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Ars et Labor, 1906/N. 3/Musicisti del passato - Luigi Marchesi

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N. 3 - Musicisti del passato - Luigi Marchesi
N. 3 - La figlia di Lady Rose N. 3 - Napoli d'oggi

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MUSICISTI DEL PASSATO


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Luigi Marchesi fu indubbiamente un grande artista cantante, uno dei più grandi, anzi, che vanti la storia dell'arte lirica italiana, se badiamo ai giudizi dei suoi biografi contemporanei.

Più che un artista, fu una voce meravigliosa, straordinaria — una voce, come dice il Fétis, che affascinò tutta Europa.

Abbiamo detto un artista. Per amore di esattezza storico-fisiologica, bisogna spiegarsi più chiaramente. Egli non fu un artista né una artista. Fu un soprano. Oggi soltanto le donne sono soprani; ai tempi del Marchesi potevano diventarlo anche gli uomini, purchè di assoggettassero, nella loro fanciullezza, ad una operazione di eliminazione, che veramente era cosa barbara e vergognosa.

Immagine dal testo cartaceoluigi marchesi.

Luigi, di Giovanni Marchesi e Isabella Rossi, nacque in Milano il giorno 8 agosto 1754, sotto la parrocchia di S. Giorgio al Pozzo bianco (poi Santa maria dei Servi, ed ora di San Carlo).

I genitori del Marchesi erano originari di Modena. Un Francesco Marchesi, congiunto del Giovanni, fu maestro di scherma nel ducale Collegio di Modena.

Il padre del Marchesi, trombetta nel teatro di Modena, avendo osservato nel figlio una disposizione musicale veramente rimarchevole, lo istruì nei primi rudimenti, e gli insegnò a suonare il corno da caccia; ma per una istruzione più scientifica lo affidò alle cure del maestro Caironi e del tenore Ottavio Albuzzi[1].

Il maestro Caironi era, come si diceva allora, musico; egli notò che la voce del ragazzo Marchesi era straordinariamente chiara, di un timbro simpaticissimo e assai armoniosa e che inoltre la natura lo aveva dotato di un vero talento musicale, non si fece scrupoli di consigliare l'inesperto suo allievo a sottoporsi alla necessaria operazione per diventar possessore di una splendida voce bianca virile.

Così suggestionato, e allettato fra l'altro dalle splendide fortune di altri musici — fra cui, ad esempio, il celebre Broschi detto il Farinelli — senza nemmeno consultare il padre, Luigi Marchesi abbandonò di soppiatto la casa paterna e si recò a Bergamo, dove.... diventò musico, cessando di essere uomo.

Quando suo padre fu informato della cosa, ne fu irritatissimo, a tal segno che non volle più ricevere il figlio in casa. Evidentemente, nel suo naturale buon senso pensava che quel che il figlio avrebbe acquistato in dolcezza di voce, non avrebbe mai compensato quel che aveva perduto... in dignità.

Ma poichè a quei tempi tali erano i costumi.... artistici, è inutile discuterne.

L'istruzione musicale di Luigi Marchesi fu completata dal celebre Giovanni Fioroni, maestro di cappella del Duomo di Milano, che nel maggio 1765 lo fece accettare fra gli allievi musici soprani della Cappella, col salario di L. 6 al mese.

I suoi esordi come cantore di chiesa non facevano presagire in lui il futuro grande artista. ma nel 1774, in un teatro privato, cantò a Roma, vestito da donna, nella farsa La Serva padrona musicata dal Pergolesi — e da quel momento, si può dire, cominciò la sua vera e gloriosa carriera artistica, per la quale doveva brillare su tutti i grandi teatri d'Europa.

L'anno successivo (1775), a soli 21 anni, cantò a Milano nel Regio Ducale Teatro, situato nel già Ducale Palazzo (ora Palazzo Reale). [p. 217 modifica]Immagine dal testo cartaceo Cantò in due opere: Medonte re di Epiro — del maestro Luigi Alessandri — e Alessandro nelle Indie, del maestro Carlo Monza, milanese. Nel Medonte ebbe a compagni l'altro soprano Gaspare Pacchiarotti, il tenore Giovanni Anzani, Elisabetta Tailer e Francesca Varesi. Nell'Alessandro, cantò col Pacchiarotti, coll'Anzani, col Cavalli, bufo, e con la Gabriella Tagliaferri Rizzoli.

Sul finire dello stesso anno cantò a Venezia e a Treviso. Da allora in poi la sua carriera musicale fu una serie di trionfi continui e rinnovatissimi in tutte le città dove egli passò come cantante, acclamato il primo d'Europa, e ricercato affannosamente da tutti i direttori di teatri e di spettacoli.

Andò per la prima volta all'estero, in Germania, alla Corte Elettorale di Baviera, nel 1776.

Ritornò a Milano nel 1777, ammirato e ricercato da tutti, non solo per il suo eccezionale valore artistico, ma anche per i suoi modi gentili, per la sua educazione e per la sua bontà. Proprio l'anno precedente il fuoco aveva distrutto il Regio Ducale Teatro di Milano, e prima che fosse edificato quello della Scala, gli spettacoli si davano in un teatro provvisorio sito nell'antica Cà di Can, in S. Giovanni in Conca. Il Marchesi, per condiscendere alle premure dei direttori di quegli spettacoli, aveva impegnato la rinomata cantante Rosa Manservisi (buffa). Disgraziatamente la Manservisi lungo il viaggio ammalò e perdette la voce. Il Marchesi allora assunse le parti della Manservisi, e nelle opere La vera costanza del maestro Pasquale Anfossi e Le astuzie amorose di Paisiello, comparve sostenendo il personaggio della Manservisi. Ricompensato con una scatola d'oro piena di monete d'oro, [p. 218 modifica]egli la passò intatta alla compagna divenuta invalida al canto!

È impossibile — nel breve spazio di una rapida biografia — seguirlo ne' suoi trionfi.

A Milano, nel 1780, entusiasma i milanesi cantando alla Scala nell'Armida di Misliwececk, e l'Accademia fa coniare in suo onore una medaglia d'argento.

A Torino, il Re di Sardegna è talmente entusiasta del Marchesi, che lo nomina suo Musico di Corte con uno stipendio di 1500 lire piemontesi, e il permesso di viaggiare nove mesi dell'anno.

Nella patente (22 aprile 1782) è detto così: “Abbiamo con singolare gradimento riconosciuto nella persona di Luigi Marchesi una particolare abilità nella musica vocale, ed abbiamo altresì inteso con soddisfazione che col merito de' vari suoi talenti in lui concorrono le virtuose qualità di saviezza, probità ed onoratezza„.


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I regali ch'egli ebbe all'estero furono innumerevoli. A Milano nel 1785, il Collegio Musicale fece coniare in suo onore una medaglia, che è la seguente: Nel diritto l'effigie del Marchesi, con le parole:

ALOVSIUS

MARCHESIUS. MEDIOL.

CANTOR. EXIM.

nel rovescio: una lira con attorno una corona dall'alloro; al disopra le parole:

BENE MERENTI

al disotto:

COLLEG. MUSIC. MEDIOL.

MDCCLXXXV.

Nel 1791, a Siena, si stampano opuscoli in suo onore.

Nel 1792, a Venezia, viene coniata per lui una medaglia.

Insomma, gli onori che dappertutto gli venivano resi, le dimostrazioni di entusiasmo e le prove straordinarie della simpatia ch'egli inspirava, a volerli ricordare diffusamente riempirebbero intere colonne, e bisogna forzatamente rinunciarvi. [p. 219 modifica]Col suo canto squisito, delizioso, egli inspirò la musa di molti poeti di grandi e piccole città.

Come saggio dello stile poetico dell'epoca, riproduciamo qui un sonetto dedicatogli a Firenze nel 1779. È un modello di questo genere di letteratura:

Anche in mezzo all'orror di notte oscura
O d'ogni bel piacer motor primiero
Gran Genio d'Armonia, cui diè natura
Foste sovra ogni cor soave impero,
In qual estasi bello ogni alma fura (!!?)
Per te Marchesi, allor che Achille altero
Dolce cantando d'occultar procura
In gonna femminil spirto guerriero!
Oh se il destino a Troja invido tanto,
Mostrato avea pria di mill'anni, e mille
Di Guerrier così caro i pregi, e il vanto,
Ilio forse non fora arsa in favilla;
Ma l'irritate Dee vinte al suo canto
Rapito avrian, non palesato Achille.

La cronaca ha tramandato il sonetto, ma non il nome del suo autore. Per questi, certamente, l'oblio è una fortuna.

Luigi Marchesi ebbe una certa celebrità, anche, diremo così, politica.

Narra Cesare Cantù che il Marchesi, al tempo della Repubblica, invitato dal generale Miollis a dare una accademia, rispose: “il generale straniero può farmi piangere, non farmi cantare!„

Considerava Napoleone Bonaparte come un usurpatore, e quando nel 1796 rifiutò di cantare in suo onore, fu invitato a lasciare il territorio Cisalpino entro dodici ore, e dovette alla intercessione del generale Berthier se in seguito gli fu concesso di ritirarsi in una sua villa. Perciò ebbe le lodi dell'Alfieri che nel suo Misogallo lo chiamò un eroe.

Naturalmente, i nemici della Repubblica erano tutti suoi ammiratori, mentre invece i repubblicani non gli risparmiarono le dimostrazioni ostili. Così, le ostilità ed i rancori politici, sceglievano per campo di lotta, un terreno... che chiameremo neutro.

Già, intorno ai musici, il Parini aveva scritto i notissimi versi:

Aborro in sulla scena
Un canoro elefante
Che si trascina appena
Sulle adipose piante,
E manda per gran foce
Di bocca, un fil di voce.

Benedetto Marcello, aveva pure protestato contro il barbaro costume, componendo due Madrigali a quattro voci, su certi versi satirici che non riproduciamo... per non insistere troppo su un argomento per sè stesso antipatico.

Del resto, a dar meglio un'idea del modo come la cosa era intesa e sentita a quei tempi, basterà citare dall'opera Il teatro giacobino ed antigiacobino in Italia, 1796-1805, del chiar. dott. Antonio Paglicci-Brozzi il seguente periodo:

"Il celebre Marchesi era l'idolo festeggiato e desiderato di tutta la Nobiltà (milanese) la quale con questo voleva dar a vedere come si tenesse salda alle tradizioni del passato adorando questo ultimo di quella grande e così ammirata pleiade di evirati che aveva formato la delizia di tutti i musicofili del secolo XVIII"

Proprio vero che la politica.... si caccia dappertutto!

Immagine dal testo cartaceoluigi marchesi. Intorno al Marchesi, è curiosissimo questo brano che si legge nella Storia Universale del Canto di Gabriele Fantoni: “Marchesi, il brillante cantante, che però non aveva nè il patetico di Guadagni Gaetano, nè lo stile elevato di Pacchiarotti Gaspare, colla sua femminea voce, per la quale in una parte di donna aveva debuttato in Roma nel 1774, volea sostenere parti virili e fiere che gli permettessero di portare grand'elmo dorato e a piume rosse e bianche.

Volea sempre entrare in scena discendendo una collina, dall'alto della quale potesse gridare: Dove son io? - Esigeva quindi che una trombetta facesse sentire alcune note squillanti, per poter nuovamente esclamare: Odi lo squillo della tromba guerriera? Allora, avanzando al margine della rampa, cantava invariabilmente un rondeau composto di due movimenti contrari, in cui malediceva la cruda sorte e lanciava un diluvio di scale e volatine le une più rapide delle altre, che ondeggiavano e sfavillavano come le piume ed il bagliore del suo caschetto.

Nè è da meravigliare che i maestri piegar dovessero alla pressione di tali capricci, e gli uditori fossero costretti ad arrendersi alle lor voglie, se i medesimi coronati e potenti subir dovevano e il loro fascino e il loro dispetto, e i vincitori innanzi a quelle strane potenze erano vinti!„

Di questa psicologia così fina e arguta, quanta [p. 220 modifica]parte non è ancora oggi di attualità, e non troverebbe numerose applicazioni?

Ma in sostanza, l'uomo era buono e degno di stima e di rispetto.

Egli fu il promotore del Pio Istituto Filarmonico, tuttora esistente; e si prestò pure per la istituzione del Conservatorio di Musica, a proposito del quale esiste nell'Archivio di Stato una sua lettera assai interessante [2].

Si occupò pure di composizione e pubblicò due volumi di Ariette italiane.

Nel carnevale del 1805 cantò per l'ultima volta alla Scala, indi, a soli 50 anni, si ritirò a vita privata.

Abitava a Milano in via S. Spirito N. 1324 (ora 11) nella casa del rag. Francesco Bertani, dove prese in affitto un appartamento di 11 stanze al primo piano — casa che passò poi in proprietà nei nob. Bagatti Valsecchi.

Aveva la sua villa a Inzago, dove morì il 14 dicembre 1829, lasciando erede universale il ragioniere Gaetano Galimberti; al Pio Albergo Trivulzio lasciò i beni che possedeva nel Comune di Trecella; lasciò la casa di Inzago e i beni che quivi possedeva a certo Luigi Biagini che egli aveva tenuto a battesimo, con obbligo che se egli e la moglie sua morissero senza figli legittimi o naturali, la casa dovesse essere ridotta ad uso di Ospedale, con diritto di godere dei frutti di quei beni.

E così infatti avvenne. Ed oggi a Inzago, la via dove è posto l'Ospedale, porta il nome di Luigi Marchesi.

Tale fu questo singolarissimo artista, che, attraverso gli inevitabili difetti ch'erano per così dire il corollario logico della vita lirica di quel tempo, fu dotato di genialissime qualità, grande come artista, onorevolissimo come uomo di cuore e generoso.

  1. Questo tenore cantò a Milano nel R. Ducale Teatro negli anni 1747, 1748, 1750-51, 1762 e 1766.
  2. Ne diamo qui il testo autentico sicuri di far cosa gradita ai nostri lettori.
    archivio di stato
    in milano
    teatrica - autografi
    Eccellenza

    Preso in considerazione il bellissimo piano e ben congegnato, per l'istituzione d'un Conservat. di Musica in Milano, io mi fo un pregio di subordinare rispettosamente a V. E. alcune osservazioni, per ciò che riguarda il Canto, che io ho potuto fare con gli scarsi miei lumi acquistati in tanti anni di mia professione, i quali tuttoché parranno forse di poco o niuno rilievo, possono nondimeno contribuire alla migliore riuscita di un così commendevole e necessario Istituto.

    Egli è da osservarsi in primo; che gli allievi da ammettersi nel Conservat. per imparare il canto abbiano denti belli e sani. Dalla buona o cattiva dentatura dipende assai l'avere o il far sentire la voce più dolce, più chiara e più sonora.

    Non si crede opportuno di far copiosa musica a questi allievi, poichè dall'esperienza risulta che un tale esercizio da me pure praticato pregiudica, ed affatica il petto in pregiudizio della voce.

    Converrebbe a mio avviso che si fissasse una lezione di ballo alla settimana a chi studia il canto, perchè possa egli avvezzarsi a ben presentarsi sulla scena, e mettersi bene colle braccia, ad atteggiarsi giustamente e a fare ogni movimento grazioso e decente. Assai più necessario ancora io reputo la lettura ad alta voce almeno una volta alla settimana di qualche poesia drammatica di Metastasio o di altri, per esercitare gli alunni a ben pronunciare giustamente le parole e a ben declamare e dopo qualche tempo di tale esercizio sarà molto giovevole il fare ad essi accompagnare anche col gesto tutto ciò che recitano e declamano.

    Non mi parrebbe altresì disconveniente che questi assistessero alle prove generali delle opere che si debbono rappresentare, ed anche si ammettessero ad una qualche recita di opera serie o buffa che maggiormente riuscisse.

    Vorrei soprattutto raccomandare ai maestri che saranno trascelti, che nell'insegnare ai loro allievi non avessero soltanto di mira la nota e di formare il giusto tuono della voce, ma ancora di fargli sillabar bene, e pronunciare distintamente la parola, di far sentire insomma ciò che cantano.

    È raro che abbiasi cantanti i quali pronunciano distintamente e facciano sentire le parole, che modulano col suo canto.

    Oltre a ciò suggerirei che nella lezione da darsi pel canto, il maestro non dovesse tenere ai lati come si suole gli allievi, ma dovesse mettersegli dietro il pianoforte colla medesima carta di musica che tiene davanti sul pianoforte il maestro, affinché possa egli vederli e convenirli a tempo dei contorcimenti di bocca o di viso e di altri difetti che facilmente si contraggono.

    Nell'atto che io sottometto al superiore discernimento di V. E. questi deboli miei riflessi la prego a continuarmi l'alta sua protezione e a considerarmi, quale colla maggior venerazione ho l'onore di dichiararmi

    Dell'E. V.

    Umilissimo ed osseq.mo

    servitore Luigi Marchesi.

    (1808) Immagine dal testo cartaceo