti, & di gran coraggio, non si piegarano così facilmente à contrarij partiti. Poi occorrendo aiuti con tanta diligenza, & prestezza sarano spalleggiati, & soccorsi, e si vedrano assistere indicibil moltitudine de Prencipi, quanta mai à memoria de mortali s’havrà sentito haver havuto qual si sia personaggio, pretendente la suprema Monarchia dell’universo. Per più cause dunque da voi sgombrare ogni timore, prefigetevi la Germania prima dell’Imperio, che si lamenti del suo maggior danno, e d’esser spogliata del suo primiero decoro. Hora udete se si [p. 245 modifica]quietarano, se passarano in pace la perdita di tanto bene. Donque quella ferocissima gente non farà gagliardi risentimenti vedendosi involato l’Imperio? levato l’honore? per cui sempre combaterono valorosamente, nulla stimando le proprie vite? Vi credete che porterano in patienza obedire à stranieri? che per conservare la loro libertà non temerono gli nemici, ma ne riportarono dalle battaglie gloriose ferite? Remediate in gratia sapientissimi Senatori Imperiali à questi incendij publici, a tante rovine, che ci soprastano, divertite altrove con la vostra sapientia tante insidiose machine, che alcuni nemici della vostra natione cercano apparecchiarci, lasciate essempio della vostra integrità. Disponete nel modo, che l’interesse comporta, che gli posteri conoschino esser stata maggior la vostra constanza, & fortezza à sostener l’empiti maledetti de vostri emuli, operate delli invidiosi della vostra dignità, che la potenza delli contrarij, per contrastar, & vincer la virtù de Prencipi integerrimi, certi dever riportar maggior gloria, e lode da cotal vostra innocenza, e natural costanza, che le stesse squadre vittoriose con l’armi in pronto ne conflitti.

Onde havendo questo da ridondare in perpetua gloria, & utilità à tutto l’universo, principalmente alli auttori di questa dovuta eletione, siate intenti, impiegate ogni vostro spirito all’aquisto d’una tal gloria, che sarà sempiterna. Eleggete Carlo Imperatore, soccorrete alla Patria, aiutate l’Imperio in tanti pericoli, secondate con l’auttorità vostra il desiderio di tutti gli popoli, corrispondete alla congiura Santa de voleri, conducete ad effetto il commun concorso di voler Carlo Imperatore.

In questo particolare m’havrete sempre, benche debil suggetto, vostro coadiutore, fautore de vostri consigli, diffensore dell’antica vostra dignità, mi scorgerete in ogni interesse vostro amicissimo, & fedelissimo, conforme richiede ogni mio debito, è carità verso la patria, essendo ache conveniente che l’universal salute, e la vostra incollumità preferischi sempre, & anteponghi alla mia propria vita se considero la franchezza quasi Divina del vostro animo, la diligenza & affetto verso il ben publico, non posso dubbitare, che non assumiate all’Imperial porpora Carlo trà voi nato in Germania, nudrito frà gli Imperatori, instrutto d’ogni buona disciplina, & documento nel reggere con giustitia ampli Regni, & feroci, giovane mirabile, riguardevole nelle guerre, verso tutti liberale, non potresti far, ancor che volesti, considerare in compendio le di lui virtù, di non dichiararlo Imperatore, perche è troppo degno.

State vi prego di buon animo Prencipi Magnanimi, non temete, deliberate, e finalmente considerate col solito vostro consiglio se più comple, che noi, quali sempre siamo stati debitori à diffender la vostra dignità, trasferito altrove il Scettro Imperiale, resi miseri, habbiamo à starsene [p. 246 modifica]senza rimedio, piangendo la nostra infelicità, angustiati, & travagliati da gente dolorosa, & spietata di diverso genio, & paese, ò pure, respirando, potiamo per mezo vostro per la vostra sapienza, costanza, & fede ricovrarci, & vivere nella nostra antica auttorità, dichiarato Carlo Austriaco Imperatore, giovine tanto pregiato, in cui pare il Cielo habbi epillogati tutti gli suoi influssi, dato alla conservatione della vostra salute, & alla custodia (mercè alla sua benevolentia, liberalità, & diligenza) d’ogni vostro bene, & della vita medema.

A che mi prendo tanto travaglio, stando in questo circolo, ove non scopro alcuno, che sempre non habbi havuta divotione alla Augustissima Casa d’Austria, qual non habbi merito verso la Patria, & in vero se io contemplo ciascuno di loro, quel sereno aspetto, che rappresenta un consenso tutto mi solleva, & ristora la mia hormai affanata mente, mi par già di vedere la Germania, che habbi medianti gli vostri favori, ritenuta, & confermata la pristina, & antica di lei autorità.

Espresse il Trentino questi sensi con tanta vehemenza, & calore nel diffendere, & portare la causa di Carlo, che insinuava con l’accenar dell’occhio molte altre cose, quali più tosto desiderava fossero intese, che spianate; S’adossò appresso agli altri affari, quali molto maggiori in questo interesse haveva frapresi, che nell’altre cause, anco questa briga. E conoscendo, che il Francese potentissimo contrario teneva in Germania molti suoi partiali, e fautori della di lui Corona, si lagnava, non lo poteva portar in pace, s’affaticava quanto poteva per ridurre questi tali al partito Austriaco, si portò in somma con tanta cura, diligenza, & arte, che finalmente col favore de molti Prencipi, & principalmente per le fatiche, & application vehemente del Trentino, si condusse il negotio à segno, che Carlo superata la fatione Francese, fù dichiarato Carlo V. eleto Re de Romani. nel famoso concilio di tutto il mondo, tenuto in Francfort, Imperatore, & Re de Romani, poi da Clemente Settimo Sommo Pontefice Coronato in Bologna gli 28. Giugno 1519.

Terminate queste cose avanti tutte le nationi, fù destinato Ambasciator Federico Conte Palatino. à Carlo in Spagna Federico Conte Palatino, fratello di Lodovico, Elettore Imperiale, passato colà ritrovò il Re Carlo in un Castello per nome detto, conforme la lor lingua Molino, à cui conforme hebbe commissione consegnò in decreto dell’elettione gli 30. Novembre dell’istesso anno. In questi medemi giorni il Trentino fece ritorno alla Patria, non molto poi fù richiamato dalli altri Comissarij Imperiali in Insprugh ove dimorò per qualche giorno.

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Carlo, qual, con il fratello minore Ferdinando, ambidue nepoti di Massimigliano, fù lasciato heredi di tutti gli stati, havendo inteso d’esser di commun consenso de Prencipi stato eletto Re de Romani, rese gratie à Dio, & tutto in spirito protestò al supremo Mottore di non tralasciar mai cosa, che s’aspettasse all’utilità, è diffesa della Religion Christiana, & decoro dell’Imperial dignità.

Dovendo partire per Germania, affine di reprimere alquanto con la sua auttorità le Provincie, lasciate à se, & al fratello dall’Avolo, che vivevano per la di lui absenza alquanto licentiosamente, nè potendo per all’hora lontanarsi di Spagna, acciò non facessero alla peggio, giudicò mandar Commissarij tali, & Governatori di quei luoghi, quali non temessero le minacce, ne le violenze di chi si fosse. A negotio di tanta consideratione, & carica destinò il Trentino con altri Prencipi, acciò sotto gli loro auspicij, & governi fossero retti, e comandati quei popoli, & Provincie.

Ordinò, che tutte le Provincie hereditarie delli due Contadi dell’Austria, superiore & inferiore, per non chiamarle tutte col proprio nome, & altri dominij hereditati dall’Avolo, in tutto rendessero essata obedienza alli destinati Comissarij, ne quali gran constanza, prudenza, & destrezza haveva conosciuto. Sin tanto, che egli quietato la Spagna, pacificati gli Regni, & reso tutto quel ampio distretto alla sua devotione, & obedienza, havesse potuto navigar con grosso Esercito, traghettar il Mare, & passar in Germania.

Abbraciarono quelli con animo intrepido la carica commessagli, posciache sarebbe stata gran impertinenza resistere à ceni di Cesare. Pose in quel governo ogni diligenza, & sollicitudine il Trentino; Sapeva egli benissimo esser necessario gran coraggio, & virtù per tener in freno tanti popoli, mantenere in fede natione Il Prencipe di Trento, fortissimo. così feroce, confermare, & quietare l’animi del volgo, quali pareva andassero mancando, massime essendo sollicitati dal Re Francese; non poteva questi sofferir tanto scorno d’esser stato posposto à Carlo, in quella si sollene Dieta, non trascurava modo, ne via per indur quei popoli à seditioni, usò ogni industria per por in disordine il stato di quelle Città. Non ostante queste contrarietà ridusse il Clesio il tutto conforme desiderava à buon fine, superò l’aspettatione d’ogn’uno, operò più di quello, che ciascuno havrebbe creduto. Fù conosciuta in quell’occasione la sua prudenza, e la di lui destrezza amirabile per aggiustare, & condurre à fine qual si voglia impresa ancorche difficile: era di [p. 248 modifica]natura destro, ma costante. Fece veder, & toccar con mani à tutti con quest’esempio non ritrovarsi cosa tanto malagevole, & ardua, che per l’industria, & indefessa fatica dell’huomo non possi esser agevolata.

Frà tanto superato Carlo il stretto, & procelloso Mare frà la spiaggia Francese, e l’Isola Britana, sotto frigidissimo clima, & Carlo passa alla Fiandra. constellatione ondeggiante, prese porto nella Fiandra nel 1520. gli 20 di Luglio, dove lodati prima tutti quei Prencipi, che havessero havuto à petto l’antica dignità Alemanna, principalmente ringratiò il Trentino, & gli altri Comissarij da quali pareva riconoscesse ogni suo honore, & la medema Corona Imperiale? Fatti d’ogni parte gli soliti apparecchi, & ordinarie pompe per la Coronatione, conforme fù sempre per l’adietro da maggiori costumato, Aquisgrana Città de li Eburoni. in persona di portò in Aquisgrano, prima (se riguardiamo le congieture) Città delli Gleusoni, popoli connumerati frà gli Celti, con altro nome detti Francesi cumati, non molto lontani dalla Selva Ardena, dove è antichissimo costume, che gli Imperatori prendino la lor prima Corona dell’Imperio.

Referiscono che appresso gli Gleusoni in certa villa per nome chiamata Lupilia, overo come altri leggono Lupia, non molto discosta dalla Città (usando gli vocaboli de nostri tempi) habbi havuto il principio la stirpe di Carlo Magno, che Pipino, & Carlo siano stati Fiamenghi, & Tedeschi insieme. Onde vogliono, che l’Imperio fosse trasportato dalli Greci alle Alemani di qua dal Rheno, ove volgarmente son detti Fiamenghi, ò più tosto sij stato a questi restituito. A proposito Aquisgrano è Città Episcopale della Provincia di Barbantia, sottoposta all’Arcivescovato di Colonia. Colonia già Aggrippina nell’inferior Germania Città delli Utij populi Fiandresi è l’Arcivescovale.

Dunque ad Aquisgrano concorsero gli Prencipi Elettori, gli Comissarij, & gran numero di nobiltà, ove Carlo con tanto apparato di richezze d’huomini, & cavaglieri si portò, che non mi da l’animo accenare, Singolar pompa. non che descrivere si suprema pompa. Ciò anco tralascio acciò alcuno non credesse, che io pretendessi di estendermi più nelle lodi di Cesare, (non havendo egli bisogno, che siano acclamati gli egreggij suoi encomij, avenga che da se stessi si propalano) che nelli gesti del Trentino la cui narativa fù in questa mia opera principal scopo.

Non mancorono intelletti più elevati quali più delicatamente le delinorono. Tutti contendeano d’uscir à vista dell’Imperator in [p. 249 modifica]publico con più superbi arnesi. S’affaticava ciascuno superar il compagno in grandezza d’animo, in mostrar maggior copia di richezze, nel comparir sopra bardati destrieri. Niuno voleva à giuditio d’un tanto Prencipe uscirne inferiore, con disavantaggio. In cotesta ostentatione di richezze, & ambitione de primati, ancorche non potesse il Clesio gareggiare in facoltà con gran Prencipi, non la cedeva però ad alcuno nell’Altezza d’animo. Si fece vedere guarnito d’un vestito di diversi colori, circondato da un gran numero de suoi Trentini, & Tirolensi, seguendo Carlo, & fù presente à tutte le feste, & cerimonie, che si sogliono fare nelle incoronationi delli Imperatori: e nel modo, che gli fù possibile spiegò, e testificò l’animo suo à Cesare.

Carlo V vien coronato. Fù dunque in tanta frequenza, ad aspettatione di tutte le parti Carlo V. successore del suo Avolo Massimiliano, in Aquisgrano coronato Imperatore, l’anno 1520 gli 23 Ottobre, il secondo giorno doppo il suo arrivo. In questo anno medemo si perse Belgrado. Belgrado, anticamente detto Alba Greca, Castello dell’Ongaria inferiore, fortissimo non tanto per l’humana industria, quanto per la natura del luogo, per cotal perdita patì la Christiana Religione gran naufragij, da questo, & da molti altri avenimenti, che occorsero poi succesivamente in diversi tempi parve, che il Sultano, Imperator dei Turchi, vadi di gloria, con varij continuati eventi, & fortune, concorrendo con la Serenissima Casa d’Austria.

Havendo Carlo conseguite l’armi, & insegne Imperiali, tanto tempo avanti pronosticateli, piegò non senza gran dispositione il suo camino verso la Città di Barbantia, ove intimò, & publicò una Dieta, Congresso di Brumantia. che poi fù prolongata sino all’anno seguente, giudicata in quel tempo più à proposito, & comodo, seguendolo sempre per commando Cesareo il Trentino, non mai à pieno da sua Maestà ammirato, non mai à bastanza lodato. Molti vogliono, che gli Burmavensi, già Valloni, sijno confinanti al Rheno, & Magontini.

In quella Dieta si trattò di diverse cose, principalmente concernenti il buon governo dell’Imperio, mentre forsi à Carlo havesse piacciuto ritornare ne suoi Regni di Spagna: fù con diversità de pensieri (secondo il costume) questo punto disputato al lungo, ciascuno disse il suo parere. Molti Prencipi anco riceverono l’investiture de feudi, & doni honorarij, altrimente detti regali, & altri de nuovo ne conseguirono.

Nel medemo Congresso fieramente, & accutamente fù [p. 250 modifica]disputato intorno all’heresia Luterana, naque contra quella setta rigoroso decreto, qual come fù santisimo, così fosse stato inviolabilmente osservato. Il Trentino da tutti, & in ogni luogo havuto in gran stima, ricevuti anch’esso gli suoi honorarij, e regali, per sue indispositioni, avanti fosse licentiata la Dieta, fù constretto ritornar alla Patria, & quello che non puote per se stesso, come havrebbe volsuto, procurò fosse spedito da Giovanni Gaudenzo Madruzzo, Economo della sua Corte, & Capitano di Castel Theno. Rappresentati in quella congietura molti ingiusti aggravij del Vescovato di Trento, fù restituito intieramente il Castel di Riva: Bolgiano, che parimente perteneva alla Chiesa Trentina, e molti anni avanti era stato occupato dalli Arciduchi d’Austria, essendo caduto in domino dell’Imperatore, non restava speranza alcuna di ricuperarlo, & sarebbe stata cosa d’huomo senza seno voler tentar la restitutione di quel Castello da Cesare, essendo creduto di Cesare.

Fù dimandato però qualche ricompensa, & in luogo di Bolgiano Luoghi restituiti al Vescovato. fù consegnato al Trentino il Castel di Pergine, furon restituite le raggioni delle miniere, & di poter cavar qual si voglia sorte di metallo. Molte altre cose furon impetrate, & spedite dalla destrezza, & fatica del Trentino, qual conosciuto non haver pari nel maneggio de negotij, fù subito per lettere chiamato Il Trentino vien richiamato alla Corte. alla Corte Imperiale. Si portava in tutte le speditioni in guisa tale; che d’indi in poi tenendosi più spessi publici Congressi, & Diete in varij luoghi, da quello di Augusta, che avanti la morte di Massimigliano fù l’ultimo celebrato, fino quello, che fù celebrato ultimamente l’anno 1532. nella Città di Ratisbona, volse Cesare fosse presente à tutti, godendo assai sentir gli di lui pareri.

Il Trentino carissimo à Cesare. Quindi di conosce quanta stima facesse Carlo del Clesio, huomo veramente di gran giuditio, al qual communicava ogni suo secreto, era l’archivio de suoi più intimi pensieri, non era interesse del qual non fosse il Clesio partecipe, e perciò prohibì trattarsi cosa nel Conseglio, qual prima non fosse col Clesio communicata. Sarebbe temerità voler addure più testimonij della di lui integrità, provata in diversi, & ardui negotij, & auttorizzata dall’inviolabil giuditio del medemo Imperatore; Mercè che l’haveva esperimentato, & conosciuto di tempra fina, impastato della stessa urbanità, piacevolezza, gratia, soavità, & facilità nel trattar quantunque difficili cariche. Più del resto però ammirava, che se ben era dal cielo favorito, & ornato di tante doti, diceva ad [p. 251 modifica]ogni modo non saper cosa alcuna, ne mai haver appreso veruna, disciplina fuori, che una stilla cioè di rendersi à tutti grato, & conciliarsi l’amore di chi seco famigliarmente pratica.

Il Trentino designato Oratore nell’Austria. Per le sudette sue prerogative fù destinato Oratore in Austria, perche con Andrea Burgo da Cremona, accompagnasse le Regine alli Rè loro mariti.

Il Re di Francia preso. Licentiato, che ebbe Carlo la Dieta Burmaciense, ritornò in Fiandra, per condursi poi in Spagna, ove haveva inteso eccitarsi tumulti, & sollevationi, nel medemo punto scorgeva, che di Francia era per passar guerra nell’Italia, dove finalmente il Re Francese mentre con poderoso Esercito stava all’Assedio di Pavia dall’invitissimo Esercito di Carlo, al qual anco in aiuto fù mandato quello di Ferdinando, fatto prigione, venne in potere di Carlo l’anno 1525 il giorno di S. Mathia.

Dovendo il Trentino esequire la commissione, & prepararsi per il viaggio verso Austria, prese le ultime raccomandationi, & complimenti per gli Re, e Reine, à quali era mandato. Ne vi pensasti, che havesse havute le sole pubbliche cariche, da noi qui espresse, ma fù sforzato far altri lunghi, & difficili viaggi, de quali noi non faciamo alcuna mentione. Dal primo giorno delle sue speditioni mai hebbe per molti anni una minima requie, sopportò tutto il corso del suo Pontificato con animo indefesso gravissime fatiche.

Maria moglie di Lovovico Re d'Ongaria. Condusse dunque Maria sorella di Carlo, & Ferdinando à Lodovico Re d’Ongaria, à cui fù datta in Matrimonio, guarnita di oro, & instimabili pietre pretiose, non con minor sua spesa, che fatica, fino in Amburgo, Castello dell’Austria inferiore, così da loro chiamato. Anna moglie di Ferdinando. Indi menò Anna sorella del prefatto Re à Ferdinando, all’hora Arciduca d’Austria, & Prencipe di Spagna, col qual s’era maritata, fino à Linzo Castello dell’Austria superiore, situato alla riva del Danubio. In questa Ambasciaria fù conosciuto per Prencipe di gran portata, quel Sole di virtù, non puote trattenere gli proprij raggi, fù scoperto non meno sapiente, che magnifico, si conciliò in modo la benevolenza delle Regine, con quel suo modesto ingegno, e moderato modo di procedere, à qual si voglia cosa habile, che più tosto da quelle era riverito, che amato. Il Trentino Prencipe generoso. Se curiosi volesti sapere, quanto egli spendesse in quella speditione, acciò la carica esercitata d’Ambasciatore per le Maestà de due Regi non fusse suspetta in qualche tarlo d’Avaritia; vi dovete ridur à memoria, che il Trentino nato d’alta: e [p. 252 modifica]generosa famiglia, hà sempre havuto, & con tutti dimostrato animo generoso, & liberale, inclinato à sminuitre più tosto, che aumentare le richezze, giudicò non esser frà l’altre virtù inferiore la beneficenza, affine in certo modo, & di sangue congionta (palesemente solea dire) delli animi Reggij. Non si ritrova più pestilentiale, & maligna febre, & che più affligi gli mortali dell’avaritia, ne virtù che più gli nobilita della continentia, & liberalità, questa rende gli animi de Prencipi insuperabili. Non deve haver modo il spendere, & far grosse spese, quando il publico decoro ciò richiede. Sapeva benissimo, e tanto publicamente insegnava essere à tutti, ma principalmente à grandi cosa vergognosa, e vituperosa la troppa cupidigia del danaro, questa sola poter oscurare, & adombrare qual si voglia altra eminente virtù, il danaro dovere servire non dominare gli petti humani.

Il Trentino ritorna dalla legatione di Pannonia. Fatta dunque con somma sua lode l’Ambascieria d’Austria, & Ongaria, ne ritornò alla patria con più gloria, che emolumento, di dove poco dopò quasi nimico della quiete si parti, hebbe commandi d’andar al servigio di Ferdinando, qual haveva destinato trasferirsi nella Provincia di Fiandra, vicina all’Oceano l’anno 1521 gli 31. Ottobre, essendo giunto alla Città d’Herbipoli per diversi impedimenti sopravenuti, à persuasione di Cesare non si portò l’Arciduca più oltre.

Non poco poi se ne passò in Barbantia. Acciò alcuno non credesse per la similitudine, del vocabolo, che fossero l’istesso Burmantia, e Barbantia, habbiamo giudicato avisar il lettore, che Burmantia è la Città, nella quale dicessimo essersi tenuto il Concilio, ò Dieta come voglian dire. La Barbanza è una Provincia della Gallia, ò Francia Belgica, parte della Germania Cisrenana, cioè di qua dal Reno, già habitata, se vogliamo alle congieture dar qualche fede, dalli Advatici popoli della stessa parte della Francia, quali hebbero dalli Cimbini Theutoni la lor origine.

Alcuni stimano, che gli popoli Ambuariti sijno stati germogli dalla Barbantia. Si ritrovano nella Fiandra alcuni Ecclesiastici Elettori Imperiali, & quasi tutti quelli à cui tocca l’elegere gli Re di Francia, si chiamano padri. Gode quella Provincia questo singolar privilegio; che tanto gli Imperatori, quanto gli Re Francesi s’ungano, consacrano, & coronano nel di lei dominio.

Divisione delle Provincie. Andò dunque Ferdinando in Barbanza, prima che Cesare partisse per la Spagna, acciò si facessero le parti delle patrie, Provincie, dominij hereditarij, & del Tesoro, lasciato da Massimigliano [p. 253 modifica]Imperatore, il che comminciato nella Città di Burmacia, non puote esser ridutto à fine. Di questi parte toccarono à Carlo, il rimanente restò alla dispositione, governo, & dominio di Ferdinando, sequitò questo Prencipe, in quelle parti ad, instanza d’ambi gli fratelli, confidando nella di lui prudenza, giustitia, & integrità l’un e l’altro.

Stimava cosa vile refutare qual si voglia pericolo à prò dell’Arciduca, e s’affaticò non poco nel divider le Provincie, impiegando ogni di lui talento, è sapere ove scopriva il bisogno. Basta il dire, che con la sua prudenza, diede sodisfatione a due supremi Prencipi. Terminate queste divisioni, con commun sodisfatione delle parti, fece ritorno à Trento. Havendo Ferdinando osservata, e spiata la gran destrezza, ed incorota fede del Clesio, sempre d’indi si valse della di lui servitù, acciò havesse cura, & soprastasse alle cose sue domestiche. Il Trentino gratissimo al Re. Di lui sovente si servì d’Ambasciatore, e Consigliere in varij, è più ardui negotij, e pericoli del suo stato: non si trovava à chi più volentieri communicasse gli suoi più intimi pensieri, tanto lo pregiava per la grande stima, che haveva per l’opere preclare da lui fatte, e che di lui haveva conceputo, che non giudicava cosa indegna chiamarlo con nome di Padre.

Quindi in breve conseguì gran nome, non solo di potenza, ma altretanto di giustitia, & bontà.

L’anno 1522. Cesare diede con straordinarie forze l’assalto à Tornachio, Città fortissima nella Fiandra, & in breve l’occupò, era questa sola da Francesi posseduta in quella parte, è bravamente diffesa da presidij di gran valore, e coraggio, acciò persa non restassero esclusi, & scacciati non solo dalla Città, ma anco da tutta la Fiandra. Tornaco Città vien presa à forza d'armi. Non pareva potersi questa superare ne con artificij, ne con valore di formidabili Eserciti, pure assediata dalla bravura delle sue squadre, con moltiplicati, & incredibili tiri di Canoni grandemente combatuta, tutto vampante, & annelante vittorie in breve finalmente s’impadronì à forza, presa, l’aggiunse alla sua giurisditione, è stato: a cotali imprese sempre fù il Clesio assistente.

Quasi nel medemo tempo occupò Genova, Città d’Italia, Metropoli di Liguria, e tutto il Ducato di Milano, scacciati gli Francesi, che lo possedevano.

In questo stesso anno, e staggione, cosa non indegna da sapersi, per intendere con quali influssi, quasi pari in tutti gli successi, concorreva il Cielo alli due Imperatori. Salomon Sultano crudel [p. 254 modifica]Tirano de Turchi, scacciati gli Christiani doppò lungo assedio con innumerabili e formidabili Eserciti prese, & sottopose al di lui dominio la Rodi vien preso. Città de Rodi, assieme con l’isola del stesso nome situata frà il Mare Licio, per gli porti, mura ed altre cose pregiate famosa, per l’eccellenza dell’antiche sue leggi memorabile, & che per l’arte, & la pratica del navigare si chiama padrona del Mare.

Concistoro di Norimberga. Gionto, che fù Cesare felicemente per il Mare Settentrionale in Spagna, fù da Ferdinando Arciduca d’Austria di lui fratello lasciato suo Luogotenente nella Germania, intimata nuova Dieta Imperiale in Norimberga, quali altri interpretano l’antico segondano, dove come s’era convenuto, andò il Clesio Prencipe di Trento.

Si trattò in quello di molte cose, principalmente di reprimere, & tener lontano l’impero del Turco, qual era passato in Ongaria, e contradire all’heresia di Luthero, che di giorno in giorno andava serpendo, & cresceva oltre modo, in cui dal Trentino Prencipe non fù trascurata cosa, che in si fatte contingenze da quello s’havesse potuto aspettare.

Mentre si consultavano cotali importanti interessi, & si consummava il tempo in varie dispute, fù differito quell’Imperial Concilio al seguente anno. Frà tanto il Trentino se ne ritornò alla sua Chiesa. Congresso in Nurimberga. Non vi fece molto dimora, che nuovamente fù constretto andar con Ferdinando Arciduca d’Austria a Nurimberga per ultimar gli comminciati trattati l’anno 1523 gli 25. Ottobre.

La mente di ciascuno era, & questo principalmente da tutti s’instava, che si ponesse qualche remedio à feriti dalla pestilential infermità di Luthero. Scorgevano, che s’andava più sempre ingrossando, & che tutte le Città come da insatiabil rabbia restavano da quel contagioso morbo toche, e sedate. Fù tentata in quella congrega ogni medicina, ogn’uno impiegava la possibil forza, ed arte per remediare à si pestifero male, il tutto senza frutto. Volse più tosto quel infermo corpo starsene pertinacemente nella sua miseria, ed infermità, che obedire al salutifero conseglio de pij Medici, di quelli Prencipi zelantissimi della lor salute. Nulla giovando fù licentiato il concistoro.

Ferdinando, seguitato dal Prencipe Clesio passando per il Ducato di VVintimburgh. Alsatia, Tirollo, & altre Provincie, che gli erano toccate nella divisione fatta con Cesare, di tutte quelle Provincie, & luoghi prese il possesso. Terminati cotesti affari [p. 255 modifica]ritornò il buon Prencipe alla Città di Trento, l’anno 1524. gli 20. di Luglio. Ma desiderando Ferdinando ad ogni modo estirpare quella maledetta setta di Luthero, commandò la terza Dieta Imperiale di Nurimberga. Dieta di Nurimberga. Dove il Clesio si portò gli 23. Decembre dell’anno medemo, dovendo assistere à quella, in cui s’uso ogni industria, si sudò, ne si risparmiò à fatica, acciò non potendosi quella ferace Hidria totalmente recidere, non facesse almeno tanto male coll’insultare, & dileggiare la Sacratissima Chiesa Romana, mà quanto si trattava, e maneggiava la piega, tanto s’incrudeliva maggiormente.

Fù parimente consultato come, & quali aiuti si potessero mandar in Ongaria contra gli Turchi, che incessantemente minacciavano la total rovina di quel Regno. Era interesse toccante tutta la Christianità. Concilio in Ratisbona. Et acciò non restasse imperfetto, quanto contro gli Lutherani s’haveva incomminciato, fù congregato quasi nel medemo tempo un privato Congresso di Ratisbona, ove con maggior commodità si potessero consultare gli interessi della Religion Catolica, dove parimente (licentiato in quel medemo punto quello di Nurimberga) andarono Ferdinando, & Lorenzo Campeggio, Legato di Leone Sommo Pontefice, seguitati dal Clesio Heresia di Luthero. (non trascurando questi cosa, che potesse espugnare, & destrugere quella maledetta, & ostinata setta) indagando con ogni perspicaccia d’intelletto tutti gli opportuni remedij, che havessero potuto giovare, & quelli applicavano, ancorche senza frutto, il male era penetrato alle viscere, haveva di già preso possesso. Tomaso Mützer Mentre poi trattava della riforma delle cose attinenti alla Chiesa sino al prossimo Concilio, qual in breve si doveva convocare, si levò contra il venenoso serpe Tomaso Muntzer auttore, inventore, & seminatore di nuove heresie, & ancorche contrario, & repugnante à Luthero, lanciava nulladimeno acuti dardi, & saete contra la Chiesa Catolica (questo nome è usitato da Sacri Scrittori) Andrea Carlstadio. Cotal maledetto, & pernitioso incendio fù accresciuto, & fomentato d’Andrea Carlstadio, huomo di buona nascita, e nobile, ma dalla bruttezza della sua iniquità, e malitia reso infame, & vituperoso, qual oltre l’altre cose, che sturbavano la pace, nodrice, & allevatrice delle Città, & d’ogni Buona Republica, stava ostinato, che il tutto doveva esser à tutti commune.

Scola Lutherana. La più perniciosa fù quella di Luthero, è cosa certa, esser lui stato l’origine, il principio, & il fulmine di tante pesti, dalla cui scola, & officina di tutte le sceleragini, & iniquità, altri molti [p. 256 modifica]instrutti di vane opinioni, si solevorono contra Christo, auttore, & condittore della Catolica Religione, è legge di gratia, e di nuovo lo traffigono, & con ben mille diverse ferite acutamente lo pungono, & senza riguardo lo lacerano. De quali altri sentendo il lor diabolico maestro disputare di nuovi modi, è formule di vivere, contro la Romana Chiesa, ribelli si separarono da Christo. Altri conforme la diversa conditione, capacità, & appresione d’humani ingegni, non credendo ne tampoco a Luthero ma quanto à loro sembrava à proposito, e convenevole, diversamente da lui tenendo, & insegnando instituirono novi riti di Religione. Tutti però lontani da Christo, e dalla sua vera Dottrina affato alieni, non cessando con nemichi dardi continuamente di colpirlo. Che se procuri stacarne un capo, ne fai germogliare sette, che mai cessano mandar verso il Cielo horribili fischi di bestemie, che non dessistono di vomitar gli suoi pestiferi veneni, che sempre spirano fuoco, & faville d’iniquità, abbruggiando, & ammazzando gli popoli, con le loro falsità, & pernitiose dottrine, non si vidde giamai serpe così velenoso, e pestilentiale.

Origine della Lutherana setta. Hebbe il Lutheranesimo il suo principio l’anno 1517. sotto Leone X. Sommo Pontefice, & Massimigliano Imperatore.

Havendo il Vescovo di Madeburgo commandato, fosse publicato come si costuma la Bolla Pontificia per purgare gli popoli dalli loro peccati, & acquistare un Giubileo: vi concorse gran numero di popolo, che con gran pietà nella Chiesa offerivano danari con larga mano, & in gran abbondanza. Federico Duca di Sassonia, & Elettor dell’Imperio stimò cosa indegna lasciar da suoi stati cavar tanta quantità di danaro, col permettere, restassero l’intiere Città snervate, & scemate à solo prò de Sacerdoti.

Mentre andava machinando più modi, & gravi strattageme per sturbare, è levar il popolo dall’obedinza della Romana Chiesa, finalmente s’aprese à cotal deliberatione, qual giudicò sola poter giovare à quanto haveva proposto, ciò & infelicemente gli successe, determinò d’oppore alla Chiesa Romana Martino Luthero, Monaco Eremitano di S. Agostino, huomo scelerato, inverecondo dato, alle dishonestà, & mille altri peccati enormi, acciò con ogni sfaciatagine impugnasse l’auttorità del Pontefice Romano. Luthero pronto alli iniqui pensieri del Duca, di dove considerava anco il gran nome, e fama, che era in ciò per acquistare, congregato il popolo con efficacia grande s’affaticava à persuaderlo, che le Bolle mandate da Papa à Sassoni, eran di nuin valore, [p. 257 modifica]stupirsi egli della lor simplicità, à credere, che il Papa si potesse arrogare quello, che solo convien à Dio, non è (diceva) il Pontefice di tanta auttorità, e huomo non è Dio. Mentre così persuadeva era portato da tanto ardore, proferiva con tanta vehemenza le parole quel vergognoso predicante (non volendo manifestare haver Christo lasciata nella sua Chiesa una tal auttorità) che non solo rimosse, scosse, ma del tutto svelse le Santissime leggi della Romana Chiesa, indusse quelle genti di lor natura proclive, all’heresie, sturbandoli totalmente dal vero culto Divino. Da si piciola favila crebbero col tempo incendij cotanto dillatati, che poco à poco van consummando, & abbruggiando gl’animi de mortali, da questo solo principio hebbero la sua origine ogni male, tutte le presenti turbolenze. Quindi Luthero huomo temerario, scielto un gran numero d’uomini perversi, entrò in battaglia con la Romana Chiesa, diede anco occasione, & animo ad altri di troppo presumere contro la Catolica Fede, & vennero à tanta pazzia, che più non si faceva da loro alcuna stima di Christo.

Sollevatione de Contadini in Germania. Sotto questo tempo fù fatta horribile sollevatione da Villani, quali da Monti, & Campagne, infiammati, & tutti ripieni di sdegno, & furore contro gli loro Prencipi, scorsero depredando quasi tutta la Germania, quindi poi fù chiamata la guerra, ò per dir meglio il tumulto de Villani.

Dunque secondo la commune fama gli Sassoni furon gli primi, che diedero nel proprio seno ricetto, & fomentarono l’impietà Luterana, indi poi scaturì nel popolo tutto quel contagioso male, la causa di questo tumulto vien diversamente racontata.

Causa del tumulto. Havevano gli stolti, & rozzi Villani sentito dalla fation Luterana, che molti soprastanti delle Chiese eransi ingrassati con beneficij di grandissime entrate, e che però dovevano esser deposti, e resi uguali à poveri: che non al Pontefice Romano, ma al popolo s’apparteneva l’instituir à lor piacere i Sacerdoti: Non fù difficile dar consimili menzogne ad intendere à quelli rozzi intelletti, certi, che se succedesse qualche nuovo tumulto, haverebbono potuto arrichirsi delle facoltà de Vescovi, & altri Cittadini, & che fatti più ricchi sarebbe à loro stato agevole il dominare, & ancor essi soggiogare l’altri Prencipi. La ruota della fortuna star in continuo, & perpetuo giro. Altri naranno in altra guisa questo fatto.

Dicono esser in Germania antico costume, come anco in altri molti luoghi, pagare per quelli Villaggi dalli Agricoltori delle [p. 258 modifica]rendite, è frutti certa portione, ò Decima come vogliamo dire alle Chiese, ò Prencipi, ò Cittadini di diverse conditioni. Vi essigevano alcuni ingiusti, & disorbitanti tributi. Lamento de Vilani. Si lamentavano per ciò gli Villani, allegavano non poter tollerar tanti aggravij, che di già per tempi aversi eran caduti in estrema povertà, e miseria, che da suoi padroni erano come schiavi tratatti, che per ingordigia, & impietà de ricchi, tutti, con figlioli, & moglie se ne morivano da lunga fame afflitti, finalmente dalla crudezza di horridi venti, e da freddi divenivano quasi nudi, arsi, & consumati. Che gli Vescovi, quali dovevano haver, (conforme il stato di quelli comporta) di lor misericordia, si mostravano nondimeno più degli altri crudeli, che dalle porte, & presenza de Prencipi erano confusibilmente scacciati, e le lor querelle malamente sentite, che gli Prencipi gli commandavano, non come ad huomini ragionevoli, ma peggio, che se fossero stati Asini, che in summa erano trattati come vilissimi giumenti. Che quanto nasce nelle Ville, ciò che produce, & nudrisce la terra, quello che proviene dalle Selve, Monti, Pascoli, Laghi, Fiumi, tutto esser obligati condur nella Città.

Tutte le delicie de Nobili esser à costo de loro sudori, & quanto s’aquista, & riceve dalle Ville esser per commodità sola de Cittadini. Chi havrebbe potuto dicevano sopportare si longa servitù? Ad un minimo commando ci conviene subito comparire, cavar fossi, alzar ripari, far muri, è siamo sino al seccar palludi, constretti. Ne habbiamo ancora compiute queste cose, che ci son preparati altri aggravij: di modo, che manco nella tarda notte ci è lecito radolcire gli continui travagli, e fatiche insoportabili, con qualche riposo, prendendo un momento di sono, con cui gli stessi brutti animali si ricreano, ma senza verun intervallo di ristoro, con continui stanchezze restiamo travagliati.

Ci convien voltar la gran pietra infernale di Sisifo, figlio d’Heolo, sopportar l’Austro pestilente, & quello che più ci preme, non veder rimedio alcuno in tanti nostri mali. Mandano dalla Città chi nascostamente ci fan la spia, avenga che (impotenti à pena potiamo tirarsi dietro le stanche membra), e se si faciamo con piedi alquanto sentire, incontinente saltano le calunnie in campo, se ci cade il Carniero del pane in terra, subito miserabili siamo traditi, e dove andare alla Caccia ci veggono, ne vien prohibito è stimando ciò delitto di lesa maestà, incontinente denonciati, strascinati, e legati siamo in prigione, sol per esser stati avisati d’haver [p. 259 modifica]presi Lepri. Non potiamo più (che cosa inhumana) assaggiare, ne godere quello, che gli campi portano per gli nostri sudori. Se ci scorgono mangiare qualche frutto, ò un poco di formaggio ci perseguitano implacabilmente, pertenersi (dicono) cotai frutti alla mensa reale, non esser cibi da Villano, manco cosa convenevole, che un huomo rusticano usurpi gli cibi proprij à Prencipi.

Siamo per ciò banditi come ribelli. Dio immortale mangiaremo à guisa de Porci giande. Volesse pur il Cielo, che le potessimo, al costume degli antichi mangiare liberamente.

Se vogliamo, conforme alla pietà Christiana ricerca, ricevere sotto gli nostri tetti qualche straniero amico, per ristorarlo con qualche brindese dalli suoi travagli, e stanchezze, siamo subito tassati d’haver comessa enorme iniquità, restiamo rei d’haver spallegiato banditi, e persone condenate, à forza veniamo da Birri condoti per le Città, d’ogni parte concorrono genti per vedere gli ministri di giustitia, à guisa di valorosi soldati, che carichi di spoglie se ne ritornano dalla guerra, si mostrano gloriosi, con milla ingiurie, & risa ci scherniscono, restiamo chiusi in oscura, e ben custodita carcere, se restò qualche cosarella della povera suppelletile la involano. Per tutto v’è l’incanto, in ogni luogo ci sono chi comprano le cose confiscate. Mai sono lasciati vivere in pace gli poveri bifolchi; gli miseri coltivano la terra, e sempre vengono inquietati da nuove essationi, è impossibile (dicevano) che in Italia sijno in tal guisa ingannati. Ove se la fama ci dice il vero, impongono à quei populi innumerabil pecunia, indicibil tributi, quali sarebbon all’altre nationi intollerabili.

Sono infiniti gli aggravij con cui ci affligono; Gli mali quanto più patientemente si sopportano maggiormente si rendono gravi. Questi Prencipi, & altri ricchi, che frà le mura delle Città vivono agiatamente, consumano malamente in lussi, e bagordi le ricchezze, aquistate con le fatiche, & industrie nostre, spargono, & spendono senza misura l’oro, & argento, mentre gli nostri figlioli per la fame, e freddo resi deformi, tengono bisogno d’un poco di polenta. Mantengono Cani, Cavalli, Concubine, fano la lor vita nel campo florido de tutte le delicie, e mentre noi poveri Contadini scopiamo sotto l’arduo giogo delle fatiche, quelli distesi se ne stano nelli letti d’oro addobati, ronfando supini con il ventre al Cielo, ò pur inganando gli anni frà gli giuochi, & bichieri, mai s’invecchiano lasciano per pigritia irruginirsi [p. 260 modifica]l’ingegno, & abbondando eccessivamente di tutte le cose, non temono anni pestilentiali, ne penurie de biade, & altri frutti, ne che non sijno coltivate le Campagne. Ma noi se per qualche maligna constelatione, ed influenza gli campi non rendono frutto, siamo nel medemo punto constretti à mendicare, quindi per essere noi poveri ci spregiano, essendo stimata la povertà la regina delle miserie.

Mentre gli Rustici ruminavano frà se stessi queste considerationi, s’infiamavano ad ogni male. Si riducevano parimente à memoria altre cose, quali animarono gli Contadini contro gli Nobili, racontavano esempi antichi. Dicevano haver molti di loro sentito da suoi vecchi nelli tempi passati, che alcuni donzenali, & di bassa conditione ascessero alla dignità di Senatore, altri fatti ricchi, vissero con sontuose spese alla reale, che ancor essi, se fossero frà le armi potevano almeno l’istesso, se non cose maggiori sperare dalle vittorie.

Aggiungevano alle cose sudette, altre apparenti ragioni e operarono in tal guisa che li Villani, & i più giovani in particolare (quali nelli campi, con la mercede delle lor mani toleravano in patienza gli mancamenti del vivere, con danni sollicitati da perversi huomini, che desiderando mantener le Republiche in seditioni, preponevano il godibil, & delitioso vivere della Città ad una miserabil vita, alla odiosa è mal gradita fatica delle Ville) essendo poveri, e bisognosi, facilmente furon d’invidia presi delle altrui richezze, non potevano con buon occhio vedere i di sè più potenti. Perciò più godevano veder ogni cosa sosopra, & in seditioni, che stessi poco stimati.

Per tali motivi, ardevano di sdegno gli animi de Contadini, infiamati alla rovina, & eccidio de buoni Cittadini. Pur è chiaro che gli Villani non hebbero, manco in apparenza, alcuna giusta causa di commettere si nefando delitto. Ma da per sè se la perfigevano giustissima, per por in effetto, e satiare l’insatiabile, e natural odio, che portavano à Nobili, tentando torgli di vita.

Non mancava altro ad eseguire misfato si enorme, che un Capitano, qual sapesse condure l’inesperta turba. Parve che la fortuna in quel bisogno opportunamente provedesse à quelli Villani, di sdegno avampanti contra i Nobili, gli presentò il maledetto Luthero, che all’hora grandemente temeva gli Prencipi, di modo, che pareva non manco il Capitano ricercasse l’aiuto della moltitudine, che al volgo la condutta d’huomo perito nella militia.

Luthero havendo conosciuto, che molti non volevano [p. 261 modifica]abbracciar la di lui dottrina, anzi scorgevali di quella implagabili nemici, come di sopra dicessimo, havendosi alcuni formate nuove sette, indagati nuovi dogmi: parimente vedendosi soprastare giornalemente cose maggiori, e castighi accerbissimi da Carlo, all’hora Imperatore Romano, e Ferdinando Arciduca d’Austria, ambi gagliardi diffensori della Religion Christiana, temendo anco, che gli suoi dogmi restassero estinti, per la grande diligenza della contraria fatione, e acciò la sua stima, e grandissima espetatione, già nelli animi eccitata, non si sminuisse, ò fosse constretta prendere perpetuo bando, ò abietta, & abbandonata non fosse condotta in giuditio per pagar il fio delle sue iniquità, piegò il giuditio à nuove arti.

Convenne gli sciochi Rustici con astutia, s’affaticava provocar, & indurgli all’arme, non per soccorrere (come egli diceva) gli miseri, ma per precipitargli, & à fine di venire per tal strada à procacciarsi qualche riparo contro gli Ecclesiastici, & altri primati, quali per sua propria colpa s’haveva fatti nemici.

Dunque furioso si portava per Borghi, & Ville, solevando tutti esortandoli alla libertà. Luthero esorta i Contadini a la libertà. Diceva, quella frà tutti gli beni tener il primo luogo, che tutti gli huomini per natura sono liberi, esser essi per propria negligenza caduti in schiavitudine, esser cosa all’huomo indegna il servire, essendo nato per natura libero, dovendo gli brutti esser soggetti, non gli huomini. Ad ogni modo sapersi che sono sforzati gli miserabili Villani portar tutte le fatiche, & cariche, quali gli stessi Muli non portarebbono, che per la soverchia patienza d’alcuni, la cui superbia è insoportabile, era ridotti in quel miserabil stato. Principalmente doversi abborire l’opulente pigritia de Vescovi, ed altri Sacerdoti, quali per viver più agiatamente trattano gli Contadini in guisa di bestie, di modo che in verità si può dire sijno nati lupi de poveri. Non esser bene comportar più in lungo la crudel tiranide de padroni: la congiura contra gli Vescovi, & altri ricchi Nobili esser giustissima. Vedersi gionto il tempo di scacciar, & sturbar dal commando, quelli, gli cui Imperij sia cosa iniquissima più sostenere in lungo, è vendicare la più pregiata gioia di questo Mondo, raquistarsi la libertà, distruggere le Monarchie, & altre amministrationi delle Republiche, e fare che quelle si governino per consiglio, è voce di tutti. Giudicava necessario stabilire nella Germania un stato populare, abbatuti, & scacciati dalli Castelli gli Prencipi. In tal guisa sperava in breve poter il tutto ridurre in potere delli Villani, hora da [p. 262 modifica]quelli si mal tratatti, di modo che una volta potranno scorgere la dolcezza del commandare, e invecchiarsi frà le ricchezze quelli, che tanto tempo viverono sotto amara, & dura schiavitudine.

Stà in vostro petto (diceva) il dominare, ò il servire. Mentre da voi non manchi, io mosso da pietà delle vostre sciagure, commiserandovi oltre modo, impiegarò ogni sforzo, anzi la propria vita per sollevarvi una fiata da tante miserie. Vi prometto ogni mia opera, e diligenza, & purche siate constanti, e corragiosi la medema libertà; dono singolare datoci da Dio, senza mai haverlo voluto revocare.

Con queste, & altre suasioni Luthero instigava, e sollecitava gli animi di quella cruda gente contro gli Prencipi, caricandoli anco di premij, e promesse. Gli Villani di lor natura desiderosi di cose nuove, havendo più volte sentito con grand’ardore Luthero predicare, e spronare la rozza moltitudine contro gli proprij Prencipi, si commossero grandemente, & pronti à conturbar lo stato tranquillo delle Città, infervorati à tali sollevationi, l’elessero lor Capitano, & tutti lo seguirono.

Ancorche poi si sij affaticato Luthero d’espurgarsi con alcuni Prencipi, non esser egli stato auttore, manco complice di simili pazzi tumulti, e sollevationi de Contadini. E però chiaro havergli egli spinti all’armi, non havrebbe da se presumesto tanto una vil turba.

Dunque con ogni orgoglio, e audacia si ribellarono da Prencipi temporali, e spirituali, perche volevano regere, e governare, non più essere retti, è commandati. I Villani prendono l’arme contro i Nobili. Di costoro alcuni più insolenti, dato di mano à scure di due tagli, e mancando d’altre armi, tolte dalle Stale Zappe, e Restelli, andavano senza ordine armati per le Ville, & sgridando con ciffoli la codardia delli altri, avvisavano qualmente s’haveva concluso, e publicamente stabilito il giorno per la commun salute, in cui dalle Campagne dovevano convenire per occupar à forza, & impadronirsi delle Città, Castelli, ò Fortezze, & saccheggiare gli richi Vescovi, & altri Prencipi Tirani, quali mai cessano incrudelire contra gli poveri Contadini.

In somma volevano col suo valore render commune quelle cose, che stavano alla sola libidine d’alcuni preparare.

Intese coteste novità, tutti con grande cupidigia furon in pronto, occuparon un luogo opportuno, elessero gli Capitani di Villa, in Villa, li nome de quali per esser oscuri, & barbari tralasciamo, consigliano, & di commun accordo determinano, quando [p. 263 modifica]anco dovessero correre pericolo delle proprie vite, esser obligati di recuperar la libertà, e distrugere l’insatiabile avidità de Tirani; Non era che dubitare, essendo quelli delle Ville in maggior numero, che quelli delle Città, più feroci assai, come avezzi alle fatiche, che dalle fascie havevano imparato à sostennere gli disagi, sarebbe stata cosa facile (quando havessero voludo adoprarsi) vincere gli Cittadini, nodriti con delicatezze, solo mancava il dar principio, purche uno havesse havuto animo d’incominciare si honorata, e lodevole impresa, tutti lieti fendendo con le grida il Cielo l’havrebbon seguiti, & sotto gli auspicij di Luthero, homo fortissimo, & che ciascuno invitava alla conquista della liberta, havrebbono intrapresa una guerra degna d’eterna memoria.

I Contadini datto il segno assaltano la Città. Decretati questi particolari col consenso di tutto il volgo, dierono all’armi, furon toccati gli Tamburi, sonate le Trombe, tutta quella rozza canaglia prese l’armi, che gli venivano alle mani, e più tosto dall’audacia, che dalla raggione, e consiglio menati, uscirono con le lor squadre disunite, & scomposte, invasero Castelli, alcuni ne occuparono, tutti mettendoli à crudel saccomano: Assediarono Città grandi, quali non potendo abbattere, è superare le spaventavano minaciandogli fuoco, è fiama. Tagliavano à pezzi gli principali, se alcuni gli capitavano alle mani, facendogli come più gli aggradiva, accerbamente morire.

Si crede, che molti huomini nobili, & di vita illibita, s’ellegessero più tosto sostenere qual si voglia crudel tormento di quelli arrabbiati Villani, & sostenere accerbo martirio, che volger le spale à Christo, e servire à Luthero, qual da se, e dalla sua fatione scacciava gli huomini Santi, pieni dello Spiritosanto, d’onde quel odore tanto soave della Divina sapientia ristorò e ricreò la Chiesa Christiana.

Quanto maggiormente gli succedevano le cose prospere, si rendevano più orgogliosi, inhumani, e crudeli. Si che presummevano con duplicato coraggio proseguire l’incominciata guerra.

Ma perche da Villani imperiti che erano portarono alli esercitij militari, non si trovava chi sapesse condurre, ò liquefare il metallo, manco fondare ò buttare Artigliarie, inventarono medemi un nuovo stromento militare. Machine di legno, non usate. Foravano con lunghi ferri gli duri legni, formandoli in guisa de canoni, fabricavano con più tavole con mirabile artificio lavorate, & assieme unite, machine da guerra, che erano al di dentro cavernose, in lunga pancia stesse, acciò come di gravido ventre per stretta bocca essalino l’anima [p. 264 modifica]finalmente terminano in più apperta uscita. La larghezza era tanta, quanta comportava la grossezza del legno, la longhezza passava la misura di dieci cubiti, e queste, acciò dalla forza della munitione infocata non crepassero, le cinsero di ben grossi cerchi di ferro, entro spingevano pietre rotonde, ò balle di bronzo, acciò quando occoresse il bisogno con polvere di solfere conposta lanciassero il peso à rovinar le mura, di modo che con non minor strepito, e forza, scaricavano, di quello che havrebbon fatto le pietre à forza spinte da Bombarde, ò Artegliarie di ferro, così chiamano hoggidi le machine militari: è fama, che quelle balle fossero per l’aria portate oltre due miglia, pare cosa verisimile, che gli Cittadini, vedendo à lor ruina fabricati si diabolici stromenti, restassero conquisi dalla moltitudine, tumulto, e furore di quei Villani.

E però maraviglia grande, che quelle, non ostante fossero di legno, non erano nientedimeno dal fuoco abbruggiate; manco dalla forza del solfere, qual è tutto vehemente spezzati gli legami di ferro. Se ne ritrovano alla giornata appresso il Duca di Baviera de consimili, ne quali havresti milla cose da istupirne, queste volsero vedere Carlo Imperatore, e Ferdinando Arciduca d’Austria, suo fratello, essendosi colà a caso portati, quali havendole attentamente, & con molta diligenza considerate, restarono stupidi, e quasi fuori di se, per tal istravagante artificio, inventato à danno de Prencipi.

Di cotai dunque instrumenti, con quali s’avantaggiavano, facendo progressi, fortificati quei rusticani popoli, fatti più feroci distrugevano Castelli, Fortezze, Mura: sacrificando gli primati alla crudeltà.

Haveva quella rusticana congiura fatto misculio di tutte le cose humane, e Divine, & giunta era à termine tale di pazzia, che credevano la guerra havrebbe dato fine alli studij Civili, & la grandezza loro destrutti gli Prencipi.

Furore de Contadini ne l'Alemagna. Avampava d’un tal incendio la Germania tutta, & ogni parte di quella fomentava il proprio, che parevano in breve dalla forza di gente rusticana dover esser desolate, arse, & distrutte le Città della Germania, conforme quella canaglia s’haveva prefisso. Se alquanto s’havesse differito il rimedio col resistere à tal furore, la suprema potestà del dominare sarebbesi rovinata. Vedevansi gli Prencipi confusi per l’estrema paura, non sapevano prender partito, in ogni luogo si stava con tremore, che non giongessero le Villane ciurme. Si tenevan consigli come s’havessero à diffendere le Città.

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Frà tanto concorevano quelli, che habbitavano gli luoghi più silvestri, le cime de Monti più alti, & più lontani, si che ammassandosi per la confluentia d’ogni parte il volgo, si compì un perfetto Esercito de Villani. Non gli mancavano più arme, n’havevano in abbondanza di quelle, che tolte havevano da luoghi presi, si guarnivano di tutte l’armi militari, & giornalmente resi più coraggiosi occupavano luoghi.

La fama di queste prodezza si sparse per tutto, si che molti d’ogni parte ricorrevano come à fido riparo à Luthero, Pastori, Bifolchi, Ladroni, Homicidiarij, & altri macchiati di varie iniquità si promettevano sicuri, & fuor d’ogni pericolo, quando in sua guida havessero havuto Luthero. Che se alle volte facendo sortite gli Cittadini, erano angustiati, & travagliati, subito occupavano gli Monti cinti da grandi, e scozose rupi, che de tali in Germania se ne ritrovano molti, & ivi si ricovravano, ove anche le rotte, spezzate, & precipitose rupi impedivano l’ingresso, & solamente per una parte ben stretta si poteva colà penetrare, e quella con ogni vigilanza, & con folti rami diffendevano.

Ciascuno in caso che fosse stato rinserato in quelle caverne al longo, per soccorrere all’occorenti necessità, seco portava in sachetti il proprio vivere, si cavavano la sete col puro liquore dell’acqua, contenti anco fuori dell’ordinario di poco cibo.

Mentre senza ostacolo così licentiosamente scorrevano, & da tante miserie era la Germania travagliata. Alcuni Prencipi, fatte le Cernide, mandarono squadre di Soldati ben ordinati contra lo stuolo de Villani, stimando, che poco Esercito havrebbe messo in scompiglio la disordinata turba del volgo. Non s’attacarono con l’inimico, hormai per le havute vittorie reso insolente, senza lor grave danno.

Di già tutto il distretto della Germania era angustiato da suoi proprij, era tiraneggiato dal male de suoi domestici, ogni Città temeva il furore de suoi sudditi. Chi non havrebbe temuto gente tanto fiera da confini si spatiosi radunata, à ruina delle Città? che passava d’un capo all’altro per mezzo di tutta la Germania? che il tutto insolentemente mischiava con fuoco e fero, incendij, & morti, che gli ricchi spogli fatti per soggiogare Città si dividevano per testa? che distrugevano gli Altari, & Tempij? che in niun modo sapeva mittigarli? che dalli gradi, & scale delle Chiese scaricavano, & precipitavano gli stessi Vescovi: appresso la quale non v’era cosa più lodata, che il furore, e la crudeltà?

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Donde si conobbe bisognarvi più numerosi Eserciti, e Capitani più periti, per reprimere la crudel arroganza di quelli bestiali animi. Perciò molte Città mosse più gravemente à colera, & dal lor grande scorno, & dal pericolo, che gli soprastava, & fortemente tremendo, commosse, conclusero, & terminarono doversi con ogni lor sforzo remediare à tanto male, & occorrere alla temerità rusticana.

Svechi gente valorosa. Gli Svevi primieramente, confinanti alla Baviera, gente valorosa, & bellicosa, vedendo che tutto il paese era dalle sudette scorrerie rovinato, le Chiese spianate, molte Città, ancora fummanti dalle ultime rovine, & incendij, gli Cittadini confusi frà le mura delle Città, niuno haver ardire opporsi à tanto male, tutti temere, doppò tante lor vittorie il glorioso nome de Villani, esser questo reso à tutti terribile.

Sentirono queste cose con animo turbato, giudicarono cosa iniqua, è vergognosa, che la Germania temesse le forze domestiche, non havendo mai temute le straniere, socombesse à proprij vassali, quella che mai si rese all’Eserciti invincibili de Romani.

Giorgio Turchses Generale dell’armata. Commandarono perciò fosse subito formato un forbito Esercito. Crearono Generalissimo di quello Giorgio Turchses, Barone Tialtpurgo (son pur sforzato usar gli nomi di quella Patria) huomo riguardevole, è coragioso, pratico nel maneggio delle armi, contra Luthero Generale della rusticana truppa?

Lodarono tutti il consiglio de Svevi, come necessario in quelle turbolenze. Per il che molti Prencipi, da quali facilmente fù compreso esser necessario, non per loro reputatione, e gloria, ma per commune utilità, e salute il combatere con quella bassa canaglia, fecero lega con i Svevi, acciò unite le forze con commune fortuna proseguissero la guerra, e distrugessero, slontanando dalle loro case, e confini quella maledetta peste.

Uscirono tutti in Campagna con fine d’esponersi, & virilmente superare qual si voglia disaggio, per beneficio della Patria, moglie, figlioli, e proprie vite, e per anteponere un honorevol morte alla presente torbolentissima conditione di quei tempi.

Frà tanto Giorgio sapendo che andava à pericolosi conflitti, spiata primo diligentemente l’intentione, & animo, conforme deve ogni esperto Capitano, dell’inaveduta, & inconsiderata plebe (era huomo, che sapeva benissimo nascondere gli proprij, & spiare gli altrui secreti) mosse le squadre, & vedendo bella, [p. 267 modifica]ed opportuna l’occasione d’effetuare, il suo intento; non ricusò la battaglia.

All’incontro gli Lutherani per molti prosperi passati successi gonfij, di numero assai superiori, inferiori però di valore, e peritia di combatere, senza ordinanza venero al fatto d’arme.

Villani in molti fatti d’arme sconfitti All’hora Giorgio senza vantaggio di sito, spiegate l’insegne, s’azzufò col nemico, poco nella militia esperto, con gran bravura ponendolo alle strette, & quelli, perche non havevano per anco appreso la costanza militare, cedendo al primo assalto, restarono scompigliati, sparsi, & posti in fuga, e la maggior parte in Campagna estinti, facendogli in questa guisa vedere cosa fusse l’haver seguito un temerario, & empio Conduttiere.

Non si perse però d’animo per tanta stragge, e danni anzi si riunì di nuovo il poco residuo alla (battaglia, di modo che fù più volte, & in più luoghi Giorgio provocato à nuove giornate) venendo con buona ordinanza alle mani, qual sempre prosperato dalla fortuna ne riportò in tutte, gloriosa vittoria, di modo che in breve sminuì il volgo de Villani, & generosamente instando, e combatendo però con molto travaglio, & pericolo, finalmente gli distrusse.

Havute si memorabili, e gloriosissime vittorie, fù stimato valorosissimo Capitano, per haver terminate guerre pestilentiali, e liberata la Patria da mille sciagure. E in poco tempo reso lo spirito alla Germania tutta.

Si seppe poi per cosa certa, che in quelle giornate, in diversi luoghi, massime in Svevia, nel Contado di Teneto, Alsatia, nei confini di Lorena (quali nomi s’usano à nostri tempi) mancarono in battaglie diverse, più di cento milla Rustici.

Parimente nel medemo tempo il Duca di Lorena (qual anche fece opere eggregie contra i Contadini, sollevati nelle sue contrade) mandò due suoi fratelli, l’uno de quali era Cardinale, à Ferdinando Arciduca d’Austria, qual per la medema causa dal Concilio di Norimberga s’era condotto in Hisprugh, per consultare con maggior commodità, & quiete gli interessi contro i Villani.


Il fine del Decimo Libro.