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Ars et Labor, 1906/N. 4/Melchiorre Dèlfico

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N. 4 N. 4 - Calamine e blende in Valle Seriana

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Il Caricaturista di Giuseppe Verdi.


Fra le maggiori città della sua terra, che idolatrò ed a cui die’ tanta gloria d’arte, Verdi amò Napoli quanto Milano, cui dove’ i primi trionfi; e se non iscelse per sua dimora abituale l’incantevole costiera che si stende a pie’ del Vesuvio, ciò è spiegato dall’indole di Lui, la quale aveva bisogno della pace e del Immagine dal testo cartaceo1. silenzio per lavorare; onde non gli sarebbe convenuto vivere nella città e fra la gente più rumorosa d’Italia.

Eppure, fra quella gente, rumorosa nell’espansione e nell’entusiasmo, Giuseppe Verdi contò i suoi migliori amici, gli ammiratori più esaltati.

Sarà forse spiegato con la legge dei contrarii, ma è pur certo che il Maestro, d’indole, di carattere, d’abitudini agli antipodi coi napoletani, era così felice in mezzo a loro, da lasciarsi «invadere» (oh, pe’ miei compaesani, non c’è altra parola!) con tanta cordiale condiscendenza, dai maggiori «fanatici» — parola di quel tempo, tanto espressiva per chi può ricordare! — delle rive sebezie. Immagine dal testo cartaceo2. La ruvidezza un po’ contadinesca, il carattere chiuso, le brusche maniere, che usava con tanta efficacia, per isbarazzarsi delle persone moleste; il metodo che aveva imposto alla sua esistenza, tutto, tutto pareva dimenticasse alla sola apparizione di Napoli con le seducenti [p. 290 modifica]blandizie del golfo. La brezza di Mergellina pareva lo trasformasse da cima a fondo; è spiegato, quindi, ch’Ei cadesse in possesso degli amici napoletani per tutto il tempo della sua dimora laggiù.

Ed è gran fortuna poter rievocare al vivo il periodo della più memorabile dimora del Maestro a Napoli, attraverso alle caricature di chi allora gli era sempre accanto, modesto artista del «pentagramma», grande in quella della «matita allegra»; è gran fortuna, dico, ricostruire una delle pagine più simpatiche e più ignorate della vita del Gran Vecchio.

Verdi era stato la prima volta a Napoli per mettere in iscena al «San Carlo» la sua Alzira, che — è risaputo — piacque poco.

Ma, di Lui, eran già popolari Nabucco, Lombardi, Ernani e Foscari; onde, una falange di musicomani lo aveva circondato, assediato, soffocato di affettuosità. Tra loro, v’eran giovani letterati, poeti, musicisti di professione, e filarmonici d’ogni sorta, d’ogni classe, d ogni ordine sociale, che, conquistatolo, non lo abbandonarono più, finché non partì.

Tornato a Napoli per chiedere a quel pubblico, pel primo, il giudizio sur un nuovo spartito, nel 1849, i musicomani lo accolsero festanti, e lo spartito, stavolta, andò alle stelle. Si trattava — come assicurano alcuni critici — del primo tentativo di musica davvero psicologica che Verdi facesse: di Luisa Miller. Immagine dal testo cartaceo4 Ed eccoci alla terza dimora di Verdi a Napoli. È da imaginarsi a che grado dovette salire la gioia frenetica dei musicomani, nove anni dopo, nel sapere che il Maestro sarebbe tornato fra loro per mettervi in iscena il Simon Boccanegra (datosi, pochi mesi prima, alla «Fenice» di Venezia), e, di più, un nuovo spartito, destinato al «San Carlo». Immagine dal testo cartaceo3. Per ispiegarsi la gioia delirante degli amici di Verdi, bisogna ricordare che in quei nove anni, fra le altre sue musiche, avevano trionfato Rigoletto, Trovatore e Traviata, e che pel Trovatore (scritto su libretto d'uno dei più cari amici napoletani di Verdi, Salvatore Cammarano), Napoli intera era ancora tutta una gabbia di matti — non vi sembrerà esagerata codesta mia espressione, se rileggerete la stupenda parodia di Pasquale Altavilla, celebre nei fasti del teatro San Carlino, Li Fanatece pe’ la bella musica dello Trovatore — ove pareva si vivesse per quella musica soltanto! [1].

Ed ecco il Maestro a Napoli, verso la primavera dell’anno 1857, con [p. 291 modifica]la sua seconda moglie, Giuseppina Strepponi ed il cane «Lulù», che Verdi, per memoria di alcuni suoi esecutori (capitali), si piaceva di chiamar «Il Tenore».

Chi gli viene incontro pel primo? uno tra i più colti musicisti del patriziato napoletano: il barone Genovesi. Come ricordo bene la sua enorme e sferica zucca lucente, il naso a becco di gallinaccio, su cui posavano i grandi occhiali d’oro, e la fisonomia grottescamente affettuosa!

Dopo i primi abbracci, il buon Genovesi chiede una grazia a Verdi: presentargli un suo giovanissimo nipote, appassionato di musica peggio dello zio, infatigabile compositore. Verdi fa una certa smorfia, onde, il barone si affretta ad aggiungere che il nipote era anche tra i più simpaticamente noti caricaturisti, giacché al Maestro piacevano tanto le caricature. Difatti, l’illustre amico acconsente che gli sia presentato il marchesino Melchiorre Dèlfico, aggiungendo, con una risatina fra i baffi: — Farà la caricatura anche a me. — Una? ma cento, Maestro mio! — grida enfatico, il barone Genovesi.

Difatti, Dèlfico, dopo aver avuto l'ambitissimo onore di conoscere il Grande Operista, si fa eternar si fa ad eternar nella caricatura i

episodi! della dimora di Lui sulle rive del Sebeto. Immagine dal testo cartaceo5. E principia dallo sbarco di Verdi allo scalo dell’Immaculatella (1); voi lo vedete non appena messo il piede a terra, con una torreggiante tuba in capo, rigido e scuro come uno i primi abbracci di Verdi col barone Genovesi clan materia a quel mattacchione di Dèlfico, non per una, ma per due caricature: nella prima (2) entrambi i vecchi amici — con «Lulù» nel mezzo — aprono le braccia, nella seconda (3) si stringono scambievolmente al seno. In questa, il cane non c’è più: forse, i due, nell’avviticchiarsi l’uno all’altro, gli avranno pestata una zampa, e, via «Lulù», di carriera, guaiendo.

Da buon cavaliere, Dèlfico si presenta a madama Strepponi, per baciarle la mano (4) e la commozione del giovane è così grande pel trovarsi a fronte della celebre «Abigaille», che si fa ad eternar quel momento.... in una caricatura. Immagine dal testo cartaceo6. Ma torna presto a Verdi, per riprodurlo come un qualunque ritrattista sul serio (5), col «Tenore» sulle ginocchia.

Nè gli basta; egli subito imagina che ciera dovesse far Verdi nel leggere lo spartito d’un qualche «genio nascente» (6); ed eccovi Verdi a tavolino, non precisamente ammirato dalla lettura del nuovo spartito.... Oh, di chi poteva esser mai quella musica?... di Dèlfico stesso?... probabile; giacché egli era grande anche per l’auto-caricatura! [p. 292 modifica]E torniamo al Maestro. Sventurato! eccolo fatto segno ad una grandine di «Albi»: croce... e delizia... non già di tutti gli illustri (7). Immagine dal testo cartaceo7.

Ma ecco «la delizia» senza più «croce»: un ben diverso turbine (8); le cento proposte d’ottime scritture per nuove musiche. Questa è, forse, la più bella tra quante caricature Dèlfico ne facesse a Giuseppe Verdi.

Ed ecco ancora il Maestro tra le ricreazioni della vita intima (9). Guardate che scenetta?! il cagnolino del barone Genovesi fraternizza con «Lulù» del Maestro, e i due padroni, dietro alle proprie bestie, ne vanno in brodo di giuggiole.

Che momenti d’estasi inspiratrice dovevano esaltare un artista pari a Verdi, dinanzi al panorama del Golfo, di fronte al colle fiorito di San Martino!

In uno di questi, volle sorprenderlo il suo caricaturista (10); e voi vedete il Maestro, in giubba da camera, fuori al terrazzino del suo albergo, mentre, dietro, il caricaturista se lo sta covando con lo sguardo da innamorato.

Ma è giunto il momento dell’insidia pel povero Maestro! (11) Al barone Genovesi è riuscito di chiuderlo in salotto, e, dietro all’uscio, in sentinella, è intento a mandar via i disturbatori.

Disturbatori di chi? di Verdi? e gli si poteva mai infliggere disturbo, supplizio maggiore?! Vedetelo, morto dal fastidio e dal sonno, mentre quel traditore del giovane [p. 293 modifica]compositore melodrammatico è al pianoforte a leggergli i suoi parti musicali!

S’è mai imaginata una simile auto-caricatura? una più eroica abnegazione di musicista che, nel feroce dualismo col caricaturista, resta sconfitto, e si espone al ridicolo da sè stesso?!

L’uno e l’altro, lo sapete, era Melchiorre Dèlfico!


Ed ecco un altro amico intimo di Giuseppe Verdi, Cesare De Sanctis. Era costui, semplicemente, un commerciante napoletano, musicomane de’ più entusiasti, il quale presentato a Verdi dal suo librettista Salvatore Cammarano, nel 1849 seppe imporsi al cuore del Grande Maestro, che lo amò per tutta la vita. Immagine dal testo cartaceo Nel 1858, Verdi acconsentì di tenere a battesimo il figlio del De Sanctis; onore che portò fortuna al bambino, giacché diventò il pittore Giuseppe De Sanctis, notissimo a Napoli. Ancora giovane, egli ha la fortuna di posseder circa quattrocento lettere di Verdi e della Strepponi; perchè, dopo la morte del padre, rimase in continui rapporti col Maestro, finché visse.

Cesare De Sanctis non lascia più Verdi. Li vedete entrambi, a braccetto, davanti alla porta del palcoscenico di «San Carlo», donde mette fuori il capo il giovanissimo segretario del teatro — che tale restò, poi, per tutta la vita, Alfredo Prestreau (12). Oh, perchè mai il Maestro indietreggia spaventato? Chi lo sa? probabilmente, perchè è presago di tutte le angustie che lo attendono su quel palcoscenico. E presto le vedremo! Immagine dal testo cartaceo9. Forse, per distrarlo dai presentimenti, il buon De Sanctis conduce l’amico Maestro alla sua villa. Verdi, la signora ed il cane la vedono comparire da lungi. De Sanctis l’indica agli amici (13).

Due dei più temuti critici e letterati napoletani vanno a riverir Giuseppe Verdi (14); essi sono il poeta librettista Domenico Bolognese (che scrisse spesso per Mercadante) ed il direttore del famoso giornale del tempo, L’Omnibus, Vincenzo Torelli. — babbo del babbo dei Mariti. — Manco a dirlo, in loro compagnia sono Dèlfico e Genovesi.

Continua la sfilata degli amici del Maestro.

Viene il turno dei musicisti. Costui (15) è Francesco [p. 294 modifica]Florimo, ancora giovane; fra breve lo rivedremo vecchio, nelle caricature di venticinque anni dopo, e parleremo ancora di lui. Ora Immagine dal testo cartaceo10. egli viene ad offrire a Verdi un dono piezioso: il manoscritto autografo del Miserere di Leonardo Leo, come si giunge a leggete sulla copertina.

Ed eccovi Saverio Mercadante, il quale dovette andare anche lui (per politica, come si diceva allora) a riverire l’emulo che esecrava. Fra poco lo ritroveremo, nelle tavole consecutive, assai meglio ritratto (16).

Seguono i maestri del pennello. Filippo Palizzi (17), l’immortale animalista, per far cosa grata all’amico Verdi, eterna sulla tela Lulù: il cane «Tenore». E Domenico Morelli è tutto dedito a compiere quella che fu tra le sue tele più celebrate: il ritratto di Verdi, il quale non sembra si diverta molto a posare davanti a lui (18).

Ma a quel briccone di Dèlfico non bastò questa sola caricatura; per eternare, allegramente, l’avvenimento memorabile, ne volle fare un’altra, quando il ritratto del Morelli fu compiuto; ed a mio parere, egli superò sè stesso.

Bisogna vi dica che, a Napoli, quando in un ritratto la somiglianza è perfetta, si suole encomiare così il pittore: «l’ha tagliata ’a capa» (alludendo all’originale): poche espressioni più efficaci di codesta. Ecco il tema felicissimo della stupenda caricatura (19). Immagine dal testo cartaceo11. Armato dello stocco, Domenico Morelli taglia la testa all’amico suo, e, nella sinistra, ha già pronta la cornice per inquadrarvela. Verdi già s’irrigidisce; ed all’orrendo spettacolo si ribella financo «Lulù»!

Dèlfico dimenticò chi, in quel tempo, a Napoli, si ficcava dappertutto e nessuno avvenimento poteva compiersi senza di lui: il cavaliere Raspantini, anch’egli amicissimo di Verdi (20). Guardatelo.... oh, non vi sembra egli il tipo arcigno del banchiere inglese? [p. 295 modifica]Immagine dal testo cartaceo12. Com’è da supporsi, non appena Verdi mise il piede a Napoli, tre librettisti gli si presentarono per offrirgli la loro produzione: Domenico Bolognesi, l’illustre cantor del «Tremuoto di Calabria», poeta estemporaneo, Nicola Sole, le cui liriche paion fresche e belle ancora oggi, ed il librettista, giornalista e critico Emanuele Bardare (quello a destra, con gli occhiali e l’enorme chioma), del quale già scrissi a lungo nel mio brano di cronistoria «Antonio Valentini», che è nel volume Vecchia Napoli (Roma, Voghera 1894). Dèlfico veste tutte e tre i poeti come le tre dee dell’Olimpo, quando si presentarono a Paride. Essi aspettano «il pomo» da Verdi (21), il quale pare non lo desse a nessuno dei tre, perchè giammai musicò libretti loro.

Ma principiano le prove del Simon Boccanegra.

La prima donna, signora Fioretti, va a baciar le mani al Maestro, e «Lulù» assiste all’atto reverente (22). Verdi le dà a leggere la parte. Notiamo, di volo, che codesta cantante non doveva somigliar precisamente a Venere (23).

Qui, fa la sua prima apparizione «il divo» napoletano Gaetano Fraschini; il non meno celebre baritono romano Francesco Coletti (quella faccia monacale dalla gran barba), di nuovo la Fioretti ed altre cantatrici con uno stuolo di gente del palcoscenico, tra cui Verdi giuoca a mosca cieca (24). Chi sa perchè! sono scorsi quasi cinquantanni, andatelo ad appurare!...

Presto, Verdi si dedica alla fatica d’insegnar la parte del Simone prima al Fraschini (25), che pare se ne spaventi; poi al Coletti, che si vezzeggia graziosamente interpretando la sua (26). Finalmente, il Maestro unisce le voci di tenore e soprano nel mirabile duetto (27); che diventa terzetto (e quartetto, de vogliamo contare anche il cane. Immagine dal testo cartaceo13. [p. 296 modifica]che certamente si doveva sgelar anch’esso nei latrati, a tanto frastuono!), giacché Verdi canta più della prima donna, come si vede, e come si sente, starei per dire, tanto è felice d’espressione nella matita di Dèlfico. Immagine dal testo cartaceo14. Ed eccoci alla prova d’insieme a pianoforte (28). Fra tutta quella gente, notiamo l’Antonucci ed il buon Marchili Arati (sul davanti, di fronte a Coletti), quel caro ambrosiano, così tremendo «Sparafucile», «Tom», «Silva», ecc., ecc., per trent’anni di seguito sul palcoscenico del «San Carlo», e così dolce e pacifico nella vita privata! Immagine dal testo cartaceo15. Da quella a pianoforte, passiamo alla prova d’orchestra (29). Oh, quel Verdi infuriato, in mezzo a tutti, i cui nervi gli fan ballare la tarantella del furore! Coristi, professori d’orchestra, son tutti somigliantissimi; chi dei napoletani, che abbia varcato i quarant'anni, non riconosce, sul davanti, la grottesca corista del «San Carlo», Donna Rafela?!....

Ma, ahimè!... ci siamo al rovescio della medaglia!

Dopo il successo del Simon Boccanegra, al «San Carlo», Verdi si accingeva all’allestimento del Ballo in maschera, del quale il libretto era già nelle mani della censura, quando — come tutti gli storiografi del Maestro raccontano — oh, che diavolo manda a proporre quell’arcigna e bestiale tiranna a Immagine dal testo cartaceo16. Verdi? Adattar la stessa musica ad un libretto rifatto tutto intero daccapo, che si sarebbe chiamato Una vendetta in domino! [p. 297 modifica]L’annunzio pare gli fosse portato dal poeta librettista Domenico Bolognesi (30); il quale è da supporsi che sperava di rifar lui daccapo il libretto; e che avesse trovato egli stesso il titolo (guardate bene che si legge per metà sulla copertina del manoscritto che egli presenta a Verdi. Il Maestro ne resta di sasso. Immagine dal testo cartaceo17. Il colpo è stato così forte... che fa bollire il sangue nelle vene del Maestro e gli produce un doloroso patereccio! Ed ecco il Grande operista a letto, dopo l’operazione del chirurgo alla mano destra, a piangere tra le braccia di Cesare De Sanctis (31). Pare che anche il barone Genovesi volesse curar l’illustre amico (32). In che modo? indovinatelo un po’ voi!

Immagine dal testo cartaceo18. Ma, come è risaputo, il Sor Cencio Jacovacci venne da Roma a rapire ai napoletani Verdi col suo Ballo in maschera che, poche settimane dopo, faceva andare in visibilio prima i romani, poi l’Italia intera, accompagnando i volontarii garibaldini sui campi di battaglia, i quali non cantavano altro. Immagine dal testo cartaceo19.

Subito dopo, quello spartito si riprodusse a Napoli — liberata dall’esiziale tirannia bobonica — ; ma Verdi non volle assolutamente Immagine dal testo cartaceo20. [p. 298 modifica]cedere alle suppliche dei suoi vecchi amici napoletani, e non venne a metterlo in iscena. A chi ne affidò, invece, la concertazione? proprio al barone Genovesi.

In quest’occasione, l’estro di Dèlfico si accese e rifulse splendidamente, ed eccovi «la caricatura auguriosa»; Risum teneatis, se vi riesce (33). Son dodici quadrettini deliziosi. Immagine dal testo cartaceo21. Nel primo, Verdi riceve, per telegrafo, l’invito del I. Teatro di Pietroburgo; nel secondo, accetta e promette (per portavoce!) di scrivere una musica: nel terzo, eccolo a passeggiar nella sua biblioteca, pensando; nel quarto, grida l'Eureka, a pianoforte; nel quinto, già tutto è pronto ed in costume da viaggio, eccolo a cavalcar per la Russia; e chi mai gli dà per compagno il caricaturista? il barone Genovesi. Ma, Dio mio, ci siamo ai primi casi imprevisti del viaggio! ecco il Maestro ed il suo segretario a ballare sui ghiacci russi; nei quali finiscono per restar mezzo sepolti; e manca poco, per certi bernoccoli appetitosi, causati loro dal freddo, non servano da pasto ai corvi. Manco male che arrivano in porto; ed a Pietroburgo, col sistema che, tanti secoli fa, fu usato per San Lorenzo, vengono prodigiosamente disgelàti. E ci siamo alla concertazione. Eccoveli entrambi abbastanza ben coperti, ed ecco i cantanti i quali, come vedete, pel freddo, sono costretti ad un’esecuzione di nuovo genere. Finalmente, il ba rone Genovesi, grottescamente vestito da Lanciere russo, può incoronare, in pubblico, il suo amatissimo Maestro, che trema dal freddo.

Il ritorno in Italia, però, non è privo di peripezie, a giudicarne dalle poco liete condi zioni de’ due viaggiatori. In prosieguo, Melchiorre Dèlfico, di tanto in tanto, riprese a caricaturar Giuseppe Verdi; noi rivedremo il Maestro in una tavola mitologica, lo rivedremo ancora nell’albo «Il Caos», in una graziosissima trovata satirica. [p. 299 modifica]Immagine dal testo cartaceo22.

Immagine dal testo cartaceo23.

Immagine dal testo cartaceo24. Immagine dal testo cartaceo25. Immagine dal testo cartaceo26.

Immagine dal testo cartaceo27. [p. 300 modifica]Immagine dal testo cartaceo28. e 29. [p. 301 modifica]Nè val la pena di riprodurre una tra le più famose caricature che Dèlfico fece pel Mondo Artistico di Milano «Dies iræ», in cui il Maestro, con la sua bacchetta direttoriale, fa resuscitar tutti i morti, i quali gli ballano intorno una farandola, sonando come la più numerosa orchestra del...altro mondo; inutile, giacché, alla morte del Maestro, essa fu riprodotta da una quantità di rassegne e giornali. Immagine dal testo cartaceo30.

Oh, se Verdi voleva bene al suo Dèlfico! In queste tre lettere inedite, voi ne avete la prova. Immagine dal testo cartaceo31. 31. Genova, 22 marzo 1885.

Caro Dèlfico,

Ricevo in questo momento la vostra, e son doppiamente lieto perchè so ora dove devo indirizzare la mia risposta, e ringraziarvi delle belle, bellissime caricature sull’Otello [2]. Vi dirò, anzi, che quando arrivarono era qui presente il maestro Muzio, che, partendo per Milano, volle portarle a far vedere a Giulio Ricordi.

Tutti le hanno trovate bellissime. Sono ancora a Milano (le caricature), ma spero mi sieno rimandate presto, onde poterle ammirare anch’io a piacer mio.

Grazie, dunque, mio caro Dèlfico, conservatevi sano, e credetemi sempre vostro

G. Verdi.


Immagine dal testo cartaceo32. [p. 302 modifica] Immagine dal testo cartaceo33.

Genova, 28 marzo 1888


Caro Dèlfico,

Le caricature sono ancora a Milano. Pubblicate pure queste caricature come vi pare e piace, ma, per l’amor del cielo, non lettere, nè autografi miei.

Ho seccato abbastanza il mondo [3] e quanto ne sono seccato anch’io! Credetemi sempre devotissimo

G. Verdi.


Sant’Agata, 3 giugno 1891.


Caro Dèlfico,

Sempre ho apprezzato ed apprezzo il vostro talento! ma ditemi.... (scusate) perchè andare a resuscitare un mondo che non è più il nostro? So bene che anche quel mondo antico sarà stato caricaturabile come lo è il nostro; ma noi, a stento ce lo imaginiamo, ed a stento lo comprendiamo [4].

Mille e mille grazie.

Sempre vostro affezionatissimo

G. Verdi.


(Continua).   Amilcare Laurìa 

Immagine dal testo cartaceo

  1. V. il mio studio sull’Altavilla in Natura ed Arte. Casa editrice F. Vallardi - Milano - nei fascicoli di maggio e giugno 1905.
  2. Inedite.... ahimè, perdute! oh, se il comm. Ricordi non le avesse più restituite, come avrebbe fatto bene!
  3. Peccato non abbiamo più maestri che ci secchino come Lui, ma altri, che ci seccano... ben diversamente!
  4. Allude all’ultimo albo di Dèlfico: Pompei ed i Pompeiani.