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Ars et Labor, 1906/N. 2/Lettere e arti

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N. 2 - Il dottore Teodoro Bänziger di Zurigo N. 2 - Proiezioni
[p. 130 modifica]Immagine dal testo cartaceo

LETTERE E ARTI


Colle Gigliato! — Giuseppe Sacconi, il triumvirato del monumento a V. E., e il Gran Maestro dell'Arte italiana — Severino FerrariGiosuè Carducci ed il premio Nöbel — Mistral e Shelley — La Casa del Carducci — Le prose scelte di G. D'Annunzio — Il Santo di A. Fogazzaro — Il concorso drammatico di Eleonora Duse — Il Teatro Stabile dell'Argentina a Roma — Shakespearee Brieux — Leonardo Bistolfi, un concorso e l'Accademia trionfante — I furti di opere antiche, e l'avventura di una Madonna — Vittorio Carpaccio — La Medusa di Leonardo

Immagine dal testo cartaceoArchitetto Giuseppe Sacconi Colle Gigliato! Avete mai veduto il triste rifugio dal così dolce nome, nel discendere l'Appennino in ferrovia verso il fertile piano di Toscana? La strada ha ormai lasciate le alte selve di castagni, ha attraversate le lunghe gallerie, e si volge alla città di Cino fra poggetti ricchi di viti e di ulivi, sparsi di casette e di ville con spalliere di rose e filari di cipressi. Uno di quei poggi, e dei più ridenti, è un asilo per coloro la cui ragione si è oscurata o il cui pensiero vaga in regioni che noi non conosciamo. Sono usciti di là in questi ultimi mesi per l'eterno riposo due nobilissimi ingegni, il maggiore architetto e uno dei migliori poeti dell'Italia odierna: Giuseppe Sacconi e Severino Ferrari.

Giovanni Pascoli, facendo il 9 gennaio l'elogio di Giosuè Carducci nell'Aula Magna dello Studio di Bologna, lo definì il poeta della terza Italia, come Virgilio era stato della prima e Dante della seconda. Orbene, Giuseppe Sacconi, l'autore del monumento al re Liberatore, merita di essere chiamato l'architetto di quella medesima terza Italia che oggi si dibatte tra il desiderio della grandezza e la stupidità della burocrazia e la corruzione dei governi. Non appena il Sacconi è scomparso, ecco la burocrazia e la massoneria correre all'assalto come uccelli da preda: accendersi intorno alla grande opera incompiuta mille inconfessabili speranze e mille ambizioni. Immagine dal testo cartaceoIo credo che non vi sia stato architetto caro alla burocrazia e al Grande (perchè grande?) Oriente, il quale non si sia sentito degno della successione. L'improntitudine è una delle caratteristiche più comuni della natura umana. Il Governo, cioè l'insieme di coloro che di regola governano meno di quello che siano essi governati dalle clientele, è stato qualche tempo irresoluto: poi, quando finalmente ha creduto bene di dare al grande costruttore morto un continuatore, ha nominato.... una Commissione. [p. 131 modifica]Questo delle Commissioni è uno dei mali cronici che affliggono oggi la vita italiana. Noi andiamo avanti a forza di commissari irresponsabili e però bene spesso incoscienti. Dunque il Governo, e per esso l'allora ministro Ferraris e per esso l'oggi grandoriente Ferrari, ha pensato che una sola persona non poteva bastare al gravissimo peso. Non solamente: ma nominando un solo, si scontentavano troppi.... E così è uscito fuori il famoso triumvirato Koch, Piacentini, Manfredi. Ombe trinum.... con quel che segue. Il Ministro credette di aver fatto cosa perfetta. Nominando il solo Piacentini, sarebbero stati scontenti il Manfredi e il Koch; nominando il solo Koch.... ecc. I contenti così erano tre. ma vi era anche qualcuno a cui seccava non aver avuto la sua parte al marmoreo banchetto.... Ed ecco aggiungersi ai tre archetti un “consulente per la scultura„: ed ecco Ettore Ferrari divenire non solo gran maestro della massoneria ma anche della scultura nazionale. Ora è inutile ch'io vi stia a riassumere le polemiche ardentissime destate da coteste nomine e vi parli di certe dimissioni nobilissime di Camillo Boito e di certe spagnolesche risposte del grande consultore. I giornali quotidiani ne sono stati pieni per alcuni giorni, benchè oggi nessuno quasi ne parli più. Quei signori resteranno tranquillamente ai loro posti, e nessuno penserà più a farneli sloggiare. Tutto andrà per il meglio o per il peggio, e i nostri bisnipoti vedranno forse in vetta al Campidoglio splendere nel sole il bronzo del Gran Re. Noi abbiamo l'animo ardente e la memoria labile.


Immagine dal testo cartaceoIl monumento a Vittorio Emanuele II ideato dall'architetto Sacconi

La morte dell'altro doloroso ospite di Colle Gigliato ha destato meno clamore. Ciò è anche naturale, perchè egli era men grande, e perchè generalmente in Italia i poeti non hanno fortuna. Lo sa il povero Domenico Milelli, morto anch'egli lo scorso dicembre a Palermo; morto in miseria dopo aver tanto e spesso nobilmente cantato! Severino Ferrari non conobbe la tristezza della miseria, ed anzi dal Liceo era passato presto e meritatamente all'Università; e, se fosse vissuto, sarebbe certamente stato il successore del grande Giosuè. Ma anch'egli non fu molto fortunato; e veramente anche questa morte precoce a quarantanove anni è stata l'ultima delle sue sfortune. Un altro poeta, e dei migliori, Giovanni Marradi, ha sintetizzato mirabilmente in poche parole l'arte poetica di colui che dal nativo Alberino (un villaggio fluviale sperduto su gli argini del Reno presso Molinella, la terra delle risaie) era salito alla città dotta e grassa con il cuore pieno di canzoni: “Questo poeta ha portato alla nostra, ma sua: la nota degli affetti domestici, che fa di lui il legittimo precursore di Pascoli. Nell'elocuzione poetica è spesso un po' troppo stentato, ed è un [p. 132 modifica]po' duro e un po' aspro, generalmente parlando, il suo verso. Ma, in compenso, quanta ricchezza di lingua viva e di metri antichi, da lui rinnovati felicemente ne' suoi Bordatini! E che dignità di pensiero e di vita in tutta quell'arte un po' rude, che è specchio d'un'alta coscienza e d'un cuore gagliardo e gentile!„

Severino Ferrari era il discepolo prediletto del Carducci; e dicono che quella morte sia stata per il vecchio poeta un fiero colpo. E certo egli deve aver pianto silenziosamente nel suo grande studio fra i molti libri, in quella Immagine dal testo cartaceoSeverino Ferrari casetta solitaria che la regina Margherita ha comperata per lui, dopo avergli già acquistata la ricca biblioteca. Dicevo sopra che generalmente i poeti in Italia non hanno fortuna. A dire il vero, la fama del Carducci è oggi così universalmente riconosciuta e acclamata; ed egli ha avuto dal popolo, dal parlamento, da augusti personaggi prove così evidenti e tangibili di devozione e di affetto, che si può davvero dire che oramai la dea dal volto bendato sia venuta a bussare alla porta del cantore della bellezza antica e dei novelli eroi. É giunta molto tardi, quand'egli aveva terminata la sua aspra fatica e la sua battaglia diuturna. Ma insomma, è venuta. E lasciamo pure che i barbassori della Accademia delle Scienze di Stoccolma si ostinino a non volergli conferire il premio Nöbel. L'hanno invece dato al Sienkiewicz, l'autore di quel Quo Vadis che in Italia è stato letto perfino dagli analfabeti. Io non voglio ora infierir troppo contro quegli stecchiti e gelidi norvegesi, nè voglio istituire confronti tra il commercialissimo romanziere e l'austerissimo poeta. Voglio solo notare un fatto singolare. La premiazione del Sienkiewiczè stata accolta in Italia con mille censure e con qualche improperio contro il poveretto. Ma noi non abbiamo pensato che la colpa era in gran parte nostra: in quel paese del mondo è stato più letto e ammirato Enrico Sienkiewicz? I nostri editori si sono dati per qualche anno a stampar furiosamente le novelle e i romanzi di quel polacco Chzarnowski della letteratura: le nostre riviste, così parche con gli autori nazionali, gli hanno spalancate le porte e hanno stampate lunghe e frequenti disquisizioni su lui e su l'opera sua. Noi gli abbiamo quasi conferita la cittadinanza italiana, e quasi abbiamo collocata la sua statua al Campisoglio. Del Quo Vadis noi abbiamo smaltito in due o tre anni più di mezzo milioni di copie: e le più semplici novelline di quel fecondissimo autore ci parevano perfetti capolavori. Altro che quelle oscure e aspre Odi Barbare in cui la gente per bene non capisce un cavolo! E oggi ci meravigliamo che il premo Nöbel sia andato al Sienkiewiczpiuttosto che al Carducci, e anzi protestiamo con altre strida. Di chi la colpa?

Il premio Nöbel mi fa venire in mente il nome di un altro premiato di due anni or sono; e veramente grande, quello, e degnissimo di premio: Federico Mistral. Immagine dal testo cartaceoFrédéric MistralMe ne ricordo, perchè proprio in questi giorni ho terminato di leggere la bella versione che del poema di Mirèio, cioè Mirella, ha pubblicato Mario Chini. Il Mistral è il poeta e l'eroe della causa dei Félibres. Che cosa è il Félibrige? Egli e i suoi amici, come afferma autorevolmente il Pavolini nella prefazione al volume [p. 133 modifica]chiniano, volevano “far rifiorire la lingua e la poesia provenzale, render loro fra le letterature moderne l'altezza che ebbero nell'erà dei trovatori; stabilire l'indipendenza, linguistica e letteraria, dalla comune patria francese, tornando la Lenga d'O ad avere un valore ed un significato proprio di fronte alla lingua d'oui„. Così, per opera del Mistral e dei suoi amici, la bella lingua armoniosa che suonò su la bocca dei trovatori e delle dame nelle corti d'amore e, per bocca di Arnaldo Daniello, è tornata a dignità di lingua letteraria ed ha creato uno dei più puri capolavori della poesia moderna. “Umble escoulan dóu grand Oumèro, umile scolaro del grande Omero„ si chiama il Mistral nella prima strofa del poema. Umile sì, ma grande. Mirella è degna sorella di Nausicaa; e tutta l'anima greco latina della Provenza vive nelle strofe del poeta. “É un paese fatto libro„ disse di Mirèio il Lamartine. Immagine dal testo cartaceoRecente ritratto di Giosuè Carducci. Da un quadro del prof. G. Tivoli In questi ultimi tempi sono venute in luce, ben tradotte da Roberto Ascoli, molte delle più belle poesie di Shelley, il cuor dei cuori: e, più recentemente, il Mazzoni e il Pavolini hanno pubblicato un grosso ed eccellente manuale di Letterature Straniere. Ora io non ne parlo a fine di critica o di richiamo: ma perchè questo rifiorire e di buone traduzioni da grandi poeti e da grandi letterature è un ottimo indizio di serietà e di rinnovamento. Ma probabilmente, i lettori italiani non si precipiteranno su queste belle traduzioni con quello stesso ardore con il quale si precipitarono sopra i romani del Sinkiewicz, il premiato di quest'anno. Comunque, il tempo dei trionfi del Fiacre n.o 13 sono già lontani, e sono ormai confinati nelle appendici dei giornali di provincia. Oggi il gusto è migliorato assai: ed altri sono i trionfatori.

Immagine dal testo cartaceoLa casa di Giosuè Carducci. Fot. prof. G. Tivoli Mentre scrivo queste linee, letto nei giornali il 12 gennaio S. E. il ministro Malvezzi è venuto a Bologna per rappresentare la Regina Madre nell'acquisto della casa abitata da Giosuè Carducci. Tutti i bolognesi conoscono quella casa dove da oltre vent'anni il poeta studia e lavora e dove ora riposa, dopo aver creati molti capolavori. É una di quelle curiose case bolognesi costruite sui bastioni delle mura che ora si vanno atterrando. Da una parte, esse riposano sul piano del bastione che discende lentamente: dall'altra esse discendono giù a piccolo su le mura, fino alla fossa che un [p. 134 modifica]tempo servì di difesa e che ora è vedova di armigieri e d'acqua. La casa del Carducci guarda da tre parti su giardini ed orti; dall'altra, lo sguardo si spinge liberamente lontano nella bella pianura che, chiusa dal grande arco del Reno, declina lentamente verso il Po. Laggiù, laggiù.... sono le terre e le risaie di Molinella, dove il povero Severino cominciò ad amare il canto.... Le finestre dello studio del poeta guardano sul piano pieno di sole, ricco di grani ondeggianti e di viti. Salve, magna parens frugum....! Quante volte alla bocca del poeta sarà assalita, guardandolo, la lauda vergiliana? Ora egli riposa tranquillo e pieno di gloria, fra i manoscritti e i libri diletti. Le sue poesie non sono tali da poter divenire popolari; ma non vi è ormai persona colta in italia, la quale non possieda e non legga le sue poesie e le sue prose scelte, ove vive tanta storia e tanto pensiero e tanta bellezza della nostra gente. Immagine dal testo cartaceogabriele d'annunzio. Intanto un discepolo che è già grande, Gabriele d'Annunzio, pensa anch'egli a cominciare la raccolta delle sue Opera omnia, cioè delle opere complete, come dicono oggi barbaramente gli editori e i librai. Insieme con le Elegie romane, un libro sacro alla grandezza e all'amore, un libro che da molti anni non era più stato ristampato ed era perciò conosciuto da pochi, sono venute in luce le sue prose scelte. A quando le poesie scelte? O forse il D'Annunzio crede l'opera sua di prosatore più utile, se non migliore, di quella di poeta? “Concorrere efficacemente a costituire in Italia la prosa narrativa e descrittiva moderna: ecco la mia ambizione più tenace„. Cos'egli scriveva molti anni or sono, preludiando al Trionfo della Morte. La prosa critica, erudita, oratoria era già stata costituita mirabilmente dal Maestro; mancava quella narrativa e descrittiva: e non si può dire che il discepolo sia venuto meno al suo intendimento. Egli anzi lo afferma altamente per bocca dei suoi editori: “Crediamo di non errare stimando che questo libro, da noi offerto ai candidi amici delle buone lettere, valga a dar la giusta misura di una fatica che finchè un qualche gergo barbarico non sarà sostituito al sacro idioma di Dante, non sembrerà vana„. Certo l'ambizione dello scrittore è grande quanto la sua fatica. I posteri daranno il giudizio definitivo: giudizio che oggi “è tuttora intorbidato dalle passioni„. Immagine dal testo cartaceoantonio fogazzaro Ma la grande novità libraria di questi ultimi tempi, più che l'antologia dannunziana che non ha naturalmente il pregio della novità, è stato un romanzo psicologico e religioso che i lettori italiani si sono disputato con tale accanimento da farne smaltire in poco tempo molte migliaia di copie. Segno che tutto ciò che ha attinenza con la religione ha ancora virtù di scuotere gli animi e di allargare le borse. Voi intendere ch'io voglio parlare del Santo di Antonio Fogazzaro, di colui che con il D'Annunzio divide l'ammirazione degli italiani che amano i romanzi. Gli ammiratori del primo non sono certo quelli del secondo, benchè vi sieno persone in buona [p. 135 modifica]fede che li amano egualmente ambedue. Ma i due artisti, pur essendo ambedue grandi, sono così diversi l'uno dall'altro, che s'intende facilmente come gli innamorati dall'uno non vedano l'altro con molto piacere. Il D'Annunzio è classico e pagano, non ama il Cristo e rievoca gli antichi miti ellenici pieni di voluttà e si sangue. Le sue scene e i suoi romanzi sono pervasi da un fiume di sensualità e di piacere che lo stile armonioso, sonoro, cadenzato, seconda in modo mirabile. E la sua morale è assai lontana dalla morale comune, e ignora la rinuncia e il sacrificio. All'incontro il Fogazzaro disdegna il culto della pura lingua e della bella forma, almeno intendendo queste parole e questi epiteti nel senso che si dà loro comunemente. Egli è spesso aspro e contorto, con modi che hanno meno della lingua che del dialetto: spesso anzi, egli fa parlare in dialetto alcuni de' suoi personaggi. “Per mantenere in mezzo a tante difformazioni e corruzioni il culto della Lingua...„ Queste parole e questo intento delle prose dannunziane non sono certo comuni all'autore del Santo. Il quale poi non è classico ma cristianissmo: non è pagano ma mistico: non rifugge dal rappresentare la passione del senso; ma, o la idealizza, o fa sì che più forte della tentazione sia il dovere. I suoi eroi si accostano sì al peccato: ma se ne ritraggono per tempo; e tout est bien ce qui finit bien.... Ma per venire al Santo, diremo che da qualche tempo pochi libri avevano destata come questo tanta copia di polemiche. Polemiche destate non tanto nel campo avverso dei paganeggianti e dei liberi pensatori, quando in quello degli stessi amici del romanziere. Pare che a molti le idee religiose dell'autore (notate he il suo libro spesso è più discussione che narrazione) siano sembrate poco ortodosse, o almeno tali da dover essere sottoposte ad un ponderato esame. Ahimè! Io non vorrei vedere questo nuovissimo Santo messo all'indice e sconfessato dai suoi compagni se non di santità almeno di fede....

Vi è indubbiamente in tutta la nostra vita un risveglio che il fisco, la burocrazia, la corruzione non riescono ad opprimere: e gli effetti di quel risveglio si avvertono chiaramente anche nell'arte e nella letteratura. Vi ho parlato più sopra di romanzieri e di poeti; ma anche gli scrittori di teatro non sono da meno dei loro confratelli. I loro trionfi si vanno facendo di giorno in giorno più frequenti e più clamorosi; e qualcuno, come Alfredo Testoni con il Quieto vivere e il Cardinal Lambertini, ne ottiene perfino due per volta. Novità francesi si continuano ad importare e rappresentare: ma, sia per la qualità scadente della merce, sia perchè il pubblico vuole ormai favorire gli autori nazionali, i loro successi sono meno grandi e meno duraturi. Immagine dal testo cartaceoalfredo testoni. La stessa Eleonora Duse ha dichiarato di volere in ogni modo favorire il repertorio italiano e i nostri scrittori; ed insieme con la direzione della Stampa di Torino ha indetto un grande concorso drammatico con ricchi premi, ed ha eletto una giuria che è serissimo affidamento di senno ed imparzialità. Ma io non ho nessuna fede nei concorsi, e quasi mi dolgo che il successo della Cavalleria li abbia fatti salire tanto in onore. E dubito assai che anche quei ricchi premi e quelle magnifiche promesse riescano a far scoprire il genio ignoto Io ho molta maggior fede in un altro tentativo; il quale ha anche il merito di costare denaro, tempo, fatica molto più di qualsiasi concorso. Voglio parlare di quel Teatro Stabili che il Municipio di Roma, Eduardo Boutet e Ferruccio Garavaglia sono riusciti a far sorgere nel teatro Argentina. Il Municipio, per opera e volere del conte di San Martino, ha dato parte del danaro occorrente; un'altra somma cospicua ha dato la Società romana degli Autori; molti privati hanno concorso con gli abbonamenti. Eduardo Boutet, il critico valoroso e onesto, è il direttore: Ferruccio Garavaglia è il capo attore. Sono due volontà energiche che insieme faranno bene: paziente e tenace il primo, impetuoso e vivace il secondo; ma si tempereranno l'uno con l'altro e faranno cose belle. Gli inizi non potevano essere più splendidi. Non si è cominciato, a dire il vero, con una novità italiana, bensì inglese; ma l'autore scelto era uno di quei poetucoli che non hanno diritto ad essere più inglesi che italiani perchè sono di tutti.... Insomma, il poeta era Guglielmo Shakespeare, e la sua.... novità era il [p. 136 modifica]Giulio Cesare. Io ve ne parlo così ironicamente, perchè l'appunto è stato fatto sul serio da alcuni critici illuminati.... io penso invece che in Roma non si poteva cominciar meglio che con quel grande dramma in cui è celebrata così meravigliosamente la grandezza del maggiore eroe romani, del terribile conquistatore di popoli ed eversore d'imperi. Dramma, benché scritto da un inglese, ricavato dalle antiche memorie e tutto romano nostro. Ricordate la subdola ed eloquente orazione di Antonio sul cadavere di Cesare, al cospetto del popolo atterrito e a poco a poco fremente ed urlante? Se non la conoscente, leggetela. É una delle più belle cose che siano mai uscite da penna umana. E poi, questi spettacoli hanno una virtù educativa molto maggiore di quella dei nostri drammetti lagrimosi e borghesi; appartengano pure anch'essi a quello che in Francia si chiama Thèâtre d'idèes. Io ho sentito in questi giorni gli Avariati di Brieux. Non nego la generosità dell'intento: nego l'efficacia educativa del dramma. Il quale è tutto fuorchè un'opera d'arte; e gli uomini continueranno ad.... avariarsi lo stesso. Immagine dal testo cartaceoELEONORA DUSE. Foto Nunez Vais Firenze

A proposito di burocrazia e di accademia, è accaduto nello scorso dicembre un caso curioso ad uno dei nostri più illustri scultori. Era rimasta vacante la cattedra di scultura nella Accademia di Belle (?) Arti di Torino, ed era stato indetto il concorso per la successione. Al concorso parteciparono fra gli altri Cesare Zocchi e, reluttante ma spintovi dagli amici, Leonardo Bistolfi. I confronti sono sempre odiosi: ma che cosa altro è un concorso, se non un confronto legalizzato e burocratizzato? Ora lo Zocchi è senza dubbio un artista pregevole; ma è certo che l'opera del Bistolfi ha importanza molto maggiore della sua. Il primo è uno che cammina con la tradizione: il secondo è tale che nell'arte della scultura ha saputo dire una nuova parola. Il primo, anche insegnando dalla cattedra di Torino, sarà sempre un discepolo; il secondo, anche senza alcun insegnamento ufficiale, è già un maestro ed ha d'altra parte gran numero di discepoli in tutta Italia. Orbene, la Commissione governativa ha creduto bene di classificare Leonardo Bistolfi dopo Cesare Zocchi.

Io non voglio far credere di intendermene di più di quegli illustri accademici decorati e posso anche ammettere con loro che quel giudizio sia giusto. [p. 137 modifica]Ma le ragioni per le quali esso è stato pronunciato, meritano di essere conosciute perchè sono veramente graziose. Io consiglio gli artisti che vogliono far carriera a ricordarle e a tenerne conto in modo particolare.

Immagine dal testo cartaceoLeonardo Bistolfi. Quei signori hanno voluto fare una distinzione curiosa fra l'artista e il maestro, e hanno affermato che si può essere eccellenti artisti e pessimi maestri, e all'incontro mediocri artisti e maestri eccellenti. Ora è ben vero che nessun maestro insegnerà mai in iscuola a divenire grandi scultori o grandi peti; e però io penso che sarebbe meglio chiudere le Accademia e mandare i professori in esilio. Quei signori all'incontro hanno stimato che le Accademia sono utili e necessarie: dacché in esse si deve apprendere non l'arte ma la tecnica, non la creazione ma il mestiere. Ci vuole — essi hanno detto all'incirca — uno che sappia insegnare come si modella una mano o una gamba: e le figure spirituali od evanescenti del Bistolfi hanno le mani e le gambe un poì diverse dai calchi in gesso che si ammirano nelle pareti delle scuole... — Ora tutto ciò è solamente miserevole e meschino. Il maestro di una Accademia non deve dunque curarsi d'altro che d'insegnare ai giovani assetati d'ideale come si modella un qualsiasi membro dell'uomo, come si copia nella creta la brutta natura o la bella accademia. Per tutto il resto le scuole non ci debbono entrare. Le Accademia non sono per gli scultori, ma per gli scalpellini. E allora sopprimiamo le Accademia ed anche i concorsi...

Un tempo l'Italia era la patria degli artisti. Poi, cessata la gloria, restarono le memorie: e anzi memorie fatte non solo di parole, ma anche di opere. Non vi è infatti in tutto il mondo un paese che più dell'Italia sia ricco di opere d'arte. Senonchè questi quadri e queste sculture a poco a poco abbandonano il paese e vanno in cerca di più freddi climi. I mecenati italiani son pochi: lo Stato è povero e non può fare la concorrenza ai Morgan e ai Carnegie. Le opere passano le Alpi, e non ritornano più. Vi sono, è vero, pitture e sculture che la legge proibisce di vendere e comunque di esportare; ma nulla è più facile che eludere le leggi. Se un quadro è tale che si può vendere in Italia ma non si può esportare, l'abile antiquario lo inquadra in una cornice moderna: e la pittura passa così tranquillamente al confine. E poi, ci sono le casse a doppio fondo, ed altri simili giochi innocenti. Se poi il quadro o la scultura sono tali che non si possono rimuovere dal luogo — chiesa, piazza, palazzo — in cui sono collocate, allora si ricorre ad un espediente comodo, per quanto pericoloso: si rubano e si imballano per l'estero. Pericoloso, ho detto: ma non troppo. Immagine dal testo cartaceola madonna col bambino gesù. di Lippo Memmi La nostra Polizia non ama le arti. Essa sarà tutta sossopra se le denuncerete il furto di un portafogli con entrovi venti franchi: si commuoverà molto meno se si sarà rubato un quadro del Botticelli. E così l'industria dei ladri di oggetti antichi prospera e cresce; e in queste ultime settimana i furti sono stati tali e tanti, che i giornali d'ogni parte si sono levati a gridare contro la colpevole inerzia del Governo [p. 138 modifica]Immagine dal testo cartaceoil palazzo del re enco (bologna) prima del restauro di Alfonso Bubbiani. che lascia incustoditi i suoi capolavori. Ma io credo che i ladri continueranno a fare buoni affari. Un caso curioso è accaduto recentemente a Siena. Nella chiesa di S. Clemente ai Servi c'è una deliziosa tavola, una Madonna di Lippo Memmi. Orbene, il 19 dicembre scorso, di pieno giorno, la tavola fu portata via dalla chiesa: e sarebbe certo andata all'estero, se tutta la città non si fosse commossa, per amore dell'arte e anche per devozione all'antica immagine. A Siena vi è una Società di Amici di Monumenti. Orbene, costoro fecero stampare una fototipia della Madonna, e la diffusero per la città con opportune istruzioni. Insomma i ladri videro che la partita era perduta, e abbandonarono la preda. Immagine dal testo cartaceoil palazzo del re enzo (bologna) dopo il restauro di Alfonso Rubbiani. Così la tavola del Memmi tornò al suo posto, per la delizia dei devoti e degli studiosi. Il caso meritava davvero di essere segnalato. Ma per una tavola che ritorna ne partono cento...

Gli amici dei Monumenti sono benemeriti a Siena e in altre città. Poichè le pubbliche amministrazioni non provvedono abbastanza al decoro e alla tutela degli oggetti d'arte, è bene che i privati si muovano un poco per conto loro. Una delle più operose fra le società private che s'occupano d'arte

Immagine dal testo cartaceo“la testa di medusa„ di Leonardo da Vinci. (R. Galleria degli Uffizi, Firenze). [p. 139 modifica]Immagine dal testo cartaceouna visione di s. orsola di V. Carpaccio (R. Accademia di Belle Arti, Venezia). pubblica, è il “Comitato per Bologna storico-artistica„; del quale Alfonso Rubbiani è l'anima e il consigliere prezioso. ne fanno parte non molte ma egregie persone, le quali, con i loro contributi, con la loro propaganda, con la gratuita opera loro, con l'aiuto del Municipio e dei proprietari di case, attendono da qualche anno a restaurare e a ripristinare nell'antica forma le belle architetture bolognesi rovinate dai guasti e dalla calce. Così la rozza città riprende a poco a poco il suo aspetto caratteristico, con le sue case di mattoni, e i portici e le finestre ogivali o tonde ornate di ghiere di terracotta.

Uno dei restauri più grandiosi e più recenti è stato quello dell'antico palazzo del Comune, dove re Enzo sospirò prigioniero per tanti anni, dopo Fossalta.

Da pochi giorni, dove prima erano grandi e turpi finestroni in pareti mezzo rovinate, ora è un grazioso e severo edificio merlato, con le belle trifore che le barbarie aveva chiuse e murate per sempre.

Immagine dal testo cartaceosan giorgio che uccide il drago. di V. Carpaccio. Foto Alinari, Firenze Vi è dunque ragione a ben sperare. Gli studî d'arte divengono più frequenti: e per opera di scrittori e di editori italiani vengono in luce volumi splendidi, e degni di competere con le migliori pubblicazioni straniere. Tale è, per esempio, un magnifico volume su la vita e le opere di Vittore Carpaccio, composto da Pompeo Molmenti e dal compianto Gustavo Ludwig. Amate voi le opere del Carpaccio, del prediletto del Ruskin? Ricordate l'ineffabile dolcezza del sonno della vergine Orsola, e l'eroico impeto giovanile del San Giorgio degli Schiavoni? Qualche volta questi stupidi portano, insieme con la scoperta della verità, amare delusioni. Voi cero avrete venduta e ammirata nell'originale o in fotografia quella terribile testa di Medusa che è agli Uffizi e che fino a ieri portava il nome di Leonardo da Vinci. Orbene, Corrado Ricci dimostra ora con argomenti inoppugnabili che quel quadro non è di Leonardo, ma di un qualche ignoto pittore fiammingo. D'ora innanzi noi non potremo più parlare della Medusa di Leonardo.... E tutti quei critici e quegli esteti che le avevano tenuti intorno tanti leggiadri e leonardeschi ragionamenti, riconoscendo in lei l'orrida sorella della bellissima Lisa del Giocondo? La testa di Medusa avea la trista virtù d'impietrire coloro che la miravano. Io penso che quegli apologisti saranno anch'essi per divenire di pietra.

Giuseppe Lipparini.