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Ars et Labor, 1906/N. 1/Movimento politico estero

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N. 1 - Gennaio N. 1 - L'ulano del concerto

[p. 53 modifica]Immagine dal testo cartaceo Colla vecchia fede della libertà nell'ordine — non mai smentita in quarant'anni di giornalismo — ritorno, con gioia, nella antica e gloriosa officina tipografica di Casa Ricordi. E come nel 1871, sotto la maestranza indimenticabile di Antonio Ghislanzoni e di Salvatore Farina, io redigeva con lena giovanile lo “sguardo quindicinale politico„ nella simpaticissima Rivista Minima — così con zelo, ma turato dagli anni e dai disinganni, ritorno oggi ad assumere, il congenere ufficio, in Ars et Labor — simpatica propaggine della forte dinastia giornalistica, che da ben sessant'anni, batte intellettuale bandiera, dagli spalti di quest'impavido baluardo, rappresentato dai simbolici tre anelli, incatenati all'arte il lavoro — auspice e favente la Casa, le cui tradizioni di coraggio, di fermezza e d'ingegno — furono e si mantengono lustro della patria, nonchè onore e vanto del progresso mondiale, nella sua più geniale e casa espressione.

E riprendendo nel novissimo concerto delle più passionalmente suggestive della estetica artistica — anche la modesta ma sincera, nota politica internazionale, sull'attimo che fugge, e che si integra nel mese che scorre. Una nota piccina, facile, senza asprezza di accidenti in chiave. Una nota, perfettamente obbiettiva, e scevra pertanto, d'ogni preconcetto di enarmonica partigianeria. Una nota infine, le cui vibrazioni, finiscono col trovare non isgradita accoglienza dalla cassa del timpano d'ogni orecchio evoluto, e raffinato al punto di accettare, soddisfatto, perfino la parte buona — che è la minima — della eco politica — : pare inesorabilmente respingendone, i chiassi volgari, le banalità rumorose e le stonazioni di quinta: cacofonici effetti di stridenti e pazze demagogie.

Così, lumeggiati, i propositi — ci mettiamo in cammino — e senz'altro proemio — passiamo alla manovra degli ultimi dischi, animati dal misterioso impulso del nostro “ monarch „ mensile. E dolenti, di dover inaugurare il rapido pot-pourri del nostro grammofono — sovra un lagrimoso minore. E questo ci giunge dalla Russa infelicissima — dove una immane catastrofe, va continuando lo sprofondamento della collettiva anima popolare rappresentata da centrotrenta milioni di sudditi. Per costoro, fino a ieri, la Vita per lo Czar del leggendario Glinka — costituiva l'inno nazionale. Ma una guerra sfortunata, nell'Oriente estremo, ed una lotta civile interna — fra l'autocrazia cieca e violenta, e la resistenza disperata della borghesia e del proletariato operaio — hanno — duplice torpedine — squarciata una enorme falla nello scafo della allegorica nave dello Stato. Così che mentre questa sembra in procinto di calare a picco — il mondo assiste, attonito e commosso, alle fasi di salvataggio che il giovane Czar, ed il suo primo ministro De Witte, tentarono con mirabile energia, per iscongiurare un irreparabile disastro, e parlando alle genti la parola redentrice, che si inspira alla necessità della calma all'oggi, per conquistare la libertà del domani. Ma assiste il mondo — pur troppo! — anche agli atletici conati della reazione, la quale non ha disarmato, nemmeno davanti alle solenni declaratorie costituzionali del “ piccolo padre „; e nulla lascia intentato per provocare dagli estremi le più spaventose rappresaglie contro i liberali, che hanno ormai consacrata la propria esistenza ad un rinascimento completo della patria moscovita....

Basta un diario — a scelta — di tutto quanto si svolge adesso a Tsarkoie-Zelo, per concludere — che tutti questi giorni russi si valgono l'un l'altro e si equivalgono — nella serie dei tristi, dei nefasti, dei miserandi ed incombenti come una maledizione sul colosso del Nord — già emblema di onnipotenza muta, cieca e sorda — oggi abbominazione delle abbominazioni, infinita miserie, autentico orrore, in cospetto della intiera umanità. Un diario — diciamo — a scelta — di qualsiasi giornata, nella reggia imperiale. Niccolò II, pallidamente curvo sui rapporti, che si accumulano a montagna dinanzi a lui. Ad ogni ora, un nuovo evento terribile. Sono le bande di scioperanti che che abbattono, furibonde, i fili telegrafici fra Pietroburgo e Mosca. Sono i telegrafisti finlandesi, che abbandonano gli apparati, giurando di non riprendere il loro ufficio se non a sciopero composto. Sono le linee ferroviarie rese inservibili dai picconi di centinaia di guastatori volontari. Sono i saccheggiatori di quaranta vagoni che attaccano le Stazioni, e ne fanno prigionieri gli impiegati. SOno i giornalieri di Rostoff sul Don che incendiano opificii industriali. SOno i contadini di Riazan che impegnano una specia di guerra servile, contro gli agrarii possessori o conduttori delle terre. Sono le spasmodiche notizie, dal Caucaso, degli scontri fratricidi, in piena rifioritura cruenta fra Tartari ed Armeni. Sono la ripresa dei massacri e la impunità degli assassini, che daccapo si accentuano da Tiflis ed a Karis. Sono le stragi di Riga. SOno le violenze in Livonia. Sono gli scioperi immani di Pietroburgo e di Mosca....

E non basta, e non basta ancora. La marina di guerra non tenta l'ammenda delle ribellioni di Odessa, di Kronstadt e di Wladivostok. Come una grande sfinge, genuflessa ed accosciata sul mare — la marina militare tace, è inerte, s'immobilizza in chi sa mai quali torbidi pensieri di futura sommossa. L'esercito, a sua volta, balena di ammutinartici minaccie. Gli ufficiali non sono più sicuri dei soldati. Non lo sono più i generali degli ufficiali. Attraverso tutte le caserme della Russia del sud, passa fremebondo l'uragano degli appelli sovversivi, e dell'eccitamento all'insurrezione, ed alla fraternizzazione dei reggimenti col popolo, di cui “ sono la parte più bella „. Un telegramma del generale Linievic, annuncia ch'egli non risponde più della fedeltà dell'esercito di Manciuria, del quale i militari effettivi si sono già ammutinati, ed i riservisti rifiutano il soldo ed esigono l'immediato licenziamento. La Polonia, malgrado le suadenti encicliche di Pio X — il supremo gerarca invitante alla calma e all'obbedienza — la cattolicissima fra le nazioni — si apparecchia a svolgere un'altra pagina del suo secolare martirologico. Ed è vano che Gugliemo II assicuri lo Czar che ad ogni modo i suoi elmni a chiodo marcierebbero dal Posen in aiuto dei rotondi berretti dei moscoviti, in caso d'una rivolta dei discendenti da Giovanni Sobiewsky, perocchè i padroni della terra non hanno presa sugli eterni destini di Dio. Ed uno di questi afferma che i popoli non possono morire della morte degli individui....

Questa — diciamo — è su per giù una delle giornate di Tsarkoie-Zelo. Lo Czar seguita ad esaminare la valanga dei dispacci. La bella e bionda ed augusta tedesca — la [p. 54 modifica]compagna della sua vita — la madre dei suoi cinque bimbi, gli sussurra, con un tremito d'angoscia nella voce:

— Sire! — Pel nostro Alessio — pel nostro Alessio adorato — la speranza dei Romanow — e per le nostre Olga, Taziana, Maria, Anastasia — le dilettissime bimbe — soffermatevi sul ripido sentiero delle concessioni. Abbiamo un popolo impreparato alla libertà. Un passo di più sulla strada delle dedizioni, e scompariremo nel gurgite. Sire! pietà di voi, dei figli, della patria, della fede, della vostra casa.... O, invece, espatriamo.

E lo Czar tace.

Ed è la volta dei Granduchi, i fratelli Vladimiro e Paolo, zii di lui. Sono le due braccia dell'autocrazia — religiosa — col Santo Sinodo, ancora sotto l'influsso malefico di Pobiedonosew — e militare, con alla testa i generali Ignatiew e Trepow. E mormorano:

— Maestà — siete l'autore della rovina dell'impero. La vostra costituzione spalanca la fossa della nazione. Dimetendovi da autocrata, avete lacerato il testamento di Pietro il Grande. Voi ci avete perduti. La storia registrerà che il discendente di Ivano il Terribile è stato il carnefice del suo diritto e del suo lignaggio. Maestà — con un cenno potete ancora alla tempesta opporre il folgore. Il grande Atamanno dei cosacchi è là, in anticamera, ansioso aspettante della vostra parola sacra. Ditela, Maestà — E fra due giorni, tutte le “ orde „ da quelle del Don, a quelle d'Orenburgo, da quelle dell'Amur, a quelle d'Astrakan, da quelle del Caucaso a quelle del Kuban e a quelle d'Ossuri, da quelle dell'Ural a quelle di Siberia, da quelle di Terek a quelle di Transbaicalia, saranno concentrate: e si rovesceranno, irresistibilmente fiumana d'armi fedeli sino alla morte, sulla moltitudine dei ribelli, e li schiacceranno d'un colpo, e la nostra santa Russia farà risventolare trionfante lo stendardo della croce diagonale di Sant'Andrea....

E lo Czar tace. Tace sempre.

Ma per ultimo, fu il conte De Witte che gli parlò:

— Sire, siate voi il Cristo rigeneratore della patria. Avete largite le libertà. Voi le manterrete. La fede dei Romanow non patisce oltraggio. Voi giurerete la costituzione, davanti all'icone della patria, nel Kremlino di Mosca. Ed il giorno appresso, i popoli vostri, dal polo al Pruth, saranno ai vostri piedi. Sire, la reazione agonizza. La demagogia la seguirà nel sepolcro. Sire, siate grande....

E lo Czar, allora rispose testualmente:

“ — Invito a far conoscere a tutti quanti amano la nostra cara patria che il manifesto, da me pubblicato il 17 ottobre, è la completa e decisiva espressione della mia immutabile e irremovibile volontà. È l'atto che non può essere modificato, ed è inteso a regolare al più presto possibile le riforme da me elargite.... „

Ed ecco la Czarina, ritiratasi singhiozzante nelle sue stanze. Ed ecco i Granduchi, lividamente corrucciati, agitare colle mani convulse l'elsa delle spade, e gli archimandriti del Santo Sinodo, allontanarsi a ritroso, curvando la fronte sino a terra. Lo Czar è tranquillo e grave. Il conte De Witte raggiante per la definitiva vittoria. E la gioranta d'ieri l'altro a Tsarkoie-Zelo s'è chiusa vittoriosamente.

Ma.... oggi invece...? Na domani...?

Dalle sponde della Neva ai monti dell'ardua Pirene. Re Alfonso di Spagna sta per annunciare ufficialmente il suo fidanzamento colla bellissima e seducentissima inglesina che ha per zio Edoardo VII, re dei Tre Regni ed imperatore delle Indie. A quest'ora si può affermare, senza tema di smentita, che la Spagna avrà una presto vezzosa e colta regina in persona di Vittoria Eugenia Giulia Eva principessa di Battenberg, figlia del principe Enrico, elevato al grado di altezza reale inglese dalla defunta regina Vittoria, allorchè nel 1885 ne sposò Oxborne, l'ultima figliuola, cioè la principessa di Gran Bretagna, Beatrice. La fidanzata, antonomasticamente chiamata “ la bella Eva „ entrò soltanto l'anno scorso nel cosidetto gran mondo. E fu appunto al castello di Balmoral, dove la notò e l'ammirò fervidamente re Alfonso XIII, durante il suo viaggio alla corte inglese. Si tratta pertanto d'un matrimonio di inclinazione d'amore. Dapprima non se ne parlò, quasi. Poi se ne udirono alcune voci. E queste si accentuarono pel fatto, che altre presunte fidanzate del giovane re sparvero rapidamente per qualche tempo tenuto, Si seppe che Alfonso di Borbone aveva fissata la sua scelta. E per quanto le tradizioni spagnuole dei re “ Cattolici „ non vedessero e non veggano con entusiasmo entrare una reginetta riformata nel novero delle Isabelle e delle Cristine — pur mutando di religione come di... corsetto — pure, dai magnifici hidalghi in mantello arabescato, al minuto popolino, che simpatizza col suo giovane re, di cui ammira il carattere frondeur, sbarazzino e coraggioso — ormai in Ispagna son tutti d'accordo nell'accettare con gioia la bella inglesina, come sovrana. E se in fondo, Maria Cristina — regina madre — rimpiange di non aver potuto sposare il suo unigenito ad una principessa ortodossa e di dover diventare — lei la penultima “ Rosa d'oro „ papale — la suocera d'una eretica della vigilia — assurta al trono di Carlo V e di Filippo II; d'altra parte, essa deve pure consolarsene — non foss'altro che per virtù di rassegnazione all'ineluttabile — che appunto un antico poeta di Bibili identificò nell'amore onnipotente e trionfante, col verso celebre:

“ Omnia vincit amor: nos et cedamus amori!„

Algesiras — altra parte della cantabra marina, s'apparecchia nel gennaio prememnte, alla sua parte di seconda pacificatrice edizione dell'americana Portsmouth. Non avremo la presenza delle irresistibili correnti umanitaria, che partivano dagli impulsi dell'umanesimo glorioso di Roosvelt, il presidente dell'Unione, che arrestò, parlando la parola dell'anima, il macello tra gli uomini gialli ed i bianchi atletici. Ma avremo, parimente fervida l'aspirazione dei conferenzieri internazionali in Algesiras, per un assestamento fra l'influenza francese e la tedesca sulle cose del Marocco. È indiscutibile che se l'anno passato fu evitata una conflagrazione europea, ciò non si dovette certamente nè alle genialoidi ma perennemente febbrili caloria dell'imperatore Gugliemo di Germani, nè alla temperatura accesa della diplomazia del ministro francese Delcassè — ma dobbiamo ringraziarne invece lo squisito buons enso di Emilio Loubet, spirante presidente della Repubblica; il quale, sebbene rafforzato dalla simpatia del Foreign Office di Londra, e suffragato dagli amichevoli consigli dei gabinetti europei, chiamò al potere il Rouvier, sacrificò una piccola quota dell'amo proprio nazionale, e invocò tale olocausto — e riuscì a rasserenare l'ambiente, che già da ogni parte sentiva odore di polvere. Guglielmo II, colle minaccie, espresse dal Radolini, ambasciatore tedesco a Parigi — pervenne a domare le velleità della Francia circa alla supremazia sul Sultanato marocchino. Arrivà a far accettare dalla Francia la conferenza imminente di Algesiras; ebbe, in una parola, ad imporsi materialmente. Ma nè all'estero, e molto meno all'interno del suo impero, egli ha conseguito un successo. Anzi, s'è direttamente tirato addosso un cumulo di diffidenze e di antipatie generali. Le quali saranno forse attenuate dallo spirito di conciliazione, cui gli accorrenti ad Algesiras si mosrano deferenti. Ma non per questo, egli potrà registrare il risultato morale ch'ei si prefiggeva: ed inoltre avrà vieppiù scavato il canale divisorio fra la sua accentratrice politica personale e quella della formidabile Inghilterra.

Per contrario, Abdul Hamid Osmanlì, capo della Sublime Porta, ha dovuto buono o malgrado, subire le imposizioni delle potenze occidentali, nell'ultimo episodio della sempiterna questione d'Oriente. Il Gran Califfo s'era impuntato nella più cieca resistenza ai consigli ed agli ordini di stipulare ed applicare il controllo dell'Europa coalizzata suggeritogli per le finanze della Macedonia. La diplomazia occidentale con una mirabile lunganimità, aveva procurato [p. 55 modifica]di ridurlo a più miti consigli. Tutto, invano. Ed allora la squadra internazionale si mosse al compimento d'una dimostrazione navale. Questa prese di mira Metellino. Poi Lemno. Essa sarebbe proceduta senza dubbio, verso i Dardanelli, e probabilmente l'Islam politico, sarebbe uscito dalla violenta competizione, lasciandovi tutte le poche penne maestre, che ancora inservono ai brevi e bassi voli dell'impero mussulmano. Fortunatamente Tewfik — gran visir — ebbe più giudizio del Padiscià. Ad Iddlitz-Kiosk, si ebbe un momento di resipiscenza. L'accordo coll'Europa circa il controllo finanziario in Macedonia, fu raggiunto con qualche piccola concessione, reclamata dal Divano, quale paittaforma d'una provvida intesa. E così, oggi lo spettro d'una guerra generale, scomparve dal cielo di cobalto che si specchia nel Bosforo incantato. E — per questa vola almeno — il grande “ ammalato di Stambul „ è sfuggito ad un altro trauma. Ed ha quindi la prospettiva di proseguire — con una quiete relativa, nell'esaurimento inesorabile del suo stato comatoso: indice irrefragabile del suo avviamento al sepolcro...

La Nemesi misteriosa — di cui cantava Omero — la vindice e perpetua missione — continua, implacabile, l'inseguimento di quella sua vittima settantaseienne, che risponde al nome di Francesco Giuseppe, imperatore e re. Non tendono a cessargli intorno le miserande peripezie della sua tragica domesticità. Da un quarto di secolo, la sua si è fatta una catastrofica esistenza.

Ha cominciato colla orrenda scenda del suo ereditario Rodolfo, il suicida di Meyerling, colla druda baronessina Wetsera, nella funerea notte del 30 gennaio 1889. E pareva che il suo ciclo di disastri intimi, dovesse chiudersi coll'efferato assassinio che gli soppresse l'augusta ed errabonda consorte, l'imperatrice Elisabetta, spenta dal nefando Luccheni, a Ginevra, il 10 settembre 1898. Ma non fu così. E sulla testa del vegliardo D'Asburgo, continuarono a discendere — come i magli d'una colossarel gualchiera — i colpi affrettati del fato. E non bastarono le vicende convulsive dei Parlamenti austriaco ed ungherese. Nè gli scandali d'una mezza dozzina fra Arciduchi ed Arciduchesse del sangue. Nè il matrimonio derogativo di Stefania, sua nuora, nè di Elisabetta, abbiatica sua. Nè il nodo morganatico del suo ereditario di risulta, Francesco Ferdinando, che compromise la successione al trono, sposando la vezzosa boema Sofia di Choteck, patentata, per la circostanza, “ contessa di Hohenberg „. Nè le adultere e clamorose vicende delle toscane Arciduchessine congiunte d'Asburgo-Lorena, che portarono e portano tuttavia attraverso il mondo la piccante — ed antipatica caratteristica — dei loro amori... extraconiugali.

E come se tutto ciò non ancora bastasse, ecco la sventura battere di nuovo col piede di scheletro alla porta della sua reggia — per assalire, a soli quarant'anni, anche l'altro suo nipote, l'arciduca Ottone — sul quale l'infelice zio imperiale, raccoglieva tutto il suo affetto e tutta la sua più profonda simpatia. E così — vecchia quercia fulminata dalla sventura — Francesco Giuseppe è quasi il solo sopravvisuto al crollo generale di quella sua casa, che, mezzo secolo fa, da Vienna dettava legge all'universo....

Scriviamo — e la vita politica d'Italia nostra si riassume nella caduta del Gabinetto Fortis per la questione del modus vivendi enalogo commerciale colla Spagna e del ministeriale rimpasto.

Ma, sull' argomento, io mi limito ad affermare la mia incompetenza. Io invoco a mia giustificazione il fatto che i vini sfuggono alla mia giurisdizione.

Perocché io sono un giornalista... astemio.

F. Giarelli.


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