Ars et Labor, 1906/N. 1/Murano e le sue vetrerie
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MURANO E LE SUE VETRERIE
La laguna è vivissima, se bene adagiata in un largo sopore. È vita impalpabile, vita d'anima, vita di sensazioni e di sentimenti.
Il vaporino, con gran rumore, fila via silenzioso. L'onda, percossa dalle eliche, sciacqua sonoramente — ma sul ponte tutti tacciono. Chi parla, mormora sommesso. L'acqua, fra i pali che segnano la via del fondo praticabile è cinerea, appena tinta di un riflesso cobalto — oltre i pali, ove il fondo quasi affiora, l'onda immota e quasi lattea. L'orizzonte è largo, segnato di nebbia nelle lontane isole. La luna si leva ad oriente, piena, rosea e par da sola tutto occupare il cielo. L'isola dei morti stende i muraglioni monotoni ed eguali, che sembrano voler salvaguardare da chi sa quale assalto del mare, il mistero dei trapassati.... Ancora un tratto largo di via, entro il largo silenzio lagunare, poi il vaporino fischia, l'acqua nel rinculo ribolle: si accosta: si scende sul pontile. Siamo a Venezia.
palazzo da mula, sul canal grande. Proprietà e sede della Compagnia Venezia-Murano.
Così si ritorna da Murano, la bella e industre cittadina, che è un'isola del dolce estuario: Murano, dal suo bel Canal Grande, dal suo snello ponte rialzato, dai suoi palazzi di stile, dalle sue vetrerie rinomatissime. Un lindo benessere domina l'ambiente: le case hanno fiori e negozi, le donne vanno e vengono pulitamente vestite, gli uomini son tutti al lavoro, i ragazzi numerosissimi, come ovunque in questa nostra prolifica Italia, giocano a frotte e non importunano il forestiere con quell'assalto di puerile implorazione all'elemosima — che sorprende ed angustia e disgusta a Burano, per esempio.
Qui, a Murano, l'industria è florida, il lavoro non manca. Donne ed uomini si impegnano nelle vetrerie, nelle conterie, nelle fabbriche di musaici. Le mercedi son buone, quasi generalmente regolate dal sistema del cottimo. Un buon operaio artista, può guadagnare dalle dodici alle quindici lire al giorno: le mercedi di cinque lire sono comuni, i garzoni e gli apprendisti possono guadagnare anche tre lire le donne egualmente, impiegate nelle fabbriche di conterie, guadagnano bene.... Ed ecco spiegato il perchè del benessere e del decoro di Murano e dei suoi abitanti. Chi cerca, altrove che nel lavoro, la ragione della prosperità di un paese, è un illuso o un imbroglione. La storia di questa isola, oggi sì linda ed attiva, non molti anni addietro povera ed abbandonata, è la più lampante dimostrazione di questo assunto.
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L'isola di Murano era abitata sino dai tempi romani; innanzi, dunque, che le isolette ove poi sorse Venezia, fossero invase dai primi fuggiaschi delle orde barbariche. Questa sua anzianità, creò a Murano diritti che la più giovane sorella, fatta poi grande e potente, riconobbe sempre. Nel quinto secolo, la popolazione della città era così accresciuta, che molte famiglia emigrarono alla capitale vicina. Salvo un breve periodo, dal 1171 al 1275, in cui fu aggregata a Venezia, Murano si resse sempre con propri statuti e proprie leggi civili e criminali. E fu appunto dopo che il maggior Consiglio di Venezia ebbe deciso di concentrare in Murano tutte le fabbriche di vetrerie — nel 1291 — che la prosperità grande di Murano incominciò.
Nei secoli XV e XVI la città contava ben trentamila abitanti, era ornata da diciassette chiese tutte monumentali, da palazzi splendidi, da giardini, accademie, ecc.
Principi e signori, d'Italia e dell'estero, si recavano a visitare la bella, ricca e laboriosa città — la quale, in onore dei suoi ospiti bandiva feste e cene, i vastissimi giardini dei palazzi patrizi risonavano di serenare e di liei ed intellettuali conversari.
Ma col decadere della potenza veneziana, anche Murano, così intimamente legata alla vita della grande sorella, decadde. D'altra parte l'invasione della malaria nella laguna, il progressivo deprezzare dell'industria vetraria, costrinsero i muranesi ad emigrare. Così, lentamente, la città si svuotò:
isola di murano: il canal grande.
i palazzi furono lasciati deserti, preda degli assalti del tempo; le chiede, troppo numerose ormai, furono abbattute; là, ove sorgevano i magnifici orti muranesi, vivi di fontane zampillanti e ricchi di piante esotiche, grato riparo alle discussioni accademiche, ai tornei poetici, abitati già da artisti, da pittori insigni, da noldonne e nobiluomini, si fecero desolate e povere oraglie, ove ancor oggi una magra vegetazione di cavoli e di insalate spadroneggia. Dei palazzi Grimani, Giustiniani Morosini, Corner, Pisani, Moro, Manin ed altri ancora, di dieci e dieci chiese e scuole, tutte ricche di capilavori di altissimo valore, marmi, quadri, arazzi, oreficerie, nulla più rimane, quasi neppur la memoria.
Dopo la caduta della Repubblica Veneta, la prosperità di Murano decadde per modo che alla prima metà del secolo XIX l'isola poteva considerarsi come perduta per l'industria e per il commercio. La sua popolazione, ridotta a meno di diecimila anime, viveva nella quasi miseria — e delle sua già floridissime vetrerie non rimanevano che poche fabbriche di canna, che continuavano il commercio delle margarite, e pochissimi operai isolati che mantenevano la secolare tradizione, lavorando qualche oggetto che vendevano agli antiquari — i quali, a lor volta, li gabellavano agli stranieri per oggetti antichi.
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Sembrava, giunta a questo estremo di decadimento, che Murano e la sua bella e lucrosa industria, non dovessero mai più risorgere. Per quella legge infallibile che lega la prosperità del lavoro alla stabilità politica, gli avvenimenti storici che turbarono Venezia, dalla caduta della Repubblica alla fine della dominazione austriaca, recarono la dispersione di ogni attività, il disamore ad ogni iniziativa; annichilirono le energie e le speranze di tanti nobili lavoratori muranesi che, di padre in figlio, per lunghe generazioni, costituenti una vera e propria aristocrazia intellettuale, operaia ed artistica, avevano tenuta vita e fiorente l'arte vetraria.
Nel 1866 l'avvocato Antonio Salviati, messe da banda le pandette e le conseguenti “braciole„ , si gettò corpo ed anima nella impresa di far risorgere le industrie muranesi. L'isola ancora aveva i discendenti di Beroviero, padre e figlio che nel XV secolo erano stati maestri insigni in foggiare nelle forme più artistiche ed eleganti il vetro soffiato; dei Miotti, dei Ballarin, dei Briati, tutti artefici gloriosi, inventori e perfezionatori dei musaici, delle avventurine, delle filigrane, fioriti tutti dal secolo XIII al secolo XVIII — i quali discendenti conservavano pienamente le tradizioni artistiche dei padri. I capitali necessari furono dal Salviati trovati in Inghilterra e Sir Austin Henry Layard, diplomatico, letterato, artista, archeologo, che amò Venezia come una seconda patria, donò tutta la sua autorità ed il suo appoggio al nuovo rifiorire, che prometteva il ritorno di un'era di attività e di benessere alla bella isola.
Ed infatti, col radunar dei denari, per incanto si rialzarono gli animi muranesi, i quali, se nelle tante peripezie avevano perduta la fiducia nei tempi, mai e poi mai avevano smarrita la fede nella bellezza, nella originalità, nella grazia della loro bella, originale, graziosissima arte.
Ora, Murano è risorta e, quel che più conta, progredisce di continuo.
isola di murano: rio de' vetrai.Scendendo dal vaporino, che unisce in un rapido e continuo scambio, Venezia a Murano, il visitatore comprende subito di trovarsi in un ambiente, ove il lavoro è legge e premio insieme.
Le fabbriche si seguono: Franchetti, fratelli Toso, Pauly e C.ia, Salviati-Jesurum, Venezia-Murano, Costantini-Valmarano, Società veneziana, ecc. E da tutto questo fervore di attività, ogni giorno quantità grande di prodotti — dagli umili a ricchissimi: dalle semplici boccette per l'inchiostro e fiale da farmacia, e perline da infilare, alle coppe, alle alzate, ai lampadari, alle cornici da specchi, ai servizi da tavola, gli uni più lussuosi ed ornamentali degli altri — prende la via di terra e di mare, per l'interno e soprattutto per l'estero.
isola di Murano: rio de' vetrai.
Il riflesso di questa vita di febbrile alacrità, che, in fumose officine, da forni ardenti, dalle mani di uomini scamiciati, trae a mille e mille le fragili, iridescenti, pallide, esili meraviglie del vetro — si ha a Venezia, ove ogni fabbrica, in grandi saloni di vecchi palazzi, tiene esposti alla vendita i suoi prodotti.
La più sontuosa di queste sedi è senza dubbio quella della Società Venezia-Murano, ch'io visitai in una bella giornata del passato e ancor prossimo autunno.
Non mai Venezia m'era parsa più bella, più maliosa. Avevo passato un'ora di perfetta solitudine nel più gaio, agitato, vibrante affollamento in piazza S. Marco. Fra le undici e il mezzogiorno, quando la giornata è serena ed un po' fresca — come in quel giorno — la folla cosmopolita, che è come la popolazione tipica della vaga città, si affolla in quella parte della piazza che il sole fu tutt'accesa e tutta tiepida.
Io impiegai quell'ora di tempo a fare il tragitto che corre, fra la chiesa di S. Marco e il lato opposto della Piazza: qualche centinaio di passi. Ad ogni tratto mi arrestavo, mi volgevo su me stessa, col naso in aria, con gli occhi curiosi e incantati, la bocca aperta e sorridente — in una espressione di beatitudine, che qualcuno magari avrà qualificato per idiota, ma che io voglio chiamare supremamente intelligente. Poichè, per esternare in modo così rappresentativo sui tratti della fisionomia, la gioia, l'incanto, la serenità, la stupefazione ammirata, sensazioni tutte che conferiscono all'anima quell'assenza di nervosità, di eccitamento, di preoccupazione che troppi gabellano per squisitezza di sensibilità e di intelletto — bisogna essere in grado di sapere profondamente analizzare l'ambiente ed acutamente studiarne le particolarità e gagliardamente sentirne ripercosse nell'anima le mille vibrazioni che i sensi ne ricevono.
Quella mattinata pura, dorata, azzurra, che il meraviglioso riquadro delle Procuratie e di S. Marco chiudeva come in cornice preziosa; quella folla lieta, signorile che ondeggiava curiosa e ciarliera sotto l'assalto svolazzante dei mille e mille colombi; quei gruppi di bimbi forestieri, dai capelli biondi di seta, con le gambe nude e le mani guantate, che tendevano i cartocci di granturco ai voraci assaltatori e ne ridevano e ne acclamavano con parole strane e sonore l'originale spettacolo — tutta quella bellezza, quella grazia, quella signorilità era unicamente fatta per la letizia del pensiero e del cuore.
Nessuna “preparazione psicologica„ migliore potevo io augurarmi per visitare la sede della Società Venezia-Murano, quel magnificao palazzo Da Mula il quale, nel più bel punto del Canal Grande, distende la sua scontrosa facciata, rehaussée — come dicono i francesi — di magnifici musaici, che nella chiarità meridiana, schizzano scintille e lumeggiano di colori vivi, come per entro un'icona bizantina. E veramente, quelle vaste sale, piene zeppe di cristalli d'ogni forma, d'ogni tinta, d'ogni sfumatura, sembrano serre ove tutta una flora fantastica schiuda le sue strane corolle, apra ed accartocci i suoi petali bizzarri.
nell'officina della compagnia venzia-murano.
Io non so quante sale visitai — ma furon molte. Né so ciò che vidi — a so che vidi di gran cose. Così, come lo sguardo si affatica in mirare lo scintillamento di un prisma che tutti accolga e rifranga i colori dello spettro solare, i miei occhi subirono il barbaglio delle accese tinti che ognuno di quei cristalli, come raggio di sole, rifrangeva.
L'affollare delle belle cose fu tale, anzi, ch'io, ora, non ricordo punto ciò che vidi: coppe e vasi e patere e boccie, e caraffe e bicchieri e alzate e portafiori e trionfi e lumiere e cornici e calici bensì vidi a mille: ma se dovessi dire, ora, qual cosa mi piacque di più e più mi colpì, di quel favoloso giardino, cristallizzato come per magia — io non saprei davvero.
Una cosa, sì, ricordo: una gran coppa di cristallo lievemente ambrato, aperta, spalancata come una immensa campanula rivolta al cielo, poggiante sopra un esile piedistallo. Chi mi guidava disse, mostrandomela: — Un bel soffio...
Ed io rimasi con quel “soffio„ impresso e allora mi distrassi e quasi non guardai altro, tutta preoccupata di quella parola, che dinanzi a me aveva suscitata la visione di un ciclope il quale per la bocca immane svesciasse fuori il vento degli immani polmoni. Un soffio!... Ma un soffio di tramontano doveva essere occorso a gonfiare, a gonfiare, a gonfiare la bolla immensa e pur sottile così che pareva sapone!
Nessuna cosa è infatti curiosa come la fabbricazione di questi “soffii„.
Visitate queste ricchissime sale di esposizione, alle quali italiani e forestieri recano il tributo della loro più o meno artistica, più o meno commerciale ammirazione, bisogna andare a Murano, all'isola produttrice, per vedere come, prodigiosamente,
laboratorio toso-borello. Vetri decorati.
da poca cosa, e da quasi rudimentali mezzi, si riesca a creare quelle meraviglie d'aria solidificata.
Un quarto d'ora — neppure — di vaporino e dieci centesimi di moneta, conducono a Murano.
E poichè qui è proprio il caso di parlare dell'imbarazzo della scelta, tante sono le vetrerie che si possono visitare, mi lasciai guidare senza neppur domandare a chi appartenesse quella, nella quale mettevo piede.
I modi di fabbricazione, de, resto, sono identici in tutte. Ed è veramente una sorpresa, per chi crede trovare chi sa quella armamentario complicato, riconoscere l'ambiente più semplice, più patriarcale, più, quasi, preadamitico.
Nel mezzo di uno stanzone fumoso, non precisamente inondato di luce, un gran forno circolare, forato di bocche che sembra debbano vomitar lava. Là dentro, in grandi mastelli di terra refrattaria, sta sciolto il vetro in vari colori. È una pasta vischiosa, incandescente anch'essa... Attorno, in manica di camica, con i volti accesi e sudati, armati tutti di lunghe canne di ferro, stanno gli operai... più in qua, più in là, rozzi scanni di legno a braccioli... Questo è tutto il fabbisogno dei creatori di vetri.
Mi fermo accanto ad un operaio che, in cima alla lunga canna, ha qualcosa di arroncigliato esposto al calore del forno. Non si capisce che cosa sia... stiamo a vedere.
Ecco: il vetraio estrae dalla buca infocata l'oggetto: rapido siede sullo scanno di legno, poggiando a traverso i bracciali la canna. Subito un compagno giunge, la cui canna ha pescato nella mastella e ne ha estratto un bioccolo di vetro liquido. I due non si dicon nulla: né quello seduto esprime un ordine, né quello in piedi formula una interrogazione.
nell'officina della compagnia venezia-murano.
Con una sollecitudine quasi meccanica l'uomo seduto volge d'ogni lato l'oggetto — che ora si vede essere una specie di corso causato — e l'uomo in piedi appiccica qua e là un po' della sua materia fusa che tra l'altro taglia con un colpo di forbice. Il compito di quegli non va oltre: l'operaio artista è quello seduto: con una semplice pinza di ferro, eccolo stiracchiare la nuova materia appiccicata, con una forbice la dentella, con la pinza daccapo la arriccia, la morsella, la sfrangetta... e così per tutti i pezzetti di vetro fuso, che il compagno ha depositato su quella specie di corno caudato. Là, là e là... in un baleno la metamorfosi è compiuta: ecco un delfino con le fauci spalancate, le pinne distese, la coda ritta, che ricacciato nel forno per l'ultima definitiva saldatura, poi messo a raffreddare lentamente, in una specie di gallerie che sovrasta il forno e se ne dilunga, andrà a finire sulla mensa di qualche elegante dama, perch'ella goda del profumo e della vista dei fiori raccolti nella gola del mostro.
lunetta.
Mosaico eseguito dalla Compagnia Venezia-Murano.
Con la stessa semplicità e rapidità, con la stessa penuria di arnesi, si costruiscono delle vere foreste di cristallo: quelle lumiere grandiose piene di fiori, di foglie, di viticci, di grappoli, di frutti che, dell'esser serbate in antico a regger unicamente candele, sono state adattate oggi a ricevere le serpentine fiammelle della luce elettrica.
Tutto si fabbrica così, semplicemente. Le boccie più sottili di cristallo, le coppe, i famosi “soffi„ non sono più complicati ad ottenersi. Qui, più che la genialità dell'operaio, occorre buon fiato ed abilità di mano.
lavoro in musaico.eseguito dalla Compagnia Venezia-Murano
La materia fusa, presa in cima alla canna, si gonfia come una bolla di sapone a furia di fiato, si fa roteare per aria, si arrotonda sopra una lastra di ferro, e tutto questo con atti solleciti, incessanti, perchè la materia fluida non abbia tempo di rassodarsi, prima di avere assunta la voluta forma.
Curioso è anche veder fabbricare i fili di vetro bucati, con i quali si faranno poi le margherite. Anche qui gli operai sono due: uno prende il vetro fuso, e lo soffia — e se le margherite dovranno risultar di più di un colore, fa rotolare la palla sopra una lastra, sulla quale sono stati disposti dei pezzi di vetro colorati. Ricuoce un po' il suo pastone, sempre attaccato in cima alla canna, vi risoffia dentro ancora e allora l'altro operaio, con un arnese di ferro, fora il centro del composto e senza lasciar presa corre al lato opporso della fucina: la pasta si assottiglia, si distende, si allunga sinché, raggiunta la sottigliezza voluta, i due depongono in terra il loro prolisso maccherone. Il quale poi, con macchine apposite, verrà tagliato in piccole perline. Naturalmente, tutto ciò che si fa nelle vetrerie di Murano non è limitato a questa breve descrizione. Occorrerebbe un libro, non già un semplice articolo, a numerare le varie officine di spianatura, di arrotatura, ecc.; i riparti ove, con l'aiuto di stampi vengono fabbricati bottiglie, piattini, bicchieri, tutti gli oggetti di vetro d'uso comune.
Ma, per quanto interessanti, non son codesti i laboratori ove il visitatore si arresti più incuriosito. Quello che sorprende, che colpisce, che attrae è la parte artistica di questa industria vetraria, sono i forni ove semplici operai, senz'altra guida che il loro estro, il loro gusto e l'esperienza acquistata, con una forbice ed una pinza per tutto armamentario, creano, lì per lì, con rapidità prodigiosa, dei veri capolavori di grazia, esilità, intonati alle più tenue delicate sfumature.
Eppure, la genialità e la valentia degli artisti muranesi non si arresta qui. Quei nitidi cristalli, quelle coppe, soprattutto quei vasi, nei quali sembra sia materiata la liquida trasparenza dell'acqua, non son parsi ancora sufficientemente vaghi. Si volle renderli sontuosi, degni di portare alle labbra di un dio il nettare elisio, di serbar freschi i fiori del paradiso terrestre.
Visitando il laboratorio Toso-Borella non si può che pensare un simile proposito — tanto è, starei per dire, l'accanimento artistico col quale viene arricchito ed abbellito il semplice vetro.
La morte ha testè rapito Francesco Toso-Borella, che fu artista eccezionale sotto ogni aspetto. A lui si deve se l'arte del grafito in oro e delle decorazioni in smalti risorse e si affermò gloriosamente. Ora, a capo del laboratorio e suo successore, è il figlio Vittorio Toso-Borella — il quale, giovanissimo ancora, è già ben innanzi nella via percorsa con tanta gloria del padre. Così, come in tutta Murano — ove abbandonano le dinastie che chiamerò vetraie — anche questa è una famiglia a tradizioni dinastiche.
Infatti, nel laboratorio, accanto al giovane capo, lavorano abilissime le sorelle — ed è meraviglia vedere questa bella fraternità d'arte e d'affetto, unita alla venerazione del padre insigne, e nel nobile intento di continuarne la nobilissima fama.
la coppa di s. marco Riproduzione Toso-Borella
Nello studio Toso-Borella ho ammirato veri gioielli artistici, fra i quali la cosidetta “coppa di S. Marco„, riproduzione di quella che fu trovata infranta nelle fondamenta del campanile; graffiti finissimi, smalti condotti con una bellezza di disegno ed un buon gusto di tinte e di insieme tale, da rendere il semplice oggetto vetro prezioso al pari della tazza murrina, donata da Silla alla sposa Valeria, tazza che valeva dai 30 ai 40 milioni di sesterzi, vale a dire dai 7 ai 10 milioni di lire italiane!
Ma se si voglia vedere come l'industria moderna tarpi le ali ai voli della opulenza romana, bisogna andare al Museo, ove, accanto a molte murrine moderne, belle quanto le antiche — ed assai assai a più buon mercato! — si ammira, in uno sguardo solo, tutta la storia gloriosa dell'industria muranese. Il Museo è posto al palazzo Giustinian, che è anche sede del Municipio. È di stile barocco, ma elegante e simpatico. La bella sala delle sedute consigliari ha un affresco, che copre tutto il soffitto, raffigurante la Gloria di S. Lorenzo Giustiniani, opera lodatissima di Francesco Zugno. Sulle pareti spiccano magnifici e giganteschi specchi originali di Murano ed alcuni arazzi famosi, probabilmente eseguiti su cartoni di Luigi Vivarini, il vecchio. Inoltre la sala è adornata di grandi quadri in musaico, rappresentanti i ritratti di Vittorio Emanuele II, di Garibaldi e di Cavour — di Dante Alighieri e dei benemeriti Vincenzo Zanetti, Antonio Colleoni e Antonio Salviati, a cui i muranesi debbono il risorgimento della loro tradizionale industria.
vetri decorati Laboratorio Toso-Borella.
Nelle sale occupate dal Museo è esposta la più ricca, più completa e più curiosa raccolta di vetri che vanta l'Europa. Da vetrina a vetrina, si può seguire tutta la storia dell'arte vetraia, dall'antica Fenicia ai giorni nostri. E si osservano i vetri di Sidone, dell'Egitto, della Grecia; le coppe dei Beroviero, le filigrane del Briati, le avventurine del Bigaglia, i vetri murrini di Vincenzo Moretti, i grafiti, veri miracoli d'arte ornamentale, di Francesco Toso-Borella, e tutta una serie di lavori moderni, dovuti all'abilità dei valorosi discendenti di questa schiatta di lavoratori artisti.
Già come un tempo, quando la fama di Murano correva il mondo e non v'era mensa di sovrano e di patrizio, salotto di dama, che non fosse arricchito dei suoi miserabili vetri; quando Enrico III di Francia in visita a Venezia, stupefatto dalla bellezza dei lavori eseguiti sotto i suoi occhi, conferiva la nobiltà ai principali maestri muranesi; quando il Senato veneto, pur così severo verso i nobili che contraessero nozze con plebee, decretava che un patrizio sposato con la figlia di un vetraio di Murano non perdesse alcun diritto, ma i figli e la sposa conservassero ed acquistassero la medesima nobiltà; ora, dopo un non lunghissimo ma doloroso periodo di immiserimento e di decadenza l'arte vetraia riscintilla e la rinomanza di Murano varca i confini d'Italia e d'Europa.
Gli stranieri amano queste fragili bellezze iridescenti che, nella quasi impalpabile materia, sembrano racchiudere l'oro del sole italico, l'azzurro del suo cielo, l'opale della laguna veneta, il roseo dell'alba, quando il giorno si leva dall'Adriatico. E questo amore, provvido alla bella laboriosa, alimenta quell'invidiabile commercio che le ha ridato il benessere della vita e che ha fatto risorgere, dalle sue ceneri, la fiamma della fede nella sua nobile arte.
- Testi in cui è citato Antonio Salviati
- Testi in cui è citato Francesco Zugno
- Testi in cui è citato Alvise Vivarini
- Testi in cui è citato Vittorio Emanuele II di Savoia
- Testi in cui è citato Giuseppe Garibaldi
- Testi in cui è citato Camillo Benso, conte di Cavour
- Testi in cui è citato Dante Alighieri
- Testi in cui è citato Vincenzo Zanetti
- Testi in cui è citato Antonio Colleoni
- Testi in cui è citato Paola Grosson
- Testi SAL 100%