Ars et Labor, 1906/N. 5/Amor condusse noi ad una morte
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A Marco Praga, con affetto fraterno.
Finalmente, dopo un lunghissimo viaggio all’estero, eccomi nella mia città natale, nella dolcissima Roma, ne l’immensa, augusta, unica Roma,
come la chiamò Gabriele D’Annunzio nel suo romanzo Il Piacere; rivedo con gioia straordinaria il mio nido, che io, iperbolicamente, chiamo col pomposo nome d’appartamento.
Mi misi a girare per quelle minuscole stanze guardando tutti i mobili, tutti i ninnoli, sembrandomi d’essere — dopo tanto tempo — fra cose, fra persone amiche.
Stavo pensando al passato, fantasticando sull’avvenire, quando, ad un tratto, un suono dolce, delicato, flebile arrestò i miei pensieri, troncò le mie fantasticherie. Era quello il suono d’un pianoforte. I tasti dell’istrumento sembrava fossero appena sfiorati dalla mano debole, piccola, sottile d’un fanciullo.
Chiesi al mio cameriere chi era colui che suonava, ed egli mi rispose essere il nuovo inquilino, del quartiere accanto.
— È un misantropo — continuò il mio domestico — un uomo strano. Egli è solo, non ha famiglia, non esce mai di casa e ben di rado vengono persone a trovarlo. Tutto il giorno, e buona parte della notte, è appiccicato al pianoforte: suona sempre senza posa, senza tregua, non fermandosi che brevi istanti. Io dico che è matto.
Mi avvicinai alla parete e rimasi in ascolto. Il mio nuovo vicino suonava la celebre Appassionata di Beethoven. Era già alla fine del primo tempo in la bemolle. Invece di proseguire, ritornò da capo al principio della Sonata; poi ad un tratto, senza lasciare un minuto d’intervallo, incominciò la nota Toccata di Muzio Clementi. Quel brusco passaggio mi sorprese e pensai al giudizio che di quell’uomo aveva dato il mio domestico: “Io dico che è matto„.
Mi allontanai dal mio posto di ascoltazione facendo il proponimento di conoscere il mio vicino, che non poteva essere, non doveva essere che un grande artista, perchè tale egli era nell’interpretazione, nell’esecuzione della musica da lui suonata.
La mattina successiva, infatti, battei alla sua porta, sulla quale v’era affisso un cartoncino col nome: “Fernando Borschi„.
Mi avvicinai alla parete e rimasi in ascolto
Dopo un breve momento d’attesa l’uscio si aprì e nel vano comparve un giovanotto alto, dalla fisonomia dolcissima; ma d’una magrezza fenomenale.
Quello che m’impressionò fu lo sguardo. I suoi occhi avevano qualcosa di soprannaturale, d'indefinito: era uno sguardo che attraeva, che conquistava, che ammaliava.
— Che cosa desiderate signore — mi chiese. — Di conoscervi personalmente e d’avere un breve colloquio con voi.
— Ma io non so chi siate, non vi ho mai veduto...
— È vero, vi sembrerà strano che mi presenti così, senza che fra noi vi sia stata una regolare presentazione, e senza avere un serio motivo. Sono io pure inquilino in questa casa, occupo l’appartamento accanto al vostro. Il mio nome è....
— Vi prego, entrate....
La camera d’ingresso era completamente vuota;attraversammo un’altra stanza pure vuota ed entrammo
L’uscio si aprì e nel vano comparve un giovanotto alto.
in un salone disadorno di mobili. Non v’era che un pianoforte a coda — un magnifico Erard — interamente aperto, ed un seggiolone antico dalla spalliera altissima.
In una parete un quadro la cui cornice era coperta da un velo nero. La pittura mi colpì e non curandomi del mio ospite mi avvicinai a quell’insigne opera d’arte e rimasi per qualche minuto attentamente ad osservarla. Rare volte avevo veduto una tela così perfetta; perfetta nel suo insieme, perfetta in tutti e nei suoi più piccoli particolari.
— Vi piace? — mi chiese il giovane.
— Immensamente.
— È lavoro del De Sanctis, ed è il ritratto della mia fidanzata, morta da un anno appena; alla vigilia d’essere mia, quando.... Ditemi che cosa desiderate da me signor....
— Francesco Robiti.
— Signor Robiti; e il motivo della vostra visita?
— Semplicissimo e in me, che amo l’arte in tutte le sue estrinsecazioni, naturalissimo. Ieri sera vi ho udito suonare in modo veramente meraviglioso e subito mi sono sentito attratto a voi ed ho provato vivissimo il bisogno di fare la vostra personale conoscenza, di farvi i miei elogi incondizionati.
— Vi ringrazio, signore, delle vostre parole. Io adoro la musica, quest’arte sublime, meravigliosa, divina ed essa è l’unico conforto che io abbia su questa terra dopo.... Avete letto le opere di Percy Shelley?... “Musica, chiave d’argento che apri la fontana delle lagrime, ove lo spirito beve finché la mente si smarrisce; soavissima tomba di mille timori, ove la loro madre, l’Inquietudine, simile ad un fanciullo che dorma, giace sopito nei fiori... „ Così, così Egli si esprime, l’infelice, il grande, l’ateo poeta.
Il mio ospite, che alle sue parole si era esaltato, sedette sul seggiolone che stava davanti al pianoforte, appoggiò con forza i gomiti sulla tastiera, facendo uscire un suono strano, disaccordo, e lasciò cadere il capo fra le mani. Rimase in quella posa un momento, poi alzando il capo si volse a me, e disse:
— Ascoltate, ascoltate....
I suoi occhi erano velati di lagrime ed il suo sguardo aveva qualche cosa di melanconico, di triste, di doloroso.
— Ascoltate.
Incominciò a suonare.
Suonò per più d’un’ora, senza riposarsi mai un solo minuto, senza mai guardarmi, senza rivolgermi la parola, come se io non fossi stato presente.
Suonò per più d’un’ora, senza riposarsi mai un solo minuto.
Suonò la famosa Romanza di Mendelssohn, alcune Danze del XVI secolo, diversi Capricci di Domenico Scarlatti e poi incominciò l’Appassionata di Beethoven; ma giunto alla fine del primo tempo, s’arrestò e volgendosi a me, disse:
— Vedete, se io non avessi la musica, non so che cosa sarebbe accaduto di me, di me che soffro, che soffro, che soffro! Vedete, se io non potessi dimenticare, se non cercassi di sopire con la musica il grande, l’immenso, l’infinito dolore che mi agita, che mi tormenta, che mi divora il corpo, l’anima, l'esistenza; io, come il più vile degli uomini, mi sarei tolta la vita, la vita che mi fu data; ma che non mi appartiene, perchè io l’ho donata, l’ho consacrata a Colei che fu rapita al mio amore, a Colei che adoro, a Colei.... — Le lagrime gli troncarono le parole e abbondanti caddero dal suo ciglio, rigandogli il viso.
— Scusatemi — mi disse, asciugandosi gli occhi col rovescio delle mani — scusatemi e compatitemi. Se voi avete amato, veramente amato, come raramente si ama, potrete forse imaginarvi quale e quanto sia il mio dolore.
E tacque.
Io avrei desiderato di parlargli, d’infondergli coraggio, cercare d’aiutarlo, di sollevarlo; ma non seppi articolare una parola, non potei.... Alla fine per rompere quel silenzio che continuava da lungo tempo, mi avvicinai al giovane, gli appoggiai una mano sulla spalla, accostai il mio viso al suo e mormorai:
— Coraggio.... coraggio, amico mio.
Aveva il capo reclino sul petto, gli occhi semichiusi, le braccia che pendevano ai lati, lungo il corpo: sembrava svenuto.
Leggermente lo scossi e: — Coraggio — gli ripetei.
Egli lentamente sollevò un braccio, mi offrì la mano e strinse appena la mia. — Addio — mi disse.
Abbandonai quel luogo assai commosso, rientrai nelle mie stanze, sedetti su una poltroncina, accesi un sigaro e seguii il corso dei miei pensieri che erano tutti rivolti all’infelice, che così crudelmente soffriva, così umanamente soffriva.
Ma anche questa volta i miei pensieri furono distolti dal suono del pianoforte. Il mio vicino si era rimesso a suonare. Incominciò con la Gavotta di Luigi Rameau, poi passò alla Sonata in Fa diesis minore del Clementi, indi alla celebre Gavotta di Sebastiano Bach ed infine all'Appassionata di Beethoven. Suonò interamente il primo tempo e due o tre battute dell’andante, poi s’arrestò e dopo un po’ si mise a pestare con le mani furiosamente sulla tastiera, dando in una risata acuta, stridula che mi fece alzare di soprassalto, che mi fermò il sangue nelle vene. Volli accorrere da quell’infelice; ma pensai che la mia presenza forse l’avrebbe irritato, disturbato certo.
Uscii invece per rivedere la mia dolcissima Roma, «l’immensa, l’augusta, l’unica Roma».
Ritornando a casa sul tardi, mi sorprese di vedere davanti alla porta di casa capannelli di gente che animatamente discuteva.
Mi avvicinai ad uno di essi e ad una donna chiesi che cosa fosse avvenuto.
Mi sorprese di vedere davanti alla porta di casa
capannelli di gente.
— Nulla.... gl’infermieri del Manicomio — mi rispose — hanno condotto seco quel giovanotto che abitava al secondo piano. Era un pazzo....
Piantai su due piedi quella chiacchierona e lentamente salii le scale. Avevo bisogno di rimanere solo, di pensare a quell’infelice che nel fiore degli anni era ridotto in quello stato miserando.
L’amore gli aveva ucciso il pensiero.
Milano, aprile 1906.
Luigi Grabinski Broglio.
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