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Ars et Labor, 1906/N. 5/Melchiorre Dèlfico. III. Il caricaturista degli artisti suoi contemporanei.

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N. 5 - Melchiorre Dèlfico. III. Il caricaturista degli artisti suoi contemporanei.
N. 5 - Vendemmia sul Reno

[p. n5 modifica] Ars et Labor - Musica e musicisti - Rivista mensile illustrata - Anno 61° Num. 5. - Maggio 1906 - Direttore Giulio Ricordi


MELCHIORRE DÈLFICO


(Continuazione - Vedi N. 3 e 4)


III.

Il caricaturista degli artisti
suoi contemporanei.


Dèlfico, musicista, così pieno di speranze nell’immortalità, che credeva dovesse raggiungere co’ suoi melodrammi, si divertiva a perseguitare, con la matita satirica, i suoi colleghi del pentagramma e del pennello. Talvolta, scegliendo tra gli operisti i suoi soggetti, raggiungeva un’elevatezza d’arte che nessuno tra i caricaturisti italiani, io credo, abbia mai raggiunta. 1. Guardate codesto Saverio Mercadante, e non mi taccerete d’esagerazione. In esso tutto è maraviglioso: dalla trovata comica all’esecuzione; dalla sorprendente somiglianza alle linee fisiche e morali, vorrei dire, all’espressione del pensiero. Più che caricatura, è intuizione d’un temperamento, codesta. L’autore degli Orazi è seduto sull’ammasso de’ suoi spartiti, e col sorriso superbamente beffardo, tanto caratteristico, quando paragonava i melodrammi degli altri ai propri, arrotondisce la bocca per emettere una delle sue apostrofi schiaccianti. Immagine dal testo cartaceo Oh, quanto ha da sembrar più vivo e vero, in questa caricatura, di quello che non sembra nella statua di Tommaso Solari, consacratagli a Napoli, sotto della quale, Antonio Ranieri — l’amico di Giacomo Leopardi — scrisse una delle più infelici epigrafi che mai monumento abbia sopportato!

2. Ed ecco un altro operista napoletano; nel quale se la forma fosse stata pari all’idea, non si ricorderebbero, di lui, soltanto Jone e Le Precauzioni: Errico Petrella. Osservate l’espressione farraginosa (vorrei dire) ed esaltata nella faccia grossa, enfiata, d’apoplettico.

Quella che egli è intento a raccogliere nel cappello, è pioggia d’inviti, non già turbine, come nella caricatura del Verdi giovane. Ma quanto assomigliante all’originale, ch’io ricordo al tempo della mia infanzia, per via [p. 386 modifica]Toledo, fare enfatiche scappellate a diritta ed a manca.

3. Inoltriamoci adesso nel limbo degli operisti. Ahimè! quanto popolato!!! Dèlfico scelse costui come prototipo degli altri: il famoso Vincenzo Battista, ed il più superbo di tutti, insieme: l'autore di tante musiche, delle quali non v’ha più chi ricordi nemmeno il nome!

Il concetto della caricatura è de’ più felici. Le opere di quel maestro son fumo e se ne vanno a sperdersi nella dimenticanza, come il fumo del suo immenso sigaro!... Immagine dal testo cartaceo2. La somiglianza fisica e morale, in questa caricatura, è davvero sorprendente! Essa fu tra quelle che maggiormente furoreggiarono a Napoli, giacché conteneva l’opinione pubblica sul superbo maestro; ed è strano che Dèlfico non fosse ammazzato da Vincenzo Battista! Immagine dal testo cartaceo3.

4. Dai maestri, ai critici; questi erano i tre più famosi di quell’epoca. Dèlfico li mette insieme, mentre sa solo Dio quanto fossero irriconciliabili tra loro, specie nel perseguitare, o proteggere Giuseppe Verdi[1]. Quello che procede davanti agli altri, è ancora il Direttore del vecchio giornale napoletano L’Omnibus, Vincenzo Torelli; dietro gli va Corsi, ed in coda il compianto Luigi Coppola; il quale, anni dopo, impiegato nel Ministero della Pubblica Istruzione, divenne il Pompiere del Fanfulla a Roma.

Codesta terna, nel 1861, era il terrore della Napoli letteraria e musicale.

5. E, per restare a teatro, eccovi una delle migliori prove che Melchiorre Dèlfico, dall’esagerazione delle linee, faceva emergere tutto il carattere de’ suoi caricaturati. Guardate i comici indimenticabili, tra i maggiori, del teatro San Carlino? C’è Pasquale De Angelis (il buffo Barilotto), quello scimiotto calvo, cui bastava una smorfia espressiva per far torcere dalla risa il pubblico: vero trionfo del grottesco[2]; c’è il più gran pulcinella [p. 387 modifica]Immagine dal testo cartaceoche abbia avuto la scena napoletana, Antonio Petito; sul davanti, in mezzo a questi due, è colui che giustamente fu detto «Il Molière Napoletano», Pasquale Altavilla [3], comico e commediografo insuperabile; dal finestrino dei biglietti si vede mezza faccia del bigliettinaio Roma; sul balconcino, stanno pigliando il fresco Enrico Colonna e l’Impresario del teatro. La scena è sul davanti del nostro seppellito San Carlino, del quale fin le mura, in questa caricatura, sembrano ridere ancora, come, per generazioni e generazioni, rise Napoli intera!... Immagine dal testo cartaceo 6. Questa è una specie di tavola centone, tra le più interessanti. Incominciamo dalla sinistra: nientemeno, da Carlo Poerio, e poiché ogni sorta di gente s’incontrano sulla piazza del «Carosello Europeo», accanto, nel costume di «Don Bartolo», c’è Ferdinando Casaccia, padre (il maggiore dei bassi-comici napoletani), sotto a Poerio, lagrima Fanny Sadowscky, l’attrice tanto amata, ne’ suoi bei tempi; ella indossa il costume di «Lady Macbeth», e, dietro, si china ad ammirarla Pasquale Altavilla; più giù, cammina tronfio ed impettito, nella sua ingenua vanità, il popolarissimo capocomico ed impresario Adamo Alberti, che a Napoli conobbe tutte le fortune, con la Pieri, sua moglie. [p. 388 modifica]Immagine dal testo cartaceo [p. 389 modifica]Torniamo a capo della tavola; a destra, due cantanti, due sommi baritoni: Achille De Bassini, nel costume di «Figaro», che, Don Giovanni del Mozart e tanti spartiti scritti dal Verdi per lui, resero celebre, ed il romano Francesco Coletti, nel costume della Linda. Ai loro piedi, nei panni di «Glauco» della Jone (di cui fu interprete insuperabile) è il tenore Negrini, ammirato dal giovane critico Salvatore Marinone (altra caricatura maravigliosa per somiglianza ed espressione). Sotto al Marmone, quel cosettino dai capelli rossi è Vincenzo Capecelatro: una delle più tipiche macchiettine del marciapiede napoletano; dietro, è lui — d’ora innanzi, sempre lui! — il barone Genovesi, che guarda il nipote Dèlfico, fissar, col cannocchiale, Napoleone III, il padrone del «Carosello Europeo», che lo fa girare, e ritrarlo. Sul primo piano a destra, compie la tavola Achille Majeroni, uno dei migliori allievi di Gustavo Modena, che, per anni, fu l’idolo del pubblico napoletano.

7. Scelgo, fra le molte, un’altra tavola mitologica; nella quale vediamo ancora accoppiati Verdi ed il barone Genovesi: Apollo con un Amorino (oh, quell’Amorino, niente di più deliziosamente grottesco!); su questo gruppo è genialmente disegnata una Talìa, nella quale parmi riconoscere lo stesso cantante buffo Casaccia. A sinistra, c’è un Esculapio di tale bellezza, da darvi di per sè solo l’idea dell’arte del Dèlfico; è la felice caricatura del suo librettista e Direttore delle Cacce Reali, il commendatore Rosati, tipico personaggio napoletano. Sotto di lui, c’è un magnifico Bacco, stupenda caricatura del gran Principe di Melissano, il primo sottoscrittore di cambiali al cospetto di Dio; al quale, in un giorno in cui si trovava all’estrema bolletta, essendogli stato proposto di firmarne una, rispose, spensieratissimamente: «Una?... ma pure ’no libro!» Naturalmente, anni dopo, si ammazzò. Nel mezzo, c’è Giunone gastigata, che in alto, è Dèlfico stesso, e, giù, la più orrida faccia di Borbonico, alla gogna! Daumier, senza averne quella Immagine dal testo cartaceo5. 8. Quando ero fanciullo, ho udito chiamar questa il capolavoro di Melchiorre Dèlfico. Difatti, chi ha conosciuto, anche vecchio, l’immortale «animalista» Filippo Palizzi e suo fratello Nicola, il valoroso «paesista», li rivede entrambi, vivi e grandi, nella loro caricatura. Che felicità di espressione nella faccia bohememienne di Nicola, e quanta serenità (specchio dell’anima buona e tranquilla che mai non gli venne meno, nella fisonomia di Filippo!...

E li riconoscete i due animaletti? Il coniglio che fugge davanti al cannocchiale di Filippo, è Colonna, il cooperatore di Dèlfico; l’uccelletto che presiede al lavoro di Nicola, a capo dell’albero, è il caricaturista medesimo.

Se Parigi avesse avuto un simile artista (del valore di Daumier, senza averne quella [p. 390 modifica]certa monotonia di disegno, che era l'originalità del caricaturista francese), non vi sarebbe stato bisogno della mia modesta penna per ricordarlo, dopo dodici anni appena dalla sua morte!...

9. E per provare che Dèlfico fu glande e originale quanto i maggiori caricaturisti di Francia, eccovi un’ultima tavola delle prime sue (1861): Il Caricaturista oltre la tomba, E, con questo, chiudo il primo periodo nella vita del caricaturista, le cui «48 tavole» son diventate rarissime.

10. Fra quelle, assai meno grandi, del Caos, che forma un enorme volume, pubblicato tra il 1870 ed il 1880, scelgo otto tavole soltanto, chè la tirannia dello spazio più non mi concede di riprodurne. Voi potrete notare come in Dèlfico si vada Immagine dal testo cartaceo9. - IL CARICATURISTA OLTRE LA TOMBA. continua a disegnare, ricordando, in poche linee, le principali appena delle facce, i suoi maggiori caricaturati. In alto, son le sagome prodigiose di Napoleone III, di Liborio Romano e di Garibaldi; più giù Petito, Altavilla, Verdi, Minghetti; più giù ancora, ecco Petrella, fra i tanti, nelle sole linee essenziali, perchè si riconosca, e lui, cadavere, nella bara, col pennello infilato nel piede destro, traccia le linee del barone Genovesi, e con un altro pennello infilato tra le dita del sinistro, quelle di Cavour; guardate giù, sotto di lui, e continuate a trovar rievocati i suoi tipi preferiti. formando una maniera che par nuova, ed è invece il consolidamento della propria originalità; la quale si trova, di poi, largamente esplicata nelle sue ultime caricature: quelle del «Caporale Terribile», ove consacrò la sua matita esclusivamente ai tipi del marciapiede, come ei li chiamava.

E, per tornare al Caos, nella prima tavola che vi presento, voi trovate come un eco del successo di Don Carlo a Parigi. Napoleone III con l’imperatrice Eugenia, vanno incontro a Verdi (trasudante dagli abiti tutte note musicali) per congratularsi, ed offrirgli... il posto d’Imperatore del Messico, rimasto vacante [p. 391 modifica]dopo la tragica fine che fece colà il povero Massimiliano di Baviera. Dietro a Verdi, rigido, impettito, superbo, perchè carico delle partiture di Don Carlo, è l’eterna vittima della caricatura: il barone Genovesi.

11. Quell’omettino sul palcoscenico della «Filarmonica Bivona» è il riformatore della romanza da camera: Giorgio Miceli; del quale F. P. Tosti soleva dire: «Senza di lui, noi non esisteremmo!» Egli ebbe per oltre vent’anni, a Napoli, la più larga popolarità. Musicista fino alla cima dei capelli, la cui parola Immagine dal testo cartaceo10. - NAPOLEONE III: - UN CAPOLAVORO QUEL VOSTRO “DON CARLOS„ MAESTRO. È RIMASTO VACANTE IL TRONO DEL MESSICO E VOGLIO REGALARVELO! nelle discussioni critiche, incantava, egli non creò soltanto delle vere gemme di romanze, come La Demente, Il Gondoliere, Sospiro, Desiderio, Ruello, A Maria, Triste ritorno, e tante, tante altre, ancora ricordate, ma due spartiti, messi in iscena al San Carlo: Il Convito di Baldassarre, su libretto di Francesco Dall'Ongaro, e La Figlia di Jefte; ed altri, in teatri minori, come La Fata, Gli Amanti sessuagenarii, su libretto di Emanuele Bardare, ecc.

Ed eccovelo sul palcoscenico del Teatrino dei Nobili, e dominar la prova d’orchestra della sua L’Ombra Bianca. Immagine dal testo cartaceo Quest’altra è la commovente imagine di Francesco Fiorimo, l’amico, il fratello di Vincenzo Bellini: caricatura che ei ridà viva alla memoria quel buono e caro vecchietto; il quale spese la vita intera (bibliotecario al Conservatorio Musicale di S. Pietro a Majella) Immagine dal testo cartaceo [p. 392 modifica] 13. - LA COPPIA.... ad onorar la memoria dell’Immortale amico suo, e solo ebbe pace quando gli vide eretto il monumento (opera pregevole di Alfonso Balzico) di fronte a quel Conservatorio ove studiò con lui.

13. Voi, vecchi, riconoscerete a prima vista quell’enorme cappello a stajo: è... il tenore famoso Tiberini, che dà il braccio alla sua signora. I nomi d’entrambi restano tra quelli dei massimi esecutori dei Puritani, co quali sollucherarono, per anni, il pubblico del San Carlo. A Napoli chiamarono semplicemente «La Coppia» i due cantanti. Immagine dal testo cartaceo13. LA COPPIA...

14. Questa signora è l’indimenticabile Erminia, per la quale Bellini, Donizetti, Verdi e tanti degli astri minori scrivevano spartiti!... Le fanno ossequio due gemelli melomani, i fratelli Pellicci; ed Erminia Frezzolini, ahimè, non più giovane in quel tempo, pare esca dal suo camerino, in costume melodrammatico, per entrare in iscena e si riceva gli omaggi senza commuoversene ormai più!

15. Ancora una prova sul piccolo teatro della Filarmonica de’ Nobili. Ora si tratta del melodramma giocoso rossiniano, Il Turco in Italia. Concertatore, è l’ultimo nume dell’opera buffa: Nicola De Giosa l’autore di Immagine dal testo cartaceo14. - MADAMA FREZZOLINI, I NOSTRI OMAGGI!

Don Checco — e sul palcoscenico, dinanzi ad una cadaverica Frezzolini, cantano De Bassini padre e figlio [4]; il primo già vecchio, reduce dall’ultima sua creazione, il «Don .

Immagine dal testo cartaceo [p. 393 modifica]Abbondio» nei Promessi Sposi di Petrella, a Milano; l’altro, il più pazzo dei tenori, mezzo vestito e truccato per la scena.

16. Eccovi l’Achille Torelli de’suoi tempi felici, così presto e da tanti anni tramontati! Immagine dal testo cartaceo16. - IL PADRE DEI MARITI.

17. Chiudo codesta mia rassegna con una delle più famose tra le ultime caricature di Dèlfico: quella del babbo de’ celebri epigrammisti napoletani: il marchese Nicola Caccavone, che col D’Urso, col Genuino, col Ruffo, col Maddaloni, e con tanti altri, diedero all’arte quella specie di caricatura verseggiata, che così mi pare possa considerarsi l’epigramma, in cui Napoli ha avuto sempre il primato. Immagine dal testo cartaceo17. E finisco con un’amara, ma giusta considerazione. Mesi fa, Torino ha inaugurato un monumento al suo caricaturista Casimiro Teja, mentre Napoli dimentica Melchiorre Dèlfico, cui, ch’io sappia, non s’è murato nemmeno una lapide a Portici, ove visse per tanti anni!...

C’è da benedire la instancabile monumentomania torinese!...

A. Laurìa.


Roma, 16 Gennaio 1906. Immagine dal testo cartaceo

  1. Vedi l’opera di Giuseppe Radiciotti: Teatro e Musica a Roma nel secondo quarto del secolo XIX. Roma, Accademia dei Lincei, 1906, a pagg. 34-35.
  2. Vedi Vecchia Napoli di A. Laurìa. - Editore E. Voghera - Roma 1895.
  3. Vedi Pasquale Altavilla, studio sulla commedia napoletana di A. Latina. — Rassegna Nazionale, fascicolo del 16 dicembre 1897 — Firenze.
  4. Vedi Musica Allegra. La mia maestra di canto. Piccole cronistorie del Teatro Lirico Italiano nel secolo XIX. — Casa editrice G. Ricordi & C. — Milano 1905.