Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891)/Rassegna bibliografica

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Archivio storico italiano 1891|Rassegna bibliografica

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Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891) Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891)
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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA




Paul Viollet. Histoire des Institutions politiques et administraiives de la France. - Tome Premier. - Paris, Larose et Forcel, 1890; pagg. viii-468.


Fra i numerosi lavori pubblicati a’ giorni nostri intorno alla storia delle istituzioni franche, dal Tardif, dal Glasson, dal Waitz, dal Fustel de Coulanges e da altri, questo del Viollet merita d’essere più particolarmente raccomandato ai giovani. Esso infatti costituisce un bel saggio di sintesi, quale era possibile e opportuno, per non dire addirittura necessario, dopo tanti studi speciali sulle singole quistioni e materie attinenti all’antico diritto pubblico francese. Ma l’Autore, senza aver fatto questa volta opera di pura erudizione, è molto più che un semplice volgarizzatore della scienza. Al corrente di tutto quanto è stato scritto sul vastissimo campo, (e ne son prova le ampie indicazioni bibliografiche date in calce ad ogni paragrafo), egli non rinunzia alle ricerche originali, nè, dove occorra, alle polemiche; ma mira soprattutto a raggruppare i fatti con ordine sistematico, a riassumerli con esattezza, ad esporli con perspicuità di forma. Non ci vuol dare un semplice repertorio degli istituti politici o degli ordinamenti amministrativi, ma metterci sott’occhio le leggi dello svolgimento che quegli istituti e quegli ordinamenti hanno avuto nel corso degli anni. Giurista e storico ad un tempo, egli comprende benissimo lo sviluppo delle istituzioni umane; anzi ci sembra che abbia una spiccata tendenza alla dottrina evoluzionista.

L’intendimento del Viollet è di scrivere in succinto la storia del diritto pubblico francese. L’opera deve constare di due volumi. Quello pubblicato contiene intanto la esposizione delle istituzioni nei primi periodi, cioè fino allo scorcio del IX secolo, ch’è quanto dire fino alla fondazione dello stato francese, il secondo andrà dal secolo X al secolo XVIII; l’uno, dunque, contempla le origini, l’altro svolgerà le istituzioai particolari.

L’A. prende accortamente le mosse dal periodo gallico; che quanto all’epoca preistorica non si sa nè forse si saprà mai nulla di preciso; e su quel periodo segue fedelmente le tracce del D’Arbois [p. 168 modifica]de Jubainville, che n’è, senza dubbio, il più grande conoscitore. Ma anche queste primo ventitre pagine non sono, in sostanza, che un esordio per entrare in materia. Esse riassumono con molta brevità tutto quanto si conosce - e non è molto - sulla vita sociale e sui costumi di quella età lontana. La parte veramente sostanziale e importante dell’opera incomincia col libro secondo (pagg. 25-195), il quale concerno il periodo gallo-romano. Il lettore ha qui dinanzi a sè un quadro preciso e interessantissimo della organizzazione sociale e politica della Gallia dal primo al quinto secolo dell’era volgare. L’A. descrive dapprima il paese conquistato e romanizzato, poi l’amministrazione romana, le imposte, le assemblee nazionali nella Gallia romana, i municipi, la caduta dell’impero d’Occidente e lo stabilimento dei barbari. La conclusione di questo primo libro, e quasi potrebbe dirsi di tutto il volume, sta in (lueste parole, che si leggono a pag. 188: «L’impero franco non sarà, come il regno borgognone o come i regni goti, una pallida continuazione, un prolungamento della civiltà romana imbastardita. No, è una società nuova, una nuova civiltà che entra ora in fermento; l’elemento romano non sarà qui che uno dei numerosi fattori chiamati a concorrere alla grande opera della fondazione d’un mondo nuovo. Questo lavoro di gestazione sarà lento e doloroso».

Il terzo libro (pagg. 197-404) è consacrato a tutto il periodo franco. E qui non possiamo a meno di deplorare che l’A. non abbia invece suddiviso questo periodo in due: merovingico e carolingico; imperocchè nel passaggio dall’una all’altra dinastia le istituzioni si mutarono profondamente, sì che per ben comprenderle a noi sembra indispensabile distinguerle nel loro diverso sviluppo.

Quali sono gli elementi costitutivi della nuova società? Dal punto di vista del diritto costituzionale, tre sono i motori principali o le forze che si trovano di fronte: la nazione, la regalità, la Chiesa. La nazione si compone di elementi gallo-romani molto densi, molto numerosi, e di elementi barbari, molto meno numerosi, ma singolarmente energici. La regalità è barbara d’origine. La Chiesa, fortemente costituita, in possesso del legato scientifico della società scomparsa, e rappresentante una dottrina filosofica molto elevato, una morale purissima, è chiamata a rappresentare una parte considerevole. Il Viollet passa in rassegna queste tre forze. Si ferma a chiarire l’assemblea del popolo (dandole forse soverchia importanza); poi gli attributi del re, la corte regia con gli officiali palatini, le massime giuridiche e la pratica circa alla successione al trono; infine l’amministrazione e le istituzioni locali. In altro capitolo esamina la Chiesa, cioè la gerarchia ecclesiastica, le decime, l’influenza del clero, le immunità, l’asilo, la scomunica, ecc. ecc.

[p. 169 modifica] Si potranno qua e là rifiutare alcuni concetti espressi dall’Autore, si potrà trovare troppo azzardata l’una o l’altra opinione; ma nel complesso bisogna riconoscere che lo scopo è stato pienamente raggiunto, e che il libro è buono e utile.

A. D. V.




Untersuchungen zur Rechtsgeschichte von Julius Ficker. - Erster Band: Untersuchungen zur Erbenfolge der Ostgermanischen Rechte. - Innsbruck, Wagner, 1891.


In Italia, dove il nome del Ficker (l’illustre autore delle Forschungen zur Reichs– und Rechtsgeschichte Italiens) è notissimo e meritamente stimato, ogni sua nuova pubblicazione costituisce sempre un importante avvenimento letterario e desta nel campo degli storici e dei giuristi il più vivo interesse.

Varie circostanze concorrono poi questa volta ad accrescere siffatto interesse per l’opera che annunziamo. E prima di tutto la lunga espettazione. Si sapeva che da parecchi anni il Ficker occupavasi del diritto matrimoniale; e per quanto i saggi a quando a quando pubblicati nelle Rivisto non ci permettessero di determinare esattamente l'indole e il fine ultimo del lavoro, pure lasciavano ben intravederne la grande importanza rispetto ad una molteplicità di gravi questioni storico-giuridiche. Lo scritto sulle Nozze di Corradino (che il nostro Archivio non mancò di segnalare) e l’altro, uscito poco dopo, sulla Promessa Nuziale e il Matrimonio nei secoli XII e XIII, contenevano già nuove interpretazioni e nuovi concetti, ma talvolta piuttosto accennati che svolti. Ad ogni modo, si sarebbe detto che l’autore volesse, in sostanza, ristringere le proprie indagini alla pratica della celebrazione e conchiusione matrimoniale secondo il diritto civile, in relazione al diritto canonico e alle decisioni ecclesiastiche, cioè al Decreto e alle Decretali. Però non era difficile prevedere che questo campo di ricerche si sarebbe facilmente allargato, imperocchè per rintracciare il filo degli usi civili del matrimonio nei secoli XII e XIII conveniva risalire a tempi molto più remoti. Infatti il Ficker s’era posto allo studio delle antiche fonti del diritto germanico, e contemporaneamente a quello delle fonti gotiche-spagnuole1, convinto che solo mercè un confronto fra diritti gotico-spagnuoli e nordico-germanici si può ottenere esatta idea sulle [p. 170 modifica]condizioni giuridiche dei popoli tedeschi nei primordi della loro vita sociale. Questo esame comparativo era stato da lui circoscritto a due argomenti, cioè la tutela del sesso e il matrimonio2. Ma vi sono istituti di gius privato così intimamente connessi fra loro, che per essere intesi a dovere, vogliono essere studiati insieme; onde l’autore s’accorse subito che non si poteva debitamente apprezzare il significato de’suoi resultati sul diritto matrimoniale, senza mettere questa materia in relazione con la successione ereditaria; la quale non solo ha sempre con essa molti punti di contatto, ma costituisce addirittura il punto di partenza per tutte le ricerche sulle prime origini e sullo svolgimento del matrimonio germanico3.

Così è avvenuto che, mentre noi eravamo in attesa di un lavoro sul matrimonio, il Ficker ce ne presenta uno sulla successione ereditaria. Ma questo non esclude l’altro: lo precede, preparandoci a meglio intenderlo ed apprezzarlo. Saranno così due volumi di una stessa opera, che l’autore intitola: Ricerche sulla Storia del Diritto.

In un semplice annunzio non possiamo trattenerci sul contenuto di questo primo volume, comparso in luce da poche settimane; tanto più che i libri del Ficker, per la profondità del concetto come per la difficoltà della forma, esigono attenta lettura e lunga meditazione. Diremo solo per oggi (riserbandoci di ritornarvi sopra quando l’opera sarà compiuta) che esso presenta resultati importantissimi, e spesso contrari a quelli comunemente accolti, non pure sopra argomenti speciali (come, ad es., sulla condizione della donna, sul suo diritto ereditario, sul suo consenso alle nozze e simili), ma sopra i punti più fondamentali del diritto; sì che, ove vengano accettate tutte le nuove conclusioni, molte parti della storia dell’antico diritto germanico subiranno una sostanziale alterazione, e molte idee diffuse e accolte fin qui come verità assolute dovranno modificarsi quasi del tutto.

A. D. V.

[p. 171 modifica]L. Zdekauer. Il Constituto del Placito del Comune di Siena ora per la prima volta pubblicato – Prima parte. - Siena, Torrini, 1890. - In 8.° di pp. 60.

Studi sul documento privato italiano nei secoli X, XI e XII. – Prima parte. - Ivi, 1890. - In 8." di pp. 64.

Di questi due importanti opuscoli dell’egregio professore senese diamo una succinta notizia: intanto che dell’uno e dell’altro l’Autore sta apparecchiando (e lo aspettiamo con desiderio) il compimento.

Lo statuto dei Consoli del Placito di Siena è (dice lo Zdekauer) «uno dei documenti più antichi e forse il più antico della costituzione senese per quel che riguarda la legislazione autonoma del Comune». Il codice che lo contiene (membr., di ce. 16, nel R. Archìvio di Stato di Siena) è scritto non prima del 1294, con una giunta del 1308. Ma, seguita a dire lo Zd., «lo Statuto risale al secolo XII, e varie rubriche sue portano la data del Cento». Su questa assegnazione di data peraltro bisogna intendersi. Nel determinare la data di uno statuto ci sono due termini: il terminus a quo, della prima formazione e progressiva elaborazione della materia in esso contenuta, e il terminus ad quem, che è quello dell’edizione definitiva dello statuto stesso, ossia della formazione del codice che lo contiene. Ora nello statuto edito dallo Zd. noi troviamo queste date del Millecento:

Rub. xii. In quo possit succedere mater vel avus maternus filiis vel nepotibus. An. 1190.

xxxviiii. De hiis que fiunt in fraude creditoris. An. 1190.

lii. De dominis ex contractu servorum non conveniendis. An. 1194.

Tutti gli altri capitoli sono senza data o con date del secolo XIII, dal 1212 al 1297. Ciò posto, se ne deduce che lo statuto ha cominciato a formarsi negli ultimi del secolo XII, ha avuto un’elaborazione nei corso del secolo XIII, e finalmente un’edizione definitiva (che è quella del codice senese ora pubblicato) tra il 1297 e il 1306.

Lo Zd. pubblica l’intero testo dello statuto, che è di 86 capitoli, e vi premette una preAizione nella quale, dopo avere descritto il codice, dichiara le norme con cui, a utilità degli studiosi, gli statuti medievali dovrebbero pubblicarsi e illustrarsi. E in queste norme conveniamo pienamente col valente editore: conveniamo, che l’importanza di uno statuto non si misura dalla grandezza o piccolezza del Comune a cui appartiene, ma dal maggiore o minore contributo che esso reca alla storia del diritto; conveniamo che [p. 172 modifica]gli statuti non s’hanno a pubblicare per la semplice gloriuzza locale, ma sibbene come elementi preziosi per lo studio comparato della vita nazionale italiana nel medio evo; elementi, dai quali si desume che «nella vita d’ognuno dei nostri comuni batte il cuore di tutta la nazione; la energia morale che si rivela nella loro legislazione non è che un riflesso, una manifestazione singolare della energia morale complessiva di tutta la nazione» (pp 6-7).

Con questi savi intendimenti lo Zd. ha preso a pubblicare lo statuto dei Placiti di Siena, e ne prepara l’illustrazione.

Dal campo degli statuti il secondo opuscolo ci porta a quello dei documenti: dalla vita giuridica legiferata alla vita giuridica vissuta. Lo Zd. prende le mosse da quell’ottimo libro che è il trattato di Enrico Brunner sulla storia giuridica del documento romano e germanico4; e si apparecchia a darci uno studio originale intorno ai documenti privati italiani dei secoli X, XI e XII, condotto in special modo sulle carte del Capitolo della chiesa cattedrale di Pistoia.

L’opuscolo ora pubblicato contiene l’«Introduzione», la «Descrizione del Libro della Croce», che è il Cartulario del Capitolo pistoiese, e la pubblicazione del Rubricario di esso Libro.

L’introduzione dà notizie storiche e diplomatiche: le quali anche più particolarmente ci sono offerte dalla descrizione del Cartulario. Di questo lo Zd. studia l’età della compilazione che attribuisce al secolo XII; e in modo più preciso, dopo aver notato «che il codice non è scritto d’un fiato», ma in più volte e «se ne distinguono in complesso due grandi parti», prova essere scritta tra il 1115 e il 1133 la prima parte, tra il 1142 e il 1189 la seconda.

Uno studio interessante è la ricerca delle fonti di questo Cartulario. Per una quarantina di documenti si può provare che i documenti copiati in esso provengono da originali; per il rimanente (oltre 200), è incerto se provengano da originali o da un libro copiale anteriore. Comunque sia (e il séguito degli studi dello Zd. potrà forse meglio chiarire la questione) è sommamente notevole l’ordine metodico seguito nella compilazione di esso Cartulario, e soprattutto (come bene osserva lo Zd.) la distinzione in esso dei documenti in carte e in notizie.

Ricordiamo qui che, secondo una dottrina esattamente stabilita dal Brunner nel citato libro, pp. 8 e segg. e ora generalmente [p. 173 modifica]accettata (cfr. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre, I, 44-40) s’intendono per carte (chartae, chartulae), i «documenti dispositivi» che hanno in sè stessi virtù di atti giuridici, e per notizie (notitiae, breves, memoratoria) i «documenti di prova» ossia i documenti destinati ad memoriam habendam vel retinendam di un’azione giuridica già compiuta. Ora è cosa veramente notevole (ed è una conferma nuova della giustezza di tale dottrina) il vedere che nel Rubricario del Libro della Croce i documenti sono appunto disposti in due serie distinte; la prima delle Cartae, l’altra dei Breves o Brevia (ossia, notizie).

I transunti dei documenti sono in detto Rubricario fatti generalmente in forma soggettiva; e qui è pur degno di studio vedere con quali criteri fu fatta questa intestazione di persona.

Si sa bene che in ogni documento, o più veramente in ogni fatto documentato, ci sono sempre due persone cooperanti: cioè l’autore e il destinatario: ma, rispetto alla partizione dei documenti in carte e in notizie, c’è inoltre da osservare, che mentre nei documenti dispositivi l’autore del fatto documentato è anche autore diretto della carta, la quale viene scritta a richiesta di lui; i documenti memorativi invece si scrivono a richiesta tacita o espressa del destinatario, perchè sono fatti principalmente per garantire l’interesse di questo: cosicché in certo modo il destinatario diviene in essi autore (come si esprimono il Brunner e il Bresslau): o piuttosto, volendosi mantenere sempre distinte (come piace a me) le due persone giuridiche, la rogazione passa da questo a quello. Coerentemente a questo principio, noi vediamo nei Rubricarlo predetto tutti i brevi intestati col nome de’ destinatari, cioè delle persone che tenevano terre del Capitolo in affitto, o a lavoro, per altra concessione qualsiasi: mentre le carte sono intestate col nome degli autori, cioè di coloro che avevano donato, venduto o in altro qualsiasi modo concesso i propri beni al Capitolo. Fanno eccezione alcuni documenti della serie delle carte, i quali anziché avere una intestazione di persona, l’hanno di luogo di oggetto. Così, a p. 52 vedo registrata una «Carta de Casale, de duobus mansis..., quos acquisivimus a Lucensibus canonicis accclesie Sancti Martini»; e a pp. 53 e 54 tre «carte permutationis», dove sono indicate le terre permutate senza il nome dell’altro permutante.


Firenze.



[p. 174 modifica]G. Rondoni. Letture storielle con particolare riguardo all’Italia, ordinate secondo gli ultimi Programmi pei Licei — Volume I. Medio evo. - Torino, Paravia, 1891. In 16.° di pp. xii-290.

Di libri scolastici, fabbricati sui programmi ministeriali, l’Archivio non s’occupa volentieri, perchè in essi le ragioni commerciali soverchiano non di rado quelle scientifiche; ma di queste Letture, che rispondono a un concetto in parte nuovo, e che sono opera di un nostro egregio collaboratore, ci pare non disutile dare una breve notizia.

Il libro, come distribuzione di materie, è architettato bene. Il compilatore, diviso il medio evo in quattro periodi (dalla caduta dell’Impero d’Occidente a Carlo Magno; dai Carolingi alle Crociate; età delle Crociate e di casa Sveva; dalla Ano degli Svevi alla scoperta d’America); premette a ciascun periodo un breve sommario nitido e comprensivo. Le Letture seguono il corso cronologico dei fatti, e li abbracciano in una sintesi abbastanza completa; esse consistono in brani scelti da fonti storiche contemporanee, mescolati ad altri brani tratti da scrittori moderni.

Ora, della scelta non discutiamo; e vogliamo anzi dire che, rispetto alle fonti antiche, è fatta assai bene -, ma ci soddisfa poco questa mescolanza alla rinfusa di antico e di moderno; e più ci sarebbe piaciuto che si fossero fatte due categorie distinte, una dei racconti dei vecchi cronisti, e l’altra degli studi critici dei moderni scrittori. Quegli e questi, infatti, hanno un valore storico e morale affatto diverso: i primi rappresentano la fonte più genuina delle notizie; i secondi offrono, o dovrebbero offrire, i resultati ultimi dell’indagine scientiflca e del giudizio tìlosoflco sui fatti storici. Gli uni e gli altri corrispondono a due ordini diversi di studi: confondendoli insieme ne deriva una miscellanea più da dilettanti che da studiosi seri, la quale, anche sotto il rispetto educativo, non corrisponde pienamente al suo fine.

A questa, che a noi pare confusione, si può facilmente rimediare, completando e riordinando la raccolta; e intanto il compilatore voglia tener conto di un’altra osservazione.

Obbedendo a sani criteri scientifici, egli ha riferito vari testi di Paolo Diacono, di Eginardo, di Guglielmo di Tiro e di altri nel loro barbaro latino medievale, e di ciò lo commendiamo senza riserbo: ma non sappiamo condonargli di avere sostituito al testo originale, efficacissimo, di Fra Salimbene, nel ritratto che egli dà di Federigo II, il volgarizzamento di un moderno, dilavato e noioso.

Un’ultima osservazione sulle note. In queste il R. è stato assai sobrio, nè sappiamo fargliene carico; giacchè, considerata la [p. 175 modifica]destinazione scolastica del libro, dobbiamo sperare che gì’ insegnanti siano in grado e sentano il dovere di illustrare a voce i testi storici che danno in lettura agli alunni; ma forse qualche nota di più per rettificazione di fatti speciali, non raccontati con molta esattezza dai cronisti, avrebbe fatto bene. Di contro a tanta parsimonia, non ci sembra abbastanza giustificata l’eccessiva (e, diciamo il vero, poco faticosa) riproduzione delle note che il prof. Del Lungo ha apposte alla sua ottima edizione scolastica della Cronaca di Dino Compagni; edizione facilmente accessibile a tutti, maestri e scolari.

Nonostante questi difetti, che abbiamo schiettamente notati, la raccolta del Rondoni merita incoraggiamento; e ne aspettiamo il séguito con desiderio e con buoni auguri.

C. P.




Rodocanacchi E. Le Saint Siège et les Juifs. - Le Ghetto à Rome. Paris, Firmin-Didot, 1891. - In 8.° gr., di pp. xv-339.

Il ricercare pazientemente nelle memorie e nei documenti quale sia stata nei secoli passati la sorte degli Ebrei dopo la loro dispersione dalla terra patria, è lavoro per più lati degno di lode, e non solo necessario a compiere la storia di quella gente così a lungo vilipesa, ma anche importante per la storia generale, e per quella particolare dei paesi, dove gli Ebrei hanno avuto stanza. L’opera che qui annunciamo del sig. Rodocanacchi è di certo un contributo utilissimo a tale genere di studi, e nel medesimo tempo un libro di piacevole lettura, egregiamente stampato e adorno di alcune incisioni, che chiariscono meglio ciò che nel testo è contenuto. Al quale proposito ci sembra più delle altre utile e importante, a pag. 47, quella del Ghetto, tanto più che di questo luogo non resterà vestigio alcuno.

Ma è lodevole soprattutto il R. per l’imparzialità che informa tutto il suo libro, e per il tono di scientifica serenità con il quale è scritto; cosicché egli giudica rettamente senza nessuna intemperanza di linguaggio non meno i fatti che le persone. Loda quei Papi che furono miti verso gli Ebrei, e si studiarono di frenare il fanatismo troppo spesso feroce delle plebi ignoranti; e a ragione ripete quello già detto da altri che, in mezzo alle orribili persecuzioni del medio evo, non fu certo Roma la città, dove quei poveri dispersi furono peggio trattati. Ci furono, è vero, alcuni Papi più crudeli degli altri; e qui ci sembra giustissima la spiegazione che il nostro autore dà della diversa condotta dei Pontefici verso gli Ebrei, laddove stabilisce in generale che il Papato [p. 176 modifica]trionfante e potente fu verso quelli più mite e benigno, che non nei tempi in cui egli stesso si trovò minacciato e in decadenza. Questo pensiero lo conduce a dividere in tre periodi la storia della comunità degli Ebrei in Roma. 1.° Dal loro stabilirsi fino al pontelìce Eugenio IV. 2.° da questo Papa sino a tutto il secolo XVI. 3.° Dal principio del secolo XVII sino verso la fine del seguente: non volendo, per non porre in pericolo la più stretta imparzialità, toccare nulla di certe quistioni o contemporanee o anche troppo recenti (pag. 258).

Però, non ostante questa divisione, la distribuzione generale del libro non la possiamo dire abbastanza ordinata, e si nota una certa confusione cronologica prodotta dal non avere seguito sempre nò l’ordine logico né quello dei tempi. - L’accennata divisione in tre periodi apparisce soltanto nel 2.° libro (pg. 124) intitolato: Le regime de la communauté, - Les Juifs au Ghetto; mentre il primo è intitolato: Séjour, moeurs, physionomie; e il 3.°: Les Juifs et l’administration pontificale. I titoli stessi dimostrano che le materie non sono bene distinte, che di necessità l’una rientra in parte nell’altra, e ciò ha condotto a qualche oziosa ripetizione.

Ma non è questo, dobbiamo dirlo sinceramente, ciò che in quest’opera ci è più dispiaciuto. Non pochi errori, nei particolari è vero, ma troppo strani, troppo evidenti, la guastano, mentre per altri lati siamo i primi a giudicarla lodevole. Non possiamo fare a meno di notarne alcuni, non per ispirito di maligna critica, ma perchè crediamo quasi dovere di avvertirne l’autore, e quei lettori che non potrebbero avvedersene.

Si cita un passo di Filone (pag. 19) nella traduzione latina, e si dice che «bonam urbem partis est ici dans le sens de considérable et non pas d’agréable». Dove è inesplicabile che, invece di fermarsi a interpretare il significato della traduzione, non si sia veduto che l’originale greco ha: [testo greco] μεγάλης. Ogni osservazione quindi poteva risparmiarsi.

Fusco Aristio, l’amico di Orazio, al quale questi ha dedicato l’ode 22 del Libro 1.° e diretto l’Epistola 10.°, per mezzo del quale voleva liberarsi dall’importuno seccatore, è per il R. «un poëte juif» (pag. 21 e lOS), e lo asserisce come cosa nota e indiscutibile.

Invece Fusco Aristio non era affatto ebreo, ma per burlarsi di Orazio si mostra anche lui ligio a certe superstizioni giudaiche, alle quali si sa che soggiacevano anche molti Pagani. Del resto Orazio, tanto spregiatore degli Ebrei, se a questi avesse appartenuto Fusco Aristio, non gli avrebbe scritto così amichevolmente da dirgli, per il suo amore del vivere cittadinesco, mentre egli amava la campagna, hac in re scilicet una multum dissimiles, at caetera pene gemelli.

[p. 177 modifica]Il titolo di un trattato talmudico, che per giunta è scritto anche erroneameate Magilla invece che Meghilla, diventa per il R. il nome d’un autore (pag. 36). E se è celebre l’errore di chi scriveva: «ut narrat Rabbinus Talmud», oggi con tanti lavori che spiegano che cosa sia il Talmud, e ne fanno anche l’analisi, equivoci siffatti sono davvero poco scusabili; tanto più che il R. cita alcune volte la traduzione francese del Talmud fatta dallo Schwab, è vero senza indicazione nè di volume nè di pagina, cosa che gli accade anche per la storia del Graetz. Della quale, per dirla di passata, sembra che egli non siasi abbastanza giovato, come mostra d’ignorare l’altra opera importantissima del Güdemann: Geschichte des Erziehungswesens und der Cultur der Juden in Italien während des Millelalters (Wien, 1884).

Si dice come cosa dubbiosa che una certa parola ebraica scritta dal Belli, secondo il guasto modo col quale viene pronunziata dal volgo romano, fosse un titolo dato ai Rabbini (pag. 77), mentre è conosciutissimo che quella parola significa sapiente, dottore e da per tutto i Rabbini sono così chiamati.

Nello spiegare la forma del manto che gli Ebrei indossano durante la preghiera, si cita la Sinagoga judaica del Buxtorfio (p. 90); ma era d’uopo non far dire a questo illustre ebraicista due spropositi che non ha mai detto, cioè che quel manto sia tessuto di tanti fili quanti sono i precetti della legge, e che questi siano settantantatrè. Questi invece sono seicentotredici; e, se quel manto in qualche modo li rappresenta alla mente dei devoti israeliti, non è certo per il numero dei fili di cui è tessuto.

Parrebbe che ad opinione del R. la circoncisione fosse fatta sempre nella Sinagoga (pag. 96), ma poi in appendice si riporta il passo del Journal de voyage de Montaigne en Italie, dove al contrario, e giustamente, si dice: quant à la circoncision elle se fait aux maisons privées (pag. 312). E intorno a questo stesso Journal, sembra che l’A. non conosca affatto la recentissima edizione del D’Ancona; perchè lamenta che oggi sia troppo dimenticato (pag. 193), e cita soltanto l’edizione del 1774.

Rispetto agli schiavi giudei in Roma si dice (pag. 106): César les affranchit; ils formérent dès lors uìie caste, les libertini. Ma è troppo conosciuto che i libertini esistevano in Roma da molto tempo prima, e che in massima parte non erano Giudei. Forse si voleva dire che questi liberati formarono parte di tale classe; ma il significato delle parole è ben diverso.

Nel poema di Emanuele Romano sull’Inferno e il Paradiso il Daniele nel quale alcuni hanno creduto di vedere un’allusione a Dante, non è il profeta Daniele che serve di guida al poeta nel suo miracoloso viaggio, ma un altro Daniele detto fratello, cioè [p. 178 modifica]amico dilettissimo, e di cui domanda alla sua guida quale sarà il destino dopo la morte. Prova evidente che l’un Daniele non può con l’altro confondersi come li confonde il R. (pag. 137).

Dire che il papa Eugenio III permise qu’on lut devant lui l’Évangilè en hebreu (pag. 139 e seg,), farebbe credere che esistesse in quei tempi un evangelo in ebraico: e ciò non è vero. Solo può essere avvenuto, secondo riferiscono alcuni scrittori, che alla consacrazione di qualche Pontefice fossero oralmente recitati alcuni versetti anche in ebraico, ma che l’Evangelo si leggesse in questa lingua, come leggevasi in greco e in latino, è impossibile. Ad ogni modo questo sarebbe avvenuto, anche secondo il Cancellieri citato dal R., nella consacrazione di Alessandro V nel 1409, non tanto tempo prima in quella di Eugenio III.

Non ci fermeremo a notare alcune parole ebraiche erroneamente trascritte, ma chiuderemo col dire che siffatti errori nascono da mancanza di quelle cognizioni speciali che è necessario procurarsi prima di scrivere. Eppure sembra ora invalso in Francia e in Italia il vezzo di scrivere sopra subbietti attinenti alla storia degli Ebrei senza sapere parola di ebraico, e senza avere neanche con la debita cura studiato quegli autori che specialmente ne trattano: quindi o si commettono errori come quelli notati, o si fabbricano ipotesi audaci, che non hanno verun fondamento. Ma al sig. Rodocanacchi non si può fare quest’ultimo rimprovero: egli è anzi cauto, e non si affretta a trarre dai fatti induzioni ardite.

Se in una seconda edizione del suo libro egli volesse correggerne queste particolari, ma non lievi, mende, lo renderebbe, ci sembra, meritevole di maggiore approvazione.

Firenze.




Cronache veneziane antichissime, pubbl. dall’Istituto storico italiano, a cura di Giovanni Monticolo. - Vol. I, Roma 1890. In 8.°, di pp. xxxix-224.
Giovanni Monticolo. - I manoscritti e le fonti della Cronaca del diacono Giovanni. - Estratto dal Bullettino dell’Istituto storico italiano n.° 9. - Roma, Forzani 1889. - In 8.°, di pp. 298.

Il prof. Giovanni Monticolo è uno dei più valenti cultori dell’antichissima storia veneziana, e gli studi da lui fatti in questo arduo campo occupano un posto eminente accanto a quelli del Cipolla, del Simonsfeld, del Kohlschütter, del Waitz, del Fanta e di tanti altri eruditi, i quali diedero in questi ultimi tempi impulso [p. 179 modifica]vigoroso e indirizzo critico alle ricerche intese ad illustrare le origini della repubblica di S. Marco.

Ora il M. ci dà una ottima edizione di alcune cronache fra le più importanti composte a Venezia e nelle altre città del ducato, prima che il doge Andrea Dandolo scrivesse la grande opera cui deve la fama.

Le cronache veneziane antichissime di questa edizione sono quattro, cioè: La Cronaca de singillis patriarchis Nove Aquileie, il così detto Chronicon Gradense, una Cronaca brevissima delle origini del patriarcato di Grado e la Cronaca veneziana del diacono Giovanni, che è la più importante fra tutte. Terminano il volume alcune Scritture storiche aggiunte a quest’ultima.

L’edizione è condotta con quella critica minuta e scrupolosa di cui il prof. M. aveva già dato saggio ne’ suoi lavori precedenti, ed è accompagnata da note nelle quali nulla è trascurato che possa giovare in qualche modo alla piena ed esatta intelligenza del testo. Così il lettore è sempre avvertito dei passi analoghi o somiglianti od uguali a quelli di altre cronache, ed è rinviato opportunamente a dissertazioni critiche o a documenti che possano servire d’illustrazione. Anzi, allorché gli accade di riferire in nota il testo di qualche documento già pubblicato da altri poco esattamente, egli ne ristabilisce la lezione originaria ricorrendo alle fonti manoscritte.

Una parte assai importante è fatta nelle note alle indicazioni geografiche, dove il M. non trascura occasione per rettificare interpretazioni erronee date da altri critici a certi nomi di luoghi del territorio veneto. E non mancano neppure delle osservazioni filologiche là dove il barbaro latino medioevale renderebbe assai difficile l’interpretazione di alcuni punti a chi non avesse famigliarità con esso. Sicché con tali sussidi la lettura di quelle rozze narrazioni può dare anche a chi non sia profondo in tali studi un quadro quasi completo della storia veneziana di quell’epoca.

Le conclusioni del Giesebrecht, del Pertz, del Gloria, del Wüstenfeld sono tutte dal M. messe a profitto e vagliate con una critica severa ma giusta ed imparziale; anzi torna a grande lode dell’autore il non fondare le asserzioni che sopra testimonianze certe ed irrefragabili. Riesce poi di grande utilità agli studiosi l’indice dei Nomi proprî e cose notevoli che si trova in fondo al volume; giacché è resa in tal modo più facile, più breve e più esatta ogni ricerca particolare.

Come il testo è corredato di note esplicative, così è accompagnato anche da un diligentissimo apparato critico, nel quale sono indicate non solamente le varianti dei codici, ma eziandio le correzioni di taluno di essi, dove la lezione primitiva è ancora leggibile.

[p. 180 modifica]Quanto ai criteri seguiti nella edizione, e ai manoscritti adoperati, e alle relazioni che questi presentano tra loro e con altre opero conosciute o supposte, abbiamo ampie notizie e diffuse discussioni nella Prefazione di questo volume, e più ancora nell’altra opera che abbiamo preso in considerazione, la quale benché tratti specialmente dei Manoscritti e delle fonti della Cronaca del diacono Giovanni, devo pure occuparsi di tutte le questioni attinenti alle altre cronache veneziane più antiche, in virtù dei rapporti strettissimi onde queste sono legate a quell’interessante monumento della storia medievale.

Perciò, riassumendo le conclusioni del M., terremo conto dell’uno e dell’altro lavoro contemporaneamente; e cominceremo dalla Cronica de singulis patri archis nove Aquileie, che nell’edizione e nella cronologia occupa il primo posto.

La Cronica de singulis patriarchis nove Aquileie, composta da un anonimo a Grado dietro la scorta dei documenti dell’archivio di quella chiesa metropolitana, si legge nei codice membranaceo in foglio piccolo della biblioteca Barberini di Roma segnato XI, 145 già 247; esso è del secolo XIII, ma non presenta l’opera nella sua forma originale. Perciò il M. corresse in molti luoghi la testimonianza di questo manoscritto con quella di un altro più corretto e più antico, cioè l’Urbinate-Vaticano 440, il quale contiene il Chronicon Grandense, dove è compresa una parte della nostra Cronica. Questa ebbe già due edizioni, la prima incompleta a cura del Pertz5 e la seconda per opera del Waitz6. Il M. ricorda sempre la loro lezione là dove interpreta diversamente; e nella seconda nota difende con buoni argomenti l’autenticità degli atti del sinodo di Grado tenuto dal patriarca Elia il 3 novembre 5797.

Il Cronicon Gradense in questi ultimi anni fu oggetto di studi pazienti e di vari giudizi, sia rispetto alle sue fonti ed alla sua composizione, sia rispetto al suo autore.

L’edizione che ne dà il M. è la terza, perchè fu già pubblicato molto imperfettamente e sulla testimonianza di un solo codice dal [p. 181 modifica]Rossi nel 1845, come quarto libro del Chronicon Altinate8, e l’anno appresso dal Pertz9 col sussidio di tre codici, cioè: il Vaticano Urbinate 440, il Vaticano 5269, e il Marciano Latino X, 141. Il M. ha preso in esame ancora un quarto codice (il codice H, V, 44 del seminario patriarcale di Venezia), ed ha corretto in parecchi punti la lezione data dall’erudito tedesco.

Il Waitz10 per primo riconobbe in quest’opera l’accozzo di due parti affatto distinte, anzi in alcuni punti contradittorie, di cui l’una fu tratta dalla citata Cronica de singulls patriarchis nove Aquileie, e l’altra è un compendio di due piccole cronache che si trovano riunite in un sol tutto nel Chronicon Altinate e riguardano le prime vicende di Torcello e dì Grado. Perciò assai male gli conviene il titolo di Chronicon Gradense datogli dal Pertz ed accettato poi per convenzione dagli altri eruditi; onde il M. lo presenta giustamente agli studiosi come Cronaca del patriarcato di Grado e delle origini di Torcello e di Grado, nota comunemente col titolo di Chronicon Gradense.

L’importanza storica di quest’opera, osserva il M., non istà nella originalità delle notizie, ma principalmente nel fatto che, essendoci stata trasmessa anche in un codice del principio del secolo XI (il Vaticano-Urbinate 440) «ci dà un argomento sicuro, forse il solo, per dimostrare che almeno la parte corrispondente del Chronicon Altinate11 era già composta prima di quel tempo, sebbene gli antichi manoscritti del medesimo sieno soltanto della prima metà del secolo XIII»12. Il racconto presenta poco ordine e quasi nessuna unità; e ciò induce il M. a supporre che l’anonimo compilatore, più che un’opera storica, abbia voluto fare una raccolta di appunti intorno alle origini di Torcello e di Grado e alla storia del patriarcato, «con i quali avrebbe forse a suo agio composto poi una cronaca intorno a quel tema coordinando meglio la materia e togliendone le evidenti contraddizioni»13.

[p. 182 modifica]Chi fosse questo anonimo compilatore, la critica non è riuscita e forse non riuscirà mai a determinare con sufficiente sicurezza.

Due nomi hanno messo innanzi le congetture dei dotti in tale materia, cioè Giovanni diacono, autore del Chronicon venetum, del quale dovremo pure tener parola, e il patriarca Vitale IV Candiano (morto intorno all’anno 1020), figlio del doge Pietro Candiano IV, che fu ucciso, come è noto, nella sollevazione popolare del 976.

Con molta esattezza e grande acume il M. nella Prefazione al testo, e specialmente nella dissertazione sui Manoscritti e le fonti della Cronaca del diacono Giovanni (nel capitolo XIX), espone tutti gli argomenti che si potrebbero addurre in favore dell’uno e dell’altro personaggio, ma conchiude prudentemente che mancano e per l’uno e per l’altro delle prove decisive. Soltanto mi sembra che il M. propenda per Vitale, allorché dice che la compilazione fu composta probabilmente in Grado da un sacerdote della chiesa metropolitana nel principio del secolo XI14. In ogni modo sono assai interessanti ed opportune le notizie intorno alla vita di questo patriarca che il M. trae dalle cronache e dai documenti del tempo.

Occupa il terzo posto nella serie delle Cronache veneziane antichissime una breve composizione anonima la quale consta di alcuni period tratti dal Chronicon Gradense verso la metà del secolo XIV, probabilmente durante il dogado di Andrea Dandolo, allo scopo di mettere in evidenza il diritto di investitura che spettava ai dogi nella elezione dei patriarchi. Questa piccola raccolta, a cui il M. dà il nome di Cronaca brevissima delle origini del patriarcato di Grado, avendo quasi il carattere di un documento ufficialo, si legge nel Liber primus Pactorum, e nel noto codice Trevisaneo che si conserva al R. Archivio di Stato di Venezia.

Viene finalmente il Cronicon venetum di Giovanni diacono, al quale il M. dedica una completa dissertazione intesa ad illustrarne i manoscritti e le fonti.

Questo preziosissimo monumento dell’antica storia di Venezia fu oggetto degli studi assidui di molti eruditi, ed in particolar modo dello stesso M., il quale pubblicò già sul cronista Giovanni alcune altre interessami monografie15, di cui la presente si può dire la più degna continuazione.

[p. 183 modifica]Non a torto l’attenzione degli storici veneziani fu attirata particolarmente dal Chronicon venetium di Giovanni diacono, perchè, come già ebbe a notare il M. ne’ suoi studi precedenti16, nessuna altra fonte dell’antichissima storia veneziana diffonde tanta luce sopra certi avvenimenti che il Dandolo accenna appena, oppure trascura completamente. E la narrazione del cronista Giovanni diventa diffusa e acquista la massima autorità quando espone i fatti contemporanei, la maggior parte dei quali noi non potremmo conoscere d’altronde. L’esposizione delle vicende di Pietro Orseolo II (991-1009), che rivolse tutta la sua attività alla prosperità commerciale ed alla sicurezza di Venezia, e specialmente la lunga narrazione della conquista della Dalmazia intrapresa da quel doge, è veridica, minuta e chiara, tanto che in questa parte la cronaca, procedendo anche con forma meno sconnessa, si avvicina ad una vera e propria storia degli avvenimenti che si svolsero sotto gli occhi dell’autore, e nei quali anzi l’autore stesso ebbe parte non piccola né indifferente. Sebbene questi abbia posto ogni cura nel celare l’essere suo, tuttavia la conoscenza ch’egli mostra di alcuni fatti i quali non potevano essere noti se non a un testimonio oculare, indusse ultimamente i dotti a concludere concordemente che l’autore di questo Cronicon venetum non può essere altri che Giovanni diacono, in presenza del quale il doge Pietro Orseolo II e l’imperatore Ottone III s’incontrarono e si abbracciarono nell’isoletta di S. Servolo una notte d’aprile del 1001.

Notizie importanti sebbene poco copiose sul diacono Giovanni ci danno alcuni documenti che il M. ricorda nella Prefazione al testo, e che ci rivelano come l’operosità politica del nostro autore si svolse alla corte di Ottone III e di Enrico II, «mentre manca qualunque indizio ch’egli abbia avuto parte alle trattative non meno importanti che nel medesimo tempo vennero fatte tra il doge e la corte bizantina»17.

L’opera del diacono Giovanni, di cui i dotti incominciarono a indagare le fonti e i codici nei primi anni del secolo XVIII, fu chiamata da alcuni Cronaca Sagornina, perchè il padre Bernardo De Rubeis ne’ suoi Monumenta Ecclesiae Aquileiensis (cap. XXVIII), [p. 184 modifica]tratto in errore da una nota marginale del codice Marciano Lat. X, 141, credette di doverla attribuire al fabbroferraio Giovanni Sagomino della prima metà del secolo XI18. E quale Chronicon venetum omnium quae circumferuntur vetustissimum et Iohanni Sagornino vulgo tributum fu pubblicato per la prima volta nel 1765 da Girolamo Francesco Zanetti sulla testimonianza del ricordato codice Marciano, detto anche Zeniano, perchè posseduto da Apostolo Zeno.

Ma questa prima edizione cui mancava una giusta critica nell’uso dei codici e per di più la esatta interpretazione del testo, non corrispose all’aspettazione degli studiosi di storia veneziana. Pensò allora di dare una seconda edizione della Cronaca nei primi anni del nostro secolo Domenico Maria Pellegrini dell’ordine dei Predicatori e preposto alla biblioteca del suo monastero; ma la sua illustrazione (la quale del resto correggeva soltanto in parte i gravi errori dello Zanetti) rimase inedita, ed ora è tra i codici Cicogna (n. 619) al Museo Civico di Venezia.

L’onore di aver dato una seconda edizione della nostra Cronaca spetta a Giorgio Enrico Pertz, il quale, riconoscendo in essa una fonte importantissima non solamente per la storia del comune veneziano, ma anche per quella dell’impero romano-tedesco, l’anno 1846 la pubblicò nel volume VII dei Monumenta Germaniae historica, valendosi come testimonianza fondamentale del codice Vaticano-Urbinate 44019, che è il più antico ed appartiene al secolo XI, e del codice Vaticano 5269, scritto verso la metà del secolo XIII e importante perchè ci ha conservato la prima parte della cronaca che manca nell’Urbinate e che ricorda le vicende del comune veneziano dalle origini sino alla elezione del doge Maurizio. Del terzo codice ossia del Marciano, che è il meno degno di considerazione, perchè è della fine del secolo XV e deriva [p. 185 modifica]manifestamente dal Vaticano, il Pertz segnò soltanto alcune varianti più notevoli.

L’edizione del Pertz, informata a quei retti criteri che costituiscono il pregio di ogni volume dei Monumenta Germaniae, ebbe la più lieta accoglienza dagli eruditi nostri e d’oltr’Alpe; e il Giesebrecht, il Kohlschütter, il Gfrörer se ne giovarono assai nelle loro pregevolissime opere storiche.

Tuttavia anche l’edizione del Pertz, sebbene si lasciasse addietro di gran lunga quella del 1765, non andò esente da ogni difetto; e d’altra parte alcune opinioni che il Pertz mise innanzi nella Prefazione intorno al diacono Giovanni e alla sua cronaca non incontrarono l’approvazione di tutti.

Laonde mancava ancora un lavoro che, riassumendo le idee esposte dai varii critici su questo soggetto dal 1816 fino ad oggi, ed applicandole all’interpretazione del testo, completasse l’opera del dotto tedesco. A questo lavoro si è accinto il prof. M. il quale fin dal 1882, indagando il valore storico della cronaca nel suo studio pubblicato nella Cronaca liceale di Pistoia, a pag. 28 aveva rilevato giustamente alcune mende dell’edizione del Pertz.

Ora nei primi capitoli della nuova dissertazione intesa a trattare tutte le questioni che si rifericono alla composizione ed al testo della cronaca, discute anche certe opinioni dell’illustre storico tedesco, le quali per il passato furono accettate sulla sua autorità, in tutto in parte, dagli studiosi e dal M. stesso.

Il Pertz affermò essere il cod. Vaticano-Urbinate 440 l’autografo di Giovanni è scritto nella sua ultima parte in più tempi di mano in mano che gli avvenimenti si succedevano. Inoltre, siccome il Chronicon Gradense si trova nello stesso codice e scritto dalla medesima mano, trasse la conseguenza che l’autore di quest’ultima opera fosse senz’alcun dubbio il diacono Giovanni. L’opinione che attribuisce al nostro cronista la compilazione del Chronicon Gradense fu già combattuta con buoni argomenti dal Kohlschütter20 dal Simonsfeld21 e dal Waitz22, i quali osservarono la diversità dello stile ed altre differenze sostanziali assai notevoli. All’esame delle altre due opinioni il M. dedica tutto il IV capitolo della sua dissertazione, e vi si accinge dando prima una minuta ed accuratissima descrizione del codice Vat.-Urb. sul quale il Pertz fondò i [p. 186 modifica]suoi giudizi, e trattenendosi specialmente sulle correzioni del codice stesso. Sarebbe troppo lungo ricordare tutti gli ottimi argomenti onde il M. combatte le deduzioni del Pertz: basti accennare che egli, pur mostrando l'insufficienza delle ragioni addotte da questo, riconosce però che una critica minuta e coscienziosa non può decisamente affermare il contrario; e conchiude che il codice Urbinate fu scritto per certo da un veneziano al principio del secolo XI e che anche non volendo accordargli un’originalità assoluta, «si dovrà almeno ritenere che esso sia la copia più antica dell’abbozzo dell’opera, ma forse posteriore alla morte dell’autore» (p. 43).

Nè meno sottile ed imparziale è la critica del M. allorchè passa ad indagare le fonti della cronaca veneziana.

Queste sono il De sex aetatibus mundi di Beda, la Historia Langohardorum di Paolo Diacono, e probabilmente anche la Cronica de singulis patriarchis nove Aquileie, il Chronicon Gradense e un’altra composizione che nelle sue parti più antiche risale al secolo X, vale a dire il Chronicon Altinate, del quale il Simonffed dette nel vol. XIV dei Mon. Germ. hist. una eccellente edizione che corresse gli errori e le imperfezioni di quella data dal Rossi nel vol. VIII S. I, e dal Gar nel vol. V App. di questo periodico.

Siccome poi il cronista si valse di testimonianze diverse secondo che ebbe a trattare della storia ecclesiastica o politica del suo comune, oppure della storia straniera che ha relazione con Venezia, il M. stabilisce anzi tutto una triplice divisione delle fonti, e incomincia dal ricercare le opere onde il cronista Giovanni trasse la storia del patriarcato di Grado e dei due vescovadi di Olivolo e di Torcello, che erano «le tre dignità ecclesiastiche maggiori per l’importanza della loro sede» (pag. 67). Osserva in pari tempo che, mentre possiamo stabilire con bastante certezza le fonti del diacono Giovanni per la prima parte della sua cronaca, ci mancano invece indizi sufficienti per determinare le opere ond’egli attinse la materia storica dei tempi a lui più vicini.

«È superfluo (dice poi il M. a pag. 68) dimostrare che il diacono Giovanni nella composizione della sua opera si attenne alla «testimonianza d’altre scritture più antiche anche in quelle parti ove non vi possono determinare con precisione le fonti che si riferivano a cronache a noi sconosciute; se il cronista veneziano avesse tratto la materia soltanto dalla tradizione orale, il suo racconto non sarebbe stato così lucido, ma avrebbe portato in sè stesso le tracce delle alterazioni che il popolo suole introdurre o attribuendo a un sol uomo le imprese compiute in un intero periodo storico o dando al racconto un carattere leggendario e romanzesco».

Ed è appunto in questi casi che il critico è costretto a [p. 187 modifica]ricorrere a congetture più o meno probabili. Il M. però avverte sempre il lettore allorchè le prove da lui addotte «danno soltanto degli «indizi ma non gli argomenti decisivi e sicuri coi quali si dimostra in modo assoluto e definitivo la verità nella storia» p. 77); come quando, per esempio, dalle molte notizie particolari ed esattissime che il cronista veneziano dà intorno alle chiese di Grado nel sec. VIII (notizie confermate da un documento che il cronista certo non conobbe) argomenta che il diacono Giovanni si valesse del racconto d’uno scrittore contemporaneo o molto vicino a quei tempi, ma a noi affatto ignoto (cap. X pag. 74). Così il M. trova qualche indizio d’una fonte contemporanea nella narrazione del contrasto tra il patriarca Pietro, il pontefice Giovanni VIII e il doge Orso I Particiaco. All’esame di questa narrazione dedica il M. le venti pagine del capitolo XI, e riassumendo con grande ordine e chiarezza i particolari di questo contrasto, dichiara di attenersi alla testimonianza di Giovanni diacono il quale ricorda un solo concilio di Ravenna da riferirsi all’anno 887, anzichè all’opinione del Mansi23, del Iaffè e dell’Ewald24 che vorrebbero ammettere due sinodi di Ravenna tenuti da Giovanni VIII, uno nell’874 e l’altro neir877.

Quanto alle altre notizie assai brevi che il diacono Giovanni dà intorno ai patriarchi di Grado, il M., esaminando i cataloghi che di questi patriarchi abbiamo nel Chronicon Altinate e nella Cronica de singulis patriarchis nove Aquileie, conchiude che probabilmente nessuno dei due servì di fonte diretta, ma bensì un altro catalogo che a noi non sarebbe pervenuto, «perchè alcune delle notizie del cronista Giovanni mancano nelle due fonti sopra ricordate, le quali invece ci hanno trasmesso altri particolari che il nostro scrittore quasi sempre lasciò da parte» (p. 101). E qui il M. cita parecchi esempi nei quali è provata luminosamente la verità di questa asserzione. Del pari le serie dei vescovi di Torcello e di Olivolo, che il diacono Giovanni ricorda qua e là interrottamente nella sua cronaca, non concordano affatto con quelle date dal Chronicon Altinate. Ora, siccome il cronista nella designazione dei patriarchi e dei vescovi delle due sedi, pur allontanandosi dalle citate composizioni conserva sempre la medesima forma e lo stesso metodo, «può sorgere il dubbio, dice il M., che i tre cataloghi sieno pervenuti al nostro cronista raccolti in una unità per opera di un compilatore che avrebbe dato ad essi la medesima forma» (p. 107).

[p. 188 modifica]Assai più incerta è la distinzione delle fonti per quella parte della cronaca che si riferisce alla storia politica del comune veneziano. E subito nel proemio della nostra Cronaca ci si presentano tre lunghi passi relativi alla venuta dei Longobardi in Italia e alla geografia dell’antica Venezia marittima, i quali dovevano formare in origine un frammento unico, ma furono separati dal diacono Giovanni mediante alcune interpolazioni assai grossolane, talché non si può supporre ch’egli stesso ne sia l’autore. La materia di questo frammento d’anonimo (composto secondo il AL dopo l’anno 851 quando cadde il doge Pietro Tradonico) è tratta dalla Historia Langobardorum di Paolo diacono e, come acutamente osserva il nostro autore, da alcune bolle di papi.

Perduto per noi è anche il catalogo di dogi di cui si deve essere servito il diacono Giovanni per l’arida e ristretta narrazione che fa degli avvenimenti dalla morte del primo doge sino al quarto magister militium; giacché questa discorda affatto dai tre cataloghi di dogi che a noi sono noti e che si leggono nel citato codice Vaticano-Urbinate 440, nel Chronicon Altinate e negli Annales breves25.

Questo è tutto quanto possiamo stabilire delle fonti del diacono Giovanni nella storia politica di Venezia, perchè delle altre notizie date dal cronista su questo argomento sembra al M. assai difficile fare una partizione secondo la loro fonte, essendo «impossibile il confronto con altre scritture più antiche ed assai scarsi e incerti i sussidi che ci vengono dall’analisi delle sole qualità intrinseche della narrazione» (p. 118).

Però il M. crede di poter determinare con sufficiente sicurezza che tutta la parte della Cronaca dagli ultimi tempi di Pier Candiano III (942-959) sino al 1008 fu composta da Giovanni secondo i suoi ricordi personali.

La storia straniera che nei primi tempi, cioè avanti il secolo IX, ha maggiore attinenza con Venezia è quella di Costantinopoli e dell’Italia bizantina -, ora nelle pagine che il cronista vi dedica il M. non trova «una sola notizia che non ci sia trasmessa «da altre fonti più autorevoli e più antiche» (p. 120) -, ma ben diversa è la cosa allorché si tratta di determinare le opere onde il cronista Giovanni trasse le notizie di storia straniera dal secolo VIII in poi, perchè qui il M., dopo aver recato parecchi esempi, è [p. 189 modifica]costretto a conchiudere non potersi determinare quali esse fossero, sebbene il confronto con altre testimonianze dimostri «che dovevano essere scritture di grande importanza» (p. 30).

Nei capitoli seguenti, dal XIX al XKVII esamina quindi più particolarmente le relazioni dell’opera di Giovanni col Chronicon Gradense, colla Cronica de sing. patr. nove Aq., coi documenti anteriori al 1009, col Chronicon Altinate e finalmente col Liber pontificalis di Gregorio di Tours e con le opere di Beda e di Paolo diacono.

Studiando le relazioni col Chronicon Gradense, espone minutamente tutte le questioni di cui abbiamo già toccato parlando di questa composizione. Or qui possiamo notare ancora come il M. muova alcune obbiezioni a un altro valente cultore di questi studi, cioè al prof. Carlo Cipolla, il quale, pur non volendo pronunziare un giudizio definitivo sull’autore del Chronicon gradense, si mostrò peraltro disposto ad ammettere che il diacono Giovanni abbia riunito insieme materialmente il sommario del racconto sopra Torcello e Grado (che si legge nel Chronicon Altinate) con le notizie sui patriarcato di Grado, che sono evidentemente tratte dalla Cronica de sing. patr. n. Aq.26.

Come abbiamo già detto, il M. non giunge con le sue osservazioni ad alcun risultato positivo, ma ponendo innanzi tutti gli argomenti che si sono addotti e che si possono addure in tali ricerche e mostrando sottilmente il loro diverso valore, lascia lo studioso pienamente libero del suo giudizio. Nè si può far torto di ciò all’egregio autore; dobbiamo anzi riconoscere a suo merito questa prudenza, quando si pensi che molti storici, per un male inteso ardore di novità o di originalità, basano spesso le loro asserzioni categoriche sopra indizi assai incerti e discutibili.

Quanto alla Cronica de sing. patr. nove Aq., il M. inclina a credere che le somiglianze del suo racconto con quello del diacono Giovanni derivino dall’aver questi seguito una testimonianza molto affine ed ora perduta; e soggiunge che l’ipotesi di un’altra fonte a noi sconosciuta gli sembra in modo migliore giustificata dalle diversità che le due cronache presentano nel testo della nota lettera di Gregorio II al patriarca d’Aquileia Sereno, in data 1.° dicembre 723. E nel cap. XXI esamina appunto il testo di questa lettera.

Assai interessante è pure il capitolo seguente dove il M. prende in considerazione due altre famose lettere papali, di cui una è pure riportata dal diacono Giovanni, ed è quella scritta da un papa [p. 190 modifica]Gregorio al patriarca di Grado Antonino perchè esorti i Veneziani a rimettere in Ravenna l’esarca Eutichio scacciato dai Longobardi; l’altra ci fu trasmessa dal Dandolo nella sua Cronaca estesa e dal Sanudo nelle Vite dei dogi, e fu scritta da Gregorio al doge Orso per il medesimo scopo e quasi con le stesse parole.

Il M. ammette con molti altri critici l’autenticità della lettera di Gregorio ad Antonino, che fu già impugnata dal Muratori27 e dal Martens28; ma la parte affatto nuova delle argomentazioni del M. è quella in cui dimostra che la lettera, attribuita da Andrea Dandolo e recentemente dal Jaffè29 e dal Cipolla30 a Gregorio II, è da riferirsi al suo successore Gregorio III e da porsi tra il 731 e il 736. Le prove addotte dal M. in sostegno di questa sua opinione hanno senza dubbio grande valore; e per questo mi pare che anche nel titolo del cap. XXII avrebbe potuto sostituire Gregorio III a Gregorio II, o indicare il semplice nome proprio del papa se non voleva anticipare al lettore la sua conclusione.

11 Chronicon Altinate mostra qualche somiglianza con la cronaca del diacono Giovanni nel racconto delle origini di Torcello e di Grado, nel catalogo dei patriarchi gradesi e nel racconto della venuta di Longino nelle isole veneziane. Ora il M. si trova d’accordo con Enrico Simonsfed31 nello stabilire che il testo dei due primi è più antico nel Chronicon Altinate; ma la sua opinione è diversa da quella dell’illustre erudito tedesco rispetto al terzo; giacché, mentre il Simonsfeld si mostrò propenso ad ammettere l’anteriorità del racconto di Longino nel Chronicon Altinate, il M. crede che questo racconto sia posteriore ai primi anni del secolo XI (e più precisamente tra il 1008 e il 1056) e che la Cronaca di Giovanni sia stata una delle fonti del suo anonimo compilatore. Giova però avvertire che, come il Simonsfeld non intese di dare la soluzione definitiva del problema, così il M. a pag. 203 della sua dissertazione dichiara che «colle sole testimonianze delle quali per «ora abbiamo cognizione, si possono avere soltanto indizi più o meno probabili, ma non mai gli argomenti che possano risolvere il quesito in modo definitivo».

[p. 191 modifica]La Cronaca del diacono Giovanni presenta dei passi comuni anche col Liber pontificalis32 e con le opere di Isidoro33, di Gregorio di Tours34 e di Gregorio Magno35, le quali servirono di fonte a Paolo diacono nella composizione della Historia Longobardornm. Ora il M. osserva che queste somiglianze non significano che il cronista avesse tra mano quelle opere, perchè un esame attento dei periodi comuni mostra come Giovanni le imitasse involontariamente mentre si giovava della storia di Paolo. Invece è certo che il cronista conobbe direttamente l’opera di Beda36, la cui testimonianza preferì in più luoghi a quella dello storico longobardo. E rispetto all’Historia Langobardorum, il M., valendosi della stupenda edizione procurata da Bethmann e Waitz37, cerca quale dei suoi 107 codici a noi noti può essere stato usato da Giovanni; ma un accurato esame delle qualità speciali a questi codici lo porta a conchiudere che nessuno di quelli a noi pervenuti fu usato nella composizione del Chronicon Venetum.

Tre opere le quali in parte trassero la materia storica dal nostro Chronicon e quindi potrebbero aiutare a ristabilire la lezione primitiva del suo testo là dove la scrittura dei manoscritti e raschiata e sostituita arbitrariamente da un’altra, sono la Translatio S. Marci38, la Cronaca estesa del Dandolo39 e il Liber pontificatus ecclesiae Aquilegiensis40; ma in fatto non si può trarre molto giovamento dai loro confronti, essendo che l’autore della Translatio mostra di avere avuto dinanzi a sè il codice Urbinate un manoscritto derivato da esso (v. pag. 221), i passi comuni del Dandolo confermano anch’essi la lezione dei due manoscritti più antichi del Chronicon Venetum41 (cioè dell’Urb. Vat. e del [p. 192 modifica]Vat. 5269) e l’anonimo autore del Liber pontificatus ecclesiae Aquilegiensis usò manifestamente il codice Marciano, il quale, secondo afferma il M. a pag. 52, «non ha alcuna importanza per l’edizione critica dell’opera di Giovanni, non potendo dare che varianti arbitrarle e diverse dalla lezione primitiva del testo».

Un campo assai vasto di ricerche nuove ed importanti si schiude al M., allorché studia le relazioni della nostra cronaca con i documenti anteriori al 1009.

Osserva anzi tutto il fatto che maravigliò tutti quanti studiarono l’opera del diacono Giovanni, che cioè il cronista non trasse alcun profitto dalle pubbliche carte conservate nell’archivio di Stato, mentre, godendo la piena fiducia del doge Pietro Orseolo II, avrebbe potuto valersene, come se ne valse più tardi Andrea Dandolo, con grande vantaggio della verità e della esattezza storica. Non si può addurre a sua scusa l’incendio del palazzo ducale avvenuto nel 976, quando fu ucciso Pier Caudiano IV; perchè, dice il M., «si può al contrario dimostrare all’evidenza che quella fu un’omissione deliberata e che l’autore nel raccogliere la materia storica volle ricorrere soltanto alle opere dei cronisti anteriori e alla tradizione orale» (p. 169). L’incendio del 976 distrusse bensì gli antichi documenti originali, ma però «ne rimanevano sempre fuori del palazzo ducale alcune copie che quel cronista avrebbe potuto facilmente esaminare se la buona volontà non gliene fosse mancata» (Id.).

Secondo il giudizio dell’egregio autore, tutti i testi de’ documenti politici anteriori al 1009, che ci sono pervenuti in collezioni d’origine ufficiale o individuale si devono alle copie private degli antichi atti del governo. E qui il M. abbandona un momento la Cronaca del diacono Giovanni, per isvolgere maggiormente le sue idee intorno a questa materia che egli ben a ragione giudica importantissima e non sempre trattata giustamente dagli scrittori che se ne occuparono.

Nelle pagine 172-187 della sua dissertazione esamina i giudizi espressi dal Pertz42, dal Mas-Latrie43, dal Tafel e dal Thomas44, [p. 193 modifica]dal Rawdon Brown45, dal Predelli46 e dal Fanta47 intorno al Liber primus e Liber secundus pactorum, al Liber albus, al Liber blancus e al codice Trevisaneo, che sono le principali raccolte dove si trovano documenti politici anteriori al 1009. Inoltre dedica cinque capitoli dell’Appendice a questo medesimo soggetto, corredandoli del regesto o della copia di parecchi documenti finora ignoti o imperfettamente conosciuti dagli eruditi.

I giudizi che esprime l’autore in tale materia sono frutto di studi lunghi e pazienti. Egli osserva, per esempio, che le ultime carte del Liber albus furono aggiunte in un tempo posteriore alla compilazione di esso, e che il codice conosciuto dai dotti col nome di Trevisaneo (perchè è una collezione privata di documenti pubblici che appartenne nel secolo XVII a Bernardo Trevisano) fu composto sulle basi di un’altra compilazione più antica tra gli ultimi sei anni del secolo XIV e i primi diciannove del XV da un personaggio di grande autorità presso il Governo (pag. 187): ammette «che non tutte le parti deliberate del Maggior Consiglio sieno state trascritte nei registri ufficiali» (p. 246), e insomma, con critica sempre acuta e stringente, nota su questo argomento molti fatti non ancora avvertiti dagli studiosi. Anzi egli è per non allontanarsi troppo dal suo soggetto primo che il M. non ha dato ancora più ampia diffusione a questa materia; onde siamo lieti di accogliere la sua promessa che in altra circostanza tratterà il tema nella sua pienezza specialmente riguardo al codice Trevisaneo (p. 262).

Con pari desiderio sarà attesa da chi si occupa di tali studi la ristampa della dissertazione già pubblicata nel 1882 sulla Cronaca del diacono Giovanni e la storia politica di Venezia sino al 1009, che il prof. Monticolo promette di fare col sussidio delle opere di storia veneziana composte in questi ultimi anni e di nuovi documenti da lui ritrovati (pag. 1); e un’altra dissertazione speciale in cui si propone di trattare il tema tanto discusso delle più antiche relazioni delle isole veneziane coll’impero greco (v. pag. 56).

[p. 194 modifica]Possa l’egregio erudito darci presto questi nuovi saggi della sua attività; la storia di Venezia attende ancor molto da lui; ed è sperabile non sia lontano il giorno in cui egli possa attendere di proposito all’edizione critica della grande Cronaca del Dandolo. Il prof. M., il quale nel vol. XVII dell’Archivio Veneto diede già un ottimo saggio sulle varianti del codice Marciano Lat. cat. Zannetti 400, è senza dubbio uno dei pochi eruditi che potrebbero condurre a buon fine il difficile lavoro.

Verona.




Girolamo Mancini. Francesco Griffolini cognominato Francesco Aretino. - Firenze, Carnesecchi, 1890. - In 8.°, di pp. 50.

Due Franceschi Aretini ebbe Arezzo nel sec. XV: uno appartenente alla famiglia Accolti, l’altro alla famiglia Griffolini. L’uso d’indicare le persone non dal casato, ma col nome e il soprannome, fece sì che per questi due Franceschi di egual soprannome nascesse una gran confusione. Il Mancini, dovendo nella vita del Valla, che ha già pronta per le stampe, parlare della versione dell’Iliade fatta per due terzi dal Valla e compiuta dal Griffolini, è stato indotto ad esaminare «con maggior latitudine le vicende e l’opera letteraria dell’Aretino.»

Francesco Griffolini nacque da Conte Mariotto di Biasgio Grifolini, uomo che aveva vantaggiosamente commerciato a Buda in Ungheria, e che l’A. dai documenti giudica uomo molto leggero. Mariotto, forse pel dispetto d’essere stato troppo gravato di tasse, partecipò ad una trama per sottrarre Arezzo dalla soggezione dei Fiorentini. Nell’aprile del 1431 i Senesi avevano rotta guerra ai Fiorentini che intanto si trovavano a mal partito nella guerra con Lucca. Alcuni cittadini d’Arezzo avevano fatta una congiura per togliere la loro città dal dominio dei Fiorentini e darla ai Senesi. Ma la congiura fu scoperta, e i congiurati che non erano riusciti a mettersi in salvo furono condannati a morte: e fra gli altri Mariotto48. L’infelice vedova coi figli pare si rifugiasse a Ferrara. Francesco, il quale all’epoca della catastrofe aveva undici anni, frequentò in Ferrara il reputatissimo ginnasio di Guarino Veronese, imparò il greco dal Guarino e da Teodoro Gaza. Da una lettera del Panormita, in cui (secondo l’A.) si parla del Griffolini, si [p. 195 modifica]ricaverebbe che nel 1444 Francesco era sempre a Ferrara, e che da qualche tempo v’era amicizia fra il Panormita e il Griffolini. L’A. congettura che all’esaltazione di Niccolò V (6 marzo 1447) il Griffolini fosse già a Roma, e che «probabilmente per gratificarsi il papa e secondarne il vivo desiderio di far conoscere ai contemporanei tutte le opere degli scrittori ellenici, classici e profani, fino d’allora si dedicò a rendere latini libri greci» (pag. 17).

La prima versione di Francesco pare fosse quella delle epistole di Falaride, dedicata a Malatesta Novello dei Malatesta signore di Cesena; versione che fu giudicata dal Fabricius elegante e non disprezzabile. La versione del Falaride procurò a Francesco gravi molestie. Il prete veneziano Andrea Contrari lo accusò di essersi appropriata la versione fatta nella scuola del suo maestro Teodoro Gaza, e di averla fatta poi rivedere da Pietro Odi. Il Contrari faceva autore di questa accusa Vittore Parmense, il quale scrisse un’invettiva atroce contro il Griffolini a proposito di questa traduzione: dalla quale bensì il M. trae argomento per stabilire che il Falaride ed altre versioni appartengono al Griffolini.

Spigolando altre notizie sul Griffolini, il M. trova che nei primi tempi della sua dimora in Roma, insegnando grammatica, s’era già acquistata una bella riputazione. In quei tempi deve risalire il suo viaggio a Napoli, dove sembra che fosse onorato dal re e ne provasse la liberalità.

Vivente Niccolò V, Francesco si accinse a volgere in latino molte Omelie del Crisostomo, versione che seguitò sotto il pontificato di Callisto III. Fatto papa Enea Silvio Piccolomini, Francesco offri al nuovo pontefice la versione delle epistole di Diogene «intrapresa probabilmente per la notizia avuta che il Re Alfonso d’Aragona l’aveva fatta chiedere dal Panormita al pigrissimo Aurispa» (p. 25), Al medesimo Pio II Francesco dedicò un trattatello da lui rinvenuto sulle diverse sorgenti d’acque salubri.

Forse, con l’ufficio di segretario d’un cardinale o d’altro grande prelato, Francesco seguì il papa, partito da Roma il 22 gennaio 1459, recatosi a Mantova al convegno ove doveasi stabilire la crociata contro i Turchi. Passando per Firenze, egli vi si fermò, certo munito di salvacondotto. E da una lettera, che l’A. attribuisce con buone ragioni al Griffolini e non all’Accolti, si ricava che Cosimo lo accolse a guisa di figlio. Da un’altra lettera del 19 luglio 1459 a Piero de’ Medeci, datata da Mantova, si ricava che il Griffolini voleva rivedere la versione delle Omelie per destinarle a Cosimo, e che stava scrivendo l’epitaffio per la tomba del Marsuppini.

L’A. attribuisce a Francesco la traduzione della Calunnia di Luciano. Adempiendo la promessa fatta, Francesco corresse poi la [p. 196 modifica]traduzione delle Omelie del Crisostomo, e la spedi a Cosimo. E qui l’A. combatte la congettura del Fabricius e d’altri scrittori che il Griffolini emendasse e rendesse più elegante la traduzione circa tre secoli prima eseguita da Borgondio giudice pisano.

Nel 14G1 il papa conferi al Griffolini un benefizio ecclesiastico a Castiglion fiorentino, e la signoria appena ne ebbe notizia scrisse al papa perchè revocasse la nomina fatta; e nel 1462 (2 novembre) il Griffolini scriveva a Cosimo de’ Medeci lamentandosi che, per interposizione della Signoria di Firenze, non avesse avuto effetto una sentenza a favor suo e a danno del Marchese Gerbone, che aveva assassinato e spogliato dei beni il nonno materno di Francesco.

Nei primi del 1463 cangiarono le sorti del Griffolini per l’ufficio di scrittore apostolico datogli da Pio II, il quale gli ordinò di completare la traduzione dell’Iliade intrapresa dal Valla e di tradurre l’Odissea. La versione dell’Odissea del Griffolini rimase inedita e fu dimenticata. Ugualmente dimenticata fu la parte avuta dall’Aretino nel completare la versione dell’Iliade. E l’A. qui fa piena luce.

Alla morte di Pio II, il successore Paolo II sciolse il collegio degli abbreviatori, ed il Griffolini ricadde nell’indigenza. Per opera del Panormita fu chiamato alla corte di Napoli, dove sembra che facesse non breve dimora. L’A. non ha potuto stabilire nemmeno con approssimazione l’anno della morte del Griffolini: solamente v’è notizia che egli, cavalcando verso Napoli, cadde e morì sul colpo.

Conchiude il M. rammentando quale confusione sui Franceschi Aretini fecero Gabriele Scarmagli, Angelo Maria Bandini, Stefano Fabrucci, ed il Fabroni, e come solo Iacopo Morelli credè in due differenti Franceschi, ed il Vahlen diffuse nuova luce sulla questione. E aggiunge: «Raccogliendo adesso le poche notizie già conosciute e diverse trovate di nuovo sul Griffolini atrocemente perseguitato dalla sventura, spero d’avere concorso a squarciare le tenebre che ancora avviluppavano la memoria d’un umanista non brillato fra gli astri di prima grandezza, ma degnissimo d’esser ricordato per la parte avuta nel diffondere la cultura e rendere familiari ai contemporanei opere greche d’alta importanza. Francesco segnalatosi collo studio e colla dottrina merita altresì d’esser portato ad esempio per le virtù dell’animo: egli modestissimo lottò coraggiosamente coll’infortunio, lottò e vinse, conservandosi sempre buon figlio e buon fratello, instancabile nel procurare con amorevole cura di far dimenticare alla madre e alla sorella le funeste conseguenze dell’inconsiderata audacia paterna» (p. 48).

Io ho in breve riassunti i resultati, ai quali, con pazienti e laboriose ricerche, con una scrupolosa critica, e con un’erudizione [p. 197 modifica]profonda, è giunto il Mancini. È questa un’ottima monografia, che fa attendere con impazienza la pubblicazione dell’opera sulla vita del Valla.




Giovanni Filippi. Il convegno in Savona tra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico. - Savona, tip. Bertolotto, 1890. - In 8.°, di pp. 40.

L’opuscolo del prof. Filippi riguarda il convegno che i re Luigi XII e Ferdinando il Cattolico ebbero a Savona, nel 1507; poco dopo che il primo aveva soffocato nel sangue la rivoluzione genovese di Paolo da Novi, e mentre il secondo trascinava seco in Spagna, quasi prigioniero, il Consalvo. Fu questa circostanza del trovarsi ambedue nei loro possedimenti italiani, che fece sorgere a Ferdinando l’idea d’un abboccamento. Tuttavia, quantunque il Cristianissimo si fosse affrettato ad accettare la proposta e a designare come luogo del convegno Savona, per un istante la cosa restò incerta: che Ferdinando si traccheggiava a Gaeta, non sapremmo per quali scrupoli. Ma finalmente la flotta spagnola, la mattina del 28 giugno, entrava nel porto di Savona, e i due re s’incontravano.

Erano frattanto venuti a Savona i messi di varie potenze italiane. Venezia vi aveva mandato Gabriele Moro e Antonio Condulmer; ma ogni ricerca negli archivi per vedere quali istruzioni avessero essi ricevuto e quali relazioni mandassero, è riuscita vana al Filippi. Da Firenze eran giunti Pier Francesco Tosinghi e Giovanni Ridolfì, per trattare dell’ormai divenuta lunga questione di Pisa; e delle loro lettere ai X di Balia, estratte dall’Archivio di Stato fiorentino, si serve il F. anche per desumere alcune notizie intorno al convegno; ma, quanto alle trattative, essi scrivevano, il di 29 giugno: «Se prima havamo poca speranza hora ne habbiamo qualche cosa meno». Da Lucca erano stati mandati Bono di Bernabò e Nicolao Cenani, perchè inducessero i due re a interporsi per far entrar la repubblica in amicizia e confederazione con Firenze, a patto peraltro che questa rinunziasse «ad ogni pretesa su Pietrasanta e sua vicaria, e sul porto di Motrone». La stessa Genova, con l’inviarvi Raffaele Fornari e Antonio Grimaldi, intendeva di fare presso il re Luigi pratiche «dirette a risolvere certe difficoltà nel pagamento del tributo, a diminuirne l’entità, ad ottenere dal re licenza di battere scudi».

Quanto alle decisioni generali prese nell’ultimo e stretto colloquio tenutosi da Ferdinando e Luigi alla presenza del cardinal [p. 198 modifica]legato49, non si è mai potuto sapere nulla con esattezza. Gli ambasciatori fiorentini, così oculati e profondi, informavano subito la Signoria che, circa l’affare di Pisa «intendesi hanno capitolato insieme di nuovo, ma por ancora non eschano fuori i particolari»; che, circa le controversie fra Venezia e il Cattolico, non si era venuti ad alcun accomodamento, nonostante le molte pratiche di re Luigi, «perchè ciaschuna delle parti sta in sul tirato e in su l’honorevole»; che al Papa veniva accordato «di poter procedere in quel modo li paressi» contro Bologna ed i Bentivoglio. E gli scrittori contemporanei, come l’Abati e Jean d’Autun, non sembrano darsi la minima cura di conoscere le decisioni politiche, che furon prese. «Eppure (nota molto giustamente il F.) nel loro colloquio il Cattolico ed il Cristianissimo si erano occupati delle cose d’Italia, ed avevano da una parte gettate le prime fondamenta della lega di Cambrai50, dall’altra risoluta, per quanto era in loro, la questione Pisana. Ciò si comprese dalla natura degli avvenimenti posteriori».

Il 2 di luglio parti finalmente da Savona il Cattolico, e il giorno appresso Luigi di Francia. L’uno e l’altro lasciarono ai Savonesi dei privilegi, che il F. qui pubblica in appendice. Ferdinando concedeva loro piena esenzione da ogni gravezza o rappresaglia che potesse essere bandita da lui o da’ suoi ufficiali contro la repubblica di Genova; concessione che, graditissima ai Savonesi, fu poi confermata nel 1519 dalla regina Giovanna d’Aragona. Luigi XII poneva la città sotto la sua protezione, vietando ai Genovesi di combatterla in qualunque modo senza sua licenza, ma non affrancandola dal dominio di questi; ordinava che essa non abbia a pagar più la tassa per le galere, che riceva tosto i beni perduti ec.; infine accordava a tutti i Savonesi piena cittadinanza francese. Ma il privilegio del Cristianissimo fece accendere prima questioni, e poi guerra, fra Genova e Savona, da tanto tempo rivali.

Firenze.

G. R. Sanesi.

[p. 199 modifica] Alfonso Professione. Dalla Battaglia di Pavia al Sacco di Roma. Parte I. Dalla Battaglia di Pavia al Trattato di Madrid. Siena, tip. dell’Ancora, 1890. - In 8.°, di pp. 80.


Giulio Alberoni dal 1708 al 1714. - Ivi, 1890. - In 8°, di pp. 82.

Questi due lavori del Professione non debbono sfuggire all’attenzione degli studiosi di storia, sia perchè condotti in buona parte su documenti inediti raccolti e compulsati con diligenza in vari archivi, sia perchè inspirati da quella coscienza e serenità di giudizio che rendono utili veramente così i documenti, come le induzioni o le deduzioni che su questi si fondano.


I.


Nel primo lavoro si studia il momento importantissimo nel quale, subito dopo la battaglia di Pavia, ebbe principio il predominio spagnuolo in Italia, e come allora gl’Italiani, pur sentendo il pericolo e il danno della imminente servitù, e tentando con vane aspirazioni e con intrighi di scongiurarlo, vi si adattassero infine con ignavia e cecità irreparabili. Perciò Lodovico Canella in una delle sue molte lettere inedite della Biblioteca Capitolare di Verona, esclamava: «io penso che il principale fondamento che faccino (gl’imperiali) per insignorirsi d’Italia sia sopra il poco animo che «hanno in tante occasioni conosciuto in quelli che la governano» (p. 10). Notevole poi tutto quanto si riferisce alla dubbia e timida politica di Clemente VII, ed ai negoziati intralciatissimi per una lega fra i potentati italiani da contrapporre alla soverchiante potenza di Carlo V; notevolissime le particolarità sulla congiura del Morone, del quale meglio risaltano le ambizioni personali, i raggiri e le girandole per usare la parola efficacissima del Guicciardini; mentre sempre più trista e vergognosa si rivela la condotta del Pescara. Del resto sembra che il papa avesse forse pel primo l’idea di una lega, e di conferire al Pescara il regno di Napoli, quatunque di tutte quelle mene e della celebre congiura fosse l’autor vero e l’anima il subdolo cancelliere, ch’ebbe sopratutto a cuore di gratificarsi ora l’uno ed ora l’altro padrone, i Francesi, il duca Sforza, ed infine l’imperatore.

Ripete il P. che se invece del Pescara si fosse scelto per capo dell’impresa Giovanni delle Bande Nere, avrebbero avuto effetto le nobili aspirazioni colle quali il Machiavelli conchiude il suo Principe; ma in mezzo a quella profonda degenerazione del carattere nazionale, che cosa sapeva o poteva fare l’ultimo dei capitani di ventura, con tutto il suo valore ed i suoi ideali di [p. 200 modifica]fortissimo condottiero di bande? quali erano i suoi fondamenti e i sostegni e l’autorità o la politica grandezza? Nè lui, nè il Pescara, nè il Valentino, nè altri di quei tirannelli, o di quei soldati, pei quali, più o meno, la guerra, e qual guerra, era un lucroso mestiere, potevano essere salute d’Italia, perchè le ambizioni personali, le aspirazioni individuali non possono di per sè stesse crear nulla di grande, e molto meno la forza e la grandezza di un popolo.

II.


Il secondo lavoro del Professione studia i principi della carriera di una delle più straordinarie ed enigmatiche figure del secolo XVIII, il Cardinale Alberoni. Colla scorta di non pochi documenti inediti, fra i quali il curioso «Ragguaglio distinto dello incontro delle LL. MM.» cioè di Filippo V e di Elisabetta Farnese; ci si mostra anzitutto l’Alberoni in compagnia del Vendòme, eppoi in Spagna con mirabile sagacia conchiudere il parentado fra il re e la Farnese, adoprando a tale effetto anche l’influenza della Principessa Orsini, la quale si lusingava di trovare nella nuova regina un docile istrumento della sua politica, mentre invece fu da Elisabetta, incoraggiata ed aiutata dall’astuto e fedele diplomatico, spodestata e remossa dalla corte. Questo colpo di Stato femminile, impossibile senza l’opera alacre dell’Alberoni, che se la intendeva col Duca di Parma suo signore; nonchè il viaggio della sposa, la fiacca indole di Filippo V, gli sdegni della Orsini, quando si vide giuocata, ed in genere le condizioni della corte di Madrid sono assai bene lumeggiate in queste pagine, nelle quali la narrazione scorre chiara e piacevole, mentre nell’altro lavoro la forma può sembrare talora un po’ ravviluppata e pesante.

Conchiude l’A. promettendo in una prossima monografia di firci conoscere l’Alberoni «politicamente grande»; noi, per altro, s! dagli effetti grandi e durevoli deve riconoscersi la grande politica, ci contenteremo, almeno fino ad evidente prova in contrario, di ritenerlo per il più insigne avventuriere politico di un’etn, che agli avventurieri più accorti ed audaci prodigava non di rado onori singolari, popolarità e ricchezza.

Firenze.




D.r Gaetano Capasso. Un abate massone del secolo XVIII (Antonio Jerocades). - Un ministro della Repubblica partenopea (Vincenzo de Filippis). Un canonico letterato e patriota (Gregorio Aracri). Ricerche biografiche. - Parma, Tip. Ferrari e Pellegrini, 1887. - In 8.°, di pp. 70.

Il presente volumetto appartiene alla serie di utili lavori con cui vari studiosi si adoperano a rifare, su documenti, la storia, [p. 201 modifica]sempre in gran parte leggendaria, degli uomini che ebbero mano nei rivolgimenti di Napoli in sul finire del secolo XVIII.

L’abate Antonio Jerocades di Pargalia, nato nel 1738 e morto nel 1805, ebbe un tempo fama grandissima e scrisse numerose opere in prosa ed in verso. Uomo d’ingegno mobile e fantastico, facile improvvisatore, appassionato fautore delle idee umanitarie del settecento, rappresenta assai bene l’ottimismo e l’irrequietezza dell’età sua. Tanto dal seminario di Tropea quanto da quello di Sora, dove era insegnante, fu espulso per accuse d’immoralità e d’irreligione. Nel 1771, recatosi a Marsilia, vi s’iniziò nei riti della massoneria, che propagò quindi a Napoli e in Calabria, tra il ’73 e il ’92, e che celebrò sotto tenue velo nel poema allegorico intitolato: Paolo o della umanità liberata (1783) e nelle canzoni della Lira focese, pubblicate dopo un secondo viaggio che fece nel 1784 alla metropoli della Provenza, colonia degli antichi Focèi. Queste ed altre operette gli suscitarono avversari ed aspre polemiche; ma ebbe pure insigni amici e patroni, primo dei quali, quand’era ancor giovane, l’ottimo abate Genovesi, e poi il Filangeri, il Pagano, l’ab. Saverio Mattei. Ottenne favore anche presso la Corte, la quale com’è noto, prima della rivoluzione francese, si atteggiava a riformatrice: il Paolo era dedicato al Re, di cui diceva nella Lira:

Questa fiamma e questa luce
Più nascosta a lui non è.


Carolina poi v’era rappresentata come protettrice della massoneria:

Venne al Tempio l’augusta Regina
E ci disse: miei figli cantate:
Ma la legge, ma il rito serbate,
Ma si accresca del soglio l’onor.
Io vi salvo dall’alta ruina.
. . . . . . .
Io vi rendo la pace del cor.


Pel ritorno dei Sovrani da Vienna nel ’91 compose una cantata, e in quell’anno stesso fu nominato professore onorario di filologia nell’Università, e poi nel ’93 sostituto alla cattedra d’economia e commercio. Ma intanto erano mutati i tempi e gli umori. Involto nei processi del "94, fu carcerato dalla seconda giunta di Stato, e tra il ’97 e il ’93 gli fu strappata una confessione che riusci funesta ad altri imputati. Negli ultimi giorni della Repubblica del ’99, il General Matera che marciava contro le bande del Ruffo, trovò il vecchio massone in un ritiro a Cardinale, e trattolo di là lo indusse ad infiammare con discorsi e con canti l’amor patrio delle sue genti. Dopo la sconfitta fu di nuovo rinchiuso in prigione, dove fece amicizia con Guglielmo Pepe, che ci ha lasciato di lui [p. 202 modifica]un pittoresco ritratto; poi andò esiliato a Marsilia, donde si restituì nella sua Calabria; ma non v’ebbe ancor pace; perchè, accusato di idee sovvertitrici, fu relegato per l’ultima volta in un convento a Tropea; quivi, infermo e acciaccato nel corpo, ma esaltato di mente, visse improvvisando, predicando e litigando coi frati, fino al novembre del 1805.

Tutt’altra natura d’uomo fu Vincenzio De Filippis, calabrese anch’egli (poiché nacque a Tiriolo nel 1749), e anch’egli discepolo del Genovesi che l’ebbe carissimo. Perfezionatosi nelle discipline scientifiche all’Università di Bologna dove aveva ottenuto per concorso un posto di studio, insegnò poi matematiche dal 1787 al ’93 nel Liceo di Catanzaro. Gettato in carcere tra i rei di Stato nel ’95, egli, dopo la istituzione del governo democratico, venne eletto all’importante ufficio di vigilare le entrate pubbliche, e quindi posto a capo del Ministero dell’interno. Difese pure colle armi in mano la cadente Repubblica; e da ultimo fu tra coloro che rifugiatisi nei Castelli, furono trattenuti prigionieri e messi sotto giudizio, non ostante la Capitolazione giurata. Morì sulla forca il 28 novembre 1799. Il nome che godè di valente scienziato non è raccomandato ad alcuna sua opera a stampa; lasciò bensì varî lavori inediti posseduti tuttavia dai suoi eredi.

Gregorio Aracri, che è il terzo calabrese di cui ragiona il D.r Capasso, non ebbe parte nelle faccende politiche se non accidentalmente, ma fu un dotto cappuccino nato a Stalletti, villaggio non lontano da Squillace, nel 1749. Amantissimo dello studio, e versato soprattutto nella teologia e nella filosofia, scrisse a ventun’anno un opuscolo erudito (fortunatamente rimasto inedito) per provare l’esistenza della magia. Ma un viaggio a Napoli fatto nel ’77 lo mise in relazione col Filangeri, col Pagano, col Baffi, col Grimaldi e con altri liberi ingegni che lo iniziarono a più moderna coltura. Nominato lettore di filosofia e di teologia nel seminario vescovile di Catanzaro, tenne quell’ufficio dal ’79 all’88 e pubblicò varie opere pedagogistiche d’etica e di matematica. I suoi Elementi di diritto naturale, stampati nel 1787, nei quali esponeva una dottrina morale e giuridica fondata sull’amor proprio, dettero occasione a lunghe controversie. Il libro fu messo all’Indice; ma egli persistè a propugnare con nuovi scritti le sue opinioni. Quando la rivoluzione penetrò nelle Calabrie, e fu piantato a Catanzaro l’albero della libertà, l’ab. Aracri (che già dal governo regio era stato secolarizzato al pari dei confratelli del suo ordine) invitato dal popolo pronunziò un’arringa, tra le generali acclamazioni. Ma presto, venuta la reazione, pagò il fio del momentaneo trionfo; e dovette per due anni interi andar peregrinando di nascondiglio in nascondiglio, soffrendo persino la fame, mentre la sua casa era [p. 203 modifica]saccheggiata e la famiglia dispersa. Nel 1801, approfittando dell’indulto, potè tornare a Catanzaro dove dette lezioni private: e dopo il 1806 ebbe cospicui uffici nella Chiesa di Squillace e nel Collegio di Catanzaro, pel favore dei governi napoleonici di Giuseppe e di Gioacchino.

Mori nel 1813, dopo aver ripubblicato gli Elementi di diritto, ed altri precedenti suoi scritti. Anche nella poesia, di cui si dilettava, mostrò facile vena e gusto classico. E la vita di lui, come quella di altri uomini non sommi, ma non volgari, è giovevolissima (secondo che ben dice il nostro A.) a conoscere nei diversi’ aspetti la storia del pensiero e della società civile.

Le biografie sin qui analizzate sono condotte con cura su carreggi privati e su documenti dell’Archivio di Napoli e di archivi speciali. Pur troppo sono scarsissime pel De Filippis le notizie raccolte; ed anche rispetto agli altri due non mancano incertezze e lacune. Ma il D.r Capasso lavora con buon metodo, e, se pure qualche sua congettura potrebbe essere espressa in forma più dubitativa, non dà mai per sicuro ciò che non sia provato. Vanno dunque lodate le sue ricerche; e vorremmo che egli correggesse, con ugual criterio, tutte le Vite del D’Ayala.

A. F.



Federico Confalonieri. Memorie e lettere, pubblicate per cura di Gabrio Casati. - Milano, Hoepli, 1889-1890. - Due vol. in 16.° di pp. 298 e 424.

Tra gli orrendi martirii dello Spielberg il conte Federico Confalonieri scrisse di nascosto le proprie Memorie; fatto da tutti ignorato, fin che il Tabarrini non ne pubblicò un saggio nel 1879 «come documento storico importantissimo»51. E, in vero, per più conti, notevole è quel saggio, che prova quanti sforzi facesse l’Austria e con quale arte gli si ponesse attorno per strappare dalla sua bocca, non solo i particolari della cospirazione del 1821, della quale il Confalonieri fu l’anima in Lombardia, ma «bensì le prove della connivenza del principe di Carignano, supponendo che egli dovesse esserne informato meglio di ogni altro». Il Confalonieri non si lasciò sedurre dalle lusinghe, nè spaurire dalle minaccie, ed è appunto per questo che allo Spielberg fu trattato con severità maggiore de’ compagni. Degli atroci dolori che vi [p. 204 modifica]sofferse son eco fedele le Memorie, che molto aggiungono di nuovo alla storia di quel sepolcro di vivi, che gl’Italiani da lungo tempo hanno appresa dal Pellico e dal Maroncelli, dall’Andryane, dal Foresti e dal Pallavicino; storia che forma uno de’ più lugubri episodi del nostro risorgimento. Il Confalonieri tocca anche de’ casi della sua vita prima della prigionia, e di questi casi parecchi si collegano in modo strettissimo appunto colla storia del risorgimento nazionale, come la parte che ebbe nella nefasta giornata de’ 20 aprile 1814 a Milano, che fini coll’eccidio del Prina; l’essere andato a Parigi colla Deputazione che chiese indarno alle Potenze alleate l’indipendenza del Lombardo-veneto; e soprattutto poi la cospirazione del 1821.

Minore importanza hanno le Lettere, che si dividono in due parti: quelle scritte da lui, e quelle indirizzate a lui. Le prime sono centoventi, e dal 30 aprile 1814 vanno al 30 novembre 1846; le seconde ascendono a sessantasei, cominciano col 16 novembre del 1812 e finiscono col 29 ottobre del 1815. E dico che hanno importanza minore, perché, si le une, come le altre, in grandissima parte già furono stampate negli epistolari del Pellico, del Foscolo, del Manzoni e del Capponi, e parecchie ne mise alla luce il Cantù in questo nostro Archivio52. Non mancano però d’interesse quelle alla moglie, che son tutte quante inedite, e in buon numero. Alla diligenza dell’editore due ne sfuggirono tra le scritte da Federico, una tra le indirizzate a lui; lettere, che tutte e tre vennero fatte di pubblica ragione l’anno 1818 in un libriccino divenuto rarissimo53. Le due prime furono scritte da Milano il 2 maggio e il 30 ottobre del 1814; una è indirizzata alla sig. Gioconda Zanatta-Ferrini, l’altra ad Antonio Solera, già compagno del Confalonieri allo Spielberg, e dall’Andryane, con la leggerezza che gli era propria, atrocemente e ingiustamente calunniato. In quella alla Zanatta-Ferrini si legge: «mi faccio un vero dovere di dichiarare quanto segue: che a me non constò mai, durante il mio soggiorno allo Spielberg, prova alcuna atta a fondare l’accusa che trovasi nelle Memorie di Andryane a carico del sig. Solera; che nessuna prova nemmanco me ne risultò in seguito dopo la lettura delle dette Memorie; che la maniera sconveniente e sfavorevole onde [p. 205 modifica] lavasi in esse Memorie di varii de’ nostri compagni d’infortunio, a raffronto tanto più dell’indebito e smodato favore con cui eravi parlato di me, fu cagione che io mi credessi in istretto dovere di manifestarne particolarmente colf Andryane istesso e pubblicamente con quante persone mi occorse di parlarne la mia più alta e dolorosa riprovazione». Sarebbe stato bello e pietoso il ripubblicare queste due lettere di Federico, e l’altra del Solerà a lui, e aggiungervi in nota che l’Andryane stesso nel 1859 fece ammenda del fallo, ma pur troppo quando il Solerà, già morto, più non poteva rallegrarsi della tarda giustizia resa all’infamato suo onore54.

Massa. Giovanni Sforza.




Röhricht (R.) Bibliotheca Geographica Paloestinæ, Chronologisches Verzeichniss (Catalogo cronologico della Letteratura relativa alla Geografia della Terra Santa dal 333 al 1878). - Berlino, Reither, 1890. - In 8.° gr., di pp. xx-744.

Una bibliografia di opere e scritti geografici sulla Terra Santa era stata già pubblicata nel 1867 a Lipsia da Titus Tobler, completa quanto portavano le cognizioni di quel tempo l’autore di cui ora ci occupiamo l’accrebbe nel 1880 di più di mille articoli, ed ora egli stesso ce ne presenta una nuova generale e pienamente rifusa, il cui titolo sta qui a capo. Questa comprende 3515 opere a stampa a penna dall’anno 333 a tutto il 1878, alle quali è aggiunta in fine la Cartografia, ossia una serie di 747 carte geografiche o nautiche sul medesimo soggetto. Per chi desideri discendere ancora ad anni più recenti, può giovare la Bibliographie del non mai abbastanza compianto conte Riant, pubblicata in Appendice agli Archives de l’Orient Latin in due fascicoli (I, 1878-81; II, 1881-83;. In questa stessa Bibliographie il lettore troverà più particolareggiate alcune notizie di pubblicazioni genovesi, che il Röhricht non aveva potuto citare che in complesso; e sono i documenti dei secolo XIII sulle proprietà dei Genovesi in Acri e Tiro, su contratti [p. 206 modifica]da notari genovesi rogati a Beyrut e a Lajasso d’Armenia da me editi, ed un contratto di noleggio a Genova per conto della Crociata di San Luigi, edito dal Belgrano.

Il Dott. Röhricht, che abbiam potuto encomiare già, due volte in questo stesso periodico55, col nuovo suo lavoro ha reso un vero servigio ai dotti di tutto il mondo civile, perchè questa Bibliografia comprende anche le opere scritte in ebraico, arabo, greco, slavo, ungherese, coi relativi titoli trascritti dall’originale in lettere latine e tradotti in tedesco. La stampa di tanti nomi in lingue diverse, per quanto arrivano le nostre scarse cognizioni, ci sembra abbastanza esatta; il che porge buon saggio della diligenza dell’autore e degli editori; sebbene non manchino errori tipografici, difficilissimi, per non dire impossibili a pienamente evitare. Per ogni opera o scritto sono additate le edizioni varie anche posteriori al 1878, vi sono richiami agli altri articoli relativi nello stesso libro e ad altri autori e rassegne che ebbero occasione di ragionarne. Notevole segnatamente l’indicazione dei codici e manoscritti che si conservano nelle Biblioteche od Archivi col loro numero di posizione.

Il libro è dedicato alla memoria del lodato Conte Riant, da cui egli, come tutti noi, riconosciamo incoraggiamenti, aiuti e materiali ad ogni lavoro, e di cui ha pubblicato una affettuosa necrologia in altro periodico56. La prefazione indica e ringrazia i benevoli Corrispondenti che da ogni parte d’Europa gli comunicarono notizie pel suo bisogno; segue il Catalogo delle fonti più importanti che egli ha potuto consultare in proposito, e sono in numero di centotrentaquattro. Corredano e terminano il libro indici diligentissimi alfabetici: i nomi cioè degli autori, gli anonimi o gli incipit, i nomi dei luoghi, gli Archivi o Biblioteche ove il manoscritto è conservato, infine l’indice Variorum, ossia il diverso aspetto sotto il quale possono considerarsi le materie trattate in quelle opere: in scienze naturali, in industria e commercio, etnografia e statistica, ordini cavalleresci, missioni.

Così il contenuto è degno della vasta erudizione e della indefessa operosità dell’illustre autore, da cui il soggetto della Terra Santa è coltivato con perfetta competenza e con sempre nuove e maggiori pubblicazioni dopo quelle che nelle nostre precedenti [p. 207 modifica]rassegne avevamo accennato. In questo libro ciascuno può agevolmente trovare ciò che più torna ai propri studi, e formare da sé la bibliografia della propria nazione o provincia. Gli Italiani non hanno motivo di vergognarsi di povertà, sebbene disgraziatamente colà ove furono i primi, devono ora adoperarsi a tutto potere per non rimanere gli ultimi.

Noi ci confessiamo insufficienti per dottrina ad indicare le lacune che possono trovarsi in questa Bibliografia così ricca e condensata; tuttavia ci corre alla mente un lavoro che altra volta suggerimmo al Conte Riant pei suoi Archives, ma che difficoltà ed altre occupazioni c’impedirono di portare a compimento. È questo l’Itinerarium de Brugis del XIV secolo, una cui copia del 1500 si conserva nella Biblioteca dell’Università di Gand in un Codice membranaceo (n.° 13 del Catalogo), carte 107 a 120. Ivi sono più itinerarii partendo da Bruges a Terra Santa, uno per Venezia, un altro per Genova colle miglia indicate da luogo a luogo e la loro somma da Venezia, da Genova e da Bruges a Gerusalemme. L’ha edito il Lelewel, Géographie du moyen ege, epilogue, Bruxelles, 1854 pp. 283-308, ma confessando che il manoscritto è difficile a leggersi, la copia è errata o dubbia talora nella trascrizione delle cifre dei nomi di luoghi. L’acuto Polacco si è adoperato a chiarirlo coll’aggiungervi la corrispondenza in nomi moderni, ma pur troppo quel codice avrebbe bisogno di una mano maestra per restituirgli tutto il suo valore.

Quanto alla parte genovese non avremmo nulla da aggiungere, salvo forse il piccolo Periodico mensile, La Gerusalemme, che in questa città per la tipografia arcivescovile si pubblica fin dal 1876, in 8.vo, e conta ora quindici anni di vita, a cinquanta centesimi l’anno, forse il più economico Giornale del mondo. Il Conte Riant l’ha già annunziato nella sua Bibliographie del Orient latin (II, p. 119) ove è anche cenno di alcune delle materie trattatevi dal 1881 al 1883. Per dire il vero, questo Periodico s’indirizza, più che alla scienza, alle anime pie, e non bada soltanto alla Gerusalemme terrena; ai ogni modo va inserendovi corrispondenze e notizie direttamente pervenute dalla Terra Santa. Ne è direttore il ch. oratore e sacerdote senese Don G. Olmi, il quale anche ha passato cinque volte la settimana santa colà, ed ha stampato le relazioni de’ suoi viaggi insieme a prose e poesie sul Carmelo57. È anch’egli [p. 208 modifica]che trovata la quasi ignota traduzione italiana dell’Adricomius (n.° del Catalogo del Röhricht 790), l’ha comunicata all’erudito nostro canonico Grassi e ne rese possibile la nuova edizione colla riproduzione della Tavola topografica di Gerusalemme.

In una Bibliografia geografica non possono entrare propriamente le storie sulla Terrasanta, a meno che ivi si contengano notizie particolareggiate di topografia, miglia, distanze ec. Sotto quest’ultimo aspetto l’autore ha ben fatto di comprendervi il nostro annalista Caffaro, la cui edizione compiuta e eruditamente illustrata esce finalmente ora per cura del nostro Belgrano nelle splendide pubblicazioni dell’Istituto storico italiano58. A tale proposito noterò un manoscritto membranaceo, appartenente già alla antica Biblioteca della Città di Parigi, segnato col n.° 315, ma poi disgraziatamente scomparso; secondo una indicazione del sig. Tardieu il racconto terminava coll’anno 1293 e il titolo del codice era: Histoire de Gènes et de Jerusalem. Queste due circostanze, del titolo e del fine del racconto, ci rendono assai probabile che quel codice contenesse gli Annali del Caffaro e de’ suoi Continuatori, forse in traduzione francese, se però il solo titolo non fu tradotto per uso del Catalogo. Della prima Crociata fino alla elezione a re di Goffredo e fino al ritorno a Genova di Guglielmo Embriaco il nostro Archivio di Stato sotto il n.° 78, carte 21-37, contiene un manoscritto cartaceo della fine del sec. XV, del quale il Conte Riant ha fatto trarre copia e mi scriveva che ci trova particolari curiosi e differenti da quelli comunemente noti, di un valore dubbio, ma meritevole di maturo esame.

Faremo ancora cenno di un Periodico che non entrava nel cerchio degli anni stabilito dal Dott. Röhricht, essendo più recente, ma che può servire per appunti futuri. Alludo alla Scuola Cattolica, Rivista italiana mensile di Milano, in cui tino al 1890 stanno già diciannove lettere dell’arciprete Curio Ronchetti scritte dalla Terrasanta col titolo: a Gerusalemme, a Gerusalemme.

Ritornando al Dott. Röhricht, la sua Cartografia è un primo tentativo di questo genere a cui egli esitava a por mano, ma ne fu incoraggiato, e ha fatto bene ad imprenderla. Forse sarebbe a distinguere fra le carti speciali della Terra Santa e quelle [p. 209 modifica]geografiche nautiche le quali comprendono l’intero Mediterraneo, hanno unita naturalmente la costa della Siria e Palestina, e, specie nel medio evo, non vi manca mai il nome e il posto di Gerusalemme, considerata in quei tempi centro e medium della Terra; cosa infine non tanto lontana dalla verità perchè se non lo è della Terra è centro e medium della storia; e bene alcuni moderni geografi si studiano di ritornarvi, fissando in essa il principio delle longitudini, ed evitando anche con ciò le gare d’amor proprio fra le più illustri nazioni. Voler rifare un Catalogo intero di queste carte generali, nautiche o no, ci sembra impresa troppo ampia per un soggetto parziale come è il presente, ma tanto più importa avere una serie compiuta delle carte particolari sulla Terra Santa che riesce già da per sé sola un lavoro non tanto facile. Di quest’ultima specie noi, che abbiamo cercato per le Biblioteche ed Archivi con insistenza le carte di navigazione, non ricordiamo che una Tavola sulla Giudea, veduta nell’Archivio fiorentino di Stato e che ci parve presso a poco della fine del secolo XIII ma di cui, come estranea ai nostri studi, per allora non abbiamo presa più particolare conoscenza.

Intorno alla Cartografia dell’autore ci occorsero poche cose a notare. La carta del genovese Pietro Visconte (n.° 21 del Catalogo) è da distinguere da altra del medesimo autore; quella che è del 1311 è un recente acquisto del testè nominato Archivio di Stato ed è la più antica di tutte le carte segnate con data59; laddove l’altra conservata nella imperiale di Vienna, e un di cui esemplare è ai Museo di Venezia è del 1318 e forma un atlantino di più carte. Parimente è un atlantino quello del Pizigani all’Ambrosiana dell’anno 1373 (n.° 21 del Catologo) mentre la splendida carta dello stesso autore è al Museo di Parma ed è del 1367. Inoltre la imitazione che si pretende fatta dal Pizigani di una carta di Marin Sanuto, ora dagli stessi dotti francesi, e credo anche in generale, è considerata una falsificazione, probabilmente di provenienza del troppo celebre Libri.

Genova. Cornelio Desimoni.




Un mot sur l’«Antiphonale missarum». - Solesmes, Impr. SaintPierre, 1890. - In 8.°, di pp. 36.

Ai Benedettini di Solesmes, benemeriti editori della Paléographie musicale (Cfr. Arch. stor. ital., 1890, V, 417-420) non isfugge [p. 210 modifica]alcuna questione, alcuna ricerca, che in qualche modo si connetta culla storia della musica ecclesiastica noi medio evo, e in specie col canto gregoriano, alla cui ricostituzione secondo le sane tradizioni storiche, tecniche e liturgiche, si sono consacrati con fervente zelo. Certo, in queste loro fatiche si palesa principalmente un intendimento religioso; ma bisogna anche dire che le ricerche e gli studi sono condotti con grande diligenza, con ottimo metodo scientifico.

Ne dà una prova quest’opuscolo, che tratta di una questione di molta importanza per la storia della liturgia, e conseguentemente per quella della notazione musicale ecclesiastica. L’Antifonario romano, conosciuto comunemente sotto il nome di Gregoriano, è proprio opera di S. Gregorio Magno? ovvero, tenuto conto delle obiezioni fatte da vari dotti contro questa attribuzione, deve riferirsi (se pure quel suo nome non è affatto arbitrario) ai tempi più recenti di Gregorio II o di Gregorio III (716-741)?

L’autore dell’opuscolo non tratta la questione direttamente, ma cerca di risolverla per esclusione e per approssimazione. Esaminando la serie dei salmi citati nelle Comunioni delle ferie della Quaresima, osserva, con molta lucidità e precisione, che nella prima fattura dell’Antifonario, quella serie corrispondeva ai primi ventisei salmi in ordine regolare; che più tardi vi si sono interposte citazioni di altri salmi; che ad alcune delle primitive citazioni di salmi, tolte via, si sono sostituite antifone tolte dai Vangeli. Ora queste mutazioni, che già si trovano nei codici più antichi dell’Antifonario, rimontano tutte (come l’Aut. dimostra con vari riscontri di storia liturgica) a un’epoca anteriore a Gregorio II: onde si deduce che all’età sua l’Antifonario era stato più volte riformato; né egli può esserne il primo autore.

Ne viene di conseguenza necessaria che il primo autore sia veramente Gregorio Magno? Questo il critico non asserisce, nè vuole asserire: ma certo le sue nuove ricerche hanno sgombrato la via in favore dell’antica tradizione. «C’est insuffisant, dira-t-on, pour dater positivement de saint Grégoire le Grand l’Antiphonarie qui porte son nom. C’est plus qu’il n’en faut pour établir en faveur de la tradition l’état de possession, contre lequel on ne peut décidément plus invoquer le nom de saint Grégoire II».

C. P.



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA




Moeller W. Lehrbuch der Kirchengeschichte. I Bd. - Freiburg, 1889 (pp. xii-576).


Loening Edg. Die Gemeindeverfassung des Urchristenthums. Eine kirchenrechtl. Untersuchung. - Halle, 1889 (pp. vii-155).

Il seguire con vigile attenzione in una rivista scientifica il largo ed intenso movimento della critica storica contemporanea sulle vicende del Cristianesimo e della Chiesa, è opera per molte ragioni difficile nel nostro paese, da molto tempo rimasto quasi interamente estraneo a quest’ordine di studi, che costituiscono una delle maggiori glorie scientifiche della Germania. Anche chi si proponga di segnalare al pubblico italiano quello che si produce via via di più importante in questo ramo della critica storica nelle altre nazioni, ha dinanzi a sé un compito ben vasto, tanta è l’operosità scientifica che si è manifestata anche negli ultimi anni negli studi di teologia storica e di storia ecclesiastica. Il fervore di questi studi, se non spento del tutto, sembrava bensì esser venuto meno in Germania, col decadere dell’antica scuola di Tubinga, e dopo la reazione critica contro di essa operata dal Ritschl e dalla sua scuola. Sebbene continuasse il lavoro di ricerche speciali, soprattutto nelle riviste scientifiche e nei vari periodici teologici dei quali abbonda la Germania, non erano da qualche decennio apparse più opere comprensive e riassuntive, e tali d’altra parte da aprire nuove vie alla ricerca storica. La scoperta di nuovi e importanti documenti per la storia della letteratura cristiana e della chiesa, e lo sciogliersi via via dei più giovani storici da certi presupposti troppo assoluti ed esclusivi della scuola di Tubinga sul processo storico del Cristianesimo, hanno preparato il terreno ad alcune davvero magistrali e grandiose opere venute alla luce in Germania nell’ultimo quinquennio, che segnano un indubbio progresso sui lavori già sì giustamente ammirati del Gieseler, del Baur, dello Schwegler e d’altri. Opere come quelle dell’Hilgenfeld sulla storia delle eresie [p. 407 modifica]del Cristianesimo primitivo (1884), del Pfleiderer sul Cristianesimo primitivo (1887), dell’Harnack sulla Storia dei dogmi (seconda edizione 1888-1890), dell’Holtzmann e del Weiss sul Nuovo Testamento (1885-86), del Weizsäcker sull’età apostolica (2.a ediz. 1889), oltre alle indagini del Vischer sull’Apocalisse, del Gla e dell’Handmann sull’Evangelio degli Ebrei, dell’Harnack, dello Zahn e di molti altri sulla Dottrina dei dodici Apostoli scoperta dal 1883, per non parlare di altre ricerche più particolari, sono come il resultato di quasi un secolo di lavoro di critica storica, e mostrano ancora quale vitalità le resti ancora nelle scuole tedesche.

Tra i lavori recenti, degni di non sfuggire all’attenzione della critica italiana, sono i due libri che qui annunciamo.


I.


Il Manuale del Möller, dotto storico protestante, è il primo vulume di una vasta opera di Storia generale della Chiesa. Anche dopo il lavoro dell’Hase e dopo l’eccellente libro del Kurtz, che sempre più si è arricchito nelle rinnovate edizioni, non si poteva dire risoluto il problema di una esposizione in tutto soddisfacente del vasto soggetto, come è questa del M., pregevole del pari per lo studio diretto delle fonti e per l’esatte informazioni delle ricerche più recenti. Mentre in molti libri simili anche dei più autorevoli e accreditati, si consacra una piccola parte alla storia delle istituzioni, al processo per cui dalle primitive comunità si è svolta la centralità della Chiesa, uno dei pregi più rilevanti di questo è appunto la singolar cura con cui vi è trattata questa parte della storia ecclesiastica, sulla quale hanno sparsa tanta luce i lavori dell’Hatch e dell’Harnack. Il culto, l’ordinamento interno, la costituzione della chiesa vi sono studiate con la maggior diligenza. E tutta l’opera mostra una tale padronanza del soggetto, un tal rigore di metodo storico e di spirito scientifico, da segnare un vero progresso sugli altri lavori precedenti di simil genere, e sopratutto se si paragoni agli antichi lavori del Neander, del Gieseler e del Baur.

Questo rigore di metodo scientifico si scuopre maggiormente dove l’autore sarebbe condotto ad entrare in questioni critiche e storiche. Egli è persuaso che in un trattato scientifico non si debba accogliere se non quello che è accertato e generalmente riconosciuto, eliminandone tutto quello che è ancora ipotetico. Il qual canone critico, se può dar luogo a discussione nell’applicazione che se ne fa nei singoli casi dove si può dubitare se questa o quella sia una ipotesi divenuta certezza, è però necessario e fondamentale in una opera che vuole informare dei resultati più certi in un dato [p. 408 modifica]ordine di ricerche. Questo proposito scientifico gli apre anche la via a risolvere uno dei problemi più difficili per uno scrittore d’una storia generale; il fare cioè un libro di lettura e di scienza ad un tempo; esporre la storia ed attenersi alle fonti. Questo a cui non è riuscito né il Neander, né il Gieseler, né l’Hase, è invece un pregio singolare del libro del M. che è bensì una trattazione scientifica, ma di tal natura da riuscire una lettura facile e gradita a ciascuno. Non vi son riprodotte le fonti, come nell’opera del Gieseler, ma l’A. vi si attiene strettamente sempre, con una scelta accorta e sapiente, ponendo in luce tra i fatti i più decisivi e caratteristici, e in seconda linea i meno rilevanti e significativi, con una sobrietà altamente scientifica, e senza l’ingombro bibliografico e letterario, troppo consueto nelle opere tedesche di simil natura. Lo spirito che informa tutta l’opera non è di questa o quella confessione religiosa, non tradisce questa o quella fra le scuole teologiche che tuttora vivono in Germania, ma è schiettamente indipendente e scientifico. Il giudizio quindi che egli dà sulle varie correnti da cui risulta la vita della Chiesa nella sua più antica storia e che colla loro varia azione le dettero forza e vitalità, è largo e comprensivo, non circoscritto in quelle vedute talora troppo unilaterali che prevalgono nella maggior parte degli storici anche oggi.

Faremo tuttavia alcune poche osservazioni per quel che concerne il più antico periodo del Cristianesimo. Qualunque opinione si abbia sulla provenienza degli Esseni, e si voglia col Baur, collo Zeller e ora col Lucius e collo Schürer ammetterne i contatti coli’ Ellenismo, coll’Hilgenfeld e con altri si affermi la loro origine giudaica, tutti i tentativi storici fatti per ricollegare l’Essenismo colla storia della Chiesa hanno condotto a resultati assai incerti, sebbene la possibilità storica di questi rapporti non possa punto escludersi. Non si vede quindi perchè il M. (p. 36) consideri l’Essenismo come appartenente alla storia della Chiesa; né è chiaro il motivo per cui concede tanto spazio alla esposizione dei sistemi gnostici, mentre così brevemente discorre di Simon Mago e del Simonismo (p. 136 s.). All’incontro nella parte che risguarda il giudaismo, sarebbe parso opportuno (p. 35) far più larga parte allo studio della letteratura apocalittica del giudaismo, e ad un esame dei libri sibillini; poiché non par sufflciente quello che se ne dice a p. 121. E quanto all’Apocalissi cristiana, anche a noi come all’Harnack (Theol. Literaturzeitung, n. 26, 1889, p. 646), sembra che non si possa respingere l’ipotesi del Vischer sulla origine giudaica di essa come un tentativo interamente fallito (p. 83). Certo è che all’ipotesi del Vischer, che l’Harnack ha fatto sua, sebbene combattuta molto, hanno aderito molti storici insigni, e ad ogni modo essa ha avuto il merito di aver suscitato, non solo in Germania, ma in Francia [p. 409 modifica]in Inghilterra, un fervore di discussione viva sopra un documento cosi studiato ed esplorato; e di aver richiamata l’attenzione sopra gli elementi giudaici che vi si contengono. Quanto alla storia delle comunità e dello organismo della Chiesa considerato nel processo del suo svolgimento, a noi non sembra esatto l’affermare come fa l’A. (p. 53) che il primo germe dell’organismo delle comunità, quale apparisce negli Atti degli Apostoli (c. 6), non abbia avuto poi svolgimento e sia rimasto nella forma d’una comunità iniziale. Chi ricerca le lontane origini dell’Episcopato nella Chiesa, non può non risalire ai sette eletti dagli Apostoli (Act. 6, 3) o primi diaconi, che sono i veri precursori degli [testo greco] ἐπίσκοποι. La fusione di [testo greco] ἐπίσκοποι con [testo greco] πρεσβύτεροι s’incontra per la prima volta nella prima lettera di Clemente romano ai Corinti (a. 93-96); il che conferma l’opinione a parer nostro sostenuta giustamente dall’A.60; cioè che la comunità cristiana di Roma mantenesse fino da principio un carattere prevalentemente giudaico.


II.


Questo studio delle origini della costituzione ecclesiastica, che naturalmente nel libro del Möller è una parte della esposizione generale, costituisce invece il soggetto speciale dell’importante lavoro del Loening: Sulla costituzione delle primitive comunità cristiane. Mentre di questo difficile problema si sono occupati i teologi, l’Autore crede opportuno di recare un contributo nuovo, guardandolo nel rispetto del diritto ecclesiastico e tenendosi studiosamente lontano da questioni e presupposti teologici. Il che sembra più vero di quel che non sia in realtà; poiché nell’età a cui il lavoro del L. si riferisce non esiste un vero diritto ecclesiastico, e la formazione delle comunità è ancora un fatto schiettamente religioso. A ogni modo il L. raccoglie innanzi tutto la letteratura storica degli ultimi anni, informando con gran diligenza delle opinioni prevalenti sulle origini e i primi svolgimenti dell’organizzazione ecclesiastica dal Baur fino all’Hatch, per aprirsi la via ad un giudizio suo proprio. Se non che, l’autore a pronunziarlo si mostra eccessivamente timido: né si vede perché, dopo tutto quello ch’egli ha raccolto intorno all’uso profano ed ecclesiastico della parola [testo greco] ἐπίσκοπος, non ne sappia trarre qualche conclusione positiva. Poiché è bensì vero che una tale espressione non significa quasi mai un ufficio determinato: ma se si tien presente il più antico [p. 410 modifica]luogo nella letteratura cristiana dove s’incontra questa parola (Philipp. I, I), la lettera prima di Clemente ai Corinti, ove si allude più volte alle loro funzioni, e il fatto che la Dottrina degli Apostoli designa come principale virtù di essi l’ [testo greco] ἀφιλαργυρία, se ne può ricavare legittimamente che gli [testo greco] ἐπίσκοποι costituissero un collegio che presiedeva al culto e all’amministrazione della comunità. Al che si collega la questione così discussa del rapporto fra i vescovi e i [testo greco] πρεσβύτεροι nelle comunità primitive. II L. mostra su questo punto di aderire all’opinione sostenuta dal Weizsäcker e specialmente dall’Harnack (presso l’Hatch, Gesellschaftsverf. d. christl. Kirche, p. 229 s. Thcol. Literz. n. 17, 1889, p. 419), e combattuta dall’Hilgenfeld (Zeitschrit für wissensch. Theol. 1886, p. 6 s. cfr. miei Studi d’ant. Lett. Crist., 1887, p. 145 s.), cioè, i due gradi furono originariamente distinti, e che «presbiteri» non indicava se non un titolo onorevole d’anzianità nella Chiesa. A questo proposito crediamo bensì necessario il distinguere la comunità romana dalle comunità giudeo-cristiane di Palestina. La testimonianza di Clemente romano (I. Cor. I, 3, cfr, 44, 5), se vale per la comunità romana, nella quale l’interesse gerarchico si dovè sentir prima che nelle comunità orientali, non si può sicuramente applicare allo studio di quelle; ma ciò non implica che ci sia ignota anche nelle sue linee fondamentali la costituzione della primitiva comunità di Gerusalemme, come pare creda il Loening seguendo l’Harnack. Dalla lettera di Paolo ai Galati il L. (p. 58 s.) ricava che i capi della Comunità di Gerusalemme erano gli Apostoli, ed a fianco dogli Apostoli altri che Paolo (Gal. 2, 2, 6) chiama [testo greco] οἱ δοκοῦντες: ma poiché egli annunzia il suo evangelio all’intera comunità (2, 2), se ne può concludere, a parer suo, che essa non fosse organizzata e che, come prova l’avversione a mangiare cogl’incirconcisi (2, 12-13), i Cristiani non si fossero separati dai Giudei.

Ora lasciando da parte quest’ultima affermazione, che può esser vera in un senso alquanto diverso da quello che le dà l’A., è manifesto nella lettera ai Galati che [testo greco] οἱ δοκοῦντες, con cui ha che fare Paolo nella seconda sua visita a Gerusalemme, non sono altro che [testo greco] οἱ δοκοῦντες στῦλοι εἶναι, di cui parla poco sotto (2, 9), e fra i quali annovera Jacopo, Cefa e Giovanni. E se anche la differenza fra cristiani e giudei era ancor poca e poco visibile, questo non significa che in Gerusalemme e nella Giudea non esistessero già comunità cristiane, come resulta da Gal. 1, 22, sebbene ordinate secondo il tipo delle sinagoghe giudaiche. Né minori argomenti ce ne offrono gli Atti degli Apostoli: perchè nel periodo in cui la comunità è retta dagli Apostoli (e. 1-11) noi troviamo accennato un ordinamento disciplinare (t, 22-24) e già la istituzione del diaconato (6, 1-6), che pure ha i suoi precedenti negli elemosinieri delle [p. 411 modifica]sinagoghe61; ed accanto agli Apostoli più volte troviamo nominati gli Anziani o presbiteri Act. 4, 23, 11, 30, 14, 23, 15, 2), che secondo ogni verosimiglianza presiedevano al culto, come l’arcisinagogo delle comunità giudaiche anche fuori di Palestina. Nel medesimo senso, Egesippo (presso Euseb. H E. II, 23) ci rappresenta Jacopo, fratello del Signore, come capo della Comunità di Gerusalemme ([testo greco] ἐκκλησία), e a lui e al suo successore attribuisce l’ufficio di [testo greco] ἐπίσκοπος (II, 22. 4). Tutto questo è del resto ben naturale, se si pensa che l’importanza delle comunità di Gerusalemme, come comunità della metropoli del Cristianesimo, era tale che in essa pure si doveva far sentire ben presto il bisogno d’un organamento e d’una gerarchia.

Per ciò che concerne gli Apostoli, Profeti, e Dottori, di cui il Loening tratta nel secondo capitolo, egli reputa che non avessero niente che faro coll’ordinamento delle comunità nel periodo primitivo. L’ufficio loro era, a parer suo, puramente pneumatico e charismatico; stava, cioè tutto nell’efficacia religiosa, che essi esercitavano sugli animi dei fedeli. Sul qual punto, poiché l’Harnack (Theol. Literaturz. 1889, 420 s.) ha dimostrato all’evidenza l’erroneità dell’opinione del L., che gli preclude la via a spiegare l’origine e lo sviluppo dell’episcopato monarchico, non credo necessario il fermarmi. Non solo dal Nuovo Testamento, ma dalla lettera di Barnaba e sopratutto dalla Dottrina dei dodici Apostoli e da altre fonti dell’antica letteratura cristiana, l’Harnack ricava numerose e decisive testimonianze contrarie. Parimente per ciò che riguarda i vescovi e i diaconi (p. 42 s.) il L. non trae partito dalla prima lettera di Clemente, e nella stessa Dottrina degli Apostoli non trova che sieno indicate le funzioni amministrative che spettano ad essi -, inclina bensì a credere che si debban distinguere le funzioni liturgiche ch’egli nega ai vescovi e diaconi, dagli ordinamenti esteriori che piuttosto attribuisce ad essi. Ora dai cap. 14 e 15 della Dottrina apparisce che i vescovi e diaconi, oltre a presiedere al culto, come fa supporre l’ [testo greco] οὗν che ricollega il e. 15 al precedente, abbiano ancora poteri amministrativi; che l’uno ufficio dunque non escluda ma implichi l’altro.

In generale le conclusioni a cui arriva il L. difficilmente possono essere accettate da tutti, perchè, mentre presta fede non meritata ad alcuni scritti come fonti storiche, ne dà troppa poca ad altri. Nella parte ch’egli consacra al presbiterato del primo [p. 412 modifica]secolo è la conclusione a cui egli arriva che la istituzione del presbiterato sia una derivazione dalle comunità giudaiche, vera bensi nella sua sostanza, è ricavata da scritti corno la lettera di Jacopo, la prima di Pietro e sopratutto le lettere così dette Pastorali, che pochi consentiranno nel considerare come testimonianze del 1.* secolo. All’incontro soltanto dove egli tratta di «Roma e Corinto nella prima metà del 2.° secolo», si giova come fonte della lettera di Clemente, che è uno dei documenti più autorevoli ed importanti, appartenente per consenso quasi unanime al primo secolo. Ora il L. pensa che Clemente usi la parola [testo greco] πρεσβύτεροι in due diversi significati; nella prima parte della lettera nel senso di seniori della comunità, nella seconda nel senso di presidenti o di [testo greco] ἐπίσκοποι. Il Weizsäcker e l’Harnack ve ne trovano invece uno solo, il primo; non mai quello d’un ufficio determinato. E certo chi guardi ai due passi I 3; 21, 6 dovrebbe dar ragione a questi ultimi; e non è men vero che pure nella seconda parte p. es. 57, l. [testo greco] πρεσβύτεροι è contrapposto direttamente a [testo greco] νέοι; ma d’altro lato mal si può sostenere che nel c. 44 i presbiteri non sieno una classe con un ministero determinato ([testo greco] λειτουργία), e che non vi sia espressa la sostanziale identità dei presbiteri o vescovi, almeno nel periodo precedente.

Poichè le condizioni della Comunità di Gerusalemme, come resultano dalle testimonianze di Paolo e degli Atti degli Apostoli, ci sono confermate da Egesippo, è naturale che il L. discuta il valore storico e l’attendibilità di questa testimonianza, sulla quale non sono concordi critici come l’Harnack e l’Hilgenfeld. L’Harnack crede bensì che i fatti attestati da Egesippo (presso Euseb. II 23) sieno veri, ma l’interpetrazione ch’egli ne dà sia ricavata dallo stato della Chiesa nel secondo secolo. Che quindi Jacopo, come parente di Gesù, stesse a capo della Comunità di Gerusalemme è ben credibile e naturale; ma non è credibile del pari che egli e il suo successore portassero il nome di vescovi, come attesta Egesippo. (Teolog. Literaturz. 1889, p. 425 s.). Il L. invece pensa che già nella Comunità di Palestina si fosse formato un episcopato monarchico, il che non s’accorda coll’altra sua opinione che l’episcopato si formasse dapprima nella Comunità dei gentili-cristiani, mentre il presbiterato venne dalla Comunità di Palestina, e molto meno coli’ altra che in questa mancasse ogni organamento interiore. Poichè non è esatto (p. 108) che Egesippo non attribuisca già a Jacopo il carattere episcopale. Il primo vescovo, secondo Egesippo (Euseb. IV, 22, 4) è manifestamente Jacopo non Simeone, come il L. crede; nè da Euseb. III, 5, 3 si può raccogliere che solo in Pella o nella regione all’oriente del Giordano, e non in Gerusalemme, si organizzasse la Comunità primitiva. Simeone è chiamato più volte vescovo di Gerusalemme anche prima della fuga in Pella (Euseb. III, 1 1, 22, 32), [p. 413 modifica]dopo la quale pare che i Cristiani con lui ritornassero in Gerusalemme (Epiph. De mens. c. 15), e in Gerusalemme apparisce Simeone nel racconto del martirio suo sotto Traiano, presso Egesippo (III 32). E neppure quanto alla testimonianza delle Omilie e Recognizioni Clementine sappiamo consentire col Loening e coll’Harnack, che negano ad esse valore storico; sebbene anche da esse resulti come fatto l’efficacia che esercitò la Comunità di Gerusalemme nella istituzione dell’Episcopato nella Chiesa, alla quale pure il L. crede. Se anche questi scritti pseudo-clementini non risalgono oltre il principio del terzo secolo, è certo però che le fonti loro, cioè gli antichi [testo greco] Κηρύγματα o i [testo greco] Πηριοδοι Πέτρου rappresentavano Jacopo come vescovo di Gerusalemme, accennavano cioè ad un episcopato monarchico, la cui importanza centrale e per così dire esemplare corrispondeva al presbiterato del sinedrio giudaico. I luoghi delle Omilie e nelle parti del primo libro delle Recognizioni, che non sono se non un rifacimento dei primi 7 libri di quelle «predicazioni di Pietro» sono molti, nè in questo luogo accade di riferirli.

La storia delle dottrine nel periodo primitivo del Cristianesimo è assai più nota e più certa che non sia la storia della Chiesa antica nella sua vita intima, perchè le notizie che abbiamo sono scarse ed oscure, e tanto più perchè l’età e l’autorità storica delle fonti a cui dobbiamo attingere non è sempre concordemente riconosciuta. Onde il lavoro del L., per erudito che sia e per quanto dimostri una larga notizia delle fonti e della letteratura recente, è ben lungi dall’aver risoluto in un modo soddisfacente per tutti il difficile problema storico sulla costituzione primitiva delle comunità cristiane e sulle prime origini dell’episcopato nella chiesa.

Napoli. Alessandro Chiappelli.




Italo Raulich. La caduta dei Carraresi Signori di Padova, con documenti. - Padova-Verona, Drucker e Senigaglia, 1890. In-8.°, di pp. 136.

Il fatto preso a narrare dal sig. Raulich è uno di quelli che fermano più specialmente l’attenzione dello storico. Da un lato vediamo il cessare di un governo principesco, proprio quando le Signorie in tutta Italia si rafforzano; dall’altro vediamo l’affermarsi del nuovo indirizzo politico della Repubblica di Venezia, che comincia a lasciare le conquiste marittime per conquiste di terraferma.

Il R. ha minutamente raccontato questa lotta tra i Signori di Padova e la Repubblica Veneta, che non contenta della vittoria e della conquista Anale (21 nov. 1405), fece poi anche [p. 414 modifica]morire in carcere gli ultimi Carraresi (17 genn. 1406). Egli esclude in modo assoluto che questa uccisione sia dipesa dalla scoperta di una congiura tramata dai Carraresi prigionieri, per riafferrare il dominio; e giustamente crede che il Consiglio dei Dieci se ne servisse come «pretesto per toglier di mezzo un nemico, il quale, anche in un carcere o in una isola relegato, poteva in avvenire esser segnacolo di rivolture». Fu dunque per Venezia una necessità politica, onde render meglio sicuro il possesso di Padova; allo stesso modo che da allora in poi le fu necessità politica «uscire da quella specie di neutralità, che in generale aveva serbato in tutte le questioni della penisola».

L’essersi, più che degli scrittori, servito di documenti tratti specialmente dagli archivi di Venezia e di Firenze, gli ha dato modo di correggere alcune affermazioni degli storici. Così nega che i Veneziani pagassero 60 mila ducati «per il dominio dei luoghi sottrattisi alla Signoria dei Visconti» (p. 37, in nota); nega che il conte da Barbiano, condottiero al soldo di Francesco Novello, rifiutasse di combattere perchè corrotto da’ Veneziani con 12 mila ducati d’oro (p. 65, in nota); e dà a certi documenti, a proposito della congiura, una più giusta interpetrazione di quella offerta dal Romanin (p. 104-105).

Però in molte parti del lavoro si ritrova qualche cosa d’incerto, d’indeterminato; proveniente, io credo, da una troppa confidenza col lettore, e dalla falsa persuasione che il lettore debba conoscere troppo cose. Infatti non c’è quasi mai una citazione con esattezza, precisa; spesso ricorre la frase «com’è noto», per piccoli episodi, che non possono certamente essere molto noti; ne si riesce a sapere in qual tempo avvenivano i fatti narrati, se non quando si è giunti alla pagina 69, nella quale finalmente capita la data del 1405. Vi è poi trascuratezza di forma, e non poca improprietà di lingua: «era dovuto ripassare le Alpi» (p. 10); «riempirono «dall’allarme» (p. 21); «e valse la vita ad alcuno», invece che costò (p. 92); e «rivolture» invece che rivoluzioni o rivolgimenti. Ma perchè un libro tratta di storia, non è per questo detto che vi debba esser curata soltanto l’esattezza dei fatti, e vi debba essere malmenata l’arte dello scrivere.

Firenze. G. R. Sanesi.





Pier de Nolhac e Angelo Solerti. Il viaggio in Italia di Enrico III re di Francia e le feste a Venezia, Ferrara, Mantova e Torino. - Torino, Roux e C., 1890. - In 16.°, p. vii-343.

Il libro dei signori De Nolhac e Solerti prende le mosse dalla fuga precipitosa di Enrico da Cracovia, quando, appena ricevuto [p. 415 modifica]l’annunzio che il fratello Carlo IX era morto, sembrava impaziente di abbandonar la Polonia per correre a cingere la corona di Francia. Egli, contrariamente a quanto afferma il Martin62, partiva quasi sprovvisto di denari; di modo che, fermatosi a Vienna per poi proseguire il viaggio attraverso l’Italia, non cessava dal far pratiche per ottener qualche imprestito dal Duca di Ferrara, e più specialmente dai ricchi banchieri fiorentini residenti in Venezia. Questi da principio «erano fireddi per esser corsa voce che corpi di tedeschi, assoldati dagli Ugonotti, fossero entrati in Francia a rinnuovare la guerra» (p. 64); ma finalmente si persuasero a prestargli prima 135 mila scudi, poi altri 12 mila63; e così posero Enrico III nella condizione di non fare una triste figura, in confronto delle magnificenze che preparavano in suo onore i governi italiani.

Venezia doveva essere la prima città di Italia nella quale Enrico si sarebbe fermato. In conseguenza di ciò la Serenissima non ristava un momento dal prendere continue deliberazioni, per accogliere degnamente il re Cristianissimo: e addobbava, apposta, il palazzo Foscari; e nominava quattro gentiluomini, perchè gli si recassero incontro alla frontiera; e faceva radunare nel porto tutte le sue flotte; e obbligava tutte le corporazioni delle arti di armare una nave, tutti i cittadini di tener pronti torcie e lumi per illuminar le finestre, tutti i parroci di tutte le chiese di dar nelle campane il giorno dell’ingresso del re; e al lido faceva costruire dal Palladio e dal Sansovino un arco di trionfo ed una loggia coperta, dove Enrico sarebbe stato ricevuto dal Doge; e nominava quaranta nobili giovani, che costituissero una specie di guardia d’onore pel re; e, restaurandolo, faceva nuovamente dorare il Bucintoro, che avrebbe servito all’ingresso di Enrico; e si dava cura di far venire da Milano la compagnia comica dei Gelosi. Frattanto, in mezzo al fervore di questi preparativi, Venezia si empiva di una moltitudine di forestieri, calcolata a 40 mila persone. Diversi principi italiani vi si recavano anche essi in persona, i più vi mandavano ambasciatori; e come ambasciatore di papa Gregorio XIII veniva il cardinale Filippo Boncompagni, nipote di lui, il quale faceva subito nascere un piccolo incidente diplomatico, perchè, essendosi recato fino a Chioggia per la via di mare, accampò la pretesa di esser condotto a Venezia sul Bucintoro, destinato unicamente al re. Emanuele Filiberto di Savoia adoprava intanto la [p. 416 modifica]propria accortezza politica per indurre il governatore spagnuolo di Milano, don Antonio Guzman d’Ayamonto, a concedere ad Enrico III, re di Francia, il passo per la Lombardia.

Il 18 luglio (1574) Enrico III faceva finalmente l’ingresso trionfale in Venezia; e da qui innanzi fino al 15 agosto, giorno in cui egli, attraversata ormai tutta l’Italia settentrionale, entrava in Torino, fu un continuo succedersi di festeggiamenti e di entusiasmi, i signori De Nolhac e Solerti, sulla scorta di numerose narrazioni contemporanee (in specie di quella del Lucangeli)64, e di non pochi documenti archivistici, hanno descritto tutto ciò con una minuzia di particolari, che talvolta apparisce anche eccessiva, e tal altra ingenera nel lettore un senso di stanchezza. A loro è parso bene farci quasi rivivere in tutti i momenti, in tutte le ore di quei giorni, durante i quali Enrico III non si stancò di ammirare e godere le feste che gli si facevano, la galanteria e la ricchezza degli Italiani, le belle forme ed i facili amori delle Veneziane. Ma credo che la storia del costume si sarebbe avvantaggiata ugualmente, anche se il libro fosse stato composto con maggior parsimonia.

Del resto, è un lavoro frutto di lungo studio e di pazienti ricerche, come apparisce anche dall’abbondantissima bibliografia delle stampe e dei manoscritti, dalla numerosa appendice di documenti, che adornano il volume; è uno studio accurato, che getta molta luce su tutta la seconda metà del sec. XVI in Italia. Niente, meglio che questa descrizione di omaggi spesso servili resi ad un re straniero, potrebbe farci capire la decadenza politica degli Italiani. Ma allieta in pari tempo il vedere che un principe, fra tanti, conserva la propria dignità: Emanuele Filiberto, che offre al re, come migliore festeggiamento, una mostra continua di soldati, buoni non tanto ad onorarlo quanto, occorrendo, ad offenderlo; che, invece di lodi e d’incensi, crede meglio dargli consigli di governo, invitandolo a far pace con gli avanzi degli Ugonotti e della nobiltà ribelle; che, mettendo ancora in pratica la sua accortezza d’uomo di Stato, sfrutta il momento opportuno, col farsi alla fine restituire Savigliano, Pinerolo e Val di Perosa, sempre in potere di Francia. E la Repubblica di Venezia, mentre con ossequio servile concedeva al Cristianissimo un seggio tra la sua nobiltà, ne offriva pure un altro al Duca di Savoia, come al solo principe italiano che fosse degno di un onore si grande.

G. R. Sanesi.


[p. 417 modifica] Andrea Moschetti. Venezia e la elezione di Clemente XIII. (Dalla Miscellanea della R. Deputazione di storia patria per la Venezia, voi. XI). - Venezia, Visentini, 1890. - In 4.°, di pp. 37.

Non v’è archivio di qualche importanza, che non racchiuda una mole grandissima di documenti e di carte riferentisi ai Conclavi per la elezione dei Pontefici: in quei documenti e in quello carte è una miniera che, a chi sa frugarvi per entro, offre spesso materia preziosa, non solo alla investigazione delle più nascoste questioni politiche, ma più ancora allo studio di una società così caratteristica e così diversa da ogni altra, alla conoscenza della vita più intima, delle più coperte passioni, del più riposto modo di pensare e di agire della Corte Romana.

Ora, se non si può negare al Conclave del 1758 l’importanza che gli viene dall’epoca in cui fu radunato, epoca così importante nella storia della Chiesa, è d’uopo confessare tuttavia che in sé esso non offre nessun particolare interesse allo storico: la monografia del signor Moschetti serve egregiamente a dimostrarlo. Le solite incertezze, le solite lotte di partito, le solite alternative nel Conclave; le solite pasquinate al di fuori: nel resto è un’elezione che si compie molto chetamente, molto regolarmente, senza nulla che valga la pena di un lungo esame.

Ciò che ha attirato di più, e giustamente, l’attenzione dell’autore di questa monografia è la questione, non priva di interesse, delle prime relazioni tra Venezia e il figlio suo elevato alla più alta dignità della Chiesa. Benedetto XIV era morto, lasciando pendente una disputa sorta negli ultimi tempi del suo pontificato con Venezia: un decreto della Repubblica che sopprimeva nei suoi territori l’ingerenza papale circa le domande d’indulgenza, le dispense matrimoniali, la rinunzia de’ benefici ecclesiastici, aveva provocato delle rappresaglie e una guerra commerciale, che durava ancora con danno non piccolo dei Veneziani. Naturale quindi che questi ponessero uno speciale interesse all’elezione del Pontefice nuovo.

Il Conclave, sul quale il nostro A. si ferma a lungo, aggiungendo anche qualche particolare curioso, portò inaspettatamente all’elezione del veneziano cardinale Carlo Rezzonico. La debolezza del suo carattere che sola, per il desiderio dei Gesuiti di avere un papa sommesso a loro, valse a lui la tiara, è notata, e bene, dall’A.; nessun lungo commento del resto la illustrerebbe meglio dell’epigramma di Pasquino:

Vir simplex, fortasse bonus, sed Pastor ineptus,
Vult, meditatur, agit plurima, pauca, nihil.

[p. 418 modifica]Ma, nel principio, l’elezione sua rallegrò e Romani e Veneziani: quelli, dopo un primo moto di scontento, gli furono grati della carità e generosità sua che sollevò la miseria grande del popolino; questi si abbandonarono subito a feste infinite per la naturale festività dell’indole, e più, direi io, per l’infiacchimento sempre più grande dei governanti e dei governati, infiacchimento che faceva parere ormai insopportabile anche quella piccola guerra economica collo Stato della Chiesa. 11 governo della Repubblica seppe però serbare la sua dignità in tutto, e quasi più attendere che cercare dal nuovo Pontefice gli accordi di pace.

Parve aurora felice, e non fu; Venezia stessa trovò Clemente spesso aspro, e ostile alla patria sua, e dimentico dell’affetto che essa gli aveva dimostrato sempre e della gioia con cui aveva salutato la sua esaltazione.

È questo in breve il contenuto dell’opuscolo del signor Moschetti: se il contributo che esso reca alla storia di quell’epoca non è molto rilevante, è degna di nota tuttavia la diligenza che l’A. ha posto nel suo lavoro. Giova aggiungere che in esso l’A. ha intercalato spesso poesie popolari veneziane e romane e parecchio pasquinate. Non oserei però convenire con lui, che le giudica sovente notevoli e piccantissime; mentre quasi tutte sono, almeno a mio giudizio, assai insipide e di poca o punta importanza.

C. E.




Historia do Infante D. Duarte irmão de el-rei D. Joào IV, por José Ramos-Coelho, socio correspondente da Academia Real das Sciencias de Lisboa ec. - Lisbona, 1889-1890. Volumi 2 in 8.°

Assai pietosi davvero i casi di D. Duarte, figliuolo secondogenito di Teodosio, duca di Braganza. Nato nel 1605, durante queir unione ispano-portoghese a cui il Portogallo fieramente ricalcitrava, e appartenente alla famiglia su cui più e più s’affisavano gli sguardi dei patrioti man mano che andavano svanendo le speranze nel sognato ritorno di D. Sebastiano, crebbe atto al fare, senza che le sue attitudini avessero opportunità di sfogo. Alla fine del 1630 Teodosio moriva, e gli succedeva nel ducato il figlio maggiore Giovanni: il quale due anni appresso stringeva nozze, che resero a Duarte meno grata la dimora nella nativa Villa Vinosa, e che ebbero così parte non piccola nel determinarlo a cercar altrove fortuna. Nel 1634 egli pensò di offrire all’impero, impegnato nella guerra dei Trent’anni, il suo braccio vigoroso, e si condusse in Germania, dove riuscì ben accetto a Ferdinando II e a tutti i suoi. Per ben sei anni militò con molto onore sotto le [p. 419 modifica]bandiere imperiali, solo facendo nel 1638 una breve gita in patria. Sul cadere del 1610 il Portogallo si solleva, e mette sul trono, quasi suo mal grado, Giovanni. Nella congiura non aveva avuto parte alcuna Duarte, il quale anzi ai disegni, secondo lui utopistici, che gli dovettero essere esposti da taluno dei capi nella sua visita di due anni innanzi, aveva creduto bene di sottrarsi con una partenza repentina e segreta; ma l’aver in mano un personaggio di tanta importanza, e il togliere ai portoghesi l’aiuto efficace del suo valore e della sua esperienza guerresca, parve agli spagnoli cosa troppo utile, perchè non avessero ad adoperarsi per ottenere dall’imperatore Ferdinando III la cattura di lui. Ferdinando si lasciò persuadere, bruttandosi di un atto della più nera ingratitudine; e nel 1642 mise il colmo all’obbrobrio, consegnando il prigioniero nelle mani dei cernici suoi, che lo trassero in Italia e lo rinchiusero nel castello di Milano. Qui D. Duarte rimase a languire sette anni, imputato di alto tradimento, senza che il processo, del quale gli atti cominciarono solo nel 1646, giungesse a conclusione. In cento modi si tentò di liberarlo: si tramarono fughe, si ricorse a tutti i potentati, dal papa al Gran Turco; alla fine, quando s’aveva speranza che l’oro che s’era pattuito di versare nelle mani francesi riuscisse a conseguire l’effetto, D. Duarte moriva, ai 3 di settembre del 1649; né di lui poterono riposare in patria neppure le ossa, di cui si sono ora perdute le tracce.

In Italia, la memoria della prigionia milanese fu ravvivata vent’anni fa da uno scritto del marchese Francesco Cusani (D. Duarte di Braganza prigioniero nel castello di Milano), condotto su documenti posseduti dall’Archivio di Stato di quella città, che ancora non erano stati messi a profitto; e questa pubblicazione ebbe eco assai viva tra i concittadini dell’infelicissimo principe. Ora il sig. José Ramos-Coelho consacra a lui due volumi, l’uno di settecento, l’altro di ben novecento pagine. Innamoratosi del soggetto, così per ragione di simpatia umana come di un caldo amor patrio, l’autore non ha risparmiato fatiche per conoscerlo addentro. I documenti milanesi lo trassero in Italia, e furono da lui studiati diligentissimamente e in gran parte trascritti. Il luogo stesso della prigionia fu oggetto di accurate indagini, efficacemente aiutate da quel profondo conoscitore del castello di Milano e delle sue vicende, che è l’architetto Luca Beltrami. Insomma, l’opera che qui s’annunzia è quanto mai coscienziosa e ricca di notizie.

Non dirò per questo che tutto vi sia da lodare. Lasciando certe censure che il gusto portoghese moverà forse ancor esso domani, ma che troverebbe illegittime quest’oggi, il lavoro pecca di un’estensione eccessiva. La minuzia in sé stessa non è a dire un difetto; ma è difetto la minuzia che degenera, come qui avviene, [p. 420 modifica]in prolissità. L’autore ha voluto dir tutto ciò che gli ora riuscito di sapere, esporre ogni particolare di qualsivoglia genere, senza considerare abbastanza se l’intento suo ne ritraesse vantaggio oppur danno. Lo spazio occupato nel narrare per filo e per segno tutte quante le pratiche per la liberazione, è assolutamente soverchio. E non deve parer troppo che anche dopo la morte dell’infante l’esposizione si prolunghi ancora per un centinaio di pagine? La pecca riesce tanto più sensibile, in quanto del solo periodo in cui l’infante abbia agito - della fase germanica - non si sanno dare che ragguagli assai scarsi. Quanto a certi errori minuti, in parte probabilmente tipografici, riguardanti nomi di luoghi e di persone (p. es. I, 522 Platas per Plantas, 624 e 528 Mortugno per Morbegno, 528 Borneio per Bormio, II, 657 Mongia per Morigia Botalini per Bocalini), non è da farne troppo caso.

Ma sebbene l’opera del sig. Ramos-Coelho dia troppo per un verso, e potesse, a mio vedere, dar più sotto altri rispetti, essa è degnissima di attenzione. Alle attrattive che le vengono dall’interesse vivissimo inspirato a chiunque abbia senso di pietà dal suo protagonista, s’aggiungono pur quelle suscitate dall’intrecciarsi indissolubilmente i casi di D. Duarte colla storia della riscossa di un popolo, insofferente di dominio forestiero. E dà materia di riflessione allo storico ed al politico il considerare gli scogli contro cui l’unità iberica andò allora ad infrangersi.

Ai due volumi, stampati con eleganza, accresce pregio buon numero di belle fotografie, alle quali, per la parte riguardante il castello di Milano, ha contribuito con disegni suoi il Beltrami.

Y.





Mini Giovanni. Illustrazioni storiche degli antichi castelli di Salutare, Monte Poggiolo e Sadurano in Val del Montone, in comune di Terra del Sole e Castrocaro. - Rocca S. Casciano, Cappelli, 1890. - In 32.°, di pp. 223 con 1 litogr.

La storia degli antichi castelli di Salutare, di Monte Poggiolo e di S. Maria in Sadurano non viene più in qua del secolo XV, ed è, come quella di ogni altra piccola terra, costituita da poche notizie staccate, le più importanti delle quali sono quelle che hanno relazione colla storia delle città vicine.

Sulle ultime pendici dell’Appennino centrale, nella Romagna toscana, giace il castello di Salutare-, che, sorto forse nel secolo XI, fu nel 1274 espugnato da Guglielmo de’ Pazzi di Valdarno e dai Ghibellini. Quindi, come molte terre circostanti, venne sotto il [p. 421 modifica]dominio degli Ordelaffi, che lo ressero per mezzo dei conti Guidi di Dovadola; Anche nel 1436 ne furono privati dalle genti del Comune di Firenze.

Non lungi dal precedente sorgevano un dì le rocche di Monte Poggiolo e di Sadurano; delle quali la prima appartenne a volta a volta ai Berengari, agli Ordelaffì, ai Calboli, ai Pagani, ai Manfredi e fu poi insieme con Castrocaro venduta al Comune di Firenze da Tommaso da Campofregoso; l’altra, di cui sono ignote l’origine e la rovina, fece parte del contado di Forlì, fu spianata nel 1423 dai Fiorentini, si diede nel 1494 ai Francesi e nell’anno seguente cadde nelle mani di Caterina Sforza.

Queste poche notizie furono con molta fatica raccolte negli archivi del comune di Castrocaro dal sig. Mini che, riconoscendone egli stesso la deficienza, cercò di ordinarle in bella forma e di collegarle fra loro per mezzo di digressioni archeologiche ed erudite sulla storia antica di quei paesi, sui tempi bizzarri (così egli li chiama) del medioevo, chiudendo l’opera sua colla descrizione del paesaggio che si stende ai piedi di quegli ultimi colli del nostro Appennino.

Il pensiero di fare questo libro è lodevole; e non meno lodevole r affetto con cui le notizie sono state raccolte; ma, tuttavia ci siano permesse alcune osservazioni.

A noi pare, che senza fermarsi troppo sui Pelasgi e le altre genti antiche, sulle etimologie e sopra ogni altra cosa incerta, sarebbe stato meglio attenersi strettamente ai documenti e fare incominciare la storia di quei castelli solo allora quando memorie sicure li ricordano; quindi proseguire a questo modo per tutti i secoli, ed istituire perciò più accurate ricerche non solo in quei piccoli archivi, ma anche in quelli di Forlì, di Bologna, di Firenze, dove non potevano mancare notizie importanti e forse numerose di quei luoghi e delle vicine contrade. A Firenze, ad esempio, il Mini avrebbe trovato sicuramente qualche documento; poiché, senza cercarlo, a noi venne fatto di trovarne uno che si riferisce a Salutare, e ch’è di non piccola importanza per la storia del dominio fiorentino in quella terra. In una istruzione che ai 31 di maggio 1404 i Dieci di Balìa del Comune di Firenze davano a messer Lorenzo da Montebuoni e a Matteo di Michele Castellani, oratori della Repubblica presso il Cardinale di S, Eustachio, legato di Bologna, (Dieci di Balìa. Legaz, e Commiss. Istruz. e leti, n.° 2, a c. 63 t.°) si leggono infatti le seguenti parole: «... Apresso il pregherete che la villa di Salutarlo, la quale è presso a Castrocaro e in su la strada, gli piaccia concedercela per quelle ragioni che in essa s’appartengono a Sancta Chiesa; però che la detta villa è nostra per la heredità che ci rimase di Francesco da [p. 422 modifica]Calbolo. La quale villa e il castello, che vi fu, era sua et del suo padre; e quando Francesco predetto morì, il nostro Comune ne prese la tenuta, come dell’altre terre. Ora il conte Malatesta da Dovadola sotto suoi colori ci vorrebbe occupare la detta villa; la qual cosa non siamo disposti a sofferire. E, per levare scandalo e guerra, si degni farcene la detta concessione e che voglia mostrarci che egli ci ami come noi tegniamo di certo...».

Negli stessi archivi o altrove avrebbe poi potuto facilmente trovare qualche statuto, qualche provvisione o capitolo che si riferisse a quelle terre; e trarne tante notizie quante bastavano a darci un concetto della vita e della civiltà di quei terrazzani e dei loro vicini, un’idea della legislazione rurale di quelle provincie italiane; e allo studioso di storia sarebbe stata cosa forse più gradita questa che non la descrizione del panorama della Romagna.

In ogni modo, questi studi di storia e illustrazione locale sono sempre utili e graditi; e il pubblico vedrà volentieri altri saggi del sig. Mini.


    Firenze. E. Casanova.





Evaristo Giannini. Giuseppina Buonaparte a Lucca nel 1796, narrazione d’un contemporaneo, con documenti e note, edita per le nozze di Raffaello Orsetti Mansi con Maria Antonietta Bernardini patrizi lucchesi. - Lucca, Giusti, 1890. - In 8.°, di pp. 50.

L’ab. Giuseppe Chelini di Lucca, giorno per giorno, prese a narrare le vicende della nativa città, dal 17G2 al 1823; e la sua cronaca, che intitolò modestamente Zibaldone, si compone di nove grossi volumi in foglio e di uno in quarto, di fittissimo carattere, che si conservano manoscritti nella domestica libreria del conte Giacomo Sardini. Assai sciatta nella forma, e non sempre spassionata, questa cronaca, oltre essere una miniera inesauribile di notizie, ha il pregio di contenere, «intercalati nel testo, o in filze a parte, una collezione innumerevole di stampati originali, cioè leggi, decreti, proclami, avvisi, opuscoli politici e d’occasione, ec, come, con molte probabilità, non ve n’è altra simile sulle cose di Lucca». Il sig. cav. Evaristo Giannini ha tratto da essa il capitolo che riguarda «La Generalessa Buonaparte a Lucca», e l’ha poi accompagnato con dieci documenti inediti, trascritti dal R. Archivio di Stato, e da esso largamente illustrati.

È noto che la. Giuseppina nell’estate del 1796 andò in Lombardia a raggiungere il marito, il quale «in uno di quei momenti [p. 423 modifica]in cui le armi austriache sembrarono potere avere il di sopra sulle francesi» la spinse «a mettersi al sicuro a Lucca». Napoleone stesso, per bocca del fido Las-Cases, confessa nel Memorial de Saint-Helène che «sa femme fut reçue à Lucques par le Sénat, et traitée par lui comme l’eût été une très-grande princesse; il vint la complimenter et lui présenta les huiles d’honneur». Il sig. Giannini, co’ documenti alla mano, prova «che se il Senato volle complimentare la moglie del General Buonaparte, come se già fosse stata una testa coronata, non lo fece peraltro esso medesimo collegialmente, ma mediante il sig. Francesco Mazzarosa; perchè troppo alta teneva la dignità del suo ufficio per muoversi dalla sua residenza e andare incontro a chicchessia». Aggiunge inoltre, che non le offrì da sè les huiles d’honneur, «come il Memoriale dice, confondendo così la parte col tutto; giacché, come era solito, dovevano le portate, a lei offerte, contenere una quantità degli olii celebrati dei colli lucchesi, ma ancora molti altri commestibili».

La Giuseppina arrivò a Lucca il 4 d’agosto «fra le ore 5 e 6», e il Mencarelli capitano di guardia ne avvisò la Signoria con questo laconico biglietto: «È entrata da Porta S. Donato la consorte del generale Buonaparte con sei offiziali francesi. Alloggia in città». Per testimonianza del Chelini, «questo arrivo improvviso recò stupore e meraviglia, specialmente per mancarne affatto d’ogni indizio». Il Governo, peraltro, non si perse ne’ panni; «decretò alla medesima un regalo di ventidue portate, che ella ricevve con molta cortesia, dando per mancia cinque luigi doppi». Francesco Mazzarosa ed Eleonora Bernardini «furono destinati a servirla e trattenerla». La sera de’ 5 «godè di un festino in casa del sig. Giuseppe Orsetti», che venne servito «d’ottimi, abondanti e squisiti rinfreschi». Il 6 fu condotta ai Bagni di Lucca, e v’ebbe un pranzo in casa Mazzarosa, «in compagnia di molte dame e cavalieri, che per farle la corte eransi portati colà». La sera de’ 7 tornò a Lucca, e «per proprio comodo si trattenne alla Locanda» (che era quella dello Sciocco) «con una privata conversazione». La mattina degli 8 partì per Pisa, «lasciando la mancia di zecchini due al cocchiere di casa Bernardini, numero tre zecchini alle pubbliche Livree, e pagò il conto alla Locanda in soli venti zecchini, sebbene fosse di quarantotto».

Questo conto però, come osserva il Chelini, «era assai alterato, secondo l’uso de’ Locandieri». Alla Bernardini poi «volle la« sciare una memoria col dono d’un ventaglio guarnito di finissimo «acciaio ed uno sciai da portarsi sulle spalle secondo la moda corrente, che fu il tutto valutato del valore di zecchini trenta».


Massa. Giovanni Sforza.

[p. 424 modifica]Carteggio politico di Michelangelo Castelli edito per cura di Luigi Chiala Deputato al Parlamento. - Torino, L. Roux e C. 1890-91. - Due vol. in 8°, di pp. iv-o72 e 652.

Ecco un’opera aspettata da lungo tempo con desiderio vivissimo e con la certezza che fosse per riuscire importante e curiosa, e tale è riuscita -, né si potrà scrivere la storia del risorgimento d’Italia senza sfruttarla. Son lettere in piccola parte del Castelli e per la più parte a lui de’ nostri uomini di Stato, che dal 1847 al 1875 hanno figurato sulla scena politica. Il primo volume, che dal 1.° gennaio 1847 giunge al 25 settembre 1864, contiene 576 lettere; 615 lettere si trovano a stampa nel secondo, che dal 27 settembre 1864 arriva all’8 agosto 1875. Son dunque in tutto 1191 lettere, alle quali fanno seguito, tanto nel primo, quanto nel secondo volume, parecchie appendici, ricche di documenti preziosi molto per la storia.

È la politica veduta tra le quinte, giorno per giorno; e veduta recitare da’ primi attori, da’ secondi attori e dalle comparse; la politica non d’un solo colore, ma di molti colori e sfumature. Il primo a farsi fuori è Massimo d’Azeglio, e poi vien subito Camillo Cavour, di cui il Castelli fu il più intimo amico, e col Cavour ecco Cesare Balbo, il Pinelli, Pietro Gioia, il Gallenga, Giuseppe Torelli, il Massari, il Guerrazzi, il Farini, il Rattazzi, il Minghetti, il Mamiani, poi Lorenzo Valerio, il La Farina, il Ricasoli, il Malenchini, il Lanza, il Cordova, il Gualterio, il Fanti, il Cialdini, il Pepoli, il Matteucci, Alessandro Bixio, il Cantù, il Pernzzi, Mattia Montecchi, Giacomo Durando, il Sella, il Visconti-Venosta, l’Ollivier, il Persano, il Monzani, lo Sclopis, il Mancini, il La Marniera, il Melegari, l’Artom, Celestino e Nicomede Bianchi, Giacomo Dina, Carlo Cadorna, il Di Menale, il Ferraris, l’Ercolani, il Gerra, il Pantaleoni, il Ponza di San Martino, il Di Revel, il Vacca, Giovanni Prati, il Bardesono, il Briano, Gabrio Casati, il Boncompagni, il BrolTerio, Ottaviano Vimercati, Orso Serra e più altri.

Nelle appendici si legge il carteggio tra il Ricasoli e Vittorio Emanuele in occasione della crisi ministeriale del marzo 1862, non che lettere del Thiers, del Minghetti, del Matteucci, ec.

L’indole del nostro periodico e la natura di quest’opera non ci consente di addentrarci a farne una recensione. Ci limitiamo pertanto ad additarla agli studiosi come una delle fonti più ricche e più interessanti per la storia del risorgimento nazionale, che fino a qui abbia veduto la luce.

G. S.


[p. 425 modifica]Tullo Massarani. Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo. - Milano, Hoepli, 1888. - In 16.", pp. 435.

Cesare Correnti nella vita e nelle opere. - Roma, Forzani, 1890. - In 8.°, pp. viii-653.

Nel periodo politico della preparazione al risorgimento d’Italia rifulgono a Milano Carlo Tenca e Cesare Correnti ed il senatore Tullo Massarani, che fu costante loro cooperatore nell’azione e nel pensiero, volle ricordarli in guisa che lasci dopo sé alcun nutrimento: perchè alla loro azione politica e letteraria s’intrecciò tutto il moto italiano dal 1846 al 1888. Non può comprendere sufficientemente r evoluzione politica e morale dell’Italia in questi quarantadue anni, chi non abbia presa domestichezza colla vita e cogli scritti del Tenca e del Correnti, due centri intorno ai quali s’aggruppano e s’agitano, come in nuclei di fermentazione, sciami di generosi patrioti, che, come loro, ebbero un obbietto costante e comune, la patria.

Non si possono rammemorare i miracoli della risurrezione italiana senza rinnovare l’ammirazione pel periodico II Crepuscolo ideato e diretto dal Tenca, pel Nipote del Vesta Verde, che nel quarantasette il Correnti, con eletta comitiva d’amici, avea allestito e diffuso quale nuovo catechismo, che in mezzo ad ottimi ammonimenti di vita laboriosa ed onesta, come scrive il Massarani, compiva il miracolo di predicare al popolo, non clandestinamente, l’amore all’Italia, la devozione al suo gran nome e la fiducia nei suoi destini, presente e vigilante lo straniero che la voleva sepolta.

La carità della patria che consigliò al M. continue opere belle e benefiche, lo strinse anche ad erigere ai due suoi intimi amici Tenca e Correnti monumenti letterari con queir abbondanza di sentimento e correttezza di stile che luce da ogni scritto o discorso di lui.

Ecco come il M. descrive Carlo Tenca. «Alto, asciutto della persona, dalla breve e fitta barba, dagli abbondanti e bruni capegli, ma con questo, una compostezza e una taciturnità tutt’altre che da tribuno popolare, anzi quasi da rigido patrizio; una espressione di volto imperturbata o quasi imperturbabile, dove appena, agli orli di una bocca non ignara di voluttà e bene incastrata nelle potenti mascelle, balenava a quando a quando un sentore d’ironico sorriso. Le parole gli uscivano misurate e parche, le accoglienze non passavano mai oltre il benigno». Cotest’uomo è un blocco di granito levigato, su cui scivolano senza far presa gli ordigni del mestiere. Contentatevi, se ci potreste leggere, come in una di quelle corrette ma rigide figure egizie stagliate nel vivo sasso di qualche propileo, la virtù di un carattere e il compendio di un’epoca.

[p. 426 modifica] Piglia il Correnti dai primi passi, quando Cesarino era «roseo fanciullo, biondo, ricciuto, vivacissimo, strepito giocondator della casa, tormento insieme e splendore della scuola». A sedici anni, non che fremiti e voti, volge in petto risoluti. propositi di rivendicazione nazionale. A sedici anni, familiare come già benissimo è dei nostri grandi prosatori e poeti, l’audace giovane imprende di gran lena a correre senza scorta, anzi, secondo si può presumere, contro la volontà dei maestri, tutto, o quanto più può il cielo delle letterature contemporanee. Si abbevera anche avidamente nell’onda spontanea e rapida dell’istessa poesia popolare, onde non è poi meraviglia se di tutto questo tumulto egli renda immagine un po’ confusa nell’agitarsi de’ suoi pensieri e nella ridondanza medesima del suo stile.

Nel collegio Ghisleri a Pavia dal Vicerettore abate Bianchi avea da leggere le pagine della Giovine Italia, onde a ragione scrive il M., quella Pavia, quella Università, furono senza dubbio dei primi e più potenti fomiti di riscossa per la grande generazione lombarda del Quarantotto. Ed il Correnti entusiasta sempre, per quei primi amori suoi, non dimenticò Mazzini, anche dai gradini della monarchia.

Nell’atmosfera pavese, dove non era tranquilla ancora l’onda del 1831, si educavano i Bertani, i Pinzi, 1 Maestri, i Guerrieri, i Correnti, i Restelli, i Carcano, i Cantini, gli Zanardelli, i Cairoli, i Lazzati, i Robecchi, 1 Massarani. Mentre nella nobiltà storica milanese, nella quale emergevano Giulini, Porro, Spini, d’Adda, Casati, Arese, continuavano gli studi forti e civili, e Carlo Cattaneo aggregava tutte le menti scientiflche Kramer, Curioni, Lombardini, Perini, Sarti, Polli, Possenti.

11 Tenca era un critico nato, e quando il Battaglia nel 1838 fondò a Milano la Rivista Europea, volse a quella la sua fina ed elevata attività letteraria. Due anni dopo, nel 1840, spiegò i primi voli letterari Cesare Correnti negli Annali di statistica fondati otto anni prima a Milano dal grande giureconsulto Romagnosi, del quale scrisse il Correnti, che avea disegnato il nesso della economia politica colle più alte scienze sociali, che guardava la scienza dall’alto, e la dominava dal punto di vista della legislazione e della teoria dell’incivilimento. Questo soldato nuovo, dice il M. esce presto di turba, a lui conferiscono insolita efficacia il calore dell’affetto, la viva e quasi tribunizia eloquenza, lo sfolgorio della forma. Questo milite nuovo sotto le insegne di Romagnosi ha colore mazziniano, onde, esaminando l’opera del Parisi Bella condizione economica delle nazioni, scrive: quando i compensi materiali difettano, non rimane egli forse ancora qualcosa? Rimane il consiglio, l’esortazione, la conversione dell’individuo: rimane l’esempio del [p. 427 modifica]meglio sperato, e la vigorosa tutela del bene che già esiste: rimane infine la persuasione per il futuro, e per il presente la carità.

Nel 1844 si tenne a Milano quel congresso italiano degli scienziati, che fu occasione a Carlo Cattaneo di spiegare ampiamente le ali del genio edificatore per illustrare la Lombardia in ogni aspetto suo materiale e morale, mediante l’opera di un drappello di studiosi, fra i quali al Correnti fu commessa la monografia di Bergamo, dove era stato due anni.

In Milano, meglio che altrove, intanto fermentavano gli elementi del rinnovamento d’Italia. Ai primi di luglio del Quarantasette, (scrive il M.) principiò a correre fra noi un libriccino, l’Austria e la Lombardia. Il ribelle vi sorgeva finalmente a giudice, ad accusatore l’accusato. Per istruire correttamente il processo all’inimico perpetuo, dileguavasi il tribuno (Correnti), e sottentrava uno statista che aveva anche grandi qualità di storico. Ancora non cadeva il Quarantasette, e già con eletta comitiva d’amici, il Correnti aveva allestito e mandato attorno una maniera nuova di catechismo; il già menzionato Nipote del Vesta Verde.

Quando si torna col pensiero a que’ mesi del Quarantotto, dice l’A., si è tratti a ripercorrere una serie di eventi così portentosa da doverla confessare unica piuttosto che rara nella storia del mondo. L’epopea vera comincia con una lotta disugualissima e cruenta, con quella insurrezione siciliana che combatte un esercito e lo sperpera e lo persegue, e lo assedia e lo fuga; e l’epopea ascende all’apice con la insurrezione milanese, con quel miracolo che non pare moderno d’una città pressoché inerme, la quale si scuote di dosso in cinque giorni il giogo d’un imperio militare, durato invulnerabile per più di trent’anni.

Menti di quell’eruzione furono il Correnti e il Tenca, con Cattaneo, Giulini, Cantoni, Maestri, Gadda, Massarani, Cernuschi e molti altri. Liberata Milano il 22 marzo, il governo provvisorio col titolo di quel giorno pubblicò un giornale diretto dal Tenca che l’annunciò con queste parole: «La prima bandiera che ci fu dato inaugurare sulla più eccelsa vetta del Duomo, il di della vittoria fu la bandiera tricolore, il nostro labaro, il nostro simbolo della patria comune, dell’Italia una e sola; questa stessa bandiera sposata al Leone di S. Marco, sventola adesso sulle antenne e le cupole dell’antica regina dei mari; questa bandiera, associata alla croce sabauda insegue oggi sui campi di Lombardia le orde fuggenti dei barbari. Duinte la guerra preparare le leggi elettorali per la futura convocazione dell’assemblea costituente, che deve emergere dal voto libero e universale».

Ma il governo provvisorio fu costretto ad escire da quella neutralità, ed il 12 maggio chiamò! cittadini a votare la fusione [p. 428 modifica]immediata col Piemonte. Onde scissure fra democratici e conservatori, tra federalisti ed unitari. E divergenza fra il Tenca e il Correnti. Perchè il Tenca, con Giovanni Visconti-Venosta, Revere e Montanelli, rimase saldo negli ideali mazziniani, mentre il Correnti andò accostandosi al patriziato per carità della patria. Nel governo provvisorio di Milano Cattaneo e Sirtori con inespugnabile pertinacia stettero avversari della fusione senza la costituente, Correnti ed Anselmo Guerrini l’accettarono.

Non vogliamo né possiamo seguire il Massarani nella splendida descrizione dei laberinti della lotta contro l’Austria nella Lombardia del 1848 e del 1849, dove sono scolpite le figure del Correnti e del Tenca, ma raccogliamo le vele nei dieci anni d’aspettazione fra il 1840 e 1859, quando lavorano pel rinnovamento d’Italia il Correnti a Torino nel Parlamento e nella stampa, il Tenca a Milano nel Crepuscolo.

Gli anni d’esilio vissuti dal Correnti in Piemonte, segue l’A., si spesero laboriosissimi a un triplice intento: agitare di qua dal Ticino con l’armi dello spirito una lotta ormai continua contro la dominazione straniera, tener desta in Parlamento e nella stampa la grande idea della rivendicazione •, proseguire, infine, il costante proposito della italianità nel campo medesimo degli studi, recando in mezzo e collocando sugli altari, anche ne’ templi sereni della scienza, l’imagine della patria. Segue il Correnti amorosamente nel Parlamento, nel Consiglio di State, nella riforma del ministero sabaudo, nella presidenza di molteplici commissioni nelle quali moltiplicavasi l’attività alata dell’ardente patriota. Intanto pel Piemonte volgevano tempi durissimi, procellosissimi. Resa Venezia, sopraffatta in Toscana la dittatura di Guerrazzi dalle rivolte plebee, Messina insanguinata dall’eccidio, Napoli ricaduta nelle ugne di Ferdinando II, la repubblica di Roma conquisa da simulati repubblicani stranieri, l’anima d’Italia erasi rifuggita a pie delle Alpi: dove combattevano Cavour nel Risorgimento, Valerio, Correnti e Revere nella Concordia, Bianchi Giovini nell’Opinione, Bottero nella Gazzetta del Popolo. Il Correnti poi, cessata la Concordia, armeggiò nel Progresso, indi nel Diritto. «Noi non abbiamo disperato, scriveva, abbiamo aspettato. La scienza e la fede possono stare lungamente sull’ali del pensiero; ma la parola del giornalista ha bisogno del continuo rincalzo dei fatti. Già sentiamo che si può di nuovo discutere la speranza, dimostrare il sentimento, e, in faccia ai crescenti pericoli, ritemprare la fede all’ardua scuola della necessità. L’inamabile fatica del giornalista può ancora e deve essere un principio d’azione».

Formano la collezione del Crepuscolo, scrive l’A. due volumi in foglio, ed otto poderosi volumi in quarto di più di ottocento [p. 429 modifica]pagine l’uno, e difficilmente verrebbe fatto di trovare una pubblicazione tanto importante.

È mirabile la fine critica colla quale il M. svela la trama del periodico il Crepuscolo fondato e diretto dal Tenca con drappello di collaboratori in Milano, che per dieci anni, dal 1819 al o9 sostenne la guerra segreta contro l’Austria, e preparò al risorgimento gli italiani, deludendo le ire dei dominatori sotto la forma delle arti belle, della storia, della letteratura, degl’istituti civili. Ebbe anche la collaborazione d’un consigliere aulico prussiano Franz von Neugebaur che, corrispondendo anonimo da Berlino, spiegava le fila recondite dello avvenire della Germania. Il Crepuscolo fu culla di parecchi ministri del regno d’Italia, Emilio Visconti-Venosta, Correnti, Zanardelli, Colombo.

Quando nel 1855 preparavasi la guerra della Crimea, i più impazienti patrioti italiani si opposero alla partecipazione dell’Italia, dicendola diversione della diplomazia, agguato dei bonapartisti, ma Cavour la divinò occasione di interessare l’Europa liberale alle sorti d’Italia, e seguillo Correnti. Al quale, scrive il M., spetta la prima lode della divinazione pronta e felice, onde afferrò subito la poderosa idea cavourriana, quella ch’era per avviarci a sì grandi destini. E non poca virtù ci volle in lui per dissentire la prima volta da migliori amici e più fidi del nome lombardo. Nel celebre dibattito al Parlamento subalpino allora il Correnti levossi nelle sfere ove scompaiono le persone, rimane l’alto intelletto. Disse che il popolo italiano dovea mostrare d’essersi ravviato al senso della realtà e della contemporaneità storica, e di non vivere più in quei sonnambulismo di memoria scambiata per speranza, e mostrò come il mondo era disputato fra rivoluzioni e dispotismo impomati nelr Inghilterra e nella Russia.

Nello stesso Parlamento subalpino il Correnti parlava efficacemente per la ferrovia a Genova, per la stazione marittima della Spezia, pel traforo delle Alpi, elevando la sagacia tecnica collo splendore della fantasia. E fidente dello indirizzo della monarchia sabauda, con abbondanza di cuore s’adoperava a conciliare i mazziniani alla iniziativa piemontese. Lo provano lettere inedite pubblicate nel libro di Correnti dal Massarani: il quale, quantunque innamorato del Correnti vede in lui la lotta fra la ragione limpida ed il sentimento ardente, fra lo scettico ed il mistico.

Dopo la guerra cominciò la organizzazione dell’Italia. Cessato il Crepuscolo, a Milano sorse la Perseveranza raccoglitrice di parecchie reliquie della vecchia guardia del Crepuscolo sotto la direzione di forte aristocrazia. Il Tenca e il Correnti, deputati al Parlamento italiano, soverchiati da uffici amministrativi, dovettero sacrificare l’arte, la genialità agli ordinamenti pubblici. Erano esciti [p. 430 modifica]dalle lotte affaticati e logori, e nell’improbo lavoro degli uffici, nel ministero e nei Consiglio di stato il Correnti, nei segretariati il Tenca, compirono la propria demolizione fisica: ma portarono nel nuovo governo un tesoro di buon senso pratico lombardo, di tradizioni liberali, di genialità. Statistica, istruzione pubblica, ordinamento stradale, agricoltura, previdenza, economia, organismo comunale, erano materie precellenti negli intelletti e nelle tradizioni dei due illustri lombardi. Noi qui, in una rivista storica, non possiamo seguire il M. negli studi psicologici intorno i due cari amici suoi dopo il 1860. Quantunque il Correnti sia stato due volte ministro e Tenca parecchie volte segretario, lieve orma segnarono nella storia della ricomposizione d’Italia. La fioritura loro era compita, era per loro incominciata la declinazione.

Con gusto squisito il M. sa scegliere i brani piia artistici e sagaci dei discorsi, delle lettere del Correnti per descriverne l’attività mirabile quale ministro, quale relatore di progetti capitali, quale fondatore nel 1867 della Società geografica italiana con Cristoforo Negri, quale delegato ai molti congressi geografici e statistici europei, quale ordinatore della esposizione universale a Parigi nel 1878. Fu col Cattaneo e col Bertani, strenuo propugnatore della ferrovia pel Gottardo e nei discorsi e nelle relazioni, seppe accoppiare lo splendore della forma alla copia delle cifre. Morto il Cibrario segretario del Gran Magistero dell’Ordine Mauriziano, ebbe r ollerta di succedergli: se ne aperse col Massarani, che ne lo sconsigliò per le origini sue democratiche: ma per la consueta sua morbidezza il Correnti accettò senza pur rinunciare alla deputazione politica, onde andò guastandosi co’ suoi vecchi elettori ambrosiani Così declinò nella vita politica e nella salute, senza poter condurre in porto la Storia della Polonia, lungamente vagheggiata, la storia della lingua italiana, e parecchi altri lavori letterari. Mori nel 1888, e Massarani mestamente scrive: «Ricordiamoci di Cesare Correnti quando sulle profumate costiere del nostro mediterraneo il bel sole che scalda il petto a marinai e a poeti riluce sovra le fronde di un nobile alloro».

D’altro stampo fu Carlo Tenca che sapeva dell’Alpe, laboriosisissimo, perseverante, severo con sé più che cogli altri e modestissimo. Gli ultimi due capitoli della biografia che ne scrisse il M., dal 1859 al 1883, sono capolavoro di squisitezza amorosa. Vi s’accompagna il Tenca nei laberinti della direzione degli ordinamenti scolastici a Milano, nel segretariato del Consiglio superiore dell’istruzione a Roma, nei lavori parlamentari che lo disgustano e logorano. Con brani di lettere di appunti di lui seguesi lo svolgimento della di lui attività meravigliosa, in una condizione modestissima in uflìci gratuiti contrastanti colla lautezza morbida del Correnti.

  1. Cfr. Ficker, Die Usatici Barchinonae, Innsbruck, 1886.
  2. Cfr. Archivio Storico Italiano, Serie V, tomo V (1890) pag. 334.
  3. «Das Erbrecht, ha scritto il Gans, kann überhaupt ohne cine Kenntnisse des Familienrechtes (Ehe, vaterliche Gewalt, Verwandtschaft) nicht begriffen werden».
  4. Zur Rechtsgeschichte der römischcn u. germanishen Urkunde, Berlino, 1880.
  5. Mon. Germ. hist. Script. VIII, 45-47.
  6. Mon. Germ. hist. Script. Langob. et Ital. pp. 393 sgg.
  7. Come avverte il M., questi atti ci sono stati trasmessi da due scritture del sec. XIV, cioè dalla cronaca del Dandolo (Rer It. Script. cod. Marciano Latino catal. Zanetti 400) e dal primo volume dei Pacta (Arch. di Stato a Venezia, I e 54 A).
  8. Nel vol. VIII S. I di questo periodico.
  9. Mon. Germ. hist. Script. VII.
  10. Ueber das Chronicon Gradense in cod. Vat. Urb. 440; in Neues Archiv. I, 375 sgg.
  11. Questo interessante monumento della più antica storia veneziana, come è noto, fu pubblicato dapprima imperfettamente in questo periodico S. I, t. VIII e App. V. Una più esatta edizione dette il Simonsfeld nel vol. XIV dei Mon. Germ. hist.
  12. Prefaz., pag. xvii.
  13. Id.
  14. Prefaz. pag. xviii.
  15. Ved. G. B. Monticolo, Intorno agli studi fatti sulla cronaca del diacono Giovanni, in Archivio veneto t. XV o t. XVII; e un altro interessantissimo lavoro sulla Cronaca del diac. Giov. e la storia politica di Venezia sino al 1009 pubblicato nel 1882 nella Cronaca del liceo Forteguerri di Pistoia.
  16. Nel citato studio sopra la Cronaca del diac. Giov. e la storia politica di Venezia sino al 1009.
  17. Prefaz. pag. xxxv.
  18. La Notizia del ricorso del fabbro ferraio Giovanni Sagomino ai dogi Pietro Barbolano e Domenico Fablianico contro il gastaldo è la prima delle Scritture storiche aggiunte nella edizione alla Cronaca del diacono Giovanni. Essa si legge anche nel codice Urbinate, ma vi è aggiunta per caso ed è di mano più recente. Tuttavia, come nota il M., il ricorso «ha un’importanza grandissima essendo un documento unico nel suo genere per l’antichità e la materia», perchè ci dà un’idea della costituzione delle arti in Venezia nel secolo XI. Nel codice Zeniano una nota marginale apposta al racconto del Sagomino dice nomen avctoris; e fu questa che trasse in errore il De Rubeis.
  19. È lo stesso che contiene il Chonicon Gradense.
  20. Venedig inter dem Herzog Peter II Orseolo. Göttingen 1868, p. 63.
  21. Der Doge Andreas Dandolo und seine Geschichtswerke - 1878 p. 56.
  22. Ueber das Chronicon Gradense in cod. Vat. Urb. 440, in Neues Archiv der Gesellschaft für altere duetsche Geschichtskunde, II. 375 sgg.
  23. Concil. collect. XVII, 292.
  24. Regesta pontificum, 2.a ediz., p. 382.
  25. Il Simonsfeld (come avverte il M.) li pubblicò dapprima nel Neues Archiv I, e poi nell’Archivio Veneto XII, 335 segg.
  26. Archivio Veneto, fasc. 56, p. 207.
  27. Annali d’Italia.
  28. Politische Geschichte des Longobardenreichs unter König Luitprand. Heidelberg, 1880. pp. 66-71.
  29. Regesta pontificum
  30. Archivio Ven., XX.
  31. Venetianische Studien I, München, Ackermann, 1888.
  32. Cfr. l’edizione fattane dal Duchesne nella Bibliothèque des écoles françaises d’Athénes et de Rome, 2.e serie.
  33. Etymologiarum libri XX; (Migne, Patrol. lat., vol. 82).
  34. Historia Francorum; ed. Arndt e Brusch nei Mon. Germ. hist. Script. rer. Merovingicarum.
  35. Dialoghi, nei Mon. Germ. hist. Script. Longob. et Ital.
  36. De sex aetatibus mundi.
  37. Nei Mon. Germ. hist. Script. rer. Long. et. It.
  38. Acta sanctorum, tomo III.
  39. Muratori, Rer. It. Script. XII; però essendo l’ediz. del Muratori molto scorretta, il M. riscontra sempre i passi della cronaca del Dandolo nel cod. Marciano Lat. 400 del cat. Zanetti, ch’è il più autorevole di tutti e probabilmente l’archetipo.
  40. Cod. Marciano Lat. X, u. 305.
  41. Il M. osserva che le somiglianze tra le due cronache sono anche maggiori se per l’opera del Dandolo si esamina il codice Marciano Lat. cat, Zanetti 400, anziché l’edizione muratoriana.
  42. Archiv der Gesellschaft für altere deutsche Geschichte des Mittelalters, vol. III. 1821.
  43. Archives des missions scientifiques, t. II, LS51.
  44. Abhandlungen der königlichen bayerischen Akademie der Wissenschaften, class. III, vol. 8, dove è pubblicata una interessante memoria col titolo: «Der Doge Andreas Dandulo und die von demselben angelegten Urkundensammlung zur Staats und Handelsgechichte Venedigs mit dem Original-Registern des Liber albus des Liber blancus und der Libri pactorum aus dem Wiener Archiv». 1885.
  45. Calendar of State papers and mss. relatinge to English affairess existing in the archives and collections of Venice and in other librarie of Northen Italy.
  46. Regesti dei Libri commemoriali della repubblica di Venezia - Prefazione.
  47. Mittheilungen des Instituts für österr. Geschichtsforschung, Supplem. 1 Bd. 1 Hft. Innsbr. 1883: Die Verträge der Kaiser mit Venedig bis zum Jahre 983.
  48. La relazione di questa congiura fu pubblicata dal sig. U. Pasqui nel nostro Archivio, 1890, V, pp. 3-19.
  49. Qui il F. osserva, pag. 19: «Siccome con questo nome i due ambasciatori di Firenze chiamano sempre il cardinale di Rouen, è a credere che questi, e non il cardinale di Santa Prassede, come parve al Guicciardini, sia stato presente al colloquio dei due re».
  50. Questa congettura del F. è resa sempre più probabile, è anzi quasi ridotta a certezza da un documento pubblicato dal sig. De Maulde La Claviére, e riferito dallo stesso F. nel suo articoletto: Ancora del Convegno di Savona (in Atti e Mem. della Soc. stor. Savonese, v. II); nel qual documento il re Luigi XII «con giuramento solenne promette al papa, a Massimiliano e all’Aragonese, di non fare per sei mesi alleanza con alcun altro principe, nè di tentare nulla a danno di quelli, ma di restare con loro unito come da artissimo federe».
  51. Tabarrini. Gino Capponi, i suoi tempi, i suoi studi, i suoi amici, memorie. Firenze, Barbèra, 1879; pp. 155-188.
  52. Cantù. Il Conciliatore, episodio del liberalismo lombardo; Serie III, tom. XXIII, p. 80 e segg.
  53. Risposta di Antonio Solera alle calunnie appostegli dal sig. Andryane nel suo libro: Memoires d’un prisonnier d’êtat au Spielberg. Brescia, tip. del Pio Istituto in S. Barnaba, 1848; pp. 35-39.
  54. Cfr. Lettera di A. Andryane all’ab. Francesco Regonati, a p. 303 del voi. I delle Memorie d’un prigioniero di stato nello Spielberg, di Alessandro Andryane, compagno di prigionia di Confalonieri e Silvio Pellico; unica traduzione italiana, con aggiunta di documenti inediti e rari non compresi nell’originale francese, pubblicata coll’assenso dell’autore dal prof. ab. Francesco Regonati. Milano, Sanvito, 1861; in 12.°
  55. Serie IV, vol. VII, p. 251-57 1881 e Serie V, vol. III. p. 105-6 1859.
  56. Nella Zeitschrift des Deutschen Palaestina-Vereins, XII, 74-82. Anche il nostro Belgrano ne ha dettato affettuosa commemorazione nel Giornale Ligustico, 1889, pp. 142-46.
  57. Olmi (Gaspare), Memorie del mio pellegrinaggio in Palestina, 1872. Id. del secondo, 1873. Id. del terzo, 1874. Id. del mio quarto, preceduto dalle Memorie di altri pellegrinaggi, 1876, tutte stampate a Modena, Tipogr. dell’Immacolata Concezione. Il mio quinto pellegrinaggio in Palestina, Genova, Tip. Arcivescovile, 1879. - Olmi, Otto giorni sul Carmelo, Modena, ut supra, 1872, ec.
  58. Fonti per la, Storia d’Italia. Annali Genovesi di Caffaro e de’ suoi Continuatori dal 1099 al 1293. Roma, 1890, Vol. I, con 13 Tavole illustrative, grand’8.vo. Saranno quattro volumi.
  59. Fu illustrata dal prof. Cesare Paoli nell’Archivio storico ital., 1881, VII, pp. 381-384.
  60. Cfr. il nostro scritto Le idee millenarie dei Cristiani (Discorso inaugurale nella R. Università di Napoli), 1888. p. 28 s.
  61. Cfr. su questo punto Schürer, Gesch. des jud. Volkes im Zeitalt. Jesu Christi, 2.° ed. 1886, p. 367. Hilgenfeld, Ketzergesch. ci. Urchrist., p. 118, e in Zeitschrift für wiss. Theol. I, 1890, p. 100, s.
  62. Histoire de France, IX, 403.
  63. Anche Emanuele Filiberto di Savoia glie ne prestò 20 mila (p. 167)
  64. Successi del viaggio d'Henrico III Christianissimo Re di Francia e di Polonia, dalla sua partita di Craccovia fino all’arrivo in Turino. Descritti da Nicolò Lucangeli da Bevagna. Con privilegio. In Venetia, oppresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, mdlxxiiii.