Ars et Labor, 1906/N. 1/Guercino disegnatore
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GUERCINO DISEGNATORE
disegni della pinacoteca di brera
due satiri.
«È giunto un messer Gio. Francesco da Cento ed è qua per fare certi quadri al signor cardinale arcivescovo e si porta eroicamente» scriveva il 19 luglio 1617 Lodovico Carracci, da Bologna, a don Carlo Ferrante. Il Guercino, allora appena ventiseenne, aveva già eseguito qualche piccolo lavoro nella bottega de’ suoi maestri — il mediocre Bartolomeo Bertozzi prima, lo Zagnoni e il Cremonini poi — a Bologna e a Modena. Benchè guercio, per uno spavento fortissimo provato da fanciullo, a quanto raccontano i suoi numerosi biografi, donde venne al Barbieri il nomignolo di Guercino, il giovane artista sentiva così giustamente l’impressione del colore e vedeva tanto incisamente le forme, che salì presto in fama di uno de’ più grandi maestri d’Italia. La potente arte di Lodovico Carracci lo attirò a sè da prima: poscia, a Venezia e a Roma, altri maestri e altre tendenze lo soggiogarono. I sovrani d’Inghilterra e di Francia lo sollecitarono ad abbandonare l’Italia, ma egli rifiutò sempre i loro proficui inviti; e se Cristina di Svezia, la bizzarra sovrana, volle conoscere il pittore e l’arte sua, dovette recarsi nel suo studio a Bologna. Nel libro dei conti del pittore, che ci è rimasto, è la prova documentata della prodigiosa attività di questo simpatico maestro «ben volsuto da Principi supremi e stimato da tutti» per dirla col Malvasia, che aggiunge com’egli fosse di «natura piacevole, allegra e di conversazione gustosissima, di applicazione indefessa, sincerissimo, cortesissimo, umile. Diceva ben di tutti: aveva molta buona cognizione d’istorie e di favole, perfettissima intelligenza nel discernere le diverse maniere di pittori».
La Corte di Modena lo richiese spesso di opere, e i documenti, gli inventarii, i ricordi di pitture sue sparse un po’ dovunque nelle città e ne’ paesi dell’Emilia e di cui il Campori lasciò memoria, rivelano la ricerca incessante, accanita, che si faceva, lui vivente, delle sue opere dai mecenati e da gli stessi istituti religiosi. I celebri affreschi di palazzo Ludovisi, il gran quadro di S. Petronilla a Roma, e il Ripudio di Agar della Pinacoteca di Brera, che destò le lagrime di Byron, accoglieranno anche più fervido omaggio di ammirazione quando sarà del tutto
s. sebastiano.
svanita l'ingiusta prevenzione che circondava fino a poco tempo fa l'arte italiana del sei cento. Nella sua seconda maniera, che sta fra quella della tenebrosa — pel contrasto violento e non sempre giustificato delle luci e delle ombre — e la guidesca, che al Reni chiede, senza raggiungerlo, il segreto della grazia e della delicatezza, il Guercino, colpito dall'arte personale di Michelangiolo da Caravaggio, seppe spesso sposare alla forza del rilievo e al modellato scultorio una così mirabile armonia di composizione e di disegno da giustificare tutti gli entusiasmi dei contemporanei e dei biografi.
V'è tuttavia un aspetto dell'arte del maestro di Cento che, se non erro, non è stato sufficientemente preso in considerazione: quello del disegnatore. Eppure anche da questo lato lo spirito del genialissimo artista si presenta multiforme e attraente. Pel vantaggio che, in generale, i disegni offrono allo studioso e all'artista di presentare il carattere dei nostri antichi maestri in tutto il loro genuino aspetto di creatori, spogli da preoccupazioni di mode e da legami di scuole e maniere, anche l'arte guercinesca, come quella di molti altri maestri del suo tempo, ha tutto da guadagnare in questo studio diretto dell'animo dell'artista: starei per dire che il disegnatore dovrebbe accogliere anche le simpatie che qualche volta non sono concesse al pittore.
La foga del Guercino nel disegnare non conosce limiti d'ispirazione e di tecnica; ne' suoi dieci libri di disegni dei quali l'Orlandi e altri biografi ci parlano e di cui i fogli sono sparsi un po' dovunque in Italia e all'estero, l'artista accennò o svolse tutti i soggetti, tentò tutti i motivi: martiri di santi, ritratti, paesaggi, composizioni tolte ai poemi in voga o ai quadri dei maggiori maestri, soggetti mitologici, studi per incisioni, Sacre Famiglie e Sacre Conversazioni; persino — in due disegni della Galleria degli Uffizi — le operazioni chirurgiche. Tutti i mezzi gli furon buoni: l'acquerello, la penna, il bistro, la matita nera e la sanguigna.
due monaci.A dare una pallida idea di quella enorme attività riproduco qui alcuni dei disegni meno conosciuti, che tolgo dai molti esposti nella collezione della Pinacoteca di Brera, testé arricchitasi per doni e depositi notevolissimi. Con la foga vertiginosa che gli è propria e che fa riconoscer subito i disegni di Guercino fra mille, il maestro, su fogli di carta di tutte le qualità e di tutte le dimensioni, schizza le sue scene vivaci e i particolari: a quel modo che la fugace impressione, rapidissima, gli attraversa il suo cervello d'artista, egli subito «va significando» sulla carta. Ora è la scena di una lotta fra due satiri che si avvinghiano (fig. 1), ora lo studio, a pena abbozzato, di un torso nudo nella tensione dei muscoli (fig. 2), ora sono tranquille figure di santi in preghiera o di monaci seduti (fig. 3), or profili di donne (fig. 4), dal dolore viso espressivo e aperto qual'egli coglieva al vivo fra le popolane di Cento e di Bologna, e che assurgeranno più volte all'onore di esser collocate, madonne in gloria, a lato del Redentore fiammeggiante o protagoniste di una scena di martirio o, al contrario, belle Sibille dal viso pensoso che nasconde l'enigma. Ben di spesso, nella foga di significare, la penna ha calcato sul foglio, nell'arresto improvviso del
due popolane.
tratteggio, e l'inchiostro ha corroso la carta (fig. 5): altre volte, nella smania di ricercare la forma ideata, la penna, testimone fedele dalle piccole interne lotte dell'artista, ha vertiginosamente girato e rigirato intorno a un profilo, a un'acconciatura, a una piega. E allo studioso che, raccolto nel silenzio e nell'amministrazione, segue amorosamente tutti i tentativi dell'artista che si agita e lotta nella ricerca, fino alla piccola vittoria finale rappresentata dal tratto di penna più vigoroso e incisivo, par di rivivere nello spirito dell'artista
s. antonio.
lontano. Questo spiega la grande, la nuova attrattiva che offrono i disegni, specialmente gli antichi — perchè nei moderni la mancanza d'idee e di convinzione è spesso sostituita dalla «maniera» — e il moltiplicarsi dei collezionisti e la cura incessante, da parte dei vecchi raccoglitori, nel dar la caccia a un disegno conteso o che manca nella collezione.
Dove l'arte di Guercino disegnatore è meno persuasiva è nei paesaggi. Ve n'ha tuttavia
gruppo di cavalieri.
parecchi, nelle collezioni di Brera, dell'Ambrosiana, degli Uffizi e presso diversi raccoglitori di Londra e d'altrove, ancor piacenti e dai quali spira un'aria semplice, arcadica, poetica, che innamora: qualcuno è ancora possibile
disegno per incisione.
rintracciare, come fu dato a chi scrive, presso i rivenduglioli o gli antiquari, perchè l'attività dell'artista centese fu, ripeto, prodigiosa. Ma, nella maggior parte, la sicurezza dell'esecuzione e la virtuosità del tratteggio largo e un po' calligrafico presero il posto dell'ispirazione: e molti paesaggi guercineschi ripetono, all'infinito, con leggere varianti, i motivi soliti dell'albero schiantato, del castelluccio in rovina, dei monti rocciosi in distanza. Probabilmente egli dovette eseguirli, con una rapidità grande, a svago, per interrompere l'opera faticosa del frescante e del pittore, oppure, il che è più attendibile, per rispondere
disegno per incisione.
alle numerose richieste che gli venivano da ogni parte. Non per nulla si sa che il Guercino «guadagnò tesori colle sue fatiche» come assicurava il Malvasia «gli spese generosamente e la maggior parte in sollievo degli altri. Acquistò col danaro una gran casa in Bologna. Acquistò luoghi in campagna,
paesaggio.
mobigliati tutta alla nobile. Lasciò in casa addobbi, pitture ed argenti, gioie, danari e
paesaggio.
crediti. Eresse cappelle, altari; li fornì di tutti gli arredi necessarii: li perpetuò con legati pii»
(Brera).