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Ars et Labor, 1906/N. 1/La valle del Busento e la sepoltura di Alarico

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N. 1 - La valle del Busento e la sepoltura di Alarico
N. 1 - La musica come fonte d'ispirazione nelle arti figurative N. 1 - La figlia di Lady Rose

[p. 25 modifica]Immagine dal testo cartaceo

LA VALLE DEL BUSENTO

E LA SEPOLTURA DI ALARICO

Immagine dal testo cartaceo Non so se sia leggenda o storia, perchè Paolo Diacono fu il primo a narrare come qui giunto nel 412 Alarico re dei Goti, che aveva già saccheggiato Roma, che aveva già manomesse molte altre città d'Italia e vi morì: è incerto se di febbre o di una frecciata, chè i cittadini asserragliatisi nell'antica rocca Bruzia, la quale aveva osato difendersi contro Roma e aveva accolto Annibale sol perchè di Roma nemico, non si erano perduti di animo alla vista delle innumeri schiere barbare accampate sul greto del sottostante fiume; e dalle gloriose mura si erano dati a trarre pietre e frecce contro gli invasori. Ma Paolo Diacono scrisse ben centoventi anni dopo la morte di Alarico, quale fede dunque egli merita se non sull'avvenuta morte e sull'avvenuta sepoltura sui particolari della sua narrazione? È vero però che era costume dei Goti di seppellire i loro capi, morti combattendo, armati a guerra sul cavallo di battaglia e col bottino ch'era loro spettato: e quindi poichè non vi ha dubbio alcuno che Alarico qui morì e qui fu sepolto alla confluenza del Crati col Busento, dobbiamo tener per fermo, come ha testè dimostrato un dottissimo tedesco, che anche con lui fossero seppelliti gli ori, gli argenti e le gemme che il re barbaro aveva rapinato a Roma e nelle altre città da lui conquise.

Ed anche il Platen era di questa opinione. Venuto qui nel 1837 per conoscere questi luoghi sì cari alla fantasia dei poeti e dei romanzatori, scrisse quei versi dal titolo La tomba del Busento, che sono a tutti noti per la traduzione che ne fece il Carducci:

Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza sul Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Da 'l suo gorgo sonnolento...

Su e giù pe 'l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono
Il gran morto di lor gente.

E d'allora il re goto è divenuto nostro concittadino, sicchè il suo nome barbaro si è sposato al nostro.

Immagine dal testo cartaceola valle del busento. Ah, se il vecchio cuore di quel re avesse palpiti, se i suoi occhi avessero lagrime, quante ne avrebbe versate e quante ne verserebbe sulle nostre sorti! Povero re barbaro, che deve esser grato a questa terra, la quale lo ha accolto nelle sue viscere e ne è gelosa custode, difendendolo contro la ingordigia di molti che invano frugarono e rifrugarono per trarne le ossa.... e con le ossa gli ori, gli argenti e le gemme! Come deve esser grato a noi che demmo il suo nome al nuovo ponte: infine abbiamo onorato similmente tanti che ci avevan fatto più male che bene; abbiamo innalzato e poi abbattuto tante statue lungo i secoli, a tanti re che in fondo si infischiavano di noi pur succhiandoci il sangue delle vene, mentre il povero Alarico, quantunque barbaro e pure essendo un re, se non ci ha fatto del bene, non ci ha fatto neanche del male. E come deve essere grato al vecchio Busento che anche adesso, mentre scrivo nella mia povera casetta, la quale sorge presso le sue sponde, gli va rimormorando la vecchia nenia che non ha interrotto mai!

Ed a questa ora della notte in cui scrivo per lettori ignoti che forse nulla sanno dell'opera mia assiduamente intesa ad evocare le memorie di questa vecchia terra, la quale un tempo fece parte di quella Magna Grecia che fu la culla della civiltà latina, come adesso è il regno della squallida miseria; e per lettrici ignote che usate alle sottigliezze raffinate dell'arte moderna nulla sanno delle [p. 26 modifica]potenti passioni di questo popolo di cui ho narrato in una cinquantina di volumi le sanguinose istorie e le fosche tradizioni; in questa ora della notte, mentre il Busento va torbido e mormorante lungo le mura del mio giardino in cui fioriscono le pallide rose invernali e i tristi crisantemi forse sulle ossa e insieme su gli ori e le gemme del barbaro goto, attraverso i vetri della finestretta guardo nelle tenebre e parmi di vedere giù nel greto un affaccendarsi di fantasmi dagli elmi e dalle corazze di acciaio da cui il sottil raggio di qualche stella fra gli strappi delle nuvole trae lieve scintille, mentre sordi tintinnii di scudi percossi dalle lancie e dalle spade rompono il silenzio che incombe sulla vallata. Quanti, quanti anni sono trascorsi da quella notte in cui l'immensa fossa fu scavata sul letto del fiume di cui avevano deviato le acque che vi furono ricondotte dopo che il cadavere del re vestito dell'armatura, con la corona d'oro sul capo e posto sul cavallo di battaglia vi fu calato e poi sopra esso si gettarono gli ori, gli argenti, i gioielli, e quindi di nuovo le acque si ricondussero nel tramite antico, mentre gli schiavi, che avevano scavato l'immane fossa, venivano sgozzati onde, come canta il Platen, man romana non violasse la tomba e la memoria del gran morto! Immagine dal testo cartaceocosenza e la valle del crati. Sepolcro ben degno di un re! Lontano lontano nereggia folta di pini la giogaia dello Sila, e par mediti nel silenzio la truce, ma generosa sua storia. Essa fu il regno dei ribelli fin da quando Roma imperava sul mondo; essa accolse i perseguitati dalle leggi imposte dai prepotenti, si chiamassero Romani o Greci, Normanni o Svevi, Angioini od Aragonesi, Spagnuoli o Francesi; essa accolse coloro che avendo invano convocata giustizia o misericordia si annidarono in quei boschi e divennero alla loro volta giustizieri dei prepotenti di cui non ebbero misericordia come non ne avevano ottenuto.

Essa vide le lotte feroci in cui si uccideva prima di cadere uccisi; in cui i feriti aspettavano che il nemico corresse loro addosso per abbrancarsi a lui e con un ultimo sforzo trafiggerne il cuore. Ma videro anche idilli tenerissimi chè l'amore fiorisce anche nelle nature più selvagge come fra i roveti ed i triboli fiorisce la pallida viola; ma videro anche orge orrende alla sanguigna fiammata di un pino, acceso per rischiarare la festa feroce, in cui ebbri di vino e di voluttà quei ribelli alle leggi, le cui amanti al par di essi si erano votate alla morte, certi della prossima fine o per mano del carabiniere o per quella del carnefice, si davano alla follia del godimento, mentre cupe le tenebre incombevano al di là da quel cerchio di luce sanguigna.

E il re barbaro fu sepolto nella confluenza del Busento col Crati, il quale scende dai monti silani e va torbido e biondo a morire nel Jonio. Glorioso fiume, cantato da Virgilio, era questo un tempo, quando navigabile per la sua ampiezza, le greche triremi ne fendevano le acque; quando esse bagnavano le mura di Sibari, la città epicamente sensuale e voluttuosa in cui si elevavano monumenti ai cuochi che avessero inventato un nuovo intingolo, in cui era disdoro per una fanciulla se, già pubere, non avesse l'amante; la città che passò come un sogno di deliziose raffinatezze ove l'amore era un'arte squisita, donde poi Ovidio trasse la sua; e in cui vergini e matrone vestivano stoffe perlucide onde non fossero tolte alla vista dei cittadini le loro più ascose bellezze.

Ed ora va il vecchio Crati alle cui acque, un tempo, le fanciulle si bagnavano affinchè i loro neri capelli divenissero biondi, va povero di acqua ma orgoglioso ancora delle sue memorie, confondendosi col Busento, anche esso in vista povero e triste.

Ma talvolta ingrossati entrambi dalle piogge e dal liquefacimento delle nevi precipitano spaventosi dall'altezza ed irrompono per la vallata devastando e travolgendo uomini e cose; chè l'ira dei fiumi è come quella dei popoli: essa cova cova silenziosa e inocua per alcun tempo, poi scoppia furente e feroce abbattendo gli ostacoli e spezzando le dighe che per parevano incrollabili!

Oh, come narrerei volentieri a voi le fiere storie che ebbero a teatro quei monti e quelle vallate, a voi, lettrici, a voi, lettori usati alla sottili morbose raffinatezze dei romanzatori e dei novellieri moderni!

Cosenza, Dicembre 1905.

Nicola Misasi.