Ars et Labor, 1906/N. 1/Gennaio
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Parrebbe una cosa da nulla, uno di quelli atti che quotidianamente si compiono con indifferenza, quando non se ne affida addirittura l'incarico ai servi; eppure lo staccare l'ultimo foglietto del vecchio calendario e, poi, il cartoncino a colori che copre quasi gelosamente custodendoli, i trecentosessantacinque foglietti del nuovo, è un atto che si compie sempre con grande trepidazione, con una specie di timoroso sospetto che ci annuvola per un istante la serenità dello spirito.
Un anno nuovo!
Tutto l'insieme dei ricordi, buoni o cattivi, ci si affolla allora precipitosamente al pensiero, e ci meravigliamo di avere, nell'anno trascorso, veduto e udito tante cose nuove; di aver tanto sofferto e goduto; di esserci tanto mutati in così breve tempo. E ci si presentano tanti volti di persone che abbiamo conosciute per la prima volta, e con essi una serie lunga e ininterrotta di fatti, di avvenimenti, di passioni, di dolori, di speranze, di sogni, e con esse le prime rughe e i primi capelli bianchi; e pensiamo. Il risultato di questo bilancio morale e intellettuale non è lo stesso per tutti gli anni e per tutte le persone, anzi è tale e sì diverso, che la penetrazione e la conoscenza esatta di esso darebbe un ottimo e larghissimo materiale agli psicologi del romanzo o ai romanzatori della psicologia, come vi piace.
Ma chi può penetrare bene addentro nell'animo umano? Il socratico nosce te ipsum (vi risparmio la citazione greca) è passato ormai dal frontone del tempio di Delfo su tutte le grammatiche e i dizionari e i libercoli di scuola che i nostri figliuoli vanno sfogliando per riempirsi di scienza la scatola cranica; ma tutti, nel turbine della vita moderna, dopo essere riesciti a tradurre le tre misteriose parole, si passa oltre, pensando — senza gran torto, infine — che Socrate è morto da più di ventitrè secoli, e che i filosofi hanno buon tempo.
E infatti, davanti al sorriso di scherno dello spoglio cartoncino dell'anno che è morto e all'interrogazione oscura del calendario nuovo, se una folla di pensieri e di speranze, più o meno incerte, ci assale, non c'è pericolo che noi ci dilunghiamo di troppo ad analizzar minutamente le ragioni e le relazioni di esse; ma ci limitiamo volentieri a facili e brevi rimpianti, per adagiarci mollemente nella dolcezza dei nostri sogni più cari, mentre il fumo della sigaretta si svolge in bizzarre spire nell'aria tranquilla e tiepida dello studio, e l'occhio, che apparentemente va dietro le peripezie del loro svolgimento, segue in realtà i pensieri della mente errabonda; fuori intanto il rovaio passa gelidissimo tra il frastuono e l'allegria della città, per tornare a percuotere le rame spoglie e tristi delle piante e a soffrire su l'immensa campagna, che sogna placidamente la rifioritura sotto il suo candido e sterminato mantello di neve.
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Non vi è mai accaduto, in una di queste dolci rêveries nelle quali lo spirito è disposto ad accogliere e ad accarezzare tutti i pensieri e i fantasmi migrabondi che vengono a chiedergli ospitalità, di por mente all'improvvida scelta degli uomini i quali stabilirono che dovesse l'anno cominciare in questo grigio e tristissimo tempo, anzichè nella dolce primavera, quando il sole risplende limpido nel cielo, e per le zolle corre un giocondo fremito di fecondità, e rinascono gli steli, e la vita riprende ovunque il suo palpito, la festiva magnificienza?
Non sorridete; già diciannove secoli or sono un poeta latino rivolgeva al dio Giano, cui era consacrato il gennaio, questa precisa domanda:
“Di', dunque, perchè il nuovo anno comincia col freddo, mentre sarebbe assai più opportuno che incominciasse nella primavera?
Allora tutto fiorisce, allora veramente il tempo si rinnova e la nuova gemma si gonfia sul suo tralcio fecondo, e l'albero si ricopre di fronde recenti e a fior del suolo spunta l'erba delle sementi,
e gli uccelli fan risuonare l'aria tiepida di armonie, e il greggie scherza e fa l'amore nei prati.
Allora è mite il sole e la pellegrina rondine arriva e costruisce sotto l'alta trave il suo nido fangoso.
Allora si cominciano a lavorare i campi, che l'aratro rinnova. Questo a ragione si sarebbe chiamato principio dell'anno[1]„.
Una ragione cercò di trovarla Ovidio stesso, ma Ovidio era un poeta.... Il fatto si è che, cominciando dall'anno 153 avanti Cristo, il giorno in cui i Consoli entravano in carica fu sempre il primo di gennaio, che venne quindi considerato il capo d'anno, giacchè è noto come i Romani fossero soliti indicare le loro date col nome dei Consoli dell'anno scorso. E quei bravi uomini dei nostri padri latini, infiammati com'erano dal desiderio di divertirsi, approfittarono subito dell'occasione per fare grandi feste le quali, naturalmente, apparivano inspirate dal sentimento religioso; ma erano in realtà pretesti belli e buoni per buttare da un canto i lavori e darsi alla pazza gioia per le vie del Foro.
E infatti la mattina del primo giorno dell'anno tutte le vie della città brulicavano di popolo: uomini, donne, fanciulli, vestiti di bianco e indirizzati verso un sol punto, la casa dei Consoli, che erano ad attenderli, con la toga prætexta (listata di porpora) circondati dai littori muniti di fasci nuovi. La processione si avviava al Campidoglio, ove si compiva solennemente la cerimonia.
“E già nuovi fasci si avanzano, nuova splende la porpora; e nuovo peso sostiene il nobile avorio.
“I colli non usi al gioco porgono alla scure giovenchi che ne' suoi campi crebbe l'erba Folisca.
“Giove, guardando tutto il mondo dalla sua rocca, nulla ha da osservare che non sia romano.
“Salve, o lieto giorno, e torna sempre più felice, degno di essere festeggiato da un popolo dominatore![2]„.
Ma i Romani, da gente positiva qual erano, non si accontentavano della cerimonia religiosa del mattino; si riversavano per la città a scambiarsi auguri e doni, che consistevano per la più, nei primi tempi, in datteri, fichi secchi, vasi di miele e, più tardi, raffinatosi o corrottosi il costume, in ricchi oggetti, finché, scrive il Vaccai, “divennero sotto alcuni imperatori una specie di tributo per quanto riguardava la loro persona[3]„.
Così appunto nacque l'uso delle strenne, l'unico che a noi sia rimasto dei tanti onde gli avi nostri amavano giocondare la tristezza del rigido gennaio.
A voi tra i cigli torva cura infóscasi
e dell'angusto petto il cuore fúmiga.
Noi nella vita esercitammo il muscolo
e discendemmo grandi ombre tra gl'inferi,
fa dire il Carducci agli uomini d'altre età che, come egli finge, accolgono lui e i suoi contemporanei nelle sedi della morte.
E davvero è con un senso d'amaro rimpianto e d'invidia che noi ripensiamo a quelle non remotissime età, quando gli uomini si abbandonavano con sì libero e baldo entusiasmo a divertimenti e a feste collettive, dimenticando tutte le opere quotidiane, gli affanni, i dolori, le preoccupazioni domestiche. Oggi la schietta, spensierata, gioviale allegria degli antichi è fuggita dalle nostre anime moderne; neppure gli ultimi sprazzi di essa, che avevano illuminato i gonfaloni del popolo festante in piazza della Signoria e le parrucche incipriate del settecento veneziano, ci sono rimaste; in noi
non gioia,
ma allegria,
ma elegantissima
musoneria,
come sogghignava il Giusti; troppe cure, troppo pensiero gravano sopra di noi, perché ci sia consentito godere della letizia antica. Oggi, chi si è abbandonato a gioia spensierata per festeggiare il nuovo anno deve prepararsi per lo più a lunghi giorni di fatiche per ristabilire l'equilibrio economico della sua casa, ond'è che negli istanti stessi della gioia questa gli sia turbata dalle paurose ombre interroganti dell'avvenire.
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Quanta e quale differenza tra le feste che ricorrevano periodicamente in ciascun mese dell'anno presso i popoli antichi e la monotona eguale freddezza con si si seguono presso di noi i giorni e le settimane| Allora, a brevi giorni di distanza, il popolo si riuniva in un dato momento, in un dato luogo, in una data maniera; ed era uno scambio di parole e d'idee, uno stringersi di nuove amicizie, un rinsaldarsi di relazioni antiche, un discutere affari, uno stipulare trattati politici. Oggi.... Oggi ognuno rimane chiuso nella sua casa, nel suo studio, nella sua officina, per produrre, per guadagnare, per accumulare. E se, di quando in quando si permette un oblio breve della sue occupazioni e delle sue faccende, e si rifugia nella tranquillità della campagna, è per un poco tempo, e quanto diversamente dai tempi passati!
È meglio? è peggio? Un poeta vi risponderà coi versi del Carducci, un filosofo vi ricorderà i vantaggi della civiltà e le leggi storiche del progresso umano. Ma date un po' di ragione anche al poeta, a cui fu dato intendere le più grandi e le più secrete voci della Vita; e se avvenga mai che nella nostra civiltà vi sentiate a disagio e ne scorgiate tutte le falsità, le ipocrisie, le convenzionali menzogne, la vacuità, la noia, volgetevi un poco indietro, ai tempi passati, né già per dimenticare o per astrarsi dall'oggi, ma per rasserenarvi lo spirito affaticato e offuscato, per chiedere a quelle età lontanissime un lampo della gioia serena che fu sì largamente per esse diffusa.
Sapete come usavano i Greci antichi incominciare il gennaio (gamelione)? Con nozze e con feste alla dea che ad esse presiedeva, Giunone. In Atene la maggior parte dei matrimoni (gamelie) avevano luogo in questo mese che era a punto consacrato alla moglie e alla sorella di Giove. Gli sposi avevan l'uso di gettar lungi da sé, dietro l'altare esclusivamente ad Ermete infernale e a Bacco e dei quali nessuno si cibava. Inoltre si elevano quattordici altari sui quali si facevano sacrifici funebri al dio.
Particolare notevole, durante i tre giorni delle Antesterie si circondavano con una corda i templi, che così rimanevano chiusi.
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Tali le feste greche nel periodo che corrisponde al nostro gennaio, o, per meglio dire, quelle delle quali ci è pervenuta memoria; ma chi può affermare che si riducessero a queste soltanto? I nostri padri antichi vivevano con gioia, ed è molto probabile che tale gioia manifestassero in altre e più frequenti maniere.
I Romani, per esempio, come si può rilevare da numerosi documenti tramandatici e, anche e assai chiaramente, dai Fasti d'Ovidio, festeggiavano moltissimo dei giorni del loto Januarius; dopo le feste di capo d'anno, essi facevano sacrifici a Giano il giorno sette, con giuochi nel Circo; celebravano le feste Agonali con combattimenti in onore di Giano il giorno nove; la festa Carmentale l'undici; le feste e i giuochi Compitali il dodici; i giuochi nel Circo in onore di Giove Statote il tredici; giuochi nel Circo il venti; le feste Sementive il ventiquattro; le prime corse di cavalli al Campo di Marte il ventinove; le feste Pacali (della pace) il trenta, senza dire che tutti i giorni a queste feste altre periodiche se ne aggiunsero per commemorare questa o quella vittoria riportata da questo o da quello imperatore.
La festa Carmentale, veramente, oltre l'undici, si celebrava anche il quindici di gennaio, in onore di Carmenta, la dea dei carmi fatidici e dei parti. Aveva ella presagito, secondo la leggenda, la grandezza e la potenza di Roma, e, forse per ciò, si credette dai Romani che ella presiedesse all'incremento della città. La dea, giunta in vista di Roma — a detta di Ovidio — sarebbe prorotta in questi profetici accenti:
“Erro? O questi colli diventeranno mura colossali? e tutto il resto della terra da questa terra avrà leggi?
“Vinta, vincerai tuttavia, Troia, e, abbattuta, risorgerai; questa rovina schiacceerà le città nemiche.„
Questa divinità romana è veramente un poco complessa e, nelle origini come nelle attribuzioni, oscura. Ninfa di una sorgente di cui nessuno sapeva più indicar la situazione, profetessa e maga invocata sotto due aspetti, poi confusa con le sibille, aveva, come madre di Evandro, una storia — dirò così — ufficiale assai complicata che la faceva cooperare al principio della grandezza di Roma, e una leggenda popolare che faceva di lei una coadiutrice d'ogni raccomandata alle devozione delle madri. E a proposito di un tempo che in Roma era consacrato a questa dea (la quale era venerata sotto diversi aspetti e nomi), si narrava dalle matrone romane una storia curiosa. Dopo la presa di Vejo, Camilo, che aveva fatto voto ad Apollo di consacrargli la decima parte del bottino, pregò il Senato che facesse comperar l'oro necessario: ma non se ne trovò. “ E furono, scrive il Bonghi, le matrone quelle che, fatte più riunioni insieme, decisero in comune di portare al tesoro pubblico quant'oro in gioielli e altrimenti avessero a casa. Di che il Senato si compiacque tanto che volle che d'allora in poi le donne avessero diritto di andare alle cerimonie sacre e ai giuochi in pilento (veicolo coperto con una tenda ad arco, a quattro cavalli), e di feria o di festa in carpento (a due cavalli) „.
Se non che, durante i di sastri della seconda guerra punica, il tribuno C. Oppio, fra gli altri privilegi muliebri, annullò anche questo. Figuratevi le donne romane! Gridarono, protestarono, strepitarono; finchè, a nulla riuscendo, si appigliarono a un espediente assai efficace, a quanto pare. Fecero giuramento di non dar più figliuoli ai loro mariti, cui si negarono pertinacemente; anzi, come Ovidio aggiunge:
“ perchè non partorissero, con ciechi colpi temperiamente scuotevano il peso crescente nelle viscere „.
L'effetto fu sorprendente: la legge fu ritirata, anche a dispetto di quell'ultimo censore di Catone, che tentò di opporsi alla revoca. E le donne poterono passeggiar nuovamente in cocchio, e figliuoli e figliuole nacquero in copia stragrande; in riconoscenza della qual fecondità le matrone vollero dedicato un tempio alla dea Carmenta.
L'undici gennaio, poi, si celebravano anche dal collegio dei Fonfani (operai impiegati per la costruzione e per la manutenzione di acquedotti e fontane) le feste Juturnali o Giuturnali a Jaturna, divinità originaria del Lazio, il culto della quale fu presto traferito a Roma. Essa presiedeva tra il tempio di Castore e Polluce e quello di Vesta; a quella fonte, secondo la leggenda, abbeverarono i cavalli e si astersero dal sudore i due Dioscuri, Castore e Polluce, il giorno della battaglia vinta dai Romani contro i Latini al Lago Regillo.
Veramente non c'era un giorno esattamente stabilito per la festa delle sementi o Sementiva, come Ovidio stesso afferma.
“ Se incerto è il giorno, certa è la stagione in cui il campo è gravido de' semi gettati „.
In ogni modo la festa si faceva verso la fine di gennaio e per tutto il giorno, come la Terra, così riposavano gli agricoltori. Ovidio, ne' suoi Fasti, si rivolge a Cerere e alla Terra invocandole propizie al germogliare delle sementi e al loro buon crescere.
“ Si plachino Cerere e la Terra madri delle messi col farro e con le viscere di una pregna scrofa che a loro spettano.
Cerere e la terra hanno un officio comune; quella dà origine, questa ricetto delle messi „.
In quel giorno, scrive il Vaccai, le giovenche adoperate nei lavori campestri si inghirlandavano di fiori ed eran lasciate in riposo; ciascuno procedeva alla lustrazione del proprio campo „.
Il giorno ventinove, poi, si festeggiava la Pace (feste Pacali).
“ Il canto ci ha condotto all'altare della Pace; questo sarà il penultimo giorno del mese.
“ Vieni, o Pace, cinta i capelli biondi di aziache frondi e rimani mite in tutto il mondo.
Finchè manchino i nemici, manchi pure ogni ragione di trionfi; tu sarai pei capitani gloria maggior della guerra.
“ Il soldato porti le armi solo per tenere in freno le armi e la fiera tuba non canti che feste.
“ Date incensi, o sacerdoti, al fuoco della Pace; e una bianca vittima cada percossa in fronte „.
⁂
Il mese di Giano era così finito nella serena pace delle feste e dei riti campestri, nella serena pace della Terra, che maturava nel seno ampio e fecondo i germi delle messi che maturava nel seno ampio e fecondo i germi delle messi future. Ma perchè queste fossero copiose, altre e più solenni feste dovevano farsi, sì che le sementi si svolgessero e crescessero non molestate da influssi maligni, scevre di erbe cattive e di zizzania; ond'è che i riti dovessero compiersi sul primo crescere degli steli e delle tenere foglie, quasi a purificare il suolo e l'aria che doveva nutrirle.
Fu così che il mese seguente fu detto Februarius, cioè delle purificazioni.
Guido Vitali Rigogliosi.