Ars et Labor, 1906/N. 1/L'ulano del concerto
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I.
Al circolo musicale c'era la prova di un concerto. Su di uno scanno elevato stava il direttore, signor Winterberg, che cercava invano di ricavare, con la sua bacchetta, da quella baraonda di voci, un tutto ordinato e connesso. Si stava studiando l'oratorio Paolo[1]: in quel momento si provava il coro: Come sono giocondi i messaggeri, ed attorno al direttore rumoreggiava un caos di falsi toni e di false entrate.
«Come sono giocon-di i messag-ge-ri!» entrò ancora una volta il soprano.
«Tre battute prima del tempo», gridò il signor Winterberg, — «così, ora!» — «Come sono giocondi i messag-ge-ri!». — «No, signore mie, più in alto; sono un mezzo tono più basso. La-a-a-a-a!» —
E, dopo aver colpito il diapason, lanciò addirittura nel mondo il «la»; ma anche questo fu inutile.
Stanco egli lasciò cadere la bacchetta. «Signori miei, intanto leggerò il giornale; quando avranno trovato il tono, me lo facciano sapere, che ricominceremo un'altra volta».
I coristi, specialmente le donne, a queste parole s'impermalirono davvero, perchè si tenevano molto delle loro esecuzione, e, secondo il loro modo di vedere, non vi potevano essere messaggeri annunziatori di pace più giocondi di loro.
«Wintergerg è inetto», diceva una signora non del tutto giovane, che guidava i contralti, alla sua vicina: «io ho letto poco fa, nella mia Gazzetta Musicale, che il Weingartner ha dato alla Cappella reale, un magnifico concerto, senza neppure aver fatto una prova; e noi oggi proviamo il Paolo già per la terza volta, ed ancora esso non va».
Ciò dicendo, essa accentuava la parola «ancora» in maniera che chiaramente esprimeva il dubbio che aveva sull'abilità del direttore.
Il signor Winterberg si era intanto rifugiato, per confortarsi, nella sala del Ristorante; egli aveva veramente bisogno di sentire, per cinque minuti, ben'altra cosa che dei falsi toni.
La lancetta dell'orologio andava innanzi. I cinque minuti di riposo, che si era preso, erano già divenuti dieci; più a lungo non si poteva trattenere. Al pensiero che la musica doveva ricominciare, egli sospirò così sonoramente, che il cameriere si precipitò verso di lui, per informarsi dei desideri dell'ospite solitario.
Ma il signor Wintergerg gli fe' cenno di no, e subito ripose piede nella sala di musica, dove i cantanti, chiacchierando, passeggiavano in su ed in giù.
Fu di malavoglia che questi ubbidirono al segnale dato con la bacchetta, ed al successivo invito: «Signori, di grazia, ai loro posti». Specialmente le donne, che non si erano ancora dette nemmeno la metà di ciò che si dovevano ancora raccontare, brontolavano e brontolavano, «ed insorgevano contro la legge», come dice il libretto del Paolo.
Il signor Winterberg, portando la sinistra nervosa agli scarsi capelli: «Signore mie» disse, «mi sarebbe permesso di pregarle di affrettarsi un poco? domattina alle otto io ho una lezione privata, ed a quell'ora vorrei già essere a casa».
Ciò era grave, e le donne si arrestarono sul loro cammino, per deliberare se dovevano o no lasciar passare la frase.
«Ma, signore mie», supplicò il direttore; e con tutto l'incanto della sua voce intonò il suo «la», per rammentare a tutti il loro dovere; anzi lo intonò due volte, una per i signori uomini ed una ancora per le signore; ma, se egli si era fisso in testa di essere un secondo Orfeo e di allettare tutti con la possanza dei suoni, si era sbagliato.
Le signore non venivano.
Il mostrarsi energici verso ribelli, al soldo dei quali uno si trovava, o l'atteggiarsi a superiori, senza esserlo, è cosa difficile.
Non vi era molto da fare; lo riconosceva bene il signor Winterberg.
Doveva egli far cessare la prova? Il poveretto titubava ancora, quando gli venne un'idea salvatrice. «Signori» disse, «vi prego di udirmi per un momento. Io penso, prima che proseguiamo nella prova del coro, di provare una volta gli a solo. Il signor tenente di Below, che tanto gentilmente ha assunta la parte di Paolo, ci canterà, certamente molto volentieri, uno de' suoi a solo. Non è vero, signor tenente? Ella è tanto gentile!»
Le signore, tutte in una volta, si precipitarono avanti. «Ah! sì, prego, per favore, signor tenente», risuonava da tutte le parti.
Il signor di Below era tenente nel reggimento degli Ulani, che trovavasi di guarnigione nella piccola città. Egli era di una figura grande, svelta ed elegante; in tutto l'aspetto aveva una nobile trascuranza; ogni suo movimento lasciava trasparire l'aristocratico. Un paio di piccoli baffi scuri adornava il suo volto fresco e leggiadro, e scuri aveva i capelli e gli occhi, coi quali sapeva guardare «tutto divinamente». Il signor di Below era uno dei più spensierati, dei più amanti della vita, dei più allegri ufficiali di Sua Maestà; ma l'esperienza gli aveva insegnato, che la maggior parte delle donne sono impotenti di fronte ad una languida occhiata, e così erasi subito abituato a dare sempre a' suoi occhi un'espressione di macabra tristezza.
Egli disponeva di una voce baritonale meravigliosa, molto bene educata, che faceva andare in estasi tutti quelli che l'udivano. Esso medesimo era molto orgoglioso del raro dono da lui posseduto, ed ognora, dove niente niente poteva, si risparmiava; si faceva prezioso e tutti i tentativi di farlo bardo dell'arrosto, che cantasse dopo il pranzo qualche canzone, naufragavano nel modo più splendido.
Gli arrosti li mangiava, ma a cantare non si lasciava tanto persuadere nè prima, nè durante, nè dopo il pranzo.
La notizia che egli si era dichiarato pronto a cantare il Paolo, aveva riempito di grande gioia tutti quelli che s'interessavano di canto, ed aveva fatto sì che entrassero nella società numerosi nuovi membri giovanili del gentil sesso, volenterosi di cantare, ma che, pur troppo, non ne avevano la capacità. In tal modo si offrivano loro, come speravano, frequenti occasioni, alle prove, di udirlo cantare.
«Prego, prego signor di Below; prego, per favore, signor tenente!» lo tempestavano tutte le signore.
Below stava in mezzo alla schiera delle giovani dame, che lo circondavano, fermo come un rocher de bronze; non si agitava; solamente i suoi occhi giravano mestamente sopra tutte loro, mentre egli tranquillamente pensava: «Davvero, sono una più graziosa dell'altra; ma io non sono così facile ad essere conquistato».
Una impressione molto dolorosa fecero le parole, che alla fine egli pronunziò con voce chiara come lo squillo di una campana. «Non posso, signore, non posso; volentierissimo le contenterei, ma lo udirono già, io sono estremamente rauco».
«Non è possibile, signore», si difendeva ancora una volta: «stamane ho dovuto far cavalcare all'aperto e comandare per tre ore. Il comando: «Squadrone al trooootto» uccide qualunque voce. Abbiano pietà di me!».
Le signore insistevano ancora: «Solamente un a solo, solamente un unico a solo, signor tenente!»
«Come ci si può tanto abbassare a pregare in tal maniera?» risuonò ad un tratto una voce: «Se egli non vuol cantare, lascino correre; probabilmente non sarà una gran perdita».
Tutti rimasero di sasso; tutti avevano udito tali parole, compreso Below; e tutti gli occhi erano rivolti verso la giovane signorina, il cui viso, ora che era l'oggetto della generale attenzione, si era colorato di un leggiero rossore d'imbarazzo. Ciò nonostante la fanciulla teneva fronte a tutti gli sguardi annientatori, che da ogni parte erano lanciati su di lei.
«Chi è mai quella signorina?» domandò la moglie di un professore alla sua vicina: «io non la conosco affatto».
«È la signorina Monsterberg,» fu la risposta, «la figlia del nuovo Consigliere di Reggenza. Ella, signora, certo ne ha già udito parlare; egli deve essere favolosamente ricco; le sarà noto che è sua quella pariglia di cavalli bianchi, che certamente avrà vista».
«Ah! sì, è dessa,» esclamò l'altra, come cascando dalle nuvole, «davvero, lo avrei dovuto pensare. Chi sa poi che tutte queste ricchezze non siano esagerate, la mia signora. Ella sa che mio marito è molto amico dei membri della Commissione delle imposte, ed io so che Monsterberg non paga che seimila marchi d'imposta; dunque non può esser tanto splendido in fatto di denaro».
Ma la signora vicina era d'un altro parere, poichè essa partiva dal punto di vista, che seimila marchi costituivano già da sé una gran bella rendita, specialmente per chi non li aveva.
Probabilmente questa conversazione sarebbe terminata in una baruffa molto seria, se da tutte le parti non si fosse intimato improvvisamente ad ambedue le interlocutrici un molto energico: «Sst! sst! silenzio!»
Il signor Winterberg si era seduto al pianoforte, e preludiava con alcune battute, e subito dopo, cosa del tutto inaspettata ed insperata, entrava Below. Egli cantava il recitativo: «Dio, siimi clemente secondo la tua bontà, secondo la tua grande misericordia».
Il giovane cantava in modo affascinante. Egli aveva pensato fra sè: «Voglio mostrare alla piccola Monsterberg, che, del resto, mi sembra che sia qui l'unica donna intellettuale, che so fare qualche cosa».
La sua maniera di cantare veniva dal cuore e scendeva al cuore: quasi nessun occhio femminile restava senza lacrime.
Più d'ogni altra era rapita dal canto Elena di Monterberg. Quel cantore, dal cui viso traspariva un vero, sincero entusiasmo, e che tutto era penetrato dallo spirito della sua parte, era realmente il tenente poc'anzi atteggiatosi a disgustato, e smorfioso come una femminuccia?
«Dio, siimi clemente secondo la tua bontà, secondo la tua grande misericordia».
Risuonava come il grido di un povero cuore tormentato, come il sospiro e lo spasimo di una povera anima. Quando Below ebbe finito, scoppiò un formidabile applauso.
L'occasione per il signor Winterberg era favorevole; ed egli non poteva lasciarsela scappare.
«Signori», esclamò; «il signor di Below ci ha mostrato che cosa fare; ora noi vogliamo mostrare a lui, che anche noi sappiamo cantare. Posso pregarli di riprendere i loro posti?»
«La-a-a-a».
Bassi, tenori, contralti, soprani, tutti ricevettero il loro «la», e subito dopo si udì ancora una volta risuonare: «Come sono giocondi i messag-ge-ri, che annunciano la pace».
Certo il canto non andava ancor bene, ma invero almeno un poco meglio andava; ed alla fine della prova il signor Winterberg potè licenziare i suoi scolari e le sue scolare con queste parole consolatrici: «Io spero che, nonostante tutte le difficoltà, noi vinceremo il Paolo».
Si era fatto più tardi del solito, e tutti se ne andarono in fretta e furia, per essere a casa puntualmente all'ora di cena.
Il signor di Below si trattenne ancora un poco nel Ristorante, per bagnarsi la gola che gli era diventata secca. Quando, dopo circa dieci minuti, pose piede instrada, vide la signorina di Monsterberg, sola, che passeggiava in su ed in giù di fronte alla casa.
Egli le si avvicinò: «Aspetta qualcuno, signorina? posso in qualche modo esserle utile?»
Ella, all'udire la sua voce, ne fu spaventata; non l'aveva visto venire. Alla sua interrogazione trasalì spaurita, ed il suo primo pensiero fu: «Che cosa devi tu rispondergli, se egli ti domanda in qualche modo spiegazioni della tua osservazione di dianzi? bisogna che cerchi di liberarmi presto di lui».
«La ringrazio davvero, signor tenente», rispose, «papà voleva venirmi a prendere con la carrozza; ha detto di esser qui verso le otto e mezzo; deve dunque giungere da un momento all'altro».
«O piuttosto egli sarà già stato qui», ribattè Below. «Forse il suo signor padre si sarà stancato di aspettare e sarà già andato a casa».
Passava in quel momento una guardia di pubblica sicurezza, la quale, interrogata da Below, rispose che la carrozza, a lui ben nota, del signor Consigliere di Reggenza, era stata ivi ferma per circa un quarto d'ora, ma che poi se n'era andata.
«Ma io non capisco proprio perchè papà abbia fatto ciò», esclamò la signorina Elena; «come posso ora io fare da sola, al buio, la lunga strada?»
«Posso io offrirle la mia compagnia, signorina?» chiese il tenente, portando la mano al copricapo, ed inchinandosi cavallerescamente; «prego, disponga interamente di me; io sono tutto a sua disposizione».
«Questo poi no», disse fra sé la signorina Elena; «egli certo mi domanderà spiegazione dell’accaduto».
«La ringrazio davvero, signor di Below. Ella è molto gentile; non miravano a questo le mie parole; a casa ci anderò pure! L'avevo ben detto a papà, che era una sciocchezza prendere una villa fuori dalla città!»
Intanto che essa parlava, Below si era incamminato alla volta dell'abitazione di lei; la fanciulla quasi macchinalmente camminava al suo fianco. — Essa fece un ultimo tentativo per liberarsi di lui. «Lei prenderà una costipazione, signor Below», esclamò.
Egli rise sonoramente. «Ella mi ritiene più debole di quello che io non sia, signorina. Io, grazie a Dio, non so affatto cosa sia un raffreddore. Chè, se lo adduco molto spesso a pretesto, è soltanto per non dover cantare continuamente. S'immagini, perfino la mia padrona di casa pretende da me che, senza che essa neppure me lo accenni, io faccia ogni sera almeno una mezz'ora di musica; e se io una volta non la fo, essa la mattina dopo mi fa un caffè così cattivo, che perfino la mia ordinanza rifiuta di berlo».
Ella rise giocondamente. «Poveretto!», esclamò scherzando; «come la compiango! Ma perchè allora non si fa il caffè da sé? è una cosa molto semplice».
«Tutto è facile per chi lo sa fare», replicò il tenente: «Blondin, come è noto, disse una volta non esservi nulla di più facile in tutto il mondo, che correre con gli occhi bendati sopra la cascata del Niagara. Tutto il segreto per non cadere sta solamente nel restare in piedi. Chi sa fare il caffè, lo può fare; io non lo so fare».
«E la sua ordinanza?» chiese la signorina.
«Brrr!» esclamò il giovane, rabbrividendo al ricordo di un patimento sofferto. «Una volta gli detti l'onorevole incarico di prepararmi una tazza di caffè. Difatti egli giunse da me tutto felice ed orgoglioso, con un liquido, che dondolava beatamente in una tazza. Ma appena ebbi assaggiata quella roba, gettando un grido, mi abbandonai riverso sulla sedia, e venni meno. Lo stesso chimico giudiziario giurato, a cui più tardi detti il caffè ad analizzare, non potè determinare gl'ingredienti, coi quali la mia ordinanza l'aveva preparata. Da quella volta in poi ho rinunziato a tutti i tentativi di fare il caffè, e canto piuttosto volentieri il mio penso obbligatorio».
Così essi, chiacchierando allegramente, camminavano l'una accanto all'altro, finchè, dopo un cammino di circa mezz'ora, giunsero finalmente alla villa.
«No, prego, signorina; io la condurrò senza dubbio attraverso il giardino, l'accompagnerò fino alla porta di casa, ed attenderò sino a che qualcuno non le avrà aperto», disse il tenente, allorché la fanciulla, alla vista della casa paterna, lo ringraziava della cortese sua compagnia, e lo pregava di non incomodarsi più a lungo.
Ma appena Below ebbe, per lei, suonato il campanello, aperse la porta, non il servitore, ma il padrone di casa in persona, che per l'appunto si trovava nell'andito.
«No, questo è troppo; ella è troppo gentile, signor tenente, di accompagnare mia figlia fino a casa. Io, dopo aver aspettato invano per un quarto d'ora colla mia carrozza, ho creduto che la prova fosse da lungo tempo finita. No, signor tenente; ella avrà certamente ancora un briciolo di tempo per noi. Noi stiamo appunto per andare a cena; ci faccia il favore, beva almeno un bicchiere di vino con noi».
«Che cosa deve fare un uomo, se viene pregato con tanta insistenza?», pensava Below, che aveva dato appuntamento ad alcuni camerati: «ebbene, un bicchiere di vino è presto bevuto, specialmente se lo si beve tutto ad un fiato».
Ma i bicchieri da uno divennero parecchi; alla prima bottiglia di vino rosso, davvero eccellente, fecero seguito, senza interruzione, una seconda, una terza.
A quella tavola apparecchiata con ricchezza e buon gusto regnava un allegro e giocondo accordo, e ciò avveniva in un modo così largo, gentile e cordiale, che Below non aveva affatto l'impressione di trovarsi in quella casa ospitale per la prima volta. Egli si era trovato spesso in alcune riunioni con i Monsterberg, ma essi non avevano ancor dato un trattenimento.
I suoi occhi si posavano stupiti sulla signorina Elena, che, nella sua camicetta di seta rossa chiara, appariva incantevole. Ella era piccola ed elegante, oltremodo vivace ed allegra, ed i suoi occhi castagni ridevano costantemente.
All'ultimo pranzo, in cui essi si erano trovati insieme, egli era stato suo cavaliere, e, a dir la verità, l'aveva trovata brutta.
«I vestiti semplici le stanno in dosso mille volte meglio degli abiti da società», pensava, «e ciò mi è più gradito, di quello che non mi sarebbe il contrario».
«Ma sapete», disse Elena, «che io poco fa ho assai mortificato ed offeso il signor di Below?» e raccontò quale espressione si era lasciata sfuggire.
Essa pensava giustamente esser meglio che da sé medesima raccontasse la scena, piuttosto che Below, o presto o tardi, ne fosse entrato in discorso.
I genitori rimasero per un momento interdetti; ma, poichè Below dette in una sonora risata, ne risero anch'essi.
Erano quasi le dieci, quando finalmente si alzarono da tavola.
«Fumate pure qui in camera da noi», disse la padrona di casa; «a me davvero non fa male». E, mentre il Consigliere andava nel suo studio per prendere i sigari, Below si sedette al pianoforte.
Era la prima volta che egli cantava in una casa privata. La colpa di ciò era soltanto del buon vino e del bicchiere di champagne che in fine aveva bevuto, oppure i begli occhi della figlia l'avevano ispirato? Egli stesso non lo sapeva.
Con un «pardon, signore, scusino della libertà», sedette all'instrumento.
Le signore ascoltavano con una religiosa attenzione: esse non sapevano che cosa ammirare di più, se l'arte del suo canto, se la maestria colla quale egli stesso si accompagnava, o la copia inesauribile del suo repertorio. Egli cantava e suonava tutto a memoria; e quando, dopo aver cantato ancora una volta il suo recitativo del Paolo: «Dio, siimi clemente secondo la tua bontà, secondo la tua grande misericordia», voleva cantare anche un altro brano, «no, di grazia, signor Below» dissero le signore «non più: ella non potrebbe cantare meglio di così, nè niente di migliore: per questa sera basta».
Egli, alzatosi e voltatosi alle sue ascoltatrici, si accorse che le signore avevano pianto, e credette di non aver mai veduto occhi più belli di quelli di Elena, che in quel momento brillavano nell'umido splendore, e si posavano su di lui con una ineffabile, commovente espressione di abbandono. Essa appariva così triste che egli, voltosi a lei «questo non l'avrei voluto, signorina, questo no», le disse: «non sia in collera meco».
Il tenente era imbarazzato e confuso per l'effetto che aveva prodotto il suo canto, e fu felice che la lancetta dell'orologio gli rammentasse, che davvero era tempo di andarsene.
(Continua).
- ↑ Paulus, oratorio di Felice Meldelssohn-Bartholdy (nato il 3 febbraio 1809 ad Amburgo, morto il 4 novembre 1847 a Lipsia). È l'opera principale di genere religioso del grande musicista tedesco. Fu eseguito la prima volta a Düsseldorf il 2 maggio 1836. In Italia la prima esecuzione si ebbe a Palazzo Pitti in Firenze il 3 aprile 1841, e la prima esecuzione pubblica nella stessa città, nel Salone dei CInquecento il 29 giugno 1846.