Arcadia (Sannazaro)/Parte IX

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Parte IX

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ARGOMENTO.

Sotto coperta di voler menar Clonico, pastore innamorato al sacerdote di Pan, per trovar rimedio alle amorose passioni di lui, induce il vecchio Opico a ragionar delle vane possanze della magia, indi andati al sacerdote, mentre eli ei si apparecchiava a ragionare, con bella maniera fa contrastar fra loro cantando due pastori, acciocchèmen no/oso ab. bia a parere il lungo ragionamento del prudente sacerdote.

PROSA NONA

Non si sentivano più per li boschi le cicale cantare, ma solamente, iu vec2 di quelle, i notturni grilli succedendo si facevano udire per le fosche campagne; e già ogui uccello si era per le sopravvegnenti tenebre raccolto nel suo albergo, fuora che i vespertilli, i quali allora destati uscivano dalle usate caverne, rallegrandosi di volare per l’amica oscurità della notte; quando ad un tempo il cantare di Eugenio ebbe il suo fine; e i nostri greggi discesi dalle aJte montagne si raguuarono al luogo, ove Ja sampogna sonava. Perchè cou le stelle in cielo tutti insieme partendone dalla via, ove cantato si era, e menando Clonico con esso noi, ne riducemmo in un valloncello assai vicino, ove allora, che estate era, le vacche de’ paesani bifolchi le più delle notti albergavano; ma al tempo delle guazzose pioggie tutte Je acque, che da’ vicini monti discendono, vi si sogliono

ragunaiee: il quale d* ogn’ intorno circondato [p. 111 modifica]

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naturalmente di querciuole, cerretti, suberi, lentischi, saligastri, e di altre maniere di salvatichi arboscelli, era sì da ogni parte richiuso, che da nessuno altro luogo, che dal proprio varco vi si potea passare; tal che per le folte ombre de’ fronzuti rami, non che allora, che notte era, ma appena quando il sole fosse stato più alto, se ne sarebbe potuto vedere il cielo. Ove alquanto discosto dalle vacche, in un lato della picciola valle le nostre pecore, e le capre restringemmo, come sapemmo divisare il meglio. E perchè gli usati focili per caso portati non aveamo; Ergasto, il quale era più che gli altri esperto, ebbe subitamente ricorso a quello, che la comodità gli offeriva; e preso un legno di edera, ed un di alloro, e quelli insieme per buono spazio fregando, cacciò del foco; dal quale poi che ebbe per diversi luoghi accese di moite fiaccole, chi si diede a mungere, chi a racconciare la guasta sampogna, chi a saldare la non stagna fiasca, e chi a fare un mestiere, e chi un altro, insino che la desiata cena si apparecchiasse; la quale poi che con assai diletto di tutti fu compila, ciascuno, perchè molta parte della notte passata era, si andò a dormire. Ma venuto il chiaro giorno, e i raggi del sole apparendo nelle sommità di alti monti, non essendo ancora le lucide gotte della fresca brina riseccale nelle tenere erbe, cacciammo dal chiuso vallone li nostri greggi e gli armenti a pascere nelle verdi campagne. E drizzatine per un fuor di strada al cammino del monte Menalo, che non guari lontano ne stava, con proponimento di visitare

il reverendo tempio di Pan, presentissimo [p. 112 modifica]
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Iddio del salvatico paese, il misero Clonico si

volle accomiatare da uoi. Il quale dimandato, qual fosse la cagione, die sì presto a partirsi iJ costringesse, rispose: che per fornire quello, che la precedente sera gli era stato da noi impedito, andar voleva, cioè per trovare a’ suoi mali rimedio con opra di una famosa vecchia „ sagacissima maestra di magici artificj, alla quale, secondo che egli per fama avea molte volte udito dire, Diana iu sogno dimostrò tutte le erbe della magica Circe, e di Medea; e con la forza di quelle soleva nelle più oscure notti andare per 1’ aria volando, coverta di bianche urne, in forma di notturna strega; e con suoi incantameli inviluppare il cielo di oscuri nuvoli, ed a sua posta ritornarlo nella pristina chiarezza; e fermando i fiumi, rivoltare le correnti acque ai fonti loro: dotta sovra ogni altra di attraere dal cielo le offuscate stelle, tutte stillanti di vivo sangue; e d’ imporre cou sue parole legge al corso della incantata luna; e di convocare di mezzo giorno nel Mondo la notte, e li notturni Iddii dalla infernale confusione; e con lungo mormorio rompendo la dura terra, richiamare le auime degli antichi avoli dalli deserti sepolcri; senza che, togliendo il veleno delle innamorate cavalle, il saugue della vipera, il cerebro dei rabbiosi orsi, e i peli della estrema coda del lupo, con altre radici di erbe, e sughi potentissimi, sapeva fare molle altre cose maravigliosissime, ed inincredibili a raccontare. A cui il nostro Opico disse: ben credo, figliuol mio, che gli Dii, de’ quali tu sei divoto, ti abbiano oggi qui

guidato per farti a’ tuoi affanni trovar rimedio; [p. 113 modifica]

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e tale rimedio, ch’io spero, che, se a mie parole presterai fede, ne sarai lieto mentre vivrai. Ed a cui ne potresti gir tu, che più conforto porgere li potesse, che al nostro Enareto? il quale sopra gli altri pastori dottissimo, abbandonali i suoi armenti, dimora nei sacrificj di Pan nostro Iddio: a cui la maggior parte delle cose e divine, ed umane è manifesta; la terra, il cielo, il mare, lo infatigabile sole, la crescente luna, tutte le stelle, di che il cielo si adorna, Pliadi, Iadi, e’l veleno del fiero Orioue, l’Orsa maggiore, e minore; e così per conseguente i tempi del l’arare, del mietere, di (ìiantare le viti, e gli ulivi, d’innestare gli al)eri, vestendogli dì adottive frondi; similmente di governare le mellifere api, e ristorarle nel mondo, se estinte fossero, col putrefatto sangue degli affogali vitelli. 01 tra di ciò, quel, che più raaraviglioso è a dire, ed a credersi, dormendo egli in mezzo delle sue vacche nella oscura notte, duo dragoni gli leccarono le orecchie; onde egli subitamente per paura destatosi, intese presso all’ alba rhiaramente tutti i linguaggi degli uccelli. E fra gli altri udì uu 1 uscigniuolo, che cantando, o più tosto piangendo sovra i rami d’ uu folto corbezzolo, si lamentava del suo amore, dimandando alle circostanti selve aita: a cui un passero all’incontro rispondea, in Leucadia essere un’alta ripa, che chi da quella nel mare saltasse, sarebbe senza lesione fuor di pena: al quale soggiunse una lodola, dicendo, in una terra di Grecia, della quale io ora non so il nome, essere il foirte di Cupidine, del quale chiunque beve, depone subitamente ogni suo amore; a cui il

Sanazzaro, 8 [p. 114 modifica]
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dolce lusciguuiolo soavemente piangendo e lamentandosi rispondeva, nelle acque non essere virtù alcuna: in questo veniva una nera merla, un frisone, ed uu lucarino, e riprendendolo della sua sciocchezza, che nei sacri fonti non credeva celesti potenzie fossero infuse; cominciarono a raccontargli le virtù di tutti i iiumi, fonti, e stagni del mondo, de’ quali egli a pieno tutti i nomi, e le nature, e i paesi, dove nascono e dove corrono, mi seppe dire * che non ve ne lasciò un solo, sì bene gli teneva nella memoria riposti. Significommi ancora per nome alcuni uccelli, del sangue dei quali mescolato e confuso insieme si genera un serpe mirabilissimo, la cui natura è tale, che qualunque uomo di mangiarlo si arrischia, non è sì strano parlare di uccelli, che egli appieno non Io inteuda. Similmente mi disse nou so che animale, del sangue del quale chi bevesse un poco, e trovassesi in sul fare del giorno sovra alcun monte, ove molte erbe fossero, potrebbe pienamente intendere quelle parlare, e manifestare le Sue nature, quando tutte pieue di rugiada aprendosi ai primi raggi del sorgen* te sole ringraziano il cielo delle infuse grazie, che in se possedouo; le quali veramente son tante e tali, che beati i pastori, che quelle sapessero. E se la memoria non m’inganna, mi disse ancora, che iu un paese molto strano, e lontano di qui, o\e nascon le genti tutte nere, come matura oliva, e correvi sì basso il sole, che si potrebbe di leggiero, se non cuocesse, con la mano toccare; si trova una erba, che in qualunque fiume, o lago gittata fosse, il farebbe

subitamente seccare; e quante chiusure [p. 115 modifica]

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toccasse, tutte senza resistenza aprire: ed altra, la quale chi seco portasse, in qualunque parte del mondo pervenisse, abbonderebbe di tutte le cose, nè sentirebbe fame, sete, nè penuria alcuna. Nè celò egli a me, nè io ancora celerò a voi la strana potenza della spinosa erige, notissima erba nei nostri liti; la radice della quale ripresenta alle volte similitudine del sesso virile, o femmineo, benché di raro si trovi; ma se per sorte ad alcuno quella del suo sesso pervenisse nelle mani, sarebbe senza dubbio in amore fortunatissimo. Appresso a questa soggiunse la religiosa verbena, gratissimo sacrificio agli antichi altari; del sugo della quale qualunque si ungesse, impetrerebbe da ciascuno quanto di dimandare gli aggradasse, purché al tempo di coglierla fosse accorto. Ma che vo io affaticandomi in dirvi queste cose ? Già il luogo, ove egli dimora, ne è vicino; e saravvi concesso udirlo da lui a pieno raccontare. Deh non, disse Clonico; io, e tutti costoro desiamo più tosto così camminando, per alleggerirne la fatica, udirlo da te; acciocché poi, quando ne fia licito vedere questo tuo santo pastore, più in reverenza lo abbiamo, e quasi a terreno Iddio gli rendiamo i debiti onori nelle nostre selve. Allora il vecchio Opico, tornando al lasciato ordine, disse se avere ancora udito dal medesimo Enareto alcuni incanti da resistere alle marine tempestati, ai tuoni, alle nevi, alle pioggie, alle grandini, ed alli furiosi impeti delli discordevoli venti. Olirà di ciò disse avergli veduto tranghiottire un caldo cuore e palpitante di una cieca talpa; ponendosi sovra

la lingua un occhio di Indiana testudine nella [p. 116 modifica]
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quintadecima luna; e tutte le future cose indovinare.

Appresso seguilo, avergli ancora veduta una pietra di cristallina specie, trovata nel picciolo ventre d un bianco gallo, la quale chi seco nelle forti palestre portasse, sarebbe iodubit ttameute contra ogni avversario vincitore. Poi raccontò avernegli veduta un’ altra simile ad umana lingua, ma maggiore, la quale, non come l’altre, nasce in terra, ma nella mancante luna cade dal cielo, ed è non poco utile alli venerei lenocinii: altra contra al freddo; altra contra le perverse affascinazioni d’invidiosi occhi. Nè tacque quella, la quale insieme legata con una certa erba, e con alquante altre parole, chiunque indosso la portasse, potrebbe a sua posta audare invisibile per ogni parte, e fare quanto gli piacesse, senza paura dì essere impedito da alcuno: e questo detto, seguitò d’ un dente tolto di bocca alla destra u t m parte di un certo animale chiamato, se io mal non mi ricordo, Jena: il qual dente è di tanto vigore, che qualunque cacciatore sei legasse al braccio, non tirerebbe mai colpo in vano; e non partendosi da questo animale, disse, che chi sotto al piede ne portasse la lingua, non sarebbe mai abbaiato da’ cani: chi i peli del muso, con la pelle delle oscene parti nel sinistro braccio legata portasse, a qualunque pastella gli occhi volgesse, si farebbe subito a mal grado di lei seguitare. E lasciando questo, d mostrò, che chi sovra la sinistra mammella d» aicuua donna ponesse uu cuore di notturno gnfo, le farebbe tutti i secreti in soglio parlando manifestare. Cosi di una cosa iu un’altra

saltando, prima a piè dell’alto monte giungem[p. 117 modifica]

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mo, cbc di averne dopo le spalle lasciato il

piano ne fossimo avveduti. Ove, poi die arrivati fummo, cessando Opico dal suo ragionare, siccome la fortuna volle, trovammo il santo vecchio, che a piè di udo albero si riposava; il quale, come da presso ne vide, subitamente levatosi per salutarne, all’ incontro ne venne, degno veramente di molta riverenza nella rugosa fronte, con la barba, e i capelli lunghi, e bianchissimi più che la lana delle Tareutme pecore; e nell’una delle mani avea di ginepro un bastone bellissimo, quanto alcuno mai ne vedessi a pastore, con la punta ritorta un poco, dalla quale usciva un lupo, che ne portava un agnello, fatto di tanto artifìcio, che gii avresti i cani irritati appresso: il quale ad Opico prima, dopo a tutti noi fatte onorevoli accoglienze, ne invitò all’ombra a sedere. Ove aperto un sacchetto, che egli di pelle di cavriuolo portava mnculosa e sparsa di bianco, ne trasse con altre cose una fiasca delicatissima di tamarisco, e volle che in onore del comune Iddi*» bevessimo tutti: e dopo breve desinare, ad Opico voltatosi, il dimandò di quello, che a fare così di schiera andassimo: il quale prendendo lo innamorato Clonico per mano, così rispose: la tua virtù sovra le altre singultissima, e la estrema necessità di questo misero pastore ne costrinse a venire in queste selve, Enareto mio; il quale, oltra al dovuto ordine amando, e non sapendo a se medesimo soprastare, si consuma sì forte, come al foco la molle cera; per la qual cosa non cerchiamo noi a tal bisogno i risponsi del tuo, e nostro Iddio,

i quali egli più che allro Oracolo verissimi rea[p. 118 modifica]
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de nella para notte av pastori in questi monti;

ma solamente dimandiamo la tua aita, che iu un punto ad amore togliendolo, alle desiderose selve, ed a tutti uoi il ritorni: col quale confesseremo, tutte le giocondità perdute esserne per te insieme restituite; ed acciocché chi egli è, occulto non ti sia, mille pecore di bianca lana pasce per queste montagne, nè di state, nè di verno mai gli manca novo latte; del suo cantare non dico altro; perocché quando d’ amore liberato lo avrai, il potrai a tua posta udire; e fiati, son certo, gratissimo. Il vecchio sacerdote, parlando Opico, riguardava il barbuto pastore, e mosso a pietà della sua pallidezza, si apparecchiava di rispondere; quando alle orecchie dalle prossimane selve un dolcissimo suono con soave voce ne pervenne: ed a quella rivolti da traverso, vedemmo iu una picciola acquetta a piè d’ un salce sedere un solo caprajo, che sonando dilettaya la sua mandra. E veduto, subitamente a trovarlo andammo; ma colui, il quale Elenco avea nome, come ne vide verso il limpido fìumicello appressare, subitamente nascondendo la sua lira, quasi per isdegno turbato si tacque. Per la quale cosa il nostro Ofelia offeso da tanta salvatichezza, siccome colui, che piacevolissimo era, e grazioso a* preghi de" pastori, si argomentò con ingiuriose parole doverlo provocare a cantare: e così con un riso schernevole beffandolo, eoa

questi versi il costrinse a rispondere. [p. 119 modifica]

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ANNOTAZIONI alla Prosa Nona. Non si sentivano piA per li boschi ec. Nel principio di questa Prosa, ottimamente nota il Porcacchi, è da metter ^ran cura all’ ornata descrizion della sera, che ’l Sanazzaro fa, senza uscir mai de’ termini dell’ umiltà pastorale; e in tutto il restante, e massime nel ragionamento del vecchio Opico, avvertiscasi quanto vagamente parli delle vanità magiche, impresse nelle m^nti de’ troppo creduli pastori; con quanto accorgimento alouna volta finga che’! vecchio mal si ricordi del nome d’ alcuni animali incogniti; quanto ben circoscriva gli Etiopi chiamandogli genti nere più che matura uliva, perchè colui non si ricordava del nome Queste ed altre simili cose sono tutte scritte ed esposte con arte e giudizio grande. I raggi del sole apparendo ec. Se il Sanazzaro in questo luogo ha voluto imitare Ovidio nel Lib. iv. delle Metam., dove questi descrivendo ugualmente l’Aurora ha detto: Posterà nocturnos Aurora removerat ignes, Solque pruinosas radiis siccaverat. herbas; convien avvertire che l’imitatore ha vinto l’imitato, perchè il Sanazzaro ottimamente particolarizza 1’ aurora dicendo che non ancora le lucide goccie della fresca brina non erano riseccate nelle tenere erbe; e Ovidio invece volendo descrivere l’aurora descrive piuttosto il mattino già inoltrato, poiché ne dice che il sole co’ suoi raggi aveva già seccate le rugiar dote erbe. Della magica Circe, e di Medea. Circe fu figliuola del Sole e di Perse Ninfa, e venne ad abitare in Italia nell’ Isola da lei detta Circe», che poi diventò terra ferma, e chiamas» oggi Monte Circello. Costei, per quanto dicono i poeti, convertiva gli uomini in varie fiere per forza di arte magica, secondo che si vede ne’ compagni d’ Ulisse nel l ib. x dell’ Odissea d’Omero. Medea fu figliuola d’Eta Re de’Colchi, e fu unga eccellentissima, come quella, che per amor di Giasone seppe co’suoi incantamenti addormentare il serpente che sempre vegghiava alla custodia del vello d’oro, che Giasone andò a rubare. Tutto quello poi che qui si dice intorno gl* incantamenti, è preso in parte o dall’Egloga vm. di Virgilio, o dall’ Idilio ii. di Teocrito, e in parte dall’Elegia vii. del Lib. in. degli Amori d’Ovidio. Pliadi, o Plejadi sette figliuole d’Atlante e di Pleione Ninfa,

nominate Elettra ? Alcione, Celeno, Maja, Asterope, Tai[p. 120 modifica]
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gete, Merope, le quali si fingono trasportate in cielo, e collocate

davanti alle ginocrhia del Toro. Col loro apparire dimostrano essere buon trmpo di navigare. Dai latini si chiamano Virgilie, dall’indicare ch’elleno fanno il prossimo tempo di primavera quando appajono sul nostro emisferio. Di fatto nascono a primavera, e quando è 1’ equinozio, nascono la mattina. Dal volgo poi queste stelle medesime vengono dette Gallinelle. latii, altre sette figliuole di Atlante e di Etra, sorelle di lante, che si chiamano Ambrosia, Eudora, Pasitoe, Coronide, Plessauride, Pito, Tiche. Queste intiSichendo pel grave dolore d’ aver veduto il loro fratello morto da un leone, furono per compassione cangiate da Giove in altrettante stelle, e collocate nella testa del Toro; e perchè restasse un perpetuo testimonio della loro pietà verso il fratello, dal nome di lui furono tutte insieme chiamate ladi. Quand’ elleno appiijono e quando anche tramontano, turbano cielo, terra e mare, e cagionano copiosissime pioggie; onde a ragione disse Ora» zio nell’ Ode ni. del Lib. I. Uh robur et aes triplex Circa peclus eral, qui fragilem truci Commisit pelago ratem. Primus, nec limuit praecipitem A/ricum Decertanlem Aquilonibus, Nec tristes Hyadas, nec rabiem Noti. Orione figliuolo nato dall’ orina di Giove, di Nettuno, c di Mercurio. Essendo espertissimo cacciatore, e troppo millantandosi di questa sua abilità, fu dagli Dei punito col fare che la terra partorisse uno scorpione, dal cui morso fu ucciso. Diana mal soffrendo la sventura d’ un suo seguace, Io pose in cielo vicino al segno del Toro, formando egli pure un segno che porta Io stesso suo nome, e eh’ è composto di trent’otto stelle. Quando risplende, dinota serenità, e quando s’oscura, prenunzia tempesta. L’Orsa maggiore, e minore, due segni celesti vicini al polo artico, che tra loro si distinguono per la differente grandezza. L’Orsa maggiore è di ventisette stelle, la minore di sette. La maggiore è Calisto, figliuola di Licaone Re d’Arcadia, cangiata in orsa, e quindi trasportata in cielo. La minore è Cinosura, una di quelle Ninfe, che nutrirono Giove di latte sul monte Ida in Creta, e che in premio di sì bella azione furono esse pure in cielo trasportate tutte insieme. In Leucadia essere un alta ripa ec/ Leucadia, o Leucade isola di Grecia nel mare Jonio. Ivi fu un promontorio dello stesso nome, sulla sommità del quale s’ alzava un picciolo

tempio dedicato ad Apollo. Gli amanti disperati offrivano se[p. 121 modifica]

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grelamente i loro voti nel tempio, c quindi dalla cima del

promontorio gittavansi in mate pensando che se ne uscivano vivi, eran guariti dalla violetta loro passione. Essere il fonte di Cupidine. Questo fonte, le cui acque si riputavano atte a distruggere anche il più gagliardo amore, trovavasi presso a Cizico, città dell’Asia, onde da alcuni chiamasi anche fonte tizio, o Cizico. Mille pecore di bianca lana pasce ec. Imitazione di Virgilio nell’ Egl. ii. . Mille meae Siculis erranl in montilus agnae: Imc mihi non aeslate noyum ? non /rigore dejit. Canto quae solitus etc.

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EGLOGA NONA OFELIA, ELENCO, E MONTANO, ì; Vf;7 fi ~ i Ofelia. X3immi, caprar novello, e non t’irascere. Questa tua greggia eh’è cotanto strania, Chi te la diè sì follemente a pascere ? Elenco. Dimmi, bifolco antico, e quale insania Tj risospinse a spezzar 1’ arco a Clonico f Ponendo fra pastor tanta zizzania ? Ofelia. Forse fu allor eh’ io vidi malinconico Selvaggio andar per la sampogna e i naccari, Che gl’ involasti tu, perverso erronieo. Elenco. Ma con Uranio a te non vaJser bacrari, Che mala lingua non t’avesse a ledere; Furasti il capro, ci ti conobbe ai zaccari. Ofelia. Anzi gliel vinsi, ed ei noi volea cedere Al cantar mio, schernendo il buon giudicio D’Ergasto, che mi ornò di mirti e d’edere. Elenco. Cantando tu ’l vincesti ? or con Galicio Non udi’ io già la tua sampogna stridere Come agnel eh’ è menato al sacrificio ? Ofelia. Cantiamo a prova, e lascia a parte i! ridere: Pou quella lira tua fatta di giuggiola:

Monlan potrà nostre question decidere. [p. 123 modifica]

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. Elenco,

Pon quella vacca che sovente muggiola; Ecco una pelle, e due cerbiatti in ascoli Pasti di timo e d’acetosa Juggiola. Ofelia. Pon pur la lira, ed io porrò duo vascoli Di faggio, ove potrai Je capre mungere; Che questi armenti a mia matrigna pascoli. Elenco. Scuse non mi saprai cotante aggiungere, Ch’io non ti scopra: or ecco il nostro Eugenio: Far non potrai sì, ch’io non t’abbia a pungere. Ofelia. Io vo’ Montan, eh’ è più vicino al senio; Che questo tuo pastor par troppo ignobile, Nò credo eh’ abbia sì sublime ingenio. Elenco. Vienne all’ombra, Montan; che l’aura mobile Ti freme fra le fronde, e fiume mormora: Nota il nostro cantar qual è più nobile. Ofelia. Vienne, Montan, mentre le nostre tormora Ruminali l’erbe, e i cacciatoi’ s’ imboscano, Mostrando ai cani le latebre e l’ormora. Montano. Cantate, acciocché i monti ornai conoscano, Quanto ’l secol perduto in voi rinnovasi: Cantate fin che i campi si rinfoscano. Ofelia. Montan, costui che meco a cantar provasi, Guarda le capre d’un pastor erratico. Misera mandra, che ’n tal guida trovasi ! Elenco. Corbo malvagio, ursacchio aspro e sabatico, Cotesta lingua velenosa mordila,

Che trasportar si fa dal cor fanatico» [p. 124 modifica]
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Cfelia.

Misera selva, che coi gridi assordila % Fuggito è dal remore Apollo e Delia. Getta la lira ornai, che indarno accordila. Monti/no. Oggi qui non si canta, anzi si prelia: Cessate ornai, per D*o, cessate alquanto: Comincia, Elenco, e tu rispondi, Ofelia. Elenco. La santa Pale intenta ode il mio canto, E di bei rami le mie chiome adorna, Che nessun altro se ne può dar vanto. Ofelia. E ’J semicapro Pan alza le corna Alla sampogna mia sonora e bella, E corre e salta e fugge, e poi ritorna. Elenco. Quando talora alla stagion novella Mugno le capre mie, mi scherne e ride La mia soave e dolce pastorella. Ofelia. Tirrena mia col sospirar m’uccide, Quando par che ver me con gli occhi dica; Chi dal mio fido amante or mi divide ? Elenco. Un bel colombo in una quercia antica Vidi annidar poc’anzi; il qual riserbo Per la crudele ed aspra mia nemica. Ofelia. Ed io nel bosco un bel giovenco aderbo Per la mia donna; il qual fra tutti i tori Incede con le corna alto e superbo. Elenco Fresche ghirlande di novelli fiori I vostri altari, o sante ninfe, avranno9

Se pietose sarete a’ nostri amori. [p. 125 modifica]

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Ofelia.

E tu, Priapo, al rinnovar dell’anno Onoralo sarai di caldo latte, Se porrai fine al mio amoroso affanno. Elenco. Quella che in mille selve e ’n mille fratte Seguir mi face amor, so che si dole, Benché mi fugga ognor, beuchò s’appialte. Ofelia. Ed Amaraula mia mi stringe, e vole Ch’io pur le canti all’uscio; e mi risponde Con le sue dolci angeliche parole. Elenco. Fillida ognor mi chiama, e poi s’asconde, E getta un pomo, e ride, e yuoI già eh’ io La veggia biancheggiar tra verdi fronde. Ofelia. Anzi Fillida mia m’aspetta al rio, E poi m’accoglie sì soavemente, Ch" io pongo il gregge e me stesso ’u obblio. Elenco. Il bosco ombreggia; e se’l mio sol presente Non vi fosse or, vedresti in nova foggia Secchi i fioretti, e le foutane spente. Ofelia. Ignudo è il monte, e più non vi si poggia; Ma se’l mio sol vi appare, ancor vedrollo D’ erbette rivestirsi in lieta pioggia. Elenco. O casta Venatrice, o biondo Apollo, Fate eh’ io vinca questo alpestro Cacco, Per la faretra che vi pende al collo. Ofelia. E tu, Minerva, e tu celeste Bacco, Per 1’ alma vite, e per le sante olive,

Fate eh’ io porti ia sua lira al sacco. [p. 126 modifica]
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Elenco.

O s’ io vedessi un fiume in queste rive Correr di latte; dolce il mio lavoro In far sempre fiscelle all’ombre estive! Ofelia. O se queste tue corna fussen d’oro, E ciascun pelo molle e ricca seta, Quanto t’avrei più caro, o bianco toro! Elenco. O quante volte vien giojosa e lieta, E stassi meco in mezzo ai greggi miei Quella ebe mi diè in sorte il mio pianeta Ofelia. O quai sospir ver me move colei Ch’ io sola adoro ! o veuti, alcuna parte Portatene all’ orecchie degli Dei. Elenco. A te la mano, a te 1’ ingegno e T arte, A te la lingua serva, o chiara istoria: Già sarai letta iu più di mille carte. Ofelia. Ornai ti pregia, ornai ti esalta e gloria; Ch’ancor dopò mill’ anni iu viva fama Eterna fia di le qua giù memoria. Elenco. Qualunque per amor sospira e brama, Leggendo i tronchi ove seguata stai, Beata lei, dirà, clie’l del tant’ ama. Ofelia. Beata te, che rinnovar vedrai Dopo la morte il tuo bel nome in terra; E dalle selve al cicl volando andrai. Elenco. Fauno ride di te dall’ alta serra: Taci, bifolco; che, s’io dritto estimo,

La capra col ieon uon può far guerra. [p. 127 modifica]

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Corri, cicala, in quel palustre limo,

E rappella a cantar di rana iu rana; Che tra la schiera sarai forse il primo. Elenco. Dimmi, qual fera è sì di mente umana, Che s’inginocchia al raggio della luna, E per purgarsi scende alla fontana ? Ofelia. Dimmi, qua! è l’uccello il qual raguna I legni in la sua morte, e poi s’accende, E vive al mondo senza pare alcuna? Montano. Mal fa chi contr a al ciel pugna o contende: Tempo è già da por fine a vostre liti; Che’l saver pastora) più non si stende. Taci, coppia gentil; che ben graditi Son vostri acceuti in ciascun sacro bosco; Ma temo che da Pan non sian uditi. Ecco, al mover de’ rami il riconosco, Che torna oli’ombra pien d’orgoglio e d’ira Col naso adunco afilando amaro tosco. Ma quel facondo Apollo, il qual v’aspira, Abbia sol la vittoria; e tu, bifolco, Prendi i tuo* vasi; e tu, caprai*, la lira: Che’l ciel v’accresca come erbetta in solco, ANNOTAZIONI all’ Egloga Nona. Dimmi, caprar novello, ec. Tutta quest’Egloga è fatta ad imitazione dell’Egl. m. delta Buccolica di Virgilio, che anch’esso la prese dall’ Idilio IV. di Teocrito. E tu, Priapo, ec. Fino da’ più antichi tempi Priapo fu

creduto un Dio. Dai Moabiti e dai Madianiti, popoli dell’A[p. 128 modifica]
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rabia, fu onorato sotto U nome di Baal— Phtgnr. San Girolamo

cosi scrive: Beelpkegor, idolum Moabitarum, quem not Prtapum possumus appellare. Tnoltre fu adorato com’ egli fosse 10 stesso che il Soie. Perciò Orfeo, od Onomacrito ne’ suoi Inni, così dice rivolgendosi al sole: Tu rechi a noi la fiammeggiante luce, Ond.’ io Fané ti chiamo, o ’l re Priapo. Per vie più confermare questa cosa, potrebbesi anche provare eh’ egli era lo stesso che l’Oro degli Egizj, il quale altri non era che il Sole, o ’l figliuolo del Sole, Che se si opponesse essere stato detto da alcuni che Priapo fu creduto lo stesso che Bacco, agevolmente si può rispondere, che appunto anche Bacco spesso vien preso pel Sole. Laonde non dee recare maraviglia il vedere che Priapo tiene con una mano lo scettro, e coll’ altra il pene. Essendo lo stesso che 11 Sole, egli così indica la sua forza produttrice di tutte le cose della natura. Quindi solevasi ergere negli orti il suo simulacro, e far sedere le spose sovra il suo membro genicale, sì perchè sembrasse eh’ egli il primo ne delibasse la pudicizia, come perchè le rendesse feconde. Del resto Priapo non solo fu venerato nel modo che finora abbiamo detto, ma anco qual Dio del mare; del che ne fa fede Leonida con quell’elegante Epigramma riportato nell’Antologia, cui piacquemi di così tradurre nella nostra lingua. PRIAPO AL NOCCHIERO. La primavera un facile Corso promette in mare t Vedila ovunque ridere In mille guise e care. Già la vezzosa rondine Cerca V antico nido, E ti risveglia al giubilo Col festeggiante grido. Tepido spira un zefiro, Che tutto ornai feconda: Odi com’ egli mormora

Dolce tra fronda e fronda. [p. 129 modifica]

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I2§

Di nuovo il prato ver dica, E tutto è pien di fiori, variando spiegano I loro bei colori. Sorgi, o Nocchiero, e intrepido Raccogli ornai le sarte’: Stendi le vele; prospero È ’l Noto a ognun che parte. A’ miei sovrani fidati Veraci detti accorti: ; II Dio Priapo vigile Tutela io son de porti. j Col mio favor, che i turbini E le procelle scaccia, Sul mar sicuro i leciti Guadagni tuoi procaccia. Anzi Fillida mia ec. Ofelia più sopri chiamò la sua innamorata col nome di Amnranta, ed ora la chiama con quello di Filli la; ma ciò non deve punto scontentarci, poiché si come tutti questi son nomi finti, o per dir meglio nomi amorosi, che indistintamente si danno alle amate, non dee parere strano che alla stessa persom or venga dato il nome di Silvia o di Clori, or quello di Filli o di Amaranta. Io però non consiglierei i giovani a scambiare sì facilmente cotesti medesimi nomi in uno stesso componimento; e massime se il discorso venisse diretto alla persona, il cui nome si volesse mutare; poiché non nominandosi allora cotale persona, che per renderla ognor più attenta al nostre? discorso, la mutazione del nome richiamerebbe a se parte dell’ attenzione. Questo riflesso può servire a difendere il nostro Sanazzaro, che cambia il nome della innamorata d’Ofelia, mentre questi non fa che una narrazione O casta Venatrice, Diana Dea della caccia. Cacco, qui è detto per antonomasia e per disprezzo Ovidio nel Lib. i. de’ Fasti, ove narra come questo mostro fu ucciso da Ercole, così lo descrive: Cacus Aventinae timor, atque infamia silvae, Non leve finitimis, hospitibusque malum. Dira viro facies; vires prò corpore; corpus Grande: pater monstri Mu.la.ber hujus erat. Dimmi qual fera ec. Non cessando punto il nostro Sanazzaro d’ imitar Virgilio uell’Egl. in., fa che i due pastori in Sanazzaro 9

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concorrenza propongano dubbj l’uno all’aìtro, senza farli risolvere. Onde Elenco domanda qual sia quell’ animale che tanto s’avvicini d’intelletto all’uomo, che vedendo la luna, s’inginocchi, e scenda alla fontana per purgarsi. E questo animale deve intendersi essere l’elefante; della natura del quale si leggono cose maravigliose; ma fra 1’ altre dicono, per dichiarazione di questo luogo, che nelle campagne di Mauritania a un certo fiume che si chiama Amilo, quando la luna è nuova, scendono le mandre degli elefanti, e quivi solennemente purificandosi, si spruzzano d’ acqua, e poi facendo riverenza alla luna, se ne ritornano alle selve. Il Porcacchi. Dimmi qual è l’ uccello ec. Intendi la fenice, della quale Plinio nel Cap. 11. del Lib. x. scrive, ch’ella vive 660 anni, che fattosi un nido di cassia e d’ incenso, e riempiutolo d’odori, vi muore sopra, e che delle ossa, e delle midolle sue nasce un vermicello, che poi diventa il medesimo uccello della fenice. Queste due domande sono adattatissime alle rozze persone de’ pastori. Poiché se cotali maraviglie dell’ elefante, e della fenice narrate dai vecchi autori, e rigettate dai moderni, tuttora sbalordiscono le genti non del tutto incolte, quanto stupore non debbono generare nelle menti dt’i più semplici! Laonde assai giudiziosamente il tana7zaro fa dire a Montano: Mal Ja chi contra al ciel pugna e contende; quasi dicendo, ohe il parlare di quelle cose tanto alte è un volere penetrare troppo addentro negli arcani della natura, la cui cognizione solo a se medesimo il cielo ha riserbato.