Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870)/Rassegna bibliografica/Compendio di paleografia e diplomatica

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Cesare Paoli

Compendio di paleografia e diplomatica ../ ../Storia della Monarchia piemontese IncludiIntestazione 17 gennaio 2018 75% Da definire

Rassegna bibliografica Rassegna bibliografica - Storia della Monarchia piemontese
[p. 126 modifica]

RASSEGNA BIBLIOGRAFICA



Compendio delle lezioni teorico-pratiche di Paleografia e Diplomatica, del dott. Andrea Gloria, professore straordinario delle scienze ausiliarie alla storia nella Università, e direttore del civico Museo in Padova. Padova, Prosperini, 1870. In 8vo, di pag. 20-732, con un Atlante di xxix tavole.


In uno dei precedenti fascicoli dell’Archivio Storico (T. xi, parte i, pag. 245-247) fu dato un breve cenno di quest’opera: ne piace oggi con più largo ed accurato esame discorrerne, come richiede l’importanza del lavoro e la rarità di simili pubblicazioni in Italia. Il libro del signor Gloria è, come dice il titolo, un compendio delle sue lezioni; ed egli l’ha stampato, coll’intendimento di supplire alla mancanza in Italia «d’un edito testo teorico e ieratico della Paleografia e Diplomatica» (pag. xii). È difatti innegabile, che il nostro paese non ha da contrapporre al progresso fatto da questa sorta di studi in Germania ed in Francia, se non poche opere teoriche della prima metà di questo secolo, degnamente lodate, ma non più bastevoli all’uopo: mentre le ricerche e le scoperte di antichità sono andate tanto innanzi, da rettificare molte vecchie teorie, e da portare lume in molte parti della scienza o mal note o controverse. È perciò da ritenersi come un buon passo il libro pubblicato dal dottor Gloria; e confidiamo che il buon esempio non rimarrà senza frutto.

[p. 127 modifica] Il Gloria comincia il suo trattato dalla definizione della scienza: «La Paleografia insegna a decifrare e trascrivere correttamente i monumenti scritti, ed insieme alla Diplomatica, porge norme incontrastabili, per distinguere i documenti ed altri monumenti originali ed autentici dagli apocrifi ed interpolati» (pag. vii). Ammessa per questo modo la distribuzione di tale insegnamento in due parti, l’autore determina d’ambedue i caratteri, dicendo che la paleografia studia quelli che sono propri a tutti i monumenti scritti; e la diplomatica, quelli soltanto che spettano ai documenti. Così, rifiutando la distinzione di caratteri estrinseci ed intrinseci e proponendo l’altra di caratteri generali e particolari, assegna alla paleografia: 1.° la scrittura; 2.° la data; 3.° la materia; 4.° la lingua:, lo stile e l’ortografia: e alla diplomatica: 1.° le soscrizioni e segnature; 2.° i sigilli; 3.° le formule.

La nuova distinzione, proposta dal Gloria, non manca certo di ragionevolezza; e se si guardi alla significazione etimologica dei vocaboli, può forse parere più esatta dell’altra ch’egli rifiuta; per la quale appellasi Paleografia, lo studio dei caratteri estrinseci, e Diplomatica quello dei caratteri intrinseci dei monumenti scritti. Non vuolsi per altro tacere che in favore di questa sta la considerazione, ch’ella si fonda sopra un metodo d’insegnamento razionalmente progressivo: quello, cioè, d’apprendere prima a leggere e decifrare le antiche scritture, poi a conoscerne e a giudicarne con sana critica l’intrinseco valore. Leone Gautier, in un prezioso libretto che s’intitola - Quelques mots sur l’étude de la paléographie et de la diplomatique–, ha felicemente definite queste due parti d’una medesima scienza, adottando la distinzione dei caratteri estrinseci ed intrinseci1: e tale distinzione adottò pure il professore Carlo Milanesi nel suo corso di paleografia e diplomatica presso l’Archivio Centrale di Firenze, esplicandola con opportune parole nella prolusione letta il 29 maggio 18582, e in altre sue prelezioni rimaste inedite.

[p. 128 modifica]E poichè m’è qui occorso di ricordare la venerata memoria di Carlo Milanesi, che mi onoro di avere avuto a maestro, reputo non inopportuno aggiungere che le lezioni di lui, dalle quali mi avverrà spesso di trarre delle citazioni, si conservano ora tra i manoscritti della Biblioteca comunale di Siena, legate in sette volumi distinti coi numeri xix, xxv-xxx Miscellanee Milanesi. Il tomo xix contiene le prolusioni edite ed inedite; il tomo xxv le lezioni di paleografia del primo corso (anno 1858); i tomi xxvi, xxvii, le lezioni stesse, totalmente rifuse, con aggiunta di nuove, per l’anno scolastico 1861-02; il tomo xxviii, le lezioni di diplomatica, che è la parte meno finita di tutto il corso; il tomo xxix, studi sulla lingua neolatina e sull’italiana, in appendice alle lezioni diplomatiche; il tomo xxx, ricordi e frammenti. Costituiscono tali lezioni un’opera insigne, frutto di laboriosi studi e di pazienti ed acute ricerche; la quale forse, per la sua mole, non potrà mai per intero veder la luce: ma ho stimato utile l’indicarla agli studiosi della patria erudizione, perchè ne possano trar profitto di notizie e d’insegnamento.

E ora torniamo al libro del Gloria. M’atterrò, nell’esaminarne le varie parti, alle distinzioni da lui poste: riserbandorai bensì, nel discorrere di ciascuna, di trattare l’argomento in quell’ordine che più mi sembri conveniente.


I.


Il primo carattere da esaminarsi è la scrittura. Sugli alfabeti poche parole sono da dirsi: l’autore nostro consente nella comune dottrina della derivazione degli alfabeti europei dal fenicio; e con opportuni riscontri dimostra come questo desse origine primamente al greco, e dal greco derivassero l’etrusco e il latine; (pag. 4). Nè più innanzi egli ha spinte le sue investigazioni: che veramente all’insegnamento pratico, ch’è il carattere precipuo delle sue lezioni, poco avrebbe giovato l’avventurarsi nelle sottili ricerche della derivazione primitiva della scrittura, e della trasformazione di quella per segni rappresentativi (detta anche ideografica o simbolica) nell’altra mirabilmente semplice delle lettere alfabetiche. Il [p. 129 modifica]trattato del Gloria si limita allo studio della scrittura latina dal v al xv secolo; e secondo tale norma procederà pure il nostro esame.

Fu controverso un tempo tra i paleografi, se i barbari, irrompendo nell’impero romano, v’importassero le scritture loro nazionali, o adottassero quella dei vinti. L’illustre Mabillon, nel suo trattato De re diplomatica, non dubitò di distinguere nettamente la scrittura romana dalle barbariche3; ma oggi la scienza ha rifiutato questa dottrina, ritenendo che tutte le scritture dei documenti medievali hanno origine dalla romana, anzi sono una sola e medesima cosa con essa; e le modificazioni che questa ha subito nei vari paesi che l’hanno adottata, non distruggono per niente l’essenziale uniformità del suo carattere e degli elementi che la costituiscono.

Cosicchè le denominazioni di scritture nazionali possono giovare in qualche modo a determinare (come osserva anche il nostro autore) l’età e la patria d’un documento, ma non debbono formare capi distinti in una divisione generale delle scritture medievali, perchè in verità non rappresentano forme originalmente diverse. Seguendo tale principio il marchese Scipione Maffei, che primo combattè, e vittoriosamente, la teoria mabilloniana4, divise semplicissimamente le scritture in maiuscole, minuscole, corsive e miste; la quale divisione può dirsi oggi generalmente adottata. Vero è che alcuni paleografi francesi, come il benedettino De Vaines, tengono conto nella distinzione delle scritture anche delle materie soggettive; ma da tale principio non possono derivare che sforzate classificazioni; e bene nota il Vailly (comecchè egli pure distingua la maiuscola dei sigilli da quella dei manoscritti e dei diplomi), che «pour trouver des règles précises et invariables, il faut s’attacher exclusivement à la forme des lettres, c’est-à-dire, aux élémens constitutifs de chaque écriture»5. Il Vailly inoltre, veduto che dal secolo decimoterzo in poi le scritture subirono una progressiva trasformazione che le allontanò affatto dal carattere romano, le divide con molta giustezza in due periodi storici, il secondo [p. 130 modifica]de’ quali ha principio appunto dal secolo decimoterzo. Tale trasformazione non isfuggì per certo neppure agii antichi paleografi, ma non seppero valersene nel classificare le scritture; cosicchè può accettarsi, in questo senso, l’asserto di Carlo Milanesi: che la distinzione delle scritture in due periodi sia «imaginata felicemente da Natalis de Vailly»6. Quanto alle scritture nazionali, la paleografia oggi ne tiene conto, non più nella sua parte analitica, ma sì in quella che chiamerò storica: così hanno fatto il Vailly e il Milanesi; e così pare che proponga, nel suo prelodato libretto paleografico, Leone Gautier7.

Il metodo adottato dal signor Gloria corrisponde alle buone tradizioni della scuola italiana, e accetta in sostanza tutti i progressi della scienza che sopra ho accennati. Egli parte dal principio della derivazione d’ogni scrittura dalla romana; accenna, a titolo d’erudizione e non più, le denominazioni delle varie scritture nazionali; pone la durata di queste scritture dal vii al xiii secolo; e afferma infine la trasformazione che in detto secolo esse subirono, iniziandosi così il secondo periodo, impropriamente detto gotico ovvero scolastico (pagina 54-55). Viene poi all’esame pratico, per via d’esempi e raffronti, delle varie scritture, distinguendole in maiuscole, minuscole e corsive, e ciascuna di queste classi studiando per ordine cronologico diretto dal secolo v al secolo xv. Il metodo è indubbiamente semplicissimo; e più chiaro e meglio ordinato parrebbe, se Fautore si fosse contentato di riunire in poche regole generali tutte quelle minute osservazioni analitiche che ha disseminate su tanti piccoli brani di diplomi qua e là spigolati. Un tale metodo, utilissimo in iscuola, e da raccomandarsi com’esercizio pratico agli alunni, non è forse, a parer mio, il meglio opportuno in un trattato a stampa: il quale ha da essere una guida alla scienza, e avviare lo studioso da per sè nel campo delle osservazioni pratiche, che apparecchiate e fatte da altri non gli giovano a nulla.

Ma se il Gloria, in alcune parti del suo libro, può dirsi che pecchi per eccesso di praticità (lo che bensì non [p. 131 modifica]isminuisce la giustezza delle sue dottrine paleografiche), egli non si ritiene di toccare, dove occorra, delle questioni teoriche e scentifiche: tra le quali è curiosa, per novità e per acume, quella sull’essenza dalla scrittura mista, che quasi tutti i paleografi ammettono come scrittura distinta, e che l’autore nostro, in questo senso, rifiuta.

È opinione del Vailly che della scrittura minuscola propriamente detta non si trovino esempi anteriori al secolo viii, ma che ne’ secoli precedenti tenesse il campo la scrittura mista o semionciale, la quale oltre ad avere caratteri propri, si compone di un numero più o meno grande di lettere minuscole e di onciali. Il Milanesi, senza rinnegare affatto la preesistenza della minuscola (validamente affermata dai PP. Maurini), accettò in massima la teoria del Vailly, confortandola coll’osservazione «che nello svolgersi della scrittura avvi un’epoca di transizione, in cui la minuscola cerca d’uscire dalle fasce dell’infanzia, per giungere nel secolo viii ad avere tutti i caratteri che distintamente lo costituiscono»8. Posto questo principio, ammise egli pure l’esistenza della scrittura mista, della quale, sulle traccie del paleografo francese, delineò i caratteri; e com’uno dei più belli e antichi esemplari d’una tale forma di scrittura, citò il codice fiorentino delle Pandette, scritto, a quanto credesi, nel secolo vi9. In tali opinioni non consente il dottor Gloria. Ammette «l’uso della scrittura perfettamente minuscola anche ai tempi romani»; riconosce in pari tempo non pochi scritti di lettere minuscole mescolate a lettere onciali, non solo prima, ma anche dopo il secolo viii»; ma non crede giusto «di chiamarle mistesemionciali; nè «con altro nome», per più ragioni, che in sostanza possono ridursi a due: la prima si è, che l’introduzione di questa nuova classe può generare confusione, «e finiremo col non intenderci più»; l’altra, «che tre o quattro lettere di altra specie in una scrittura non possono cangiare, nè cangiano infatti, la sua fisonomia» (pag. 85, 86). In prova di ciò il signor Gloria riproduce, nella vii delle sue Tavole [p. 132 modifica]paleografiche, alcuni facsimili già editi dai PP. Maurini, la cui scrittura, secondo i trattatisti francesi, oltre i caratteri di semionciale o mista. Ora tali facsimili, chi bene li osservi, presentano, è vero, una forma di scrittura non prettamente minuscola, nè prettamente onciale; ma la mistura non è di tal fatta, che in ciascuno di essi non signoreggi in modo distinto l’una l’altra forma. Quanto poi alle Pandette Fiorentine, citate dal Milanesi, il carattere precipuo di codesto codice insigne è l’onciale; e la mistura di qualche lettera minuscola non l’altera mai in modo da mutarne l’essenza o la fisonomia10. Se poi le Pandette si pongano a riscontro con la Bibbia Amiatina, altro codice laurenziano del secolo vi, in iscrittura parimente onciale, si ravviserà fra i due una certa differenza cagionata dalla’maggiore splendidezza e magnificenza dei caratteri del codice Amiatino; ma in verità dovrà convenirsi essere eguale in tutti e due la forma della scrittura. Posto ciò, m’è avviso possa ritenersi col Gloria, non esistere veramente una scrittura da per sè, con forme proprie e distinte, a cui spetti il nome di semionciale o di mista. Tutt’al più, può una tale denominazione conservarsi, nell’esame comparativo dei singoli documenti, per indicare, caso per caso, quelle scritture onciali o minuscole, che hanno mescolate ai caratteri, che costituiscono la loro essenziale fisonomia, altri caratteri di forma diversa: ma, ad eccezione di questo suo ufficio meramente pratico, essa non avrebbe più ad entrare in un prospetto di divisione delle scritture medievali; nè formarvi una classe distinta. Quanto alla scrittura mista del secondo periodo, che a detta del Vailly, partecipa della celerità della corsiva e della regolarità della minuscola, l’autore nostro è pur fermo nel rifiutare una tale denominazione, ma non ne disconosce in fatto l’esistenza, mentre sostituisce alla medesima la scrittura mmwscoacorsiva, È qui insomma una semplice controversia di nomi, della quale non occorre più a lungo discorrere: ma sopra l’essenza di tale scrittura, comunque s’abbia da chiamare, gioverà [p. 133 modifica]riferire gli assennati argomenti del Vailly, quali li trascriveva nel suo corso Carlo Milanesi: «In sostanza la scrittura mista del periodo gotico ritrae dalla corsiva per la forma delle lettere a, h, d, f, h, l ed s, e della minuscola per la regolarità dei caratteri e la mancanza dei ligamenti. Sarebbesi potuto assegnare all’uno o all’altro genere, e darle per esempio il nome di corsiva distinta, nel modo stesso che s’è trovato nelle carte del primo periodo una scrittura, che a rigore costituirebbe un genere particolare, e che, nonpertanto, abbiamo considerata come una specie di minuscola. Ma la minuscola dei diplomi differisce da quella dei manoscritti per lo sviluppo delle aste e dei tratti eccedenti; essa vi si ricongiunge però essenzialmente e per la forma delle lettere e per la mancanza delle legature; mentre la scrittura mista del periodo gotico tiene alla minuscola ed alla corsiva per correlazioni medesimamente essenziali»11.

Esaminata la scrittura nei suoi caratteri generali, la progressione del discorso ci porta alle abbreviature. E noterò anzi tutto che non posso consentire nell’ordine tenuto dal signor Gloria, di discorrere prima di queste, e poi delle varie forme delle scritture medievali; imperocchè il fondamento del saper leggere è il conoscere in primo luogo gli elementi che costituiscono una parola scritta; poi viene lo studio delle loro combinazioni, delle difficoltà grafiche, de’ segni convenzionali. Credo che le abbreviature si potrebbero dividere in due grandi classi: una, delle parole che sono scemate di alcuni elementi; l’altra, di quelle che li serbano tutti, ma ristretti e confusi tra loro: si comprendono nella prima, le sigle, le note tironiane, le abbreviature per sospensione, per contrazione, e per segni o per lettere abbreviative; e nella seconda, le lettere congiunte, incor])orate e intrecciate, e i monogrammi. Potrebbesi anche approssimativamente (non però con rigore di definizione) denominare la prima classe, delle abbreviature fatte per risparmio di tempo; e la seconda, di quelle fatte per risparmio di spazio. Vuolsi peraltro osservare che queste ultime da alcuni paleografi non si considerano come vere e proprie abbreviature, [p. 134 modifica]dicendo di esse lo Chassant: «C’était moins des abreviations proprement dites, qu’un moyen de resserrer l’écriture dans un petit espace»12; e neppur s’accettano tutte quelle della prima classe; ma per abbreviature propriamente dette si vogliono intendere quelle per sospensione, per contrazione e per segni speciali. Cosi l’autore nostro ha considerato per abbreviature queste sole; mentre poi ha discorso separatamente delle sigle, delle inserzioni, congiungimenti e nessi di lettere, dei monogrammi, e infine delle note tironiane.

Una parola su queste abbreviature propriamente dette. Il sig. Gloria le definisce «figure che rappresentano i vocaboli, e consistono in alcune lettere di essi ed in certi segni sostituiti alle altre lettere omesse» (pag. 40); combatte, non senza ragione, la pretesa utilità dei dizionari di abbreviature; e dà alcune buone regole pratiche per l’intelligenza delle medesime, senza farne peraltro veruna suddistinzione teorica (pag. 40-43). Senza sconoscere la bontà di questo metodo pratico, che, fondandosi sopra un’accurata analisi, non afferma se non quello che viene accertato da’ replicati esperimenti, credo bensì che scentificamente non sia affatto disutile una suddistinzione delle abbreviature propriamente dette: le quali, con somma precisione, possono ridursi a quattro ordini: Abbreviature per sospensione, Abbreviature per contrazione, Abbreviature per segni speciali, Abbreviature per lettere sovrapposte. Ciascuno di questi ordini rappresenta un modo differente di tachigrafia; perchè, se anche le abbreviature delle due prime specie sono accompagnate da segni, questi non hanno in esse altro ufficio, se non d’indicare che la parola è abbreviata; mentre denominiamo Abbreviature per segni speciali, quelle in cui un segno rappresenta costantemente una data lettera ovvero una data sillaba. Anche le letterine sovrapposte furono usate talora come esponenti alle sigle e alle abbreviature per sospensione, e vai sero a indicare semplicemente la finale delle parole; ma in molti altri casi esse hanno una significazione speciale, e allora formano classe da sè. Pertanto ai precedenti quattro ordini di abbreviature non se ne potrebbe aggiungere verun [p. 135 modifica]altro, senza generare confusione; e mi sembra perciò affatto superflua, e senza una ragione al mondo, la suddistinzione, proposta dallo Chassant13, delle abbreviature per lettere abbreviative; le quali non sono altro che lettere accompagnate da segni speciali, che rientrano perciò naturalmente nel terzo dei quattro ordini sopra esposti. Nè vale il dire che esse prendono talora un significato speciale da quello solitamente attribuito ai segni abbreviativi; perchè a tale difficoltà presto si rimedia, quando al capitolo de’ segni speciali si procuri d’accennare tutti i significati che può assumere ciascun segno, e si faccia in pari tempo notare, come codesti segni mutino talvolta di significato, secondo che sono applicati a una lettera piuttosto che ad un’altra.


II.


«La prima cosa che cerca in un monumento scritto chi lo sa leggere, è la data» (pag. 140); e per questo, dopo d’aver discorso della scrittura, il signor Gloria viene a trattare della data: carattere di singolare importanza nei documenti, come quello che giova non tanto alla retta cronologia dei fatti storici, quanto anche a determinare la falsità o l’autenticità delle carte antiche.

L’autore nostro dà intorno alle date poche e brevi notizie teoriche; e la maggior parte di questa distinzione è occupata da prospetti cronologici, che riescono sempre d’un efficace aiuto ai ricercatori di documenti. Poco avrò a dire in aggiunta in osservazione a quanto è stato esposto dal signor Gloria.

Le date del mese e dei giorni del mese, negli antichi documenti, si trovano indicate in tre modi diversi: o al modo romano, per calende, none e idi; o colla divisione del mese in due parti, entrante e uscente; o in ordine diretto, come s’usa oggi. Intorno alle medesime, l’autore nostro pone per regola generale, che «fino dagli antichi tempi trovasi nelle date la indicazione dei mesi, quasi sempre [p. 136 modifica]accompagnata da quella dei giorni» (pag. 206); ma ciò non toglie che «abbiamo esempi, massime dalla fine del secolo x, di mesi senza giorni» ( pag. 208 ). Queste cose erano state primamente notate dal Fumagalli, il quale fa risalire l’uso di contare i giorni secondo l’ordine moderno fino al vii secolo nelle carte francesi, e all’viii nelle italiane; e asserisce introdotto nel secolo ix l’altro modo di datare dal mese senza determinare il giorno, e conservatosi con molta frequenza per tutto il secolo x: dopo la quale epoca riapparve la data del giorno per calende, none e idi, frequentissima nel secolo xii14. A conferma delle precedenti notizie, non sarà discaro, spero, ai nostri lettori avere, alcuni esempi tratti dal più antico instrumentario dell’Archivio Senese, detto il Caleffo Vecchio. Esso contiene, del secolo x, tre documenti colla sola data del mese; dell’xi, due documenti datati al modo romano; del xii, cinque senza data, tredici colla data del mese entrante, due datati secondo lo stile moderno, e trentanove, per calende, none e idi: il quale ultimo modo è adoperato nella massima parte dei documenti del secolo xiii. E intorno al medesimo, vuolsi aggiungere una particolarità, sfuggita al nostro autore: che, cioè, talvolta, non però di frequente, si trovano tutti i giorni del mese datati dalle calende del mese venturo, senza tener conto delle none e degli idi: così in un documento senese del 1222, inserito a c. 144 t. del Caleffo Vecchio, il 15 ottobre, giorno degli idi, è indicato colla formula xviij kal. novembris; e un altro documento, fatto nel castello di Colonna Marittima, (che si conserva presentemente tra le carte provenute al R. Archivio di Stato dallo Spedale di Siena) porta questa data: mcccliij, ind. sexta, vigesimo kal. ottohris, secundum cursum Pisanorum: con che vuolsi significare il 12 di settembre, che i Romani più regolarmente indicavano colla formula pridie idus septembris.

La data dell’anno nei documenti, dopo il secolo vi, è computata secondo l’era cristiana introdotta da Dionigi il piccolo: la quale bensì ebbe vari principii; e i più comunemente usati furono o dall’Incarnazione, o dalla Natività. [p. 137 modifica]L’autore nostro, toccando di questi vari modi di principiare l’anno, dice che in Italia prevalse sopra ogni altro il sistema di cominciare l’anno dalla Natività (pag. 212); ma vuolsi fare eccezione per Firenze e per molti luoghi della Toscana, dove la data dall’Incarnazione ebbe la preferenza; non esclusa Pisa, che per altro anticipò d’un anno il computo fiorentino. È poi il signor Gloria incorso in un errore di fatto, dove afferma che allo stile dei Pisani s’accordarono Siena e Lucca: mentre la prima seguitò senz’eccezione lo stile fiorentino; e la seconda s’attenne generalmente, salvo ne’ più antichi tempi, alla data della Natività15.

Sopra l’indizione una cosa sola è da notare. Delle tre specie di essa; costantinopolitana, che ha principio dal primo di settembre, la costantiniana, o cesarea, o italica (21 settembre), e pontificia o romana (25 dicembre, o primo di gennaio); il signor Gloria dice generalmente usate in Italia la prima e la terza (pag. 328). Ma non è esatto mettere così da parte l’indizione italica: la quale, per quanto si ritrae dai documenti, e come autorevolmente dimostra Filippo Brunetti16, fu costantemente adoperata in Firenze, Pisa, Siena e in altre città toscane, mentre altri luoghi della Toscana medesima seguitarono l’indizione costantinopolitana o la pontificia17.

[p. 138 modifica]

III.


Le materie soggettive della scrittura sono svariatissime; ma non tutte, come benissimo osservava Carlo Milanesi, sono materie diplomatiche. Un libro di paleografia e diplomatica deve trattare specialmente di quelle sulle quali sono scritti i monumenti che si conservano negli archivi e nelle biblioteche: dell’altre, toccare brevissimamente, per notizia storica, e non più. Cosi saviamente ha fatto il signor Gloria, riunendo in un solo paragrafo la trattazione di ciò che spetta a marmi, pietre, legno, corteccie e foglie, metalli, avorio, vetri, terracotta, cera, gesso, tele; e discorrendo poi separatamente della pergamena, del papiro e della carta di cotone e di lino. Delle materie discorse nel primo paragrafo, quella di cui gli archivi e le biblioteche conservano più recenti monumenti è la cera; «la quale come materia scrittoria, non fu smessa del tutto che nel secolo xiv, quando è stata scoperta la carta di lino» (pag. 368). Così rettamente il signor Gloria, d’accordo con i moderni paleografi, rifiuta la vecchia opinione che l’uso della cera cessasse non più tardi del secolo viii; e ne adduce in prova un documento del 1307, inciso dai Benedettini: al quale si possono aggiungere i due ragguardevoli dell’Archivio centrale di Firenze; uno dei quali è il registro delle spese fatte da Filippo il Bello e dalla regina di Navarra nel loro viaggio in Fiandra, dal 28 aprile al 28 ottobre 1301; e l’altro consiste in sei tavolette, frammento d’un libro d’appunti d’un mercante fiorentino, di scrittura minutissima e difficile, tra il secolo xiv e il xv18.

I documenti diplomatici scritti in papiro che tuttora si conservano, risalgono a maggiore antichità dì quelli in pergamena: non così è accaduto dei codici, dei quali ben pochi ne rimangono, e non più antichi del secolo v, mentre si conservano codici scritti su membrana del secolo iii (pag. 370, 373). [p. 139 modifica]Ciò stabilito, 11 signor Gloria discorre prima della pergamena che del papiro; accedendo all’opinione del Mabillon e del Maffei, che ritengono più recente l’uso della seconda che della prima materia. Non mi pare utile di ravvivare su ciò una controversia, che il Fumagalli credette opportuno di lasciare indecisa19; dacchè la trattazione della medesima risguarda tempi troppo anteriori ai limiti dell’insegnamento diplomatico. Ma, ristringendosi all’età propriamente diplomatica, giova notare che, per attestazione del Fumagalli e del Maffei stesso20, i più antichi diplomi dell’era cristiana furono scritti in papiro: e la stessa cosa viene confermata dallo Stumpf, rispetto ai documenti dei Merovingi; asserendo egli che i più antichi diplomi di tali re sono papiracei; che il primo che si trovi scritto in pergamena è un diploma di Teoderico III, del 12 settembre 677: e che ogni altro documento membrananaceo, assegnato ad epoche anteriori, deve ritenersi per falso21. Posto ciò, non so dar torto al Fumagalli, di aver per prima cosa, nelle sue Istituzioni, discorso del papiro, poi della pergamena e delle più recenti qualità di carta.

Quando terminasse l’uso del papiro come materia scrittoria, non è ben certo; e tra l’opinione del Maffei, seguitata dal Trombelli . e quella del Mabillon, a cui accedono il Fumagalli, il Milanesi, e il nostro, corre non piccolo divario. Crede il Maffei che non se ne possano citare documenti certi più moderni del secolo xi, e quindi afferma ne cessasse l’uso anteriormente al 1000; mentre gli oppositori lo dicono cominciato a scadere fino dal secolo vii, ma perdurato fin verso il xii, specialmente nei documenti della cancelleria pontificia «tenace più che ogni altra alle vetuste costumanze»(pag. 373); e concordemente sostengono la propria affermazione, per citazioni di bolle papali dei secoli x e xi che si dicono scritte in carta papiracea, e per un passo di Eustazio, comentatore dell’Odissea, fiorito nella fine del secolo xii, il quale afferma che, ai suoi tempi, l’arte di fabbricare la carta di papiro non v’era più. A portar luce in questa [p. 140 modifica]controversia può solo giovare un accurato esame dei documenti superstiti più recenti che si dicono papiracei e un raffronto dei medesimi con i più antichi in carta bambagina: ma le semplici citazioni non bastano a distruggere l’affermazione del Maffei, in favore della quale rimangono due argomenti: che l’allegato passo d’Eustazio è puramente negativo, e non vieta di credere che l’uso del papiro fosse cessato molto prima dei suoi tempi; e che, essendosi introdotta nel secolo x la carta di bambagia, e datole lo stesso nome che già a quella di papiro, «equivoco può facilmente nascere nelle menzioni che di papiro si trovassero dopo il novecento»22.

La più antica carta pergamena che possegga l’Italia, affermano concordemente i nostri diplomatisti, e per ultimo il signor Gloria, essere quella del 721 che si conserva nell’Archivio Ambrosiano di Milano: ma occorre rettificare quest’opinione, restituendo la priorità all’Archivio centrale di Firenze che ne possiede una originale, del 20 settembre 716, edita e illustrata dal Brunetti23.

Alla pergamena succedette la carta bambagina; a questa, l’altra di stracci di lino, sull’utilità della cui invenzione l’autore nostro dice giustissime parole. «Chi ben rifletta all’alto prezzo della pergamena, alla poca durata della carta di cotone, al basso prezzo della carta di lino, alla robustezza di questa, segnatamente nei primi tempi, non potrà disconoscere il grande benefizio che apportò alla società la scoperta della carta linea, non fosse altro per la divulgazione della stampa, sì vantaggiosa al progresso delle scienze e delle lettere». Rivendica poi all’Italia la gloria di avere, per la prima, dato opera alla fabbricazione di tale carta: la quale priorità è stata lungamente controversa; e i più s’accordavano (consenziente pure il Milanesi) di concederla alla Spagna, asserendo essere questa «la regione d’Europa dove si trovano i più antichi monumenti scritti in carta di lino; e [p. 141 modifica]che sino dalla fine del secolo xii si fece uso in quel regno di carta carbasina»24. Ma il Gloria dimostra, con efficace argomentazione, come non abbiano alcun valore le citazioni di documenti scritti su tale materia, anteriormente alla seconda metà del secolo xiii: dice che i più antichi, accertati, appartengono agli ultimi anni del secolo stesso, e sono italiani; riferisce che intorno a codest’epoca, o poco innanzi, si ha certa memoria dell’esistenza d’una fabbrica di carta in Fabriano, alla quale tennero dietro quelle di Padova e di Treviso; e conclude: «Dunque la carta di lino fu inventata in Italia, forse in Fabriano stesso, ove fabbricavasi nella seconda metà del secolo xiii; divenne comune nell’Italia al principio del secolo xiv, e poscia tra le altre nazioni» (pag. 377-78).


IV.


L’ultimo dei caratteri generali che la paleografia prende a studiare nei documenti è, secondo il metodo del Gloria, la lingua nella quale sono scritti, non che il loro stile e la loro ortografia. L’autore tratta quest’argomento nel doppio aspetto filologico e diplomatico, e pone per principio che «dagli antichi linguaggi nazionali sensibilmente alterati, ma non mai affatto distrutti, dalla corruzione della lingua latina e dalla stessa lingua de’ barbari, scaturirono a poco a poco le odierne lingue nazionali» (pag. 387). Viene poi a fare la storia, come e quando le lingue volgari s’introducessero negli atti diplomatici presso le varie nazioni europee: dalla quale rassegna apparisce che i primi ad adottare l’idioma nazionale, a preferenza del latino, furono i Greci e gli Anglosassoni, nei secoli vii e viii; mentre questo si mantenne più tenacemente in Italia, dove si hanno accenni della nuova lingua anche in documenti antichissimi, ma non si conosce verun atto diplomatico prettamente volgare anteriore al secolo xiii. (pag. 388-393.)

[p. 142 modifica]Basti ai benevoli lettori questa semplice sposizione delle dottrine del Gloria, e vedano nelle citate pagine del suo libro, com’egli le abbia avvalorate con opportune citazioni di documenti. Non credo opportuno di entrar più addenti o nell’ardua questione dell’origine delle lingue volgari, e in special modo dell’italiana, oggi tanto vivamente agitata fra i dotti; che non è davvero tal fatto da racchiudersi nei modesti limiti d’una rassegna paleografica, o da potersi trattare leggermente per incidenza. Pur mi piace, a conclusione di questo argomento, esporre in brevi termini quali furono su ciò le teorie del Milanesi. Egli pone per fondamento la derivazione del nostro volgare dal latino, ritenendolo come «l’ultimo grado d’una trasformazione lenta, graduale, necessaria»25 della lingua madre; e, con una mirabile diligenza ed acutezza d’osservazioni, espone colla scorta dei documenti le fasi di questa trasformazione, e viene a conchiudere che «dall’viii e ix secolo il latino tradizionale, il latino parlato o scritto dal volgo italiano, aveva subito parecchie trasformazioni caratteristiche, le quali ne avevano fatto già qualche cosa di rassomigliante all’italiano, qualche cosa che tendeva a diventare risolutamente l’italiano»26. Rifiuta poi la dottrina che gl’idiomi de’ barbari si mischiassero al latino per ia formazione della lingua volgare, ammettendo solo che il latto delle invasioni barbariche l’abbia accelerata27; e quanto alla possibilità che siano in essa avanzi delle antiche lingue italiche, la pone come semplice congettura, non potendosi addurre di ciò valide prove, finchè la conoscenza di quei vecchi idiomi non sia più chiara e meglio accertata28.

Giuste osservazioni fa il Gloria sui barbarismi e i solecismi che s’incontrano negli antichi documenti; i quali al padre Germon parvero indizi certi di falsità, mentre l’autore nostro dimostra, con sane ragioni, che «non infirmano punto la validità dei monumenti scritti del medio evo» (pag. 394-398). Intorno a che vuolsi considerare che tali solecismi e [p. 143 modifica]barbarismi non sono sempre vere e proprie sgrammaticature, ma piuttosto naturali passaggi e incertezze da una lingua vecchia a una nuova. È un fatto (dice il Milanesi) che gli scrittori dei documenti di codesta età «non avevano più se non una tradizione assai vaga e confusa delle forme grammaticali destinate a indicare il genere, il numero e il caso dei nomi latini; avevano perduto ogni nozione positiva e certa di queste forme; e quelle di cui venivano a rammentarsi come per caso, le adoperavano così alla ventura, senza la minima conoscenza delle condizioni che dovevano stabilire il come e il quando erano da usare»29.

Dell’ortografia delle parole discorre il sig. Gloria brevemente, affermando essere questa nelle scritture latine assai spesso viziosa; e dà per regola critica, che i documenti anteriori a Carlomagno, con ortografia veramente corretta, sono da ritenersi per apocrifi (pag. 433-435). Viene finalmente a parlare con molta accuratezza della punteggiatura degli altri segni ortografici accessori (pag. 435-442); e così ha termine la prima parte del suo trattato.


V.


La seconda parte, designata sotto il titolo di Diplomatica, ha tre capitoli; nei quali è discorso, con gran copia di regole e di esempi, tutto ciò che spetta alle soscrizioni e segnature, ai sigilli e alle formule, e vi sono raccolte altre notizie di erudizione diplomatica ed archivistica, meritevoli tutte di considerazione. Ma, per non trarre soverchiamente in lungo questa mia rassegna, farò argomento del mio esame due soli capi principali: la classificazione dei documenti e le notizie storiche degli archivi.

È indubitato che l’ordinamento razionale esatto dei documenti offre ed offrirà sempre «un grave imbarazzo», dimodo che «torna assai difficile una classificazione perfetta» (pag. 448-449). Pur tuttavia, se v’ha un modo che più ci avvicini alla desiderata perfezione, sta nel cercare una [p. 144 modifica]classificazione che sia ad un tempo semplice e generale. Tale è quella del Mabillon. Egli ha diviso tutte le antiche carte in tre grandi categorie: regales, nelle quali hannosi da intendere compresi tutti gli atti che emanano da pubbliche autorità; pagenses, ossia private; ed ecclesiasticae30. Il Fumagalli, nelle sue Istituzioni diplomatiche, non prestabilisce veruna distinzione per classi . ma l’ordine della sua trattazione è il seguente: discorre, in primo luogo, dei diplomi degli imperatori, dei re e dei principi; "poi, delle bolle dei papi ed altri atti ecclesiastici; in fine, delle carte diplomatiche in genere, delle lettere, degli atti giudiziari, dei contratti, testamenti, donazioni ec. In sostanza quest’ordinamento non differisce da quello del Mabillon; e solo vuolsi osservare, che regole di diplomatica generale sono in tutta l’opera, anche dove la trattazione sembra in special modo riserbata ai diplomi degli imperatori e dei re. Non così l’intesero gli autori del Nouveau traité de diplomatique, i quali credettero più conveniente di trarre le ragioni della classificazione dei documenti dalla nomenclatura ch’essi ebbero nel medio evo, anzi che dalla qualità degli atti; «pour eviter (dicono essi) l’inconvenient de revenir sans cesse sur les mêmes pièces, dont un grand nombre se rapportent ègalement à differentes classes»31. Ma il motivo da essi addotto non ha verun peso, mentre la nomenclatura dei documenti del medio evo e così svariata ed incerta, da accrescere le difficoltà e la confusione, anzichè dar lume, per istituire categorie certe ed omogenee: giova infatti ricordarsi che si trovano documenti di diversa natura designati con un solo nome, e nomi diversi adoperati a significare un atto medesimo. La quale considerazione basta, a parer mio, a dimostrare che un ordinamento critico dei documenti dev’essere desunto, non già dai nomi, ma dalla sostanza degli atti, o dalla qualità degli attori [p. 145 modifica]Su questo sano principio è fondata la nuova distinzione proposta dal signor Gloria in tre categorie, cioè: «I. Atti di autorità laiche ed ecclesiastiche, non giudiziari. II. Atti giudiziari delle medesime autorità. III. Atti dei privati» (pagina 449). Differisce essa in parte da quella del Mabillon, e se ne spiega la ragione, per il desiderio di porre in ordine evidente e distinto i documenti giudiziari, i quali, per natura loro e per la specialità delle forme, richiedono d’essere studiati separatamente da ogni altra sorta d’atti pubblici e privati. Con tutto ciò, senza togliere alla classificazione del signor Gloria il merito d’essere ugualmente semplice e razionale, parmi quella del Mabillon più comprensiva ed armonica; imperocchè egli abbia preso nettamente per base la diversa condizione delle persone, mentre il Gloria ha avuto rispetto in parte alla qualità degli atti, in parte alla qualità degli attori.

Alla classificazione dei documenti si rilega facilmente la storia degli antichi archivi; dei quali riferisco qui per sommi capi dal libro del signor Gloria le principali notizie. Gli Ebrei e i Greci istituirono i loro archivi nei tempi: così forse anche gli Etruschi e gl’Itali primitivi, comecchè non se ne abbia certa memoria; e seguitarono tale usanza i Romani, riponendo le loro carte in parte nei luoghi sacri e in parte nel Campidoglio. Durante l’impero, si ebbero in Roma due maniere d’archivi, gli uni stabili, detti scrinia stataria che si custodivano nel palagio imperiale, o al modo solito, nei tempi, gli altri mobili, detti scrinia viatoria, che gl’imperatori trasferivano seco nei loro viaggi. Degli archivi dei municipi e di quelli notarili del tempo romano non resta verun avanzo: che «le devastazioni e gl’incendi operati dai barbari, distrussero del tutto questi preziosi depositi»; ma fortunatamente alla mancanza delle pubbliche memorie in codesti tempi d’invasioni suppliscono in molta i)arte gli archivi ecclesiastici. Risorte poi le repubbliche italiane, ivi ripristinaronsi anche gli archivi, che furono dalle città custoditi con zelo ed affetto (pag. 445-448).

È notevole come certe usanze degli antichi circa alla custodia dei documenti si ritrovino anche negli archivi del medio evo. Così, per esempio, re Carlo d’Angiò ebbe, ad [p. 146 modifica]imitazione degl’imperatori romani, il suo scrinium viatorium, che conteneva, in fascicoli registri e carte sciolte, i documenti della regia cancelleria; e quando gli accadeva di trasferire la sua curia da un luogo all’altro del regno, portava seco quei documenti, chiudendoli in sacchi e cofani, e caricandoli sopra muli32. Quanto poi al tenere gli atti pubblici più preziosi nei tempi, l’autore nostro cita il fatto dei Padovani, i quali, «non contenti che il loro archivio avesse sicura sede nella cancelleria del comune, decretarono, nell’anno 1265, che i privilegi, gli statuti e i documenti di maggiore rilievo si custodissero entro un ferreo scrigno, presso la chiesa di Sant’Antonio (pag. 447). Così pure Siena intorno alla metà del medesimo secolo xiii, con tutto che l’archivio proprio del comune fosse già costituito nella Biccherna, volle che le carte notarili spettanti alle ragioni dello stato, e il pubblico instrumentario (ch’era allora il Caleffo Vecchio), e il sigillo del comune, si custodissero dal cancelliere della repubblica nella sagrestia dei frati predicatori di Camporeggio, in quodam scrineo bono et securo33: senza dire poi, che fu comune usanza delle repubbliche, in tutto quel secolo e nel seguente, di dare in mano a frati le chiavi degli archivi e del pubblico danaro; parendo l’abito religioso una guarentigia della buona custodia.

Una storia degli archivi delle repubbliche italiane dimostrerebbe non esagerata l’asserzione del nostro autore, che da quelle libere città fossero custoditi i documenti pubblici con «ardente amore» (pag. 448): e produrrebbe poi l’altro benefizio di dare lume e norma ai moderni archivisti pel più conveniente ordinamento delle antiche carte. Ci sono nei vecchi depositi lacune assai, c’è anche disordine; ma le tracce della primitiva disposizione restano nel dosso dei volumi e delle pergamene, negl’inventari, negli statuti, nelle deliberazioni dei consigli e dei magistrati. D’alcune serie di libri si può ricostituire la storia quasi per intero; così, dei ' [p. 147 modifica]Capitoli di Firenze, e dei Caleffi di Siena34; per altre bisogna contentarsi di qualche notizia spigolata qua e là. Si trovano pure documenti assai del modo col quale venivano raccolte le pubbliche carte; e come fosse imposto ai notari di rimettere al pubblico archivio ogni instrumento utile allo stato; e ai pubblici ufficiali, di rassegnarvi in fine del loro ufficio, le scritture avute e fatte durante il medesimo; e come delle carte consegnate si curasse diligentemente la custodia, vietandosene la remozione, anche momentanea, dall’archivio; e quanta fosse in ciò la responsabilità dei cancellieri e degli archivisti35. Tali ricerche giovano alla ricostituzione delle antiche serie, e a darci il prospetto del primitivo ordinamento: ci fanno rivivere tra i cofani, gli armari, e i sacchi; e ci chiariscono la ragione dei titoli bizzarri di certi libri, presi dagli emblemi segnati sopra le loro coperte: i quali emblemi erano, a parer mio, una bene appropriata invenzione, per distinguere un registro dall’altro; prima che la quantità straordinariamente cresciuta delle pubbliche carte rendesse necessario d’applicare agli archivi un numero d’ordine generale ed uniforme.


VI.


Il signor Gloria chiude il suo trattato con esporre il miglior modo da tenersi nel copiare le iscrizioni, i codici e i documenti antichi, e nel farne la descrizione o il transunto. È noto che, in fatto di copia e di pubblicazione di testi antichi, ogni metodo, per quanto strano e irrazionale, ha trovato i suoi apostoli e i suoi discepoli: si è peccato, per amore di grammatica, rammodernando e adulterando gli originali; e per amore d’arcaismo, riproducendoli pedantescamente, a modo di facsimili, senza la fatica di verun discernimento critico. Il signor Gloria, accostandosi alla scuola più rigorosa, ma volendosi tener lontano da ogni eccesso, esige [p. 148 modifica]che ogni documento sia fedelmente riprodotto, colla propria ortografia dell’originale, e coi solecismi e i barbarismi: e, che si lascino senza correggere i luoghi dubbi ed oscuri, richiamandovi bensì l’attenzione del lettore; ma in pari tempo concede la separazione delle parole unite, e lo scioglimento dei nessi e delle abbreviature (pag. (390-691). Sulle quali regole, in massima, non v’è che ridire; ma mi consenta l’egregio autore di non credere egualmente opportuno il consiglio ch’egli dà, di riferire nella copia le maiuscole e la punteggiatura, quali sono nell’originale, senza verun rispetto alla moderna ortografia: che, quanto alle maiuscole, mi pare una sconcezza disutile affatto; quanto poi alla punteggiatura, bisogna considerare che nella buona disposizione di questa sta il miglior modo di aiutare la retta interpretazione dei documenti, senza minimamente alterarli; a risparmio d’inutili annotazioni, e di quei tanti sic e punti ammirativi ed interrogativi, che paiono fatti apposta per far perdere la diritta via36.

Sopra il metodo proposto dal nostro autore per descrivere le iscrizioni, i codici e i documenti (pag. 692-697), non occorrono osservazioni, che siamo pienamente d’accordo con lui nel volei’ che simili lavori siano precisi, diligenti e minuti.

Il libro del signor Gloria richiama necessariamente l’attenzione di chiunque si occupi degli studi d’antichità, sopra lo stato dell’insegnamento paleografico in Italia; che è ben lontano da quella solidità e floridezza, quale verrebbe richiesta [p. 149 modifica]dal progresso continuo delle discipline storiche. Scarse e meschinamente costituite, le scuole italiane di paleografia e diplomatica non possono dare che poveri frutti; e il sig. Gloria giustamente lamenta tale condizione di cose, ed esprime il desiderio che vi sia posto rimedio, proponendo che simili scuole s’accrescano e si forniscano di tutti gli oggetti necessari a renderle profittevoli; e vi si facciano molte esercitazioni pratiche; e s’obblighino a frequentarle gli alunni archivisti e tutti quei giovani che aspirano a divenire insegnanti della filologia e della storia» (pag. xi). Con molta opportunità ha proposta l’egregio autore una tale questione, che merita d’essere efficacemente raccomandata ai rettori del pubblico insegnamento: e poiché tante volte, nel corso della mia rassegna, ho citato il nome e l’autorità del mio compianto maestro Carlo Milanesi, non dispiaccia ch’io la chiuda con parole di lui, riferendo i voti ch’egli esprimeva per l’avvenire delle scuole paleografiche in Italia, in una sua prolusione letta nel R. Archivio Fiorentino, l’11 dicembre 1800. «L’insegnamento paleografico (egli disse) così isolato e ristretto non può svolgersi in quelle applicazioni universali e belle, ond’è capace, né esser fecondo di tutti quei vantaggi scentifici che può produrre, ove sia circondato da altre scienze o da altre erudizieni, e corredato di quei materiali paleografici e diplomatici, che servono alla più chiara dimostrazione e alla più agevole intelligenza delle dottrine insegnate. Se dalla Scuola delle carte di Parigi escono ogn’anno giovani egregi che vanno ad accrescere il numero di que’ valentissimi nelle scienze storico-diplomatiche; è frutto di quella scuola e di quell’ordinamento di studi interi e compiuti; si deve alla costituzione medesima di quell’insegnamento, onde la Scuola delle carte è divenuta una scuola d’antichità e di storia nazionale, assiduamente intesa all’opera d’illustrare i monumenti d’ogni genere della Francia. Dove sono archivi, viene naturale che vi debbano essere scuole di paleografia e di diplomatica, e che ogni provincia abbia la sua, perchè le carte e i diplomi d’ogni nostra provincia hanno caratterismi e indoli speciali che le differenziano sempre dagli altri, a causa delle condizioni politiche, etnografiche e dirò anche geografiche, peculiari [p. 150 modifica]all’Italia. Di qui scende la necessità che ciascuna scuola renda di pubblica ragione i criterii della scienza, attinti alle proprie fonti diplomatiche, i suoi esempi paleografici, cavati dagli archetipi dei suoi propri archivi. Da queste scuole provinciali usciranno trattati speciali, che insieme uniti daranno alla nazione un corpo di paleografia e diplomatica teorica e sperimentale, dirò cosi; che è quel che manca al fondamento scentifico della storia d’Italia, e all’illustrazione perfetta delle antichità storico-giuridiche del medio evo»37.

Siena, nel maggio del 1870.

Cesare Paoli.               





Note

  1. A pag. 66: «On pourrait dire, enfin, que le paléographe étudie le corps de le charte, et que le diplomatiste en étudie l’âme. La diplomatique est à la paléographie ce que la psycologie est à la phisiologie.»
  2. Giorn. Stor. degli Arch. Tosc., II, pag. 160-169.
  3. Libro I, cap. xi.
  4. Istor. Dipl., pag. 113.
  5. Elém. de Paléogr., I, pag. 384.
  6. Misceli. Milanesi, tom. xxvi, a. c. 421.
  7. Pag. 57-59. Plan d’un cours complet de palèographe.
  8. Miscell. Milanesi, xxvi, 460.
  9. Ivi, 483.
  10. Vedasi ad esempio il facsimile di ventinove versi, pubblicato dai signor prof. Francesco Buonamici, nel suo opuscolo Il Poliziano giureconsulto (Pisa, Nistri, 1863). La m v’è sedici volte nella forma minuscola: una sola volta, la e; il resto della scrittura è prettamente e costantemente onciale.
  11. Miscell. Milanesi, xxvi, 504.
  12. Dict. des abreviations, pag. xi.
  13. Dict. des abreviations, pag. xl-xli.
  14. Istit. Dipl. II, 71-77.
  15. Notizie comunicatemi dall’egregio sig. cav. Salvadore Bongi, direttore dell’Archivio lucchese, mi pongono in grado di stabilire che la data ab Incarnatione durò in Lucca fin verso la fine del secolo xii; nel qual tempo s’introdusse la data a Nativitate, che per alcuni anni fu usata promiscuamente colla prima; e rimase poi senz’eccezione, Il computo ordinario degli anni lucchesi. Della data ab Incarnatione secondo lo stile pisano, si trova qualche esempio nel tempo che Lucca fu governata dai Pisani: ma ciò non può costituire una regola generale.
  16. Cod. Dipl. Tosc., tom. I, pag. 32-34.
  17. La stessa varietà nell’uso dell’indizione si ravvisa negli antichi atti pontificii; notando Filippo Jaffè, nella sua prefazione ai Regesta Pontificum, che l’indizione costantinopolitana si trova usata dal 584 al 1087; e che in seguito, fino al 1098, vengono adoperate promiscuamente, talvolta anche da uno stesso pontefice, la cesarea e la romana.
  18. Furono pubblicate e illustrate nell’Arch. Stor. Ital., Serie I, Appendice, tom. III, pag. 523 e segg.
  19. Istit. dipl. I, 42.
  20. Ivi, I, 44. - Istor. Diplom., pag. 54.
  21. Die Reichskanzler, I, pag. 48.
  22. Maffei, Istor Dipl., pag. 77.
  23. Cod. dipl. tosc., parte II, pag. 453-457. L’Archivio arcivescovile di Lucca ne possedeva una anteriore di tre anni alla fiorentina; ma da parecchi anni è perduta; e non se ne ha ora cognizione che per la stampa fattane nelle Mem. e Docum. per servire alla Storia di Lucca, Tomo V, parte II, pag. 4; dove è detta «la più antica pergamena originale d’Italia».
  24. Miscell. Milanesi, xxvii, a c. 473 t.
  25. Miscell. Milanesi. Tom. xxix, a c. 387.
  26. Ivi, a c. 368.
  27. Ivi, a c. 374.
  28. Ivi, a c. 394.
  29. Miscell. Milanesi, xxix, a c. 338.
  30. De re diplom., Lib. I, cap. ii.
  31. Tomo I, Sez. II, cap. I. Le categorie stabilite dai PP. Maurini, e riprodotte dal Vailly, sono nove: 1. Lettere, epistole, indicoli, rescritti. 2. Carte. 3. Notizie pubbliche e private. 4. Documenti giudiziari. 5 Documenti legislativi. 6. Atti convenzionali, politici e sinallammatici. 4. Testamenti. 8. Brevi, brevetti, biglietti e cedole. 9. Altri generi di documenti, dove sono compresi i registri, cartolari, protocolli ec.
  32. Del Giudice, Cod. Dipl. Angioino, tom. I, Prefazione, pag. xii.
  33. R. Arch. di Stato in Siena. Statuto 2, a c. 32. Il testo dice: omnia et singula instrumenta et carte publice Comunis Senensis, et cartularium, et sigillum Comunis.
  34. Vedasi pei primi la Prefazione del Guasti all’Inventario e Regesto dei Capitoli; pei secondi, il mio Rapporto inserito nell’Archivio Storico Italiano, Serie III, tomo iv, Parte i.
  35. Gli statuti senesi sono copiosissimi di disposizioni in fatto d’archivi: per quanto spetta a Firenze, ricorderò nuovameute la citata Prefazione del Guasti.
  36. Stupendamente trattò quest’argomento il Milanesi, e credo utile riferire qui la parte principale della sua teoria: «Vogliamo serbalo intatto ai documenti il loro aspetto caratteristico, coi solecismi, coi barbarismi, onde quella latinità è offuscata, e medesimamente cogli errori stessi che derivano da diversa o viziosa pronunzia. La storia e la fortuna della lingua che è tanta parte della storia e della fortuna dei popoli e delle istituzioni, esige questo; e a questa legge stiamo obbedienti. Ma poi, nell’interpunzione ed espressione ortografica, nell’uso delle iniziali maiuscole pei nomi propri, e in tutte quelle parti insomma, che sono fuori dell’intrinseca sostanza del documento, e puramente accessorie e d’apparenza, non si rinunzi a quegli aiuti e miglioramenti, i quali mentre non ledono punto l’integrità del testo, riescono così profittevoli allo studioso. Le alterazioni che sono scorsi della penna o sviste dell’occhio evidenti, si correggano, che il riprodurle sarebbe goffaggine. Le abbreviature si sciolgano, e i nessi e le sigle che rendono affaticante la lettura e lo studio» [Miscell. Milanesi, tom. xix, a c. 269 t. - 270 t).
  37. Miscell. Milanesi, tom. xix, a c. 406-408.