Annali overo Croniche di Trento/Libro XII

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Libro XII

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DELLE CRONICHE

DI TRENTO.

DI GIANO PIRRO PINCIO.

LIBRO DUODECIMO.

Dedicate all’Illustrissimo Signor Aliprando Clesio.


NOn solamente in quei calamitosi tempi si ferno sentire, nel distretto di Trento, le tumultuose solevationi, ma anco altrove constrinsero sudar altre nationi, ne solo rendeva infausta maraviglia la cruda sorte de i Trentini. Ma entiamdio empiva di stupore il sinistro destino d’altri popoli quali vivevano paurosi in gran gelosia, perche da civil odio trasportati, l’un l’altro si perseguitavano, e s’amazzavano senza riguardo, via più fieramente imperversando contro Dio, & gli huomini. Avenne altrove quello, che mai si sentì, ne occorse in altre parti, posciache furon contaminati, rotti, & funestati matrimonij di gran Prencipi di Corona.

Furon commessi in diverse parti del Mondo infiniti, solenissimi, e nefandissimi stupri, sacrilegij, seditioni, rapine, seguirono mutationi de Stati, destruttioni, strage de popoli, rovine di Città, & altri innumerabili mali. Frà questi il più pernicioso fù (à mio pensiero) che crescendo la perfidia della Scola Lutherana, crescono di giorno in giorno maggiormente le forze delli Heretici, e quelli monstruosi Serpi, e perniciosissime Hidre esalano contra Christiani più mortiferi veneni, è tanto si è hormai diffusa quella maledetta setta, che sino ne confini dell’Italia hà [p. 318 modifica]infettati gli animi de molti. Oesolumpadio (di molte cose sol questa toccaremmo) è Udalrico Zuvinglio, huomini de estrema impietà, l’uno in Augusta Raurica, da nostri detta Basilea, l’altro in diverse parti de Svizzeri, overo (al lor dire) in diverse Ville, come generati di seme viperino, che parti di venenosi serpi, temerariamente hebbero ardire escludere dalle loro sacre cerimonie l’Augustissimo Sacramento dell’Altare, costoro nudriscono la lor gioventù sino dalle fascie, (acciò duri perpetuamente) in questo lor falso dogma, lo porgono in scritto à pernicie, è morte delli discendenti, l’han così ben disposto, che bisogna (non facendo Dio miracolo) resti tutta la posterità infetta. Per cotal causa nei loro istessi circoli, e dispute sono nate diverse controversie, ed ostinatamente fù dalla varietà dell’opinioni disputato, delle quali diremo poi qualche cosa.

Si senti in oltre con sprezzo dell’auttorità Ecclesiastica, reclamando senza frutto Carlo Imperatore, è Ferdinando Arciduca d’Austria, il scandoloso è violento divortio di Henrico Re della Bertagna, e Catarina sua legitima consorte.

Quindi successero le gloriose, & aspre morti, per mano di Carnefice del Cardinal Roffenense, è Tomaso Moro, supremo Cancelliero del Regno, (cosi chiamano il più intimo Secretario, e Consegliere del Prencipe) & de molti altri nobili, che intrepidi diffendevano le raggioni, è cerimonie Ecclesiastiche, e la stessa verità: tutti cridano esser stati ingiustamente condannati, ed in publica piazza, à vista de tutti, crudelmente, contra ragione fatti morire, e questi per haver, (mossi dall’amor di Dio) sostenuti con animo constante inauditi tormenti; giudicarei (spinto da quello che della lor beata morte si dice) doversi annoverare trà il Catalogo de Santi. Tralascio, come l’istesso Re fece decapitare la nuova sposa, qual prese pre moglie, doppò il divortio di Catarina, havendola ritrovata in flagranti adulterio. Non perdonò manco alli consapevoli, tutti gli fece condurre in piazza, & ad ogn’uno commandò, fosse separata la testa dal busto.

Si che di due moglie, la prima à forza scacciò dal letto maritale, l’altra fù costretta sostener per di lui decreto, e sentenza morte infame. E questa fù reputata la maggior infelicità di quel tempo.

Sedati gli tumulti de Villani, il Clesio, come se dalla natura fosser stato prodotto à trattar, ed ultimar negotij importanti, li 24. Novembre 1525 si partì dalla Patria per Augusta, ove Ferdinando, gerente di Cesare, suo fratello haveva intimata una [p. 319 modifica]general e principal Dieta. Ma essendo occorse, fuori d’ogni di lui espetatione, molte cose, fù sforzato mutar pensiero, prorogandosi sino al primo di Maggio, dell’anno seguente, e trasportandosi alla Città di Spira, ove fù determinato, convenissero l’istesso giorno tutti gli Prencipi dell’Imperio, frà tanto Ferdinando, col Prencipe Trentino, si transferì, à Tubinga, nel qual tempo si sentirono nuovi tumulti de Contadini, nell’Arcivescovado di Solzpurgh: questo male quanto più tardo, tanto si mostrò più fiero, incrudelì più delli altri, parve, che tutto il veleno si fosse ridotto alla coda, che il rimanente del rumore fosse concorso à quella parte per sfogare l’intestino male.

Un certo tal Thedesco per cognome Guasmar, huomo insolente, e temerario, havendo visto che d’ogni intorno gli Villani, pieni di sdegno uscivano in furia armati in Campagna, andò à quella volta. Costui lungo tempo ignobile, è di bassa conditione, inalzato in un baleno, malamente havrebbe saputo coprire la mutatione della fortuna; Ma essendo pratico nel maneggiar l’armi, è vedendosela bella, tumultuando gli Villani, si servì dell’occasione, & offertosi Capitano, e condutiere della militia, contra gli Prencipi, in breve diede evidenti segni del suo coraggio, & aquistò gran nome di valoroso, il che rese non poco terrore à tutti gli Prencipi della Germania, si perche sapevano esser huomo valoroso, e nell’ordinar un’Esercito assai pratico, e perche seco conduceva circa tre mille soldati veterani. Dunque Guasmar, confederato con Villani, mosse la sua armata contro l’Arcivescovo, & assaliti, come nemici, gli Nobili, con cuore intrepido gli combatteva, si che sotto il suo commando restaron molti principali morti, & riceverono gli Cittadini considerabili rotte dalli agresti, è Villani, ma perche in un istante sorsero quei rumori, in un momento furno anche quietati; e cosi pericolosi incendij estinti.

Forsi dubbitava costui, e con raggione temeva d’haversi provocati contra molti Prencipi, quali meritamente hebbe nemici, onde andò a Padova, Città de Venetiani, non molto discosta da Venetia, ove finalmente giudicandosi franco, e sicuro, essendo tanto dalla Patria lontano, mentre spensierato, fuori d’ogni sospetto, se ne stava, corse fama, che da mandatarij nella propria casa trafitto, habbi pagato il fio della sua sceleratezza, e malvaggio tradimento.

Di già era gionto il giorno stabilito della Dieta: Quando Ferdinando, & il Clesio, qual sempre voleva appresso di se, ne mai [p. 320 modifica]lasciavalo partir lontano, andarono à Spira, ove convenne un numeroso congresso. Si consultò in questo il modo, con cui si potesse dar aiuto all’Ongaro contra il Turco: S’era di già sparsa fama che il Soldano Salomone, nemicissimo del nome Christiano, arolate copiosissime, è numerosissime squadre, stava in procinto di portarsi con quelle in Ongaria.

Lodovico vedendosi debile di militari apparati, per resistere à quelle immense forze, mandò ambasciatori, quali rappresentassero à Prencipi della Germania, che il nemico di già era comparso, è si lasciava vedere ne confini con poderosissimo Esercito, è dimandassero in tanti pericoli della Christianità opportuni soccorsi.

Ferdinando certificato del stato in cui si ritrovava il Re d’Ongaria, per tutto il Regno, e per la Real persona sollecito, alla quale haveva maritata la sorella, comminciò à consultare con gli Prencipi cosa s’havesse à fare, mentre ancora l’inimico non s’era avanzato, & le cose stavano nel suo essere, & indi pose ogni industria, s’adoprò al possibile, acciò le dimande del Re d’Ongaria havessero più facile l’entrata nel Congresso di Spira, e sortissero meglior effetto di quello, che altre volte (essendo state repudiate) havevan fatto: avisò gli Prencipi, che gli Ongari stavan con sicura speranza, che gli Alemani loro confederati gli sarebbon stati in aiuto, per assalire, & reprimere l’orgoglio d’un commun nemico, che di già era stato loro dato raguaglio, qualmente in Germania, tutti quelli che havessero, conforme l’età, potuto portar armi, sarebbon stati sforzati à quella guerra.

Mentre il Re esortava gli Alemani à prender l’armi contra gli Turchi, il negotio passò in disputte, finalmente si commise la deliberatione à voti, e suffragij, havendo da questi scoperto non esservi speranza di dar aiuto, licentiata la Dieta, Ferdinando molto conturbato, per veder soprastare grande rovina alli Christiani, si partì, non sapendo qual partito in così difficil deliberatione potesse prendere; nondimeno giudicò non doversi abbandonar il cognato Re in tanti di lui periculi, perloche s’incaminò (cosi consigliato dal Trentino) veloce verso Isprugh, affine d’ammassar di quel Contado squadre ausiliarie per Ongaria, quali medemo haveva determinato condure contra il Turco, per dar ad intendere à ciascuno, quanto havesse à cuore la dignità, e salute di quel Re, & religion Christiana; gionto col Clesio à Zierlo (Castello così volgarmente detto) distante da Insprugh dieci migliari, havendo [p. 321 modifica]pensiero far di là ritorno alla patria, ma in passando il Ponte venerongli incontro infausti Ambasciatori, qualli riferirono, Lodovico Re d'Ongaria resta morto nel conflitto. il Re, venuto à giornata col Turco, di già entrato ne confini del Regno, infelice, e sgratiatamente haver nel luogo, in lor lingua detto Emoarzo gli 28. Agosto valorosamente combatutto, è mentre il medemo in bataglia rassembrava Marte, esser restato dalla moltitudine oppresso, è morto. Molti altri Prencipi, è Vescovi, che frà il mezzo de nemici s’erano combattendo mischiati, haver lasciata parimente con lor somma gloria la vita; Che rotto, e sbandato tutto l’Esercito Ongaro, havevano per assalto presa Buda, metropoli del Regno, chiamata Curtalia, è Pesto, & molti altri Castelli abbruggiati: Strage de’ Ongheri. Che havevano mal tratatti gli habitanti, de quali alcuni crudelmente uccisi, gli altri miseramente havevano condotti schiavi in catene: in somma il tutto esser stato messo à ferro, e fuoco. Soggiunsero che la vittori però costò à nemici non poco sangue.

A questi avisi restò Ferdinando tutto commosso, e batutto, se gli congelò il sangue nelle vene, non sapea à qual deliberatione si dovesse appigliare, si consigliò col Trentino, lo suase questo fedelmente, che incontanente si transferisce in Austria.

Se ne ritornò incontanente à Viena, seguitandolo sempre (ancorche havesse stabilito andar alla Patria) in quei lunghi viaggi il Clesio, giudicando più espediente anteporre il ben publico al privato.

Spiato il Sultano l’arrivo di quel valoroso Prencipe Christiano, temendo da lui qualche danno, molto ben presidiato, e munito il Regno, si ritirò con l’Esercito.

Ferdinando pianta, e con lacrime honestata quella crudell’e considerabil stragge de Christiani, sapendo benissimo che il Regno di Boemia se gli conveniva per raggione della moglie, giudicò non haverci à perder tempo, ma con ogni sapere, è forza doversi adoprare per entrare in possesso di vacante Trono, à cui, secondo ogni giustitia doveva succedere, massime essendo venuto in certezza, che Federico, e Massimigliano Imperatori, suoi antenati, havevano per diverse differenze havuti varij trattati, con gli Re d’Ongaria, de loro Regni, e finalmente convenuto, è conchiuso, che il Regno di Boemia, qual altri collocano nella Germania, chiaramente s’apparteneva per ogni raggione alli Austriaci.

Per queste cause diede principio ad agitar, e trattare con ogni [p. 322 modifica]diligenza, acciò conseguisce quello, che tanto gl’importava. Mentre con grandi contese parlamentavano questo interesse gli Boemi, senza esser richiesti, piegarono à favor di Ferdinando, l’elessero di propria auttorità loro Re, il che riuscì à Ferdinando di sommo gusto, che, ò per industria del Trentino, ò per opera d’altre buone persone, ò per qualche indulgenza di fortuna, tanto favore, si felicemente gli fosse succeduto, nel conseguir del quale dubbitava facesse di mestieri l’impiego di maggior fatiche.

Perloche chiamato per dritto sentiero si condusse à Praga, già (come vogliono alcuni) detta Casurgi, Città metropolitana di Boemia l’anno 1527. gli 29. Genaro.

Ferdinando vien coronato Re di Boemia. Tutti gli Prencipi di quel Regno, havendo intesa la sua venuta, gli uscirono incontro, e fù ricevuto nella Città con popular applauso, gli 24. Febraro fù unto dal Trentino, e Vescovi d’Vratislavia è Bruna, poi impostogli la Corona gli cinsero di quella il capo. Nacque però fra Principi, chiamati Baroni contesa, à quali maggiormente s’appartenesse, in si gran festa portar le reali insegne, non passò molto, che si quietarono quei tumulti, & restarono gli animi tutti placati.

Anna incoronatasi Regina di Boemia. Il giorno seguente parimente gli sudetti Vescovi, con buon augurio, unsero Anna, moglie di Ferdinando, ornandogli le tempie della regia Corona.

Cotali cose, con più prospera fortuna, di quello si credeva, terminate: il Clesio non scorgendo transcurata cosa, che potesse desiderarsi alla grandezza, e decoro della Casa d’Austria, da molti pericoli, à quali s’espose, per servitio del Re, fece per strade difficili, ritornò alla patria. Quelli di Moravia giurano fedeltà al Re. Il Re andò à Bruna, Città della Moravia: è la Moravia, Marchesato sottoposto al Regno di Boemia, ove assieme quei popoli giurarono à lui, & alla Regina fedeltà.

Indi ritornò à Viena, metropoli dell’Austria. In questo luogo parmi bene far alquanto di digessione, è brevemente narrare la fortuna, e sorte, per mezzo della quale si servì questo Re, nel recuperar quanto d’haveva perso del Regno di Ongaria. Mentre si preparava per scacciare d’Ongaria gli presidij del Turco, per impossessarsi parimente di quel Regno, che per le medeme raggioni, se gli conveniva. Giovanni Sceptisiense Vaivoda Re delli Ongari. Alcuni Palatini, primarij di quel Regno, prendendosi soverchia auttorità, elessero temeriamente in loro Re, il Sceptisiense, chiamato Vaivoda. Ciò inteso da Ferdinando, che contra le sue raggioni, e parti de suoi maggiori havessero in suo pregiditio, tentato un tal negotio, non la poteva portar il [p. 323 modifica]pacienza. Quindi senza dar tempo all’inimico, fatta scielta de soldati, formò un forbito Esercito, & con spavento di tutto il Regno s’avanzò nell’Ongaria, gionto il grido, e la tumultuosa fama frà le nemiche squadre, che Ferdinando di già s’avicinava, il Vaivoda fece dar segno, e fuori condusse à vista dell’Austriaci le sue genti, e doppò che gli hebbe presentata la giornata, gli provocava con stridi, & onte: eglino accesi d’ira, e sdegno invasero il primo squadrone, si combateva d’ambi le parti, non con minor odio, che valore.

Il Vaivoda vinto in battaglia. Rinovato dalli Austriaci l’impetuoso assalto, restarono non poco gli Ongari commossi, & furono sforzati, col ritirarsi, dal luogo alla furia, gli ordini de soldati dalla fuga confusi, e sbandati, venivano la più parte dal fuoco sacrificati: Il Vaioda scompigliato, e perso l’Esercito, si salvò con lo scampo.

Ferdinando per si eggregia vittoria s’acquistò posto, e luogo: Per questa perdita non si smarì punto il Vaivoda, ma desiderando risarcire il passato danno, rimesso l’Esercito di nuovo dava occasione di batagliare.

Ma havendo gli Austriaci fatto nuovo impeto, à pena comminciarono la Zuffa, che nel primo assalto ruppero, e fugarono la seconda volta l’Esercito nemico, e quello ancor non credendosi vinto, volse la terza volta tentar la fortuna, & havendo ardire precipitoso d’assalire di nuovo l’inimico, gli riuscì conforme la prima, & seconda volta, perche fù rotto, e messo in fuga.

L'Esercito del Vaivoda ben quattro volte rovinato. Finalmente con animo ostinatissimo ritornò la quarta fiata in bataglia, ma veramente con vana pazzia, parendo più tosto un temerario tentativo, che una battaglia, si che l’Austriaco in quattro conflitti combattè sempre con fortuna prospera. La dove fù chiaro, haver per l’atterrate forze, il Regno dato luogo, ma per il valore del suggetto, ben si può dire che da quali si voglia aversa sorte non puote esser vinto.

Dunque il Vaivoda scacciati gli di lui presidij dalle Città, scorgendo esser ogni cosa caduta in mano del nemico, essergli mancati gli aiuti del Soldano ne quali speranzato haveva incominciata la guerra, persi miseramente gli Eserciti, ricevute si considerabili rovine, non restargli altra speranza di sostenere la potenza nemica, fù costretto con gli suoi ritirarsi nelle parti di Sarmatia in Polonia: fugato, e scacciato il Vaivoda, & liberato il Regno dalla di lui tiranide, Ferdinando con gran pompa, entrò nella Città Reale d’Alba, ove prima unto, ricevuta la Corona di [p. 324 modifica]S. Stefano,Ferdinando è coronato Re di Ongheria. fù dichiarato Re d’Ongaria, l’anno 1527. gli 3. di Novembre. Anna vien coronata Regina d’Ongheria. Il giorno seguente fù coronata Regina, Anna sua moglie, è tale dichiarata, con applauso della maggior parte de Palatini, ò primarij del Regno.

Il Trentino, creato supremo Cancelliero. In questo mentre, il Clesio richiamato, andò à Viena, qual altri chiamano Vilisbona, & alti Vrana, ove lasciati gli suoi bagagli, ratto con pochi si fece in Caretta condure à Buda, alla presenza del Re, dal qual fù con ogni dimostrazione accolto, e quella volta con giubilo di tutta la Corte fù creato supremo Cancelliero, dignità che è numerata la seconda doppò il Re, e come tale vien clementemente donata: Sapeva il Re benissimo, esser cosa da Prencipe grande, essendo dal Trentino stato da tante servitù, e beneficij stimolato, conferirli in ricompensa cose grandi, certo anco d’esser più dal medemo, che d’altri amato. Che se mai non volse mancare di beneficare, chi sperava gli havrebbon potuto con ogni fedeltà servire, è giovare, quanto doveva favorir colui, la cui fedeltà di già in tante occasioni haveva sperimentata, e che tanto s’era avanzato ne meriti, per gli moltiplicati serviggi, hormai prestatigli. In questo dunque, non in altri giudicò doversi impiegare quell’alta dignità del Cancellierato.

All’incontro il Trentino, à cui constava, non ritrovarsi arte, ne modo, officio più atto, e necessario nel render gratie, che un’animo pronto, è grato, conobbe esser suo debito, con abbondante misura reciprocare quanto haveva ricevuto, è remunerare anche dupplicatamente, quando potuto havesse, con le sue fatiche, ed impieghi gli favori ricevuti dal Re.

All’hora Ferdinando per ridurre in ordine, è stato tranquillo gl’interessi del Regno, ritornò à Strigonia. Scorse poi molti altri luoghi del paese, si che dalla venuta del Clesio, consummò due Mesi, nel visitar, e riconoscere le altre Città, e posti del Regno. Così passorono in potere di Ferdinando gli due Regni di Boemia, & Ongaria.

Aggiustate le cose, e visitato il Regno, ritornò in Boemia l’anno 1528. gli 12. Marzo, per confermar gli popoli, che novellamente sottoposti s’erano alla di lui giurisditione, in fedeltà. Congresso in Boemia. Ove commandò un general congresso, al qual convene gran moltitudine di gente, in cui esatamente si trattò di quanto conosceva essere conveniente per il buon governo di quel Regno: providde in quello ad ogni cosa necessaria, hebbe sempre in questi affari seco consultore il Clesio, qual in tutte le cose si portò con tal prudenza, [p. 325 modifica]e destrezza, nel comporre le difficoltà, si mostrò tanto indifferente, che ben diede ad intendere non essergli più a cuore gli interessi del Prencipe, che quelli delli Baroni, & altri di qualsivoglia conditione del Regno. Non favoriva in modo una parte, che paresse haversi smenticata l’altra, tutti quelli che à lui ricorevano, riceveva con ammorevolezza, è benignità, si mostrava à tutti favorevole, e ben inclinato, niun si partiva con mala sodisfatione.

Si rese à ciascuno di modo grato, che lasciava, partendosi, di se desiderio. Non si poteva ben discernere à chi più fosse caro, tanto era dal Re, e populi amato. Parendo à Ferdinando haver ridotti, (conforme richiedevan quei tempi) gli due Regni in buona tranquillità, e pace, andò à Viena, ove come s’aspettava, e desiderava da ottimo Prencipe, procurò principalmente effetuar con ogni diligenza, tutte quelle cose, che si potevano prudentemente stimar necessarie al buon governo delle Provincie à lui soggette, ma più singolarmente s’adoprò per destrugere, & anichilare la maladetta setta di quelli, che hora noi chiamiamo Anabatisti. S’era talmente questa, mentre il Re in cose esteriori stava trattenuto, dilatatta, & avanzata, che quando non s’havessero applicati opportuni remedij in quel principio, la Religion Christiana n’havrebbe sommamente patito.

Dieta in Spira. Prevedendo soprastare all’Austria, & Ongaria crudel guerra, passando molte Provincie, gionse finalmente l’anno 1529. li 13. Genaro in Inspruch, & amassò per tutto aiuti contro il Turco, per la cui speditione, sapendo esser necessarij grandi apparati, publicò una universal Dieta in Spira, al qual luogo gionto, dimostrò alli Prencipi Imperiali, che numerosi ivi convenero, in quanto pericolo posta sarebbe la Germania, quando quel potentissimo Tirano, antico capital nemico del nome Christiano, si fosse impadronito dell’Austria.

Che era necessario per resistere, e sostenere quelli suoi inauditi impeti, formar potentissimi Eserciti, che quando havesse penetrati gli confini Christiani, sapevano benissimo, havrebbe senza perdonar à piccioli, ò grandi, condizione ò sesso di persone, luoghi, ò Chiese, tutto mandato à fuoco, è fil di spada. Che se con ogni celerità, è prestezza non s’havessero mandati grossi soccorsi alli Austriaci, sarebbon stati miseri spettatori dell’esterminio delle patrie Provincie, quali avanti gli lor occhi sarebbero state esterminate, e distrute. Non eran quei scelerati per lasciarvi pur una sol casa, in cui all’occorrenze si potessero ricovrare.

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Che era necessario rimovere da confini lontano quel superbissimo Imperatore, che ciò poteva effetuarsi dalla sola forza, e valore Alemano.

Aiuti contro li Turchi. Furon da queste raggioni mossi quei Prencipi, considerarono di quanto danno, & irreparabil conseguenza sarebbe stato il comportare, che venisse da quel nemico occupata l’Austria, promisero aiuti, assicurando il Re, che gli havrebbe ritrovati pronti à qual si voglia cimentoso pericolo. Havendo ottenuto, (il che in quei pericolosi, e calamitosi tempi era necessarijssimo) l’aiuto de Prencipi Christiani, ritornò alla Città di Linzz, ove gli 14. Giugno hebbe d’Anna sua consorte, con di lui straordinaria allegrezza un figlio maschio, qual il Trentino, che sempre era à latto del Re, seguendolo in tutti quei viaggi, lavò, conforme il ritto Romano, nel sacro Fonte. Ferdinando figlio del Re. Al fanciullo Prencipe fù imposto il nome del Padre, Ferdinando.

Stando il Re sollecito, e sù l’aviso circa la venuta de Turchi, seco chiamati alcuni più savij antichi, frà quali uno fù il Clesio, qual stimava assai, per haverlo conosciuto pratico nel maneggio de negotij publichi, si portò à Ratisbona, anticamente chiamata Arroleriga, acciò ivi più commodamente potesse prendere parere, e consiglio per slontanare da confini il Turco. Di la eran gionti avisi, che questo Tirano haveva in pronto innumerabil gente, è con tutto il nervo, e grosso de suoi Regni, ratto si portava à danni dell’Austria, risoluto di rovinarla, è distrugerla.

Subito, come puote, in quella contingenza di tempo, consultato questo particolare, se ne ritornò à Linzz. Venuta dei Turchi in Ongheria. Ove con più certi raguagli si seppe, che il Turco haveva passata l’Ongaria, per restituire nel Regno il Vaivoda, poco avanti d’indi scacciato. Incontanente lasciando quelli parti del Regno, che senza grossi Eserciti non si potevan diffendere, fortificò, è presidiò quelli luoghi soli, che eran più atti, & più commodi à guereggiare, ed impedire l’inimico, acciò non penetrasse più oltre, providde parimente di tutte le cose necessarie, di soldati, ed armi Viena, la metropoli d’Austria. Indi havendo bisogno di più potente, è valoroso Esercito, per diffendere le Provincie, stesso col Clesio, qual mai permetteva nelli imminenti pericoli si scostasse da lui, & altri pochi, che compagni, è partecipi de suoi secreti, seco haveva aggiunti, in fretta passò in Boemia, di dove con mirabil prestezza, superate tutte le difficoltà de passi, tradusse un forbito, & florido Esercito, in tal guisa che pare incredibile, se consideriamo, che avanti [p. 327 modifica]l’arrivo del Re non era fatta alcuna preparatione, se ponderiamo la gran lontananza de luoghi solinghi, è recessi, d’onde da larghi confini eran venuti gli soldati, come che havesse potuto fin dall’estreme parti, e più interne solitudini del Regno, in si breve tempo unir si numeroso Esercito.

Conducendo dunque seco gli Boemi, e Moravi, giunse à Cremps, Castello dell’Austria, situato alla riva del Danubio, due giornate lontano da Viena.

Nel medemo tempo, anco Federico, Conte Palatino, con compagnie ausiliarie Alemane se ne veniva à corso, sopra il Danubio.

Esercito de Boemi contro i Turchi. L’Imperator dei Turchi, che à vista della Città di Viena, s’era accampato con le sue genti, inteso per spie gli grandi apparati di Ferdinando, come haveva ammassato un potentissimo Esercito, che il Conte Palatino con buon numero d’ausiliarij Alemani, gente tutta di buona nascita gli veniva in aiuto, e che già gli Capitani se gli avicinavano, deliberò partirsi, temendo non gli fosse impedito il regresso, e perche dimorando alquanto più nell’occupato posto, poteva essergli, con pericolo di rimaner escluso da proprij Regni serrato alla schena, frà le stretezze de Monti il passo non mancando all’inimico aguati, & imboscate. Quando poi havesse voluto, che gli Soldati stassero in Campagna frà gli loro squadroni fino alla Primavera correva pericolo, che dalla cruda staggione del Verno, circondati d’ogni intorno da giaccio, & alte nevi, congellati, restassero essanimati, overo, e ciò più d’ogni altra cosa temeva, che chiusi gli passi, per cui conducevano gli viveri, angustiati dalla fame, à tutti lor convenisse, fuori del proprio paese, miseramente morire: Partita de Turchi dall’Ongheria. per queste raggioni fece battere la retirata, è avanti gli comparisse avanti l’inimico si partì d’Ongaria, abbuggiò nel ritirarsi molti luoghi, molti mandò à fil di spada, altri à guisa di bestie legati gli condusse schiavi, in somma, conforme il lor costume, usarono inaudite crudeltadi.

La più scielta Cavalleria stava alla diffesa della parte posteriore dell’Esercito. La coda, che travagliata, & angustiata era dall’impeto di quelli, che disperati havevan poste le lor vite à sbaraglio per le crudeltà da quei barbari ricevute, non la colse senza notabil danno, e strage: imperoche quelli, che vedevano le proprie moglie, è figlioli condotti schiavi, ò gli cadaveri de loro domestici, distesi per terra, giacer fetenti, insepolti avanti gli proprij occhi, le lor case, che ancor fumeggiavano dalli passati incendij, le Città, e Castelli frà le rovine, le Ville, che ancor in più luoghi [p. 328 modifica]ardevano, infiamati dal dolore alla vendetta, assalirono improvisamente, da più parti quelli Barbari, che partivano. Alcuni combaterono alla scoperta da vicino. Altri furon adosso, à chi furtivamente usciti eran dalle lor insegne, affine di bruscare, necessitandogli lasciar l’impresa, si che trattarono, e pettinarono molto malamente l’inimico. Non faceva questi testa, non ardivano voltarsi à combattere, temevano haver gli Alemani alle spale, gli {Pt|ferivavano|ferivano}} fugendo, e quanto potevano, prohibivano gli Soldati dalli bottini, è rovine del paese.

Ferdinando havendo intesa la fuga, più tosto che ritirata del Turco, licentiò l’Esercito da lui ammassato in Boemia, e gli ausiliarij alle lor case, come se l’inimico da se fosse restato vinto. La partita di quel Tirano da Boemia fù l’anno 1529. li 15. d’Ottobre.

Il Trentino dopò molte fatiche ritorna alla Patria. Liberata l’Austria da tanta paura, e pericolo, il Clesio, che incontrò tutti gli pericoli per il Re, è ben publico, ne mai s’intepidì per qual si voglia difficoltà, e fatica, che havesse conosciuto poter essere d’utilità al Re, essendo da tanti affanni, e negotij molestato, ed afflitto, desideroso solevar un poco l’animo da si longhe occupationi, nel sostener tanti accidenti, tanti viaggi, tante difficultà de negotij, intraprese; quasi sopra le forze humane faticato, ritornò, ove era con grande desiderio, aspettato, nel grembo della propria Patria: ivi quieto, famigliarmente si godeva de vecchi suoi amici, cioè a dire delli libri, con quali bramava ritornar in gratia, era stato buon spatio separato da essi, pareva havessero fatto divortio, hora tanto tempo absente l’havevano revocato nella primiera consuetudine, è famigliar amicitia, non havendo però tralasciata la lor conversatione, quasi gli havesse havuti à nausea, ma depresso, & abbassato frà negotij travagliosi, & inquieti, quasi si vergognava, e senza qualche rossore non ardiva far à lor ritorno.

Non durò molto questa vacanza, che per grazia, & indulgenza gli fù concessa da Ferdinando, avengache restasse solo con gli suddetti suoi famigliari sino alla seguente Quadragesima, questo poco di tempo e non più libero da publici negotij.

Aliprando Clesio prende moglie. In questi giorni Aliprando Clesio, Nipote del Cardinale, vivendo unico di sette fratelli, prese per moglie Anna, della nobilissima famiglia di VVolgestain (devo usare abenche mal volentieri questi barbari vocabuli) castissima, è di gran virtù, è preggio, così volendo, & trattando il Zio.

Le nozze furon celebrate, con grandissima allegrezza, nel [p. 329 modifica]Castello Episcopale, molto sontuose, è con festa, fù questo tempo concesso tutto à sollevar, & allegrare gli animi, non si trattavano, non si rappresentavano, ne si facevano, che cose di giocondità, è gioia, tutto era festa. Mentre il Clesio si pensava d’haver terminate le sue publiche occupationi, hebbe aviso, convenirgli senza alcuna dimora andar à Bologna.

Era all’hora con grande, e formidabile armata gionto di Spagna in Italia, Carlo Re de Romani, è di già arrivato à Bologna, per ivi, conforme fù appuntato, esser coronato Imperatore. Per tal effetto Papa Clemente VII. con molti Cardinali s’era partito di Roma, è portato alla sudetta Città nello stesso tempo, che il Sulthano haveva invasa l’Ongaria. Gareggiavano in si solenne congresso frà di loro gli Prencipi di diverse nationi in far vanto delle lor grandezze.

Il Trentino, per il Re, si parte p. Bologna. Dovendo dunque il Clesio partire Ambasciatore per il Re Ferdinando, al Pontefice, e Cesare, fece la scielta d’alcune persone nobili nel proprio Vescovato, e principalmente nella Contea del Tirolo, qual s’haveva con frequenti favori obligata.

Questi comparvero tutti con quelli ornamenti, che ogn’uno può giudicare convevevoli in contingenza tale. Ciascuno fù instrutto con ogni magnificenza. Erano di nascita illustre, tutti Cavaglieri, guarniti di Colane d’oro superbissime, e in che pose ogni diligenza, segnalati nel trattar publici negotij, non conoscendo in questo alcun superiore.

L’insegne di costoro furon poi nel Palazzo, fabricato contiguo al Castello Episcopale, con lungo ordine dipinte. Volse in tal guisa restasse à perpetua memoria de posteri quella sua speditione d’Ambasciatore à Bologna, assieme col nobil seguito, e superbo di lei apparato. Di questi alcuni di già havevan dati segni non oscuri della lor peritia, è valore nel maneggio dell’armi, e quanto di loro ciascuno si poteva promettere. Altri versatissimi nelle lettere, havevan già conseguito il nome di assoluta Dottrina, ò (ch’è l’istesso) di Licentiato.

Huomini dottissimi nella Germania. Si ritrovano nella Germania molti soggetti di gran lettere, e di purgatissimo giudicio, da questi uscirono poi ben frequenti chiarissimi, è profondissimi volumi, di diverse materie ripieni, di modo che questi Heroi s’aquistarono appresso gli mortali gloria immortale, chi nel far beneficij, quali nel scrivere, chi con la spada, & chi con la penna.

In mezzo d’essi eminente il Trentino discese dalle Alpi, è per la [p. 330 modifica]strada di là dal Pò, gionse à Bologna. Quando si trovassero alcuni, che à quanto scrivemo non volessero dar credenza, vorebbe il giusto, che si adducessero in testimonio gli Veronesi, Mantoani, Ferraresi, & molti altri populi d’Italia, testimonij occulati di si grande spetacolo, quali viddero la longa ordinanza di quella Compagnia, che però passando il Prencipe Trentino per Città, e Castelli l’incontrarono, e riceverono nelle lor Città con universal applauso. Ammiravano tutti il grave, adorno, e modesto Prencipe, non si satiavano in contemplar quelle alte presenze, è superbi ornamenti di quei Campioni. Concorsero tutti di parere, chi niun Prencipe di quel tempo entrasse con tanta commitiva, con tali addobamenti, è degni, attorniato dalla scielta di si Illustri Cavaglieri al Pontefice in Bologna. Avicinandosi alla Città fù incontrato, per honorarlo come meritava da molti Prencipi, & Prelati di Santa Chiesa.

Il Trentino con grand’apparato entrato in Bologna. Cosi circondato, conspicuo à tutto il popolo, e che rapiva in se lo sguardo di ciascuno, fece la sua entrata in Bologna. Ove dal Sommo Pontefice, e Cesare fù con ogni benignità accolto. Non mancò esso di complire col Pontefice con la dovuta riverenza, e come la Pontificia dignità richiede, non tralasciando punto, trattando con Cesare, di quello si deve ad un supremo Monarca. Fece vedere, e campeggiare complimenti degni d’un Prelato, e pieni di sapienza, e fedeltà. Carlo in Bologna vien coronato. Il giorno prefisso fù coronato con le dovute, è solite cerimonie in tanto concorso de Prencipi, è popoli, Carlo Imperatore, il che seguì gli 24 Febraro, giorno di S. Matthia, l’anno 1530. Il Trentino, creato Cardinale. Havendo poi il Papa conosciuto, quanti pericoli, per la S. Chiesa Catolica havesse intrepido incontrati il Clesio, non lo giudicò indegno della Cardinalitia dignità. Che anzi per la riguardevole di lui fede, è singolar pietà verso la Religion Christiana, come benemerito di tutta la Catolica Republica, lo promosse à quell’eminente grado di dignità, senza alcuna discrepanza del Sacro purporato Colleggio, e che senza alcuno de si frequente stuolo de Prencipi reclamasse.

Riportò poscia egli tanta gloria, che se bene tutti gli altri Prencipi di dignità, è gloria conspicui, che di varie parte convenero à tanta solennità in Bologna, non sijno mai per andar in oblivione, il Trentino, però deve riportarne il vanto, questo il giusto vuole sij sempre nuovo, e frequente nelle bocche di ciascuno, & in ogni luogo devensi propalare le di lui opere preclare.

Havendo inteso Cesare quanto prima doveva portarsi in [p. 331 modifica]Germania, presa licenza dal Pontefice, ed Imperatore havendo prima passati gli dovuti officij di rendimento di gratie, ritornò alla Patria, per poter in tempo debito, dovendo il sudetto Imperatore passare per l’Alpi, e Monti Trentini incontrarlo, è dichiarargli quanto il suo potere havesse comportato, la di lui servitù; il che molto avanti previdde esser suo debito.

L'Italia pacificata. Parve in quel tempo fosse l’Italia restituita in pace. La Città di Firenze. Fiorenza, sola, di tante, come esclusa dalla lega, travagliava, & assediata, era di già ridotta alle strette.

L’Imperator Carlo gionge in Mantova. Cesare conseguito l’Imperial scettro, è Corona, vene à Mantova, ove fù da Federico Gonzaga, primo Duca della propria Città, conforme le di lui immense ricchezze, con ogni Imperial grandezza, albergato, & spesato nel proprio Palazzo. Poco poi drizzò il viaggio verso l’Alpi.

Havuto il Clesio aviso, che già avicinavasi à suoi confini l’Imperatore. Andò con tutta la nobiltà ad incontrarlo, ove con humile si, ma piena d’affetto, & allegrezza, oratione, che se ben in parole non era espressiva, ne poteva spiegare quanto havrebbe voluto, testificante però l’allegrezza del suo animo, accolse l’Imperatore, che veniva, e lo menò fino alla Città con applauso, e festa di tutti gli ordini, che lo seguirono.

L’Imperatore ricevuto dal Trentino Castello. Si fermò in Trento otto giorni, nel qual mentre in appartamenti, quanto gli fù possibile magnifici, e sontuosamente fabricati con lieto, è liberal animo lo servì, honorò, riverì, & spesò. Stimò per la venuta, & albergo d’un tanto grand’hospite, e Monarca rendersi immortale. Spese con cuore aperto quanto haveva in servitio suo. Non si reservò cosa alcuna, fece constare, che più non haveva forze, nervo, ne sangue: di modo che in questo principalmente, come in molte altre occorrenze si fece conoscere à Cesare. Ma essendo in Germania molti importantissimi negotij da spedire, quali anco toccavano la dignità publica, si pose Cesare in viaggio à quella volta, seguendo il Clesio, che molto grato gli era.

Fù di ciò avisato Ferdinando, qual poco avanti da Praga, primaria Città della Boemia, transferito a Linzz, d’indi servendosi de Cavalli nollezzini, accorse in freta ad incontrare il fratello, è benche per la difficultà, ed asperità delle strade, remesso il veloce corso de Cavalli, alle volte ralentasse il Camino, continuò però, giorno, e note il viaggio, è mutati per maggior prestezza le cavalcature, apparse à Cesare in tempo, venticinque miglia di qua [p. 332 modifica]d’Insprugh. Federico fà all’improviso un apparecchio all'Imperator. Frà la Villa volgarmente detta Sthona, & Hostaria, ò Datio nominato Inoche, situato in profonda, e strettissima Vale, serrata d’ogni parte, frà altissime cime de Monti, nel qual luogo poi ad instanza del Trentino, fù appesa una tavola di bronzo, in testimonio, è segno del sempre memorabil incontro di due invitissimi fratelli.

Dunque ivi quelli due gran Prencipi Christiani, e fratelli, insieme abbracciati si riceverono con inaudita, e vincendevol allegrezza, & passando avanti godevano l’un l’altro de mutui raggionamenti, giunti ove le mense eran alla reale preparate, s’assissero, poscia trattarono de lor negotij rilevanti.

L’Imperatore con il Re vengono in Insprugh. Questo fù a Cesare d’incredibil consolatione, che havendo fissati gli occhi ne figliuoli di Ferdinando, quali alla di lui presenza furon condoti, scorse in quella real prole, bellezza più che humana, e dicessi, che gli bacciasse, cascandogli in quel mentre dalli occhi alcune lachrime. Passato in questi giocondi complimenti un Mese, era gionto il giorno, in cui Cesare haveva publicato un Congresso in Viena, ove gli gran Prencipi dovendo andare, portati in Nave à corso secondo dal Fiume Isera, venero dalla Città di Monaco, anticamente detta Abudiaco, ivi dalli Duchi di Baviera, che sono nella Vindelicia furon con sontuosissimi convitti ricevuti, & accolti, poi per maggiormente sollevare gl’animi dalle publiche occupationi, si ricrearono con le caccie, dal che ne presero non poco diletto, Dieta in Augusta. d’indi si partirono per Augusta, gionsero il determinato giorno & ivi celebrarono la Dieta gli 20. Giugno, in cui avanti ogni cosa si disputò con ogni ardore, & con maggior energia d’animo, che giamai fatto s’havesse per il passato, circa la setta di Luthero.

Si disputa dell’Heresia Lutherana. Da tante dispute si conchiuse poco, ò niente, si vene à questa sola determinatione di differire la disputa, circa l’opinione di Luthero, sino al primo general congresso de Prencipi Imperiali, è frà tanto non si facesse alcuna innovatione della fede Christiana, il che poi non fù osservato.

Quanto alla marchiata contro il Turco, che fù la seconda cosa proposta in Dieta, fuori d’ogni suo pensiero, ritrovò gli animi assa inclinati, e pronti. Ivi in olre, molti Prencipi riceverono da Cesare feudi (per usar qui come in altre occorenze il costume, e gli vocaboli de legisti) è doni honorarij del Sacro Imperio. Vien dato à Ferdinando il possesso delle Provincie. Gli 5. Novembre consegnò Carlo al fratello, dandogli di quelle in persona, il possesso, tutte le Provincie, è luoghi, che gli eran [p. 333 modifica]toccati nelle divisioni, transferendo in quello ogni assoluta raggione. Ciò fù fatto con solenne cerimonia nel Castello in lor linguaggio chiamato Belempurgo. Non è questo luogo d’Augusta molto discosto, sottoposto alla giurisditione Austriaca, connumerato frà gli beni lor hereditarij.

Quindi deve à ciascuno esser chiaro, non potersi, conforme l’antichissima consuetudine dell’Augustissima Casa d’Austria, prender il scetro, è possesso di quelli Stati, fuori del distretto de medemi. E necessario pigliarlo in qualche luogo al di loro dominio sottoposto, Il che con gran solennità & universal allegrezza fù osservato, & esequito.

Spettaco Cavalieresco. In questa cerimonia furon fatti Tornelli di diverse sorti. Concorsero gli primati sopra ben abbrigliati, è guarniti Cavalli di reggij ornamenti adorni, rappresentarono in mille guise la pugna, è corso equestre, da soli Cavallieri praticata.

Le Provincie, che à Ferdinando toccarono, ciascuna haveva il suo Capitano, ò Alfiere, tutti nati d’Illustre lignaggio, e come altri spiegarono ogn’uno le sue, Aliprando Clesio nipote del Cardinale inalzò, uscito in Campo la bandiera della Contea Tirolense.

Congresso in Colonia. Finalmente si trattò dell’eletione di Ferdinando in Re de Romani, il che, conforme desiderava, non havendo ivi potutto ottenere, si transferì in Colonia Agrippina, Città grande, è richissima, presso il fiume Rheno, ove con maggior calore fù questo particolare praticato gli 27. Decembre 1530.

Era Cesare assai sollecito per la dignità del fratello, giudicava suo debito haver il fratello, primo doppò la dignità Imperiale, e come più prossimo di sangue, stimava esser ogni dovere, che gli sedesse anco il più vicino. Vedendo gli animi de Prencipi, ordinò, che in negotio tanto dubbioso fossero le raggioni di Ferdinando acutamente con ogni solicitudine diffese, da quali specialmente n’era stato commessa questa carica, acciò l’ambito scettro Imperiale, per lor negligenza non fosse transferito in estranei. Nel qual interesse molti altri impiegarono ogni sapere, è potere. Affaticandosi fino alli sudori.

Ragionamento del Trentino per l’elettione di Ferdinando in Re de Romani. Il Trentino però fece quella volta pomposa mostra del suo valore, abbracciò egli la carica con tanto ardore, è cuore, che atterì, e confuse quelli, che havevano ardire di persuadere il contrario. Ferdinando non ne riportava al certo la vittoria, per l’opinione contraria de molti, che alla lor parte havevan tirate le volontà d’alcuni, se il Trentino con ben ordito, & opportuno [p. 334 modifica]raggionamento, non havesse confirmati gli dubbiosi animi de molti. Usò tutta la diligenza, conseglio, e fatica, impiegò tutto l’ingegno, e l’auttorità, s’adoprò con ogni fedeltà, è constanza, in somma pose ogni spirito, e quanto di virtù annidava in quel campione, per ridurre à bramato fine questo importantissimo interesse di Ferdinando, ed in conseguenza di tutta la Serenissima Casa d’Austria.

Perloche ne riportò molte accuse, parte scoperte, e parte figurate, ed oscure. Con tanta veramente vehemenza d’animo disuadeva, ed in mille maniere, sino al porgli terrore sconfortava tutti quelli, che ostinati, haveva scoperti contrarij nel concorrere, à pro di Ferdinando, che tutti gli aversarij deposta ogni speranza, e contraria attione; convinti cessarono dal primo proposito. Piegò in tal guisa il negotio à favore di Ferdinando.

Fù eletto egli, il che non si puote ottenere nella Dieta d’Augusta, dalle voci di tutti gli Elettori, fuori che di Federico Duca di Sassonia. Niuno degli altri essendo discrepante. Seguì quest’elettione gli 5. Genaro 1531. mercè, che il Clesio favorì sempre, è pertinacemente diffese la giustissima parte Austriaca. A cui come anco nelli altri affari mai mancò consiglio, arte, prestezza, fatica, ne mai in qual si sia pericoli perdendosi d’animo. Ferdinando vien coronato Re de Romani Hor restava solo che Ferdinando, già dichiarato Re de Romani, fusse conforme l’antico costume coronato.

Per tal effetto l’Imperatore, col Trentino, conforme fù approvato, & altri molti Prencipi, convenero in Aquisgrana. Ove osservate canonicamente le cerimonie, di Ferdinando, (che con grandissimo apparecchio di Cavalli, e tutte l’altre cose necessarie, era uscito in campo menando Carlo il Cesare la reggia pompa, circonstando il Clesio, & altri Prencipi Imperiali, impostagli in capo il diadema di Carlo Magno, che ivi con ogni diligenza vien custodito, conforme l’antica consuetudine,) fù coronato.

Spedite felicemente queste cose, che tanto importavano, l’Imperatore si portò in Fiandra, Provincia congiunta col Mar Oceano; il Re de Romani alli suoi Stati, e gli altri partirono per altrove. Il Trentino s’avviò verso il suo Vescovato, ove per qualche giorno stete in grave, e pericolosa infermità, causatagli da tanti disagi e fatiche, patite ne passati affari. Risanato che fù, avengache per la indispositione del corpo ancor debile, ed infermo, godeva però, della quiete, da longhi, è disastrosi viaggi acquistata: ma perche viveva zelantissimo, & ardentissimo [p. 335 modifica]dell’integrità della nostra fede, è desiderando quella, quasi al tutto caduta stabilire, Il Trentino preferisce la commune salute alla propria. hebbe più riguardo alla commun salute de Christiani, che alla propria: senza aver punto consideratione alli proprij commodi si mise di nuovo in lungo pelegrinaggio, Andata del Trentino in Boemia. prese il viaggio per Boemia; e alla presenza di Ferdinando à pena fù gionto in Praga, quando da Cesare che all’hora si ritrovava in Brusselles, Città della Fiandra hebbesi ordine, che tutti gli Prencipi dell’Imperio dovessero per la festa dell’Esaltatione di S. Croce, giorno da lui stabilito convenire, & adunarsi in Spira à nuova Dieta.

Dieta di Boemia. Mentre s’andava avicinando il giorno della Dieta (cosi chiamano gli Germani gli generali Congressi) haveva il Re determinato fermarsi in quel Regno per confermarlo, & comporlo in buoni ordini. Ma in un subito fù la Città di Praga oppressa da si crudel peste, che sbigotitto si trasferì incontanente in Brudbiero, (dove parimente andò il Clesio) Castello due giornate lontano dalla Città. Di già uno de suoi famigliari, tocco dalla peste vi haveva lasciata la vita.

In questo luogo terminò più commodamente il Congresso che in Praga per il contaggio, non puote proseguire. Andarono poi à Linzz; per dar anco in quella Provincia opportuni ordini. Approssimandosi il giorno constituito della Dieta in Spira, passando per il Ducato di VVintemperg gionsero à Statgardia, Città principale di quel paese, ivi pensò il Re di riposarsi alquanto, si per provedere, presente, ad alcuni bisogni di quel luogo, dal qual per buon spatio di tempo era stato absente, come anco per ricever ordini, è nuovi avisi da Cesare, qual ancor non s’era partito da Brusselles.

Ma essendo di già passato il determinato giorno del Congresso Imperiale, dubbitando, che per l’absenza di Cesare non si disfacesse la Dietà, è gli Prencipi tutti si partissero, s’avanzò à Spira, e significò à Prencipi della Dieta di già arrivati, esser gionte lettere di Cesare che contenevano di dover esser aspettato.

Passati dodeci giorni arrivarono à Ferdinando nuove lettere de l’Imperatore, avisarono queste, che per le molte occupationi, è qualche sua indispositione impedito non haveva in tempo conforme haveva pensato, potuto venire, & esser presente alla Dieta; Che perciò haveva giudicato differirla sino alla festa de’ trè Re dell’anno 1532. in Ratisbona. Ciò inteso furon licentiati gli Prencipi.

In questo tempo crebbe tanto il male della pestifera setta di [p. 336 modifica]Luthero, & la licenza de molti altri, che d’ogni canto in Germania oppugnavano l’istesso Christo, che gli Religiosi eran sforzati ribellarsi dalla Chiesa di Dio, ò prendere perpetuo bando, si dilattò serpendo questa machia, è vitio sino alli Svizzeri, causa che frà di loro nacquero molti tumulti: Zvvinglio Heretico. Si divisero fra di loro in fattioni, e ne seguirono, non perdonandosi gli paesani l’un l’altro la vita stessa, fatti d’arme, tanto successe per la malignità di Zvvinglio, inventore di tante sceleragini, e auttore d’ogni perfidia. Svizzeri divisi in fattioni. Havendo quella gente solamente tredici giurisditioni, quali essi chiamano Cantoni, si divisero frà di loro. Otto si ribellorono alla Chiesa Romana, abbracciando, & temerariamente diffendendo l'iniqua Dottrina di Zvvinglio,negando con ogni impietà l'Augustissimo Sacramento dell'Altare, stimarono vano quello che nell'ultima cena fù dal nostro Redentore instituito, vituperosamente sforzandosi annullar, e biasmare,l'antiche cerimonie della Chiesa Catolica, dall’auttorità, ed instituti di tanti huomini Santi approvate: Svizzeri Christiani. l’altri cinque Cantoni, ò Ville, ò giurisditioni abbominando, & esecrando gli novi ritti delle cose Sacre, proseguivano con ogni constanza à celebrare, conforme l’antico costume della Chiesa Romana, & in modo vivevano, che puotero essere sturbati dal vero culto Divino, erano però giornalmente da Zvvingliani provocati, & con varie vituperose villanie, oltraggiati, havevano preocupati gli passi, & così impedito gli liberi transiti de viveri alli buoni, che rettamente vivevano, conforme l’antica, è vera Religione Catolica, à fine che questi vinti dalla necessità, predominati dall’impatienza di più patire, si risolvessero al partito Zvvinglio, risoluti, quando ciò non havesse giovato, d’intimarli à nome di tutti perniciosa guerra, con fermo proposito di destruggerli, & mandargli à fil di spada, ò violentemente trargli alla lor setta. S’haveva di già fatta la scielta d’huomini di militia, diedero segno che poco potevano più differire il lor odio, stando in procinto di dargli la fuga.

Gli Christiani da tante calamità, ò miserie oppressi, non potendo sopportare più oltre il bisogno naturale, convenero in concilio à lor rimedio publicamente intimato, e consultarono in quello, cosa s’havesse in tanto pericolo da fare. Svizzeri Zvvigliani. Considerarono, che gli Zvvingliani erano in numero, è ricchezze superiori, è che in tal guisa la sua causa non poteva molto andar in longo, che sarebbono stati constretti soccombere, col morire, mancando di fame per penuria di viveri, doppò haver con gli proprij occhi [p. 337 modifica]visto ardere le Ville, e le case, come le altre fiate fù fatto, sarebbono stati constretti abbandonar la Patria.

Gli pareva però cosa vituperosa, che la gente Svizzera (altrimente valorosa) fosse necessitata, à guisa di stupidi armenti, lasciarvi senza risentimento frà gli proprij muri la vita, e per paura scacciati, dal loro paese girsene con discredito vagabondi, e fugitivi.

Perloche spontaneamente, ancorche huomini valorosi, ne tempi passati, à forza abbandonando le lor proprie seddi, venero altrove, con lor somma gloria à conseguire Imperij.

Quando havessero voluto competere, erano pochi quelli, è poveri; gli Zvvingliani, che potentissimi si ritrovavano nel primo assalto, senza difficoltà havrebbon oppressi, è superati gli veri Christiani.

Venero donque in parere d’abbandonar le bramate case, partirsi, dar luogo alla fortuna, non havrebbe (dicevano) in Italia alli Christiani mancato luogo.

Gli più coraggiosi dall’altro canto, è quelli che havevano un animo intrepido, da vero Svizzero, contendevano non doversi partire, esser necessario restar alla diffesa delle proprie habitationi, apportavano, esser cosa indegna di soldato, non che di Capitano Christiano in non star preparato à qual si voglia strano accidente, giudicarsi da tutti gran pazzia il lasciare ò permetter sijno abbruggiati gli proprij tetti, con tanti dispendij, è continue fatiche fabricati, à conservatione delle lor stentate vite. Che volendo per lor disgratia la sorte, giongessero à termine estremo, à segno che non gli resti più scintilla di speranza per lor salute, volevano quella volta più tosto, come sempre fù proprio de Svizzeri, decidere con l’armi in mano la causa, che con perpetuo vituperio, contra l’antico lor valore fugitivi, è timidi levarsi dalle proprie stanze.

Si conoscevano à Zvvigliani di numero, non di virtù inferiori; e per esser eglino seguaci della dottrina di Christo, la riverivano, e si persuadevano che non sarebbon da lui abbandonati, non esserci che dubitare, combatendo sotto si potente è fidel Capitano. Portando il caso, che in niun modo dobbiamo presumere restassero di vita privi, sarebbon con una migliore stati vincendevolati.

Gli nostri nemici seguono un huomo malvaggio, che havrebbe indubitatamente condotto gli suoi seguaci in manifesto precipitio. Quando gli Christiani n’havessero riportata vittoria, [p. 338 modifica]sarebbe stata gloriosissima, e miracolosa, che pochi superino molti è cosa Divina, tutte le nationi havrebbon inarcate li ciglia, vedendo, che pochi habbin fugati, è sbandati numerosi. Che poi occorrendo cader in bataglia dalla crudeltà della moltitudine d’huomini perversi, sarebbe lor stata una morte gloriosa, per Christo.

E necessario questa volta spiegar l’insegne di Christo, la bandiera della Croce, combatteremo sotto la condotta di Christo, l’havremo in nostro favore, sù abbracciamo con ogni coraggio questa bataglia, la proseguiremo sotto gl’auspicij di Christo, sarà diffensore del di lui proprio honore, non è che dubbitare, si sono questi maledetti in di lui vituperio troppo inoltrati.

Intesa la ferma costanza de Christiani. Gli Zvvigliani entrarono con l’armata gli confini di Christiani, destruggevano, e depredavano le Terre, e Campagne, in somma ogni cosa dilaceravano, & hostilmente rovinavano. Gli Christiani implorato l’aiuto di Christo, è suoi Apostoli, mandata avanti, e spiegata l’insegna della Croce, con constante, e coraggioso animo si portarono in bataglia, contra l’inimico, è venuti alle mani, travagliavano, è constringevano, senza smover il piede, gagliardamente l’inimico, fù la bataglia per buon spatio di tempo, d’ambe le parti attrocissima, finalmente gli Zvvigliani, ricevuta grandissima stragge, furon costretti darsi allo scampo, quali poco poi; rimesso l’Esercito, sotto gli auspicij del lor malvaggio Capitano, rinovarono la bataglia, ma à pena comminciata la prima zuffa, superati furon messi in fuga.

All’hora Zvviglio, vedutosi la seconda volta superato, ed haver con sua così poca fortuna combatutto, giudicò suo debito con un raggionamento infiammare, & rincorare gli animi de suoi seguaci.

Ascese per tal effetto in un ben vecchio, & annoso rovere, & d’indi comminciò con grand’ardore la sua predica, accendendo più che mai gli cuori di quei infelici, à nuova giornata, gli assicurò, andando la terza volta alla pugna, della vittoria.

Gli Zvvigliani tre volte vinti in battaglia. Quelli più che ardenti, e accesi con maggior ostinatione di prima precipitosi, ravivate, è raccolte tutte le lor forze, andarono ad assalir la terza fiata gli Christiani. Ma ne restarono anco questa volta da Christiani superati in bataglia, è con maggior lor danno di prima sbandati, è posti vituperosamente in fuga. Il [p. 339 modifica]lor meschino, Zvviglio trafito muore. è miserabil Capitano, che di lontano chiamando Dio in testimonio, gridava protestando, che gli suoi combatevano per la vera fede, non sò da qual virtù, mi giova credere per Divin valore, trafitto, cadè dall’arbore mortalmente ferito, & il di lui corpo fù ritrovato frà gli altri cadaveri, e perche venne riconosciuto indegno di riposarsi in quella terra, qual con civili, ed intestine discordie haveva travagliata, e con tante straggi d’huomini insanguinata, machiato in oltre d’heresie, & mill’altre sceleragini, fù, per esser ridotto in ceneri, donato alla voraci fiamme di ben ardente fuoco.

S’assicurarono da cotal esempio gl’altri, che Christo mai havrebbe mancato alli suoi fedeli, che virilmente havessero per la sua Chiesa combatutto.

Gli Zvvingliani conosciute le lor forze, dalle passate rovine indebolite, hebbero con lor scorno, è danno per gratia di ricevere dalli vincitori conditioni disavantaggiose, & inaspetate, purche havessero la pace, come in guisa tale facilmente l’ottenero.

Concilio in Insprugh. Mentre gli Svizzeri fra di loro così contendevano, il Re Ferdinando, col Clesio, & altri Prencipi erano gionti in Insprugh, ove tenuto publico concistoro de primati, trattarono de diversi publici negotij, principalmente fù in quello determinato il modo di reprimere la rabbia delle nationi barbare, contra la Christiana Religione, che tutti gli popoli dell’Austria inferiore d’indi fussero tenuti con l’armi diffendere reciprocamente se stessi, e le Provincie, occorrendo, che il Turco havesse tentata qualche invasione, contra gli Christiani.

Convito del Trentino in Insprugh. Terminate queste cose, che parevano necessarie à diffendere gli Stati Regij, il Clesio honorò tutti quei Prencipi con sontuoso, è solenne convitto, non mancò in quello cosa desiderata à reggio banchetto, fece conforme che il suo alto animo lo spronava, essendo sempre stato munifico, e splendido. Non havrebbe il medemo Imperatore potutto soverchiarlo, basta il dire che non vi fù, chi lo potesse censurare; fece non è dubbio in molte altre cose spicare la sua munificentia, è liberalità, fù però specialmente conosciuta in questo convitto. Restarono tutti quelli Prencipi attoniti, ordinosi ogni cosa non altrimenti che da un Salomone con ogni buon ordine. Non sarebbe bastevole à celebrar le puntualità di quello il poco tempo, che habbiamo di recreabil ocio, che perciò me la passo in silentio, è ritorno al primario intento. Ancorche fosse stata nuovamente prorogata la sudetta Dieta alli 17. [p. 340 modifica]Aprile, risolse ad ogni modo il Re, concorrendo di parere con il Clesio, prevenire il tempo, è portarsi anticipatamente à Ratisbona, giunse colà circa il principio di Marzo, sopravenne il giorno seguente, & andò ad incontrarlo l’Imperatore.

Sparsa per le Provincie della Germania la venuta dell’Imperatore, convenero in breve spatio di tempo à quella Città diversi Prencipi, di diversi gradi, e conditione.

Dieta di Ratisbona. Gionto il giorno prefisso dimandò Cesare due cose, aiuto contra il Turco, che per certi avisi haveva inteso fosse per ritornar sotto Viena, è qualche rimedio, quando s’havesse potuto haverne, contra Luthero; haveva proposto por ogni sforzo contro quella fatione, per ridure tutta la Germania alla vera fede Catolica.

Di già quella scommunicata setta per la crudele persecutione, fatta ne superiori i passati anni, e ne’ veri servi di Christo, più licentiosamente mostrava il suo veneno, è pareva volesse assolutamente soverchiare, è assorbire la vera Religion Catolica.

Incontanente fatta mentione di Religione, quei Prencipi con gli occhi, e volto turbato diedero segno di voler dir il lor parere, mostrando così haver inclinatione spiegare, in ogni modo, quanto in ciò sentivano. Ma essendo per il medemo interese il Re stato richiamato, avanti che ciò si terminasse in Ratisbona, nella Boemia, sospeso quanto s’haveva à terminare da quei Prencipi, differirono questo tratatto. Lasciato che in sua vece agitasse gli regij negotij il Trentino, posciache non conobbe in quel Congresso alcun più atto, à cui potesse confidare la sua Real riputatione, è dignità, ne che fosse con maggior fedeltà, e prudenza per condure avanti gli suoi negotij, oltre che era dall’uso, & antica consuetudine il più pratico, e che benissimo conosceva le famiglie, costumi, è genij de Prencipi Imperiali.

Andato il Re à Praga, havuta che hebbe una congrega de principali di quel Regno, & terminato il tutto, conforme il suo desiderio, ritornò à Ratisbona. Convito del Trentino in Ratisbona. All’hora il Trentino, come poco avanti fece in Insprugh, convitò tutta quell’adunanza de Prencipi, che di diversi, è lontani paesi colà chiamati s’eran portati alla Dieta, fece parimente in questo convitto conoscere la sua grandezza, e liberalità; non vi mancò cosa, che potesse desiderarsi, à banchetto di tanti personaggi convitati, ne risparmiò à spese, essendo d’una reggia persona degno.

Seguì in ciò l’opinione delli Antichi, dicevano questi, che gli convitti inducevano la vera congiuntione della vita, le vere [p. 341 modifica]amicitie. Accolse poi, e ricevè ciascuno con tanto affetto, dimostratione, ed allegrezza d’animo, che non meno fù stimata piacevole, benigna, & amabile natura del Prencipe, che ciò, che haveva nelle mense in grande abbondanza somministrato il danaro. Il Trentino à tutti gratissimo. In questo convitto fece costare, chi era il Clesio, l’unico amato, desiderato, è caro alli Germani, Boemi, Ongari, Dalmatini, Crovati, Austriaci, Italiani, e à tutte le persone di qual si voglia grado, ò conditione si fossero.

Il Trentino amato da ogn'uno L’istessi Lutherani, quali (essendo ciò suo particolar instituto) sempre in ogni Imperial Dieta con publichi, & aspri raggionamenti contrastava, oppugnava, incessabilmente perseguitava, lo riverivano ad ogni modo, & bramavano la di lui conversatione; si che si vedeva chiaro esser non solo da chi esso amava, ma non sò con qual, dirò divino favore, da quelli parimente, che haveva in odio, amato.

Fù in lui, ò mirabil cosa! (e senza qualche sospetto d’adulatione quasi non si può ne dire, ne scrivere) che essendo tanto diversi gli costumi, è genij delli huomini, onde alcuni desiderosi di dottrina, desiderano il sol piacere dell’anima, altri seguono solamente gli gusti sensuali, altri non si dilettano, che nelli militari essercitij, & altri variamente, conforme il lor diverso affetto, gustano d’altre cose diverse; il Clesio in tanti negotij occupato, conversando famigliarmente (come accade) con nationi diverse, stando quasi di continuo, è praticando nel mezzo delle Corti de gran Prencipi, ove le mormorationi odij, & invidie han il predominio, & l’orecchie di ogn’uno facili, & aperte, havendo non pochi per gli interessi del Re contrastati, molti (conforme il suo costume) accerbamente ripresi, senza perdonarla fuori dell’ordinario ad alcuno, ad’ogni modo in tanta moltiplicità, è varietà de negotij non si provocasse l’inimicitia d’alcuno. Che anzi (e par cosa incredibile) particolarmente in questi tempi, che secolo si può dire sterile di virtù, da ogn’uno sempre più era amato, stimato, e riverito, di modo che bisogna conchiudere mai esser stato posseduta da alcuno natura più facile, è che più s’accomodasse alli costumi d’ogn’uno. Amorevoli, e benigni costumi del Trentino. Non si scorgeva in lui segno di doppiezza, si mostrava à tutti libero, ciascuno gli poteva penetrar il cuore, lodava, ò biasimava, conforme meglio gli pareva. Non si sentì mai, che appresso gli Re infiamasse con secrete imposture alcuno, che non lo sapesse, spiegava (occorendo) l’animo suo apertamente: Manco lodò giamai in publico chi si fosse per poter, come altri [p. 342 modifica]fano gabbare, reso dalle espresse lodi incauto il fratello. Volsero molti, che gratia si singolare da lui procedesse, perche nelli negotij, quali continuamente haveva alle mani, teneva il solo sguardo alla virtù, per se stessa amabile, & alla verità, qual alla scoperta con ogni intrepidezza esso diffendeva. Contendo in oltre, che principalmente quindi fosse il Clesio amato, che come la bellezza del corpo, con proporzionata compositione de membri (qual in esso scorgono) eccita, è diletta la vista, in maniera, che tutte le parti con certa tal gratia frà di loro vedasi corrispondere, così la dispositione, è consonanza della vita, la costanza dell’animo, il regolato parlare, ed operare in tutte l’attioni, cose tutte che privileggiate risplendono in questo Prencipe, habbino sforzato coloro con cui praticava, a celebrarne gli applausi.

Doppo haver tutti quei Prencipi convitati, & con ogni piacevolezza, e benignità accolti, dato fine al convitto, ritornarono in Congresso. Gionge l’avviso della venuta dei Turchi. Ove, mentre passavano il giorno in lunghe dispute, arrivò aviso, che il Soldano, Imperator de Turchi era in arme, e che di già con grosso Esercito s’era partito di Costantinopoli per Ongaria, il che fù l’anno 1532. la festa di S. Giorgio.

Ogni qual volta quel Tirano è per uscir in Campagna, seguendo l’antico costume de suoi antenati, fa la marchiata in quel medemo giorno, come più opportuno alli negotij militari.

Subito havuti questi nuncij, come se fosse gionto il formidabile, è lachrimevol giorno à danni di tutta la Christianità, fù conchiuso in Concilio, che tutte le squadre ausiliarie, quali, in somiglianti occorenze è tenuta la Germania contribuire, fossero drizzate, e condotte à quella guerra.

Volse Cesare, che queste incontanente andassero alla diffesa di Viena. In quel punto quelli gran Prencipi, che nell’essercitio militare havevano sin dalle fascie conceputi spiriti non ordinarij, ancorche paresse, che gl’altri fossero atteriti, questi da niun pericolo, punto commossi, si preparavano con mirabil constanza d’animo à sostenere gli impeti di quel potentissimo nemico.

Apparecchio militare contro li Turchi. L’Imperatore di Spagna, Italia, e tutta la Germania, il Re de Romani, di Boemia, Ongaria, è Stati hereditarij, formarono in breve tempo fortissimi Eserciti. Molti furono che à loro spese mantenevano compagnie de soldati, altri contribuivano spontaneamente viveri, & altre cose necessarie per la guerra, & altri di loro libertà non temevano incontrare, per diffesa della fede, evidenti pericoli. [p. 343 modifica]

Frà quali il Clesio (tanto stimando esser suo debito) oltre gli soliti aiuti, che come Prencipe dell’Imperio diede all’Imperatore, seco in guerra à proprio soldo condusse ducento Cavalli, benissimo, con varie foggie d’armi guerniti, mantenendogli sempre, fino à guerra finita con la propria borsa; non potrà forsi ad alcuno parere cosa credibile, che questo Prencipe spesase tanto numero d’huomini valorosi, e sostenesse eccessive spese, e pur oltre questo manteneva nel Fiume Danubio una ben grossa barcha oneraria dentro à piano alveo fabricata, è piena di diverse cose de viveri. Questa per il corso del Fiume faceva tanta navigatione di giorno in giorno partendosi per la guerra, quanto viaggio facevano gli Cavalli per terra.

Che il Trentino siasi esposto a molti pericoli per la fede. In questa santissima speditione contra gli nemici di Christo sopportò con animo si lieto gli inauditi disaggi, e parimenti, quanto mai facesse altra cosa di suo proprio gusto. Dal gran calore, e zello del Divin culto spento, era sempre pronto per esporsi à qual si voglia manifesto pericolo, non haveva alcun riguardo alla sua età, che già piegava alla vecchiezza, non curava la propria sanità, spregiava qual si voglia dubbioso incontro: Che il Trentino habbi molto operato per la Christiana Republica. e accadendo dover combattere, non temeva penetrar per mezzo delle squadre nemiche, per diffendere in tal guisa coraggiosamente la causa della fede Christiana, & l’honor del nostro vero Salvatore, ò per l’istesso Dio, e Prencipe suoi naturali, con mille ferite procacciarsi gloriosa la morte.

Sarebbe (diceva infamia) che esso il quale più volte in altre occorenze haveva abbracciate, e ridotte à desiato fine più espeditioni, piene d’innumerabili pericoli, contra l’Austria, e altre Provincie, hora richiedendo Ferdinando il suo aiuto, & opera se ne stasse frà gli aggi di casa neghitoso osservando da lungi sicuro le communi rovine, mentre la Città di Dio attorniata, stà per esser assorta dalla rabbia di quel fiero nemico, con implorar aiuti da quelli specialmente, che nel proprio grembo haveva nodricato.

Per questo giudicò suo obligo, in tanto di lei estremo bisogno, rendere con ogni prontezza, costanza, ed impiego di forze, quanto era tenuto, massime, mentre quasi esangue da tutte le parti era combatuta, e ridotta à segno, che di già si scorgeva quasi sobissata nel più profondo de pericoli: perloche se non s’havesse combatutto con ogni valore, e coraggio, pareva naturalmente non potersi più sostenere.

Nostro Signore mai l’abbandonò, ne mai l’abbandonarà [p. 344 modifica]permette le borasche, è à tempo provede de remedij, è fondata sopra troppa soda pietra; Vero è, che altre tre volte, poco tempo avanti, il Soldano Imperatore de Turchi, mosse guerra alli Panoni, quali hoggi con altro nome chiamano Ongari. Mai ricusò il Trentino d’andar tutte le fiate ad affrontar quel capital nemico della Chiesa Christiana, è per la fede fece opere di maraviglia Questa ultima però fu sostenuta con molto maggior pericolo.

Si fece quel Tirano nell’ultima speditione vedere senza comparatione con maggior numero de Cavalli, & Fanti delle altre volte passate, dicesi venisse all’hora ad invadere la Christianità con circa cinquecento milla armati, si che tutti gli Christiani restarono da tal fama attoniti, e ripieni di gran spavento.

I Turchi entrano nell’Ongaria. Di già quella crudel bestia, che empiamente rotti gli patti, è tregua giurata, haveva nuovamente riprese l’armi contra gli Christiani, è superate tutte le difficoltà de luoghi, era penetrato, doppo lunghi viaggi in Ongaria, è perchè alli confini non gli comparve alcuna Ambasciaria, ò Trombetta, per maggiormente travagliare, è debilitare gli Christiani, mandò à saccheggiare quelli contorni.

Esso mandava tutto à fuoco, è ferro, havresti d’ogni intorno veduto incendij. Mandò avanti Imbraino frà gli muri molto prudente, è frà le squadre in Campagna Capitano di gran valore, con parte delle genti à Ginzzo, così volgarmente detto, Castello discosto da Viena quaranta miglia, commandandogli, che la primo assalto, restando superato, e preso, lo spianasse, à fine, che dalla ruina di quello, spaventati gli altri Castelli di quel tratto, è paese tutti si rendessero, e venissero con le chiavi in mano prostrati, à chiedergli mercede, e remettersi nella di lui discrettione

Haveva inteso, che quel posto non era molto forte, da una sol fossa fatta in fretta circondato, da un’ordinario argine diffeso, le Porte da poca soldatesca custodite, gli bastioni dalla bassa, & inesperta turba, che dalle circonvicine Valli, e Monti con moglie, e figliuoli dalli tumulti bellici spaventata (come suol avvenire in simil contingenze) à salvamento si ridusse, difesi.

La Città di Ginzio vien oppugnata. Gli Turchi più di dodeci volte con grand’impeto gli diedero l’assalto, sforzandosi à tutto potere superar l’argine, altre tante con lor notabil danno, è stragge furon regettati.

Stavano quelli sottoposti à tutte le percosse sotto gli assaliti. Non cadeva da questi dardo, saeta, o sasso senza ferire, ogni colpo [p. 345 modifica]riusciva con effetto, molti percossi dalle pietre, sbandati dalle pertiche, ricadevano in terra, si che in queste straggi si riempì la fossa de corpi morti.

Quindi Lambraino, stimando non essere bene, ne dover egli frustatoriamente consumare il tempo, levò d’indi doppo venti giorni l’assedio, senza haverlo potuto occupare, è remesso l’animoso impeto d’indi partì, avampante di colera. Questo fatto causò in quelli disperatione ad imprese difficili, rincorò gli nostri alle vittorie.

In tali contingenze il Trentino dall’intime cariche assonto, allo stesso cuore del Re, con puochi suoi famigliari, più spediti, per commandamento del medesimo si portò in Insprugh alla Regina Anna, sua consorte, per esporgli ambasciata di non poco momento.

Frà tanto l’Imperator de Christiani Carlo, col fratello, Re de Romani, andarono à Linzz, per por gli Soldati, che ivi sopra il corso del Danubio giongevano, in ordinanza, acciò più commodamente potessero d’altre parti procaciarsi aiuti, è con maggior facilità ridurre à fine quanto in Dieta era stato determinato.

Mentre si stava in questi preparamenti; giunse il Clesio d’Insprugh dalla sua ambasciaria, qual con ogni puntualità haveva, conforme il desiderio del Re, esseguita, à Linzz.

L’Imperator Turco, à cui per ancora non era esperimentata, ne nota la virtù, è valore de Christiani, stimò ben fatto persuadersi, che l’Austria facilmente, & in breve sarebbe venuta in di lui potere, è quello che non haveva potuto prendere un Casteluzzo, da soli Villani diffeso, pensava impadronirsi di Viena, Città presidiata di valorosi Capitani, & cinta di fermissime, è ben grosse mura.

Gli Turchi molestano con loro empiti le campagne. Commandò dunque, che la parte più brava, e valorosa della Cavalleria, quale da tutto il corpo haveva scielta, scorendo infestasse, è rovinasse (conforme il suo costume) gli Campi, è contorni de Christiani, di lui nemici, con ordine, che mandassero tutti à fil di spada, senza perdonar à sesso, ò conditione di persone. Furon, chi giudicarono, che quel Tirano, desperata hormai la vittoria, mandasse alla brusca, & à devastare le Campagne, per tener l’inimico occupato, acciò esso senza alcuna gelosia d’haverlo alla coda potesse fare con l’Esercito, e bagaglio senza danno la ritirata. S’avanzarono quelli temerariamente troppo avanti, passarono gli stretti, & angusti passi de Monti, penetrando nelle [p. 346 modifica]più remote spiagge del paese, e più oltre sino al Fiume Enso, così volgarmente chiamato, non molto lontano da Linzz, ove si ritrovavano quelli gran Prencipi, questo col suo rapido corso tenè in freno, e ralentò alquanto la temeraria licenza de Turchi, che non con titolo di giusta guerra, ma con animo solo di rubbare, è rovinare tanto avanti s’eran inoltrati.

Vien serrato il passo alla Cavalleria. Mentre stavano così al depredare intenti, Cesare per sovraprenderli, e con lor maggior incautezza tirargli in rete, commandò, che Federico Conte Palatino, Capitano delle squadre assoldate dalla Germania, occupasse alla lor schena gli stretti passi de scozzosi Monti, & impedisce à Turchi la strada, e regresso alli lor paesi. Non badò punto il Conte, ma incontanente con la sua fiorita gioventù, è Cavalleria di Ferdinando Re de Romani chiuse alli armati le strade, e serò tutti gli passi. Gli Turchi, che festeggianti ritornavano dalli bottini, gionti alla Selva di là da Città nuova, viddero gli luoghi, per quali erano passati, occupati d’ogni intorno da nemici, conseguentemente conobbero essergli tolta ogni speranza di ritorno, se che facilmente s’accorsero convenirgli ò miseramente ne paesi de nemici morire, ò con la spada in mano farsi valorosamente per mezzo delle squadre nemiche la strada.

Tardi però s’avvidero, che vinti dalla lor temerità, erano precipitosamente condotti nelli aguati, non sapevano à qual luogo, ò partito rivolgersi, volendo combatere era con loro gran svantaggio per la difficoltà del luogo, che più tosto richiedeva il valore di Fantaria, che di Cavalleria. Farsi la strada per forza era impossibile. Negli Turchi, (che con le loro crudeltà, è rapine s’havevan con ogni ragione provocato l’odio de Christiani, impediti gli viveri à lor necessarij, in Regni nemichi abbandonati d’ogni aiuto) havrebbon, circondati da armati, Eserciti potuto durar molto. La dove conclusero, che dovendo morire, era maglio il farlo combattendo, esser anco più convenevole, mentre eran ancor vigorosi, diffendere con le spade le lor vite, che rendersi, e servire, come giumenti à Christiani, quali con tanti lor oltraggi se gli havevano resi nemici. Et acciò quelli superbi Cavalli, che per il solo lor uso eran stati nodriti, e con singolar cura cercati, e condotti colà, non venisero, à lor proprio danno, è rovina in potere de Christiani, deliberarono d’amazzargli. Smontarono perciò tutti, & ancorche arrabbiassero, & infellonissero d’esser gionti à segno tale di disperatione, in dover di propria mano uccidere [p. 347 modifica]si generosi Cavalli, che con tanta cura havevan medemi instrutti per la guerra, la necessità ad’ogni modo gli fece far animo, si che comminciarono à mandargli à fil di spada, altri ne scanarono, altri, troncandogli le gambe, stendevano in terra, altri, appostato il ferro, gli trappassavano per gli fianchi, e così gli distrussero tutti, non ne lasciando pur un vivo.

Uccisa in tal guisa la Cavalleria, & abbandonata la preda fatta, si preparavano per uscire à tenzone è morire, cercavano inesperti di quei luoghi, è gente, la strada per balze, e ruppi, ma ovunque andavano davano nelle reti, altri inciamparono nelle squadre Alemane, & altri nella reggia Cavalleria, contro quali senza perdersi voltarono gli archi, & attacata la battaglia, con animo costante gli investivano. Soldati a Cavallo de Turchi trucidati. Gli Christiani che delle boche dei Monti s’eran impadroniti, concorsero finalmente da tutti i lati, ristretti in arme, e tolti di mezo gli Turchi, che per buon spatio di tempo havevano fatta resistenza, gli trucidavano, & quanto più ostinatamente precipitosi si spingevano frà le armi, per lasciarvi la vita, tanto più avidamente eran dalli dardi, & altre Christiane arme colti, e trafitti. In breve si riempirono quei luoghi sassosi de cadaveri Turchi lasciati in quei deserti alla rapina delle Fiere.

Restarono morti in quel conflitto circa sedeci milla Turchi, è più. Molte teste de quali furon dalli soldati, frà l’insegne portate nella Città, che alle muraglie di fuori affisse rendevano horrore, & insieme miserabil spetacolo à passaggieri.

Di già li due Re, è quello che sempre in ogni pericolo gli seguiva, è serviva, il Clesio, havendo in pronto le cose necessarie, per qual si voglia crudel guerra, s’eran partiti di Linzz, alla volta di Viena, per incontrare l’inimico, è richiedendolo l’occasione, venir à giornata, e combattere con tutta la forza de Regni.

Mentre erano in viaggio sopra il Danubio, & stavano in queste deliberationi, hebbero avisi del felice essito, come il disegno gli era prosperamente riuscito, rotta è messa à fil di spada tutta la Cavalleria Turchesca. Allegri di questa nuova gli Christiani Re, s’avanzarono sempre più vicino à Viena, risoluti d’incontrar l’inimico, e data l’occasione, decidere con l’armi tanti pericoli. Non potevano più sostenere l’orgoglio di quel Tirano, che di quando in quando infestava con poderosi Eserciti gli Christiani, era necessario una volta per liberarsi da tanti danni venire ad ultimata deliberatione, arrischiar la sorte, e mettere in [p. 348 modifica]compromesso sanguinosa battaglia, tanti oltraggi fatti alla Christiana Fede.

Il Soldano intesa la miserabil stragge della sua Cavalleria, conturbato, che tutti gli tentativi gli riuscissero alla riverscia, è mai havesse un prospero successo, senza altretanto danno, non sapeva che risolvere. Posciache vide Viena benissimo pressidiata, è munita di Fosse, Mura, e brava Militia, scorse che gli Christiani havevano fuori d’ogni pensiero quasi in un baleno formato un numeroso, e forte Esercito. Che di già l’Imperator Carlo, insieme con il Re suo fratello, di già eran con le squadre usciti in campagna, & aspirando ardenti la vittoria dimandavano la giornata. Pensava il superbo che al solo comparere della sua persona, Cesare atterito, imantente si sarebbe dato alla fuga, e ritirato ne suoi Regni di Spagna, & il fratello in Boemia: havevasi persuaso, porgli, con la di lui sol uscita in campagna in confusione, s’accorse però del contrario: & avengache gli successi molte fiate sono diversi dalle promesse, assicurosi di felici, è prosperi avenimenti, gli sortirono milla disgratie.

Conobbe convenirgli con sua vergogna, persa la Cavalleria, ritornare in Tracia, il che non sapeva se gli sarebbe stato liberamente da Christiani concesso: ne manco vedeva la ritornata sicura.

Partita de Turchi in Ongaria. Da queste cose averse s’accese tutto di sdegno, rassomigliava un disperato, & essendo per natura proclivo all’ira, & alla crudeltà, pensi ciascuno se doveva rappresentare un huomo furibondo, una fiera inferocita. Onde da si fatta rabbia agitato, piegò, precipitò l’animo alle rapine, & ad incrudelire in mille strane guise contra Christiani. Valore de Christiani. Costui havendo inteso, che di già se gli avicinava la Cavalleria Christiana, & che era nelli suoi squadroni nata notabil confusione, atterito dal glorioso nome del valor Christiano, condusse l’Esercito per la Stiria, sotto Grazz, metropoli di quella Provincia, haveva determinato d’abbattere per viaggio quel Castello, ma havendo per Spie havuto aviso, che gli Prencipi Christiani con parte dell’Esercito gli erano alle spale, trè giorni doppò che giunse, sloggiò da quei contorni. Per vendicar però la perduta Cavalleria, che per inganno (falsamente così diceva egli fù condotta al macello) ovunque passava sacheggiava gli paesi, empiva ogni cantone di ferro, di fuoco, e mortalità per ogni parte si vedevan corpi trucidati, ogni sceleraggine reputava licita, anzi sacrificio grato al lor maledetto Maumeto, furon stuprate le Vergini, vergognate le Maritate, [p. 349 modifica]machiata la pudicitia delle Matrone, levati dalle materne mamme, e ripercosi nelle dure pietre gli teneri Fanciulli, finalmente molti, che più tosto havrebbon volsuto da dure lancie esser trafitti furon condotti in cruda, e severa schiavitudine, in cotal guisa conducendo il suo Esercito carico di bottini si ridusse in Hellesponto.

Le legioni, e squadre Imperiali, e Reali non potevano portar in patienza, che quel Tirano non havesse abbracciata la giornata, è se bene erano incerti dell’essito della guerra, havevano però buone raggioni di sperar la vittoria. Inteso che hebbero, non haver gli Turchi voluto aspettare la battaglia, ma essersi senza alcun’ordinanza partiti dalli confini Christiani, si lagnavano maggiormente, vedendosi levata ogni speranza di combattere. Gli Spagnuoli, Italiani, Alemani, Boemi, & altre molte valorose nationi venuti in Ongaria, per esprimere la lor volontà, & affetto è fedeltà, à Cesare, & al Re, & per far cognoscere in bataglia il valore de Christiani; Che hora senza lor gloria nel guerreggiare, senza haver sfoderata una spada, senza haver dato un minimo segno della lor fedeltà, dovessero depor l’armi, è ritornarsene così ignudi di gloria alle lor case, non lo potevano portare in patienza.

Non havevano giamai con maggior bravura aspirato di venir all’armi con Turchi, & avenga che tenessero di vicino quanto desideravano, l’aversa fortuna ad’ogni modo nel medemo punto, che vedevano sortire bramato effetto, gli levò ogni speranza, dubbitavano perciò di macchia appresso gli posteri, nella lor riputatione, quando però gli scrittori de fatti de suoi tempi non fussero stati più che fedeli nel mandar à memoria della posterità questo modo fatto, è come non fù suo il mancamento, sospettavano non havessero gli loro successori creduto, che gli soldati di quei tempi codardi, dati à lussi per lor negligenza, e dapocagine havessero recusato di battagliare. Havrebbon più tosto combattendo con Turchi volsuto restar in campagna tutti morti, che in quella guisa privi di honore tornar alle lor Patrie.

L’Imperatore in questo mentre, tenuto conseglio col Fratello, con il Clesio, & altri Prencipi. à questo effetto chiamati, determinarono licentiar la soldatesca, già che il Soldano, qual poco avanti con tanto apparecchio di guerra haveva messo terrore à tutto il Mondo, senza pur haver veduto l’inimico vinto haveva voltate le spale. [p. 350 modifica]

Dato dunque per ordine di Cesare, è del Fratello congiedo alli Boemi, Alemani, & altri, ritornorono quelli alle lor case, d’onde n’erano venuti. Cesare ritorna in Italia. Ritenè seco gli soli Spagnuoli, & Italiani, quali seco per la Stiria, e Carinthia, paese de Norici, e Provincie Venete condusse, quando ritornò in Italia.

Fede, e costanza del Trentino. Il Trentino, che col suo consiglio, liberalità, e sapere, aiutò tanto la parte Christiana, quanto alcuno altro con fatti d’arme, non si volse partire prima di sapere, che (sbandate, & fracassate, sotto gli communi auspicij di Cesare, è Ferdinando, senza osservar ordine, fuori delle lor insegne, salvo tutto l’Esercito Christiano,) le squadre Turchesche s’erano con la fuga salvate in Ponto.

Donde poi con sua gran lode vene per l’Austria, e Tirolo in Insprugh, ove non molto poi arrivò il Re, che accompagnando l’Imperatore s’era portato fino alli confini di Carinthia.

Ritornato consultò con il Clesio, & molti altri (il cui conseglio nelle cose difficile sempre soleva dimandare) ciò che far si poteva per reprimere hoggimai la malvagità di gente cotanto bestiale, è liberare alla fine gli Christiani da continui pericoli di crudeli invasioni. Quindi il Re volendo provedere alle sue Provincie, tanto tempo travagliate, per ridurle à qualche tranquilità, è venire à conditione di pace. Concluse mandar Ambasciatori al Turco.

Girolamo Zara Oratore. Mentre s’andava discorrendo, è cercando soggetto habile à tal carica, fù dal Clesio proposto Girolamo Zara, per la peritia di diverse lingue, & pratica di quei paesi, che altre volte haveva viaggiati: questo fù con commissioni destinato Ambasciatore al Sulthano. Perche pareva, che gli negotij della Fede Catolica liberati delli passati pericoli, e timori, havessero qualche buona piega, e la Chiesa respirasse alquanto. Il Trentino bramoso di quiete, e di honesto riposo, ritornò da tutti desiderato, il Mese di Novembre, alla Patria, per poter ivi darsi da una vita quasi che solitaria, e privata. Spiegò subito questo suo pensiero per lettere al Re, inoltrandosi in accenargli s’haver à bastanza per il ben publico vagato, incontrato più che volontieri ogni pericolo, mai risparmiato d’esporsi per conservatione del publico à qual si voglia cimento, e fedelmente con ogni costanza essequiti gli commandi, & ordini à lui commessi. Il Trentino brama di novo la quiete. Venuto hora à matura età, bramare egli à pro della sua Chiesa, e cose famigliari di restarsene à case, e finalmente, il che conosceva suo dovere, ritornar al studio delle Sacre lettere, con cui si nodrisce la mente, tanto tempo [p. 351 modifica]intermesso, per le continue occupationi adossategli, che perciò con ogni humiltà supplicava la Maestà Reale si compiacesse consolarlo, e restar servita di questa sua ritirata, & absenza dalla di lui Corte, acciò una volta, libero dalli publichi negotij, havesse qualche sollievo, ò almeno gratiosamente gli condedesse di potere tanto tempo dimorar in Trento, fino che havesse ripreso gli spiriti, & rihavute alquanto le forze, che poco men eran col medemo corpo estinte, sperando, quando gli fosse stato concesso di vivere, qualche tempo appresso gli suoi nel, clima materno in breve ripararle, e rendersi alle fatiche più habile, e robusto, per potersene poi valere, quando havesse portato il bisogno di dover ritornare. Tanto supplicava, e quando si fosse senza incommodo, e travaglio della Maestà Reale potuto effettuarsi, l’havrebbe in tal caso, stimato singolare, e perpetuo beneficio dalla sola di lui Clemenza ricevuto, & ancorche d’infiniti altri si riconoscesse infinitamente obligato, di questo però n’havrebbe havuta specialissima obligatione.

Inteso dal Re il desiderio del Trentino, è sapendo, che di poca forza sono l’armi, ancorche poderose, in campagna, mentro non sijno buoni direttori ne gabinetti; conoscendo che il Trentino era di gran consiglio, e prevedendo da tutte le parti il bisogno, e come egli teneva estrema necessità, nell’amministrar, è diffendere gli proprij Stati, d’huomini saputi, è prudenti. Rispose nel seguente tenore.

Quelli solo devono ottener gli magistrati, che dalla natura son stati dottati di potergli rettamente, e con prudenza amministrare. Non s’aquistano in altro modo Città, Regni, ne in altra guisa si può dichiarare la grandezza d’animo di valoroso campione. Sentirò gusto particolare, se voi (che ben spesso con l’esperienza havete insegnato, quanto giovi alle cose militari, essendo la vittoria dubbia, il consiglio d’huomo savio, dal che si può apertamente conoscere cosa più importi il starsene otioso in casa, ò pur esporsi à fatiche publiche, è se si devono prepore le cose private, al beneficio universale) seguirete con la solita fedeltà, & integrità nel maneggio delli affari communi. E cosa più lodevole praticar con Prencipi, che à guisa di donnaciole invecchiarsi frà le mura. Non mancarà tempo per gli studij delle lettere, à quali con maggior comodità potrete poi applicarvi. E frà tanto non mancherà chi habbi cura della vostra Chiesa, e cose domestiche.

Il Trentino, che non solo, si procaciava con ogni di lui [p. 352 modifica]dispendio l’amicitie de Prencipi, ma anco di qual si voglia altro huomo virtuoso, & honorato, sapeva anco doversi prontamente senza punto di scusa obedire à minimi ceni di Personaggi grandi. Comosso dalle sudette lettere, mutato di subito parere, giudicò necessario sodisfare al desiderio del Re, da cui sapeva essere svisceratamente amato, principalmente riducendosi à memoria essere di gran vantaggio più giovevole al genere humano, & alla nobiltà più aggiustato, la vita di quelli che alli trattati di cose alte s’eran avezzati. Havendo in se medemo dalli servitij nel Prencipe, & cariche eminenti, gran beneficio, è profitto riconosciuto. Per il che desideroso anco di lasciar qualche di lui honorevol memoria alli posteri, doppò à pena haver goduto venti giorni di vacanza dalli negotij Regij, fù costretto transferirsi ove fù destinato.

Erano la seconda volta Clemente Settimo, è Carlo V. convenuti à Bologna, per trattare molte cose, toccanti l’interesse della Religion Christiana.

Il Trentino Oratore per il Re. Vedendo il Re Ferdinando quanto importava alla nostra Fede che il Papa, & l’Imperatore havessero essata, e piena informatione delli presenti pericoli, come all’Imperio, & alla Chiesa Romana soprastava l’ultima sciagura, gli parve bene mandar à quelli, Ambasciatore in Bologna il Clesio, huomo in tutti gli affari destro, che non haveva pari Si teneva certo, che come in molte altre commissionei haveva portato sempre mai gli negotij, non solo con ogni diligenza, ma anco con gratia, e delicatezza, perciò non si potesse, in tutta la Germania ritrovarne un migliore, che con maggior destrezza havesse saputo rappresentar gli bisogni, esprimere con maggior ardore le sovrastanti rovine, con la vehemenza del dire movere, e piegare gli animi, con ogni efficaccia esponere gli ordini, qualmente l’Ongaria, l’Austria, & altre Provincie esposte alla vorace ingordigia de Turchi, non potevano in lungo contro la di lui potenza diffendersi, esser necessario d’aiuto più che presto per sostener il furioso impeto di si potente nemico, frenassero, mentre era commodo, la crudel licenza del Soldano, altrimentre haverebbono veduto in breve tutte le Terre, & haveri de Christiani da inauditi incendij consumate, dare l’ultimo crollo. Che parimente per diffendere, è mantenere il Ducato di Witemberga non bastava mediocre cura, massime essendo cosa difficile penetrar gli lor trattati quotidiani col Re di Francia, & altri Prencipi della Germania, che quando non s’havesse provisto d’opportuni ripieghi non si sarebbe gran tempo consevato in fedeltà. [p. 353 modifica]

Con queste, & altre impositioni si portò il Trentino, accompagnato da altri Ambasciatori dell’Austria, con la maggior secretezza, che gli fù possibile, à Bologna, esequì tutto essatamente, ancorche non gli fusse data credenza à quanto espose, circa il Ducato. Affirmavano il Papa, e Cesare essere in altro modo la cosa di quello esso giudicava, & che esso n’havrebbe, da quello, che esso sospettava, scoperto diverso effetto. Dal seguito, si scorse poscia non esser stato leggiero il parere del Clesio.

Sbrigatosi dall’Ambasciata, preparandosi per il ritorno, gli sopravenne nuovo fastidio, rimase coll’animo turbato d’altra occupatione, perche non essendo mai comparso dalla di lui promotione al Cardinalato in publico Concistoro, il che per molti rispetti pareva necessario, essortato, è persuaso dalli amici entrò la prima volta in quello l’anno 1533. il Mese di Genaro.

Oratori mandati da Davide Re del'Etiopia. Mentre in Bologna si trattavano queste particolarità, gionsero al Papa Ambasciatori, mandati da Davide Re dell’inferiore, è superiore Etiopia, à cui (dicesi) obedivano sedeci Corone: presentorono questi al Papa lettere, quali lette publicamente, fù sentito qualmente quel Monarca si dichiarava, come à Vicario di Christo, soggetto al Papa, à cui, come vero figliuolo, prometteva, & professava obedienza, il che da tutti con gran piacere fù sentito allegrandosi, che la nostra fede tanto si propagasse, e che si estendesse l’auttorità della Chiesa Romana in si lontani, è remoti paesi. Terminate queste funtioni in Bologna, due giorni doppoi, fece ritorno alla Patria, ove à pena presa un poco di lena, di là fù costretto andar in Austria, & ivi arrivò gli 10. di Marzo. Oratore del Soldano al Re Ferdinando. Quasi nel tempo medemo giunse l’Ambasciatore del Soldano, con Vespasiano Zara, figliuolo di Girolamo, Orator del Re de Romani, à Viena, per intendere dal Re se erano vere, e di sua commissione, è volontà, le cose esposte al suo Imperatore da Girolamo Zara, di lui Ambasciatore, concernenti la pace, è conosciuto l’animo di Ferdinando, il che per sapere era venuto, subito se ne ritornò in Costantinopoli: fù non molto poi seguito da Cornelio Duplicio Scepero, Consigliere è Secretario di Cesare, huomo nel maneggio delle cose publiche versatissimo, che nell’Ambasciaria appresso il Soldano fù destinato, aggionto à Girolamo Zara.

Mentre si maneggiavano queste cose col Turco, gionsero due Ambasciatori, l’uno del Papa, di Cesare l’altro, portarono questi. Che per comando di Ferdinando, (& in ciò sudò molto il Clesio) in tutte le Diete della Germania si publicasse, à nome del [p. 354 modifica]Pontefice, e dell’Imperatore il Concilio Generale, tanto da tutti desiderato, intimato nella Città di Mantova. Nella cui esecutione molto s’adoprò il Clesio, non perdonò egli à qual si voglia fatica, facendo in ciò mostra del suo gran zello, è divotione verso la Religion Christiana.

Si stabilisce la pace trà il Soldano, & il Re Ferdinando In questo mentre ritornarono di Tracia gli Ambasciatori Regij, con nuove d’esser aggiustate tutte le differenze frà il Soldano, & il Re de Romani, è conchiusa frà di loro la pace.

Che intorno la controversia del Regno d’Ongaria frà Ferdinando, e Giovanni Vaiuoda de iure era stato constituito Arbitro Aloisio Gritto, Capitano nelli Eserciti del Soldano. Cotali avisi sparsi per la Città, e per la plebe, furon da tutti sentiti con gridi d’allegrezza.


Il Fine del Duodecimo Libro.