Ars et Labor, 1907/N. 1/Le arti minori e le industrie nel seicento
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
| ◄ | N. 1 - Piccoli ritratti | N. 1 - Le lacrime | ► |
LE ARTI MINORI E LE INDUSTRIE NEL SEICENTO
(Fotografie Varischi, Artico & G, Nilano)
La vita nel seicento — manierata, falsa, artificiosa — suscita pur sempre un senso legittimo di curiosità, e di questa vita, delle cause che la determinarono, del suo svolgersi noi ameremmo impadronirci.
Il fenomeno del secentismo, come ama chiamarlo il Graf, si presenta tale nello stile artificioso a base di figure rettoriche nell’arte del Bernini, nei versi del Marino, nello sfogo tumultuoso di sentimenti e di passioni che conducono ai delitti più efferati, al lusso pazzesco, all’avventura d’amore che termina quasi sempre tragicamente nel sangue.
È il secolo della ribellione contro tutto ciò che vi è di tradizionale, è il violento desiderio della novità a tutti i costi, in ogni campo dell’estrinsecazione umana.
Ma non è mia intenzione parlare qui della complessa e anormale vita secentesca: io voglio semplicemente e brevemente parlare delle arti minori e delle industrie che nel seicento fiorirono, sorelle maggiori alle arti ed alle industrie moderne.
A scrivere questo articolo fui spinto dal fatto d’aver avuto fra le mani un libro, contenente delle stampe bellissime del seicento, che tratta appunto delle arti e delle industrie di quel tempo. Le stampe, che qui in parte riproduco, sono di un interesse grandissimo per i rilievi ed i confronti che si possono fare con le moderne industrie, seguendo la radicale trasformazione subita dalle arti secentesche coll’evolvere e perfezionarsi degli usi e costumi dei popoli.
Una sola industria è rimasta stazionaria, pervenendo a noi dal seicento senza aver subito trasformazioni sostanziali — quella delle spazzole (seta cearius). Le spazzole del seicento rassomigliano perfettamente alle nostre e l’odierno modo di fabbricazione non differenzia di molto dal secentesco.
Qualche altra arte cadde in disuso, per esempio quella dell’alluminatore d’imagini (illuminator imaginum), che nel seicento e prima uomini di valore avevano condotto alla perfezione coll’approfondire l’arte di mischiare i colori, ottenendo risultati meravigliosi.
Altra arte che nel seicento raggiunse il suo apogeo e la sua perfezione fu quella della pittura sui vetri (vitri-pictor)
Altre sono scomparse; per esempio quella del fusor cantharius (fonditore di vasi). Il fusor cantharius fabbricava coppe, boccali, ecc., grandi e piccoli, d’oro, d’argento, di stagno e di altra composizione metallica.
Affine, ma indipendente dal fusor, era l’arte del figulus, fabbricante di vasi di terra cotta e del vitrarius, che fabbricava bottiglie, caraffe, ecc.
Altri rami importanti dell’industria secentesca erano il laminarius, fabbricante d’armi, il loricarius, fabbricante di cotte e di maglie, il balistarium, fabbricante di balestre.
Sulle rovine di quest’ultima industria fiorì quella del bombardarius, fabbricante di cannoni, moschetti e tutte le altre armi da fuoco.
Povero laminarius! Egli rimase solo e dimenticato nella deserta officina!
Il moschetto, arma d’agguato, che sopprimeva la nobile lancia e la non meno nobile durlindana, con relativo scudo, corazza ed elmo, soppresse pur lui e l’arte sua. Egli non potè compiere il bel gesto sdegnoso e punitivo del paladino Orlando verso il moschetto di re Cimosio:
O maladetto e abbominevole ordigno, |
La farmacia d’oggi non ha nulla a che fare con la vecchia e classica spezieria tenuta nell’antico in grande estimazione e lo dimostra il fatto che, allorquando gli Ordinamenti di Giustizia, banditi da Giano Della Bella, esclusero da ogni pubblico ufficio quei cittadini che non lavorassero o non segnassero i loro nomi nelle arti, Dante si segnò nell’arte dello speziale.
Lo speziale classico era fisico-chimico-medico-naturalista e le discipline naturali rimasero in sacro deposito affidate a lui. Le trasformazioni della chimica e della medicina soppressero lo speziale e crearono il farmacista.
E così dicasi del barbiere, che nel seicento disimpegnava anche le funzioni di medico-chirurgo, medicando ferite, racconciando membra rotte e curando le malattie della pelle, come la pellagra e la scabbia.
L’arte del rilegatore di libri raggiunse il suo massimo splendore nel seicento e cominciò a declinare nel secolo successivo.
⁂
Il libro, rarissimo, ch’io ebbi la fortuna di avere fra le mani, e che può ben definirsi una finestra aperta sul seicento, dà, colle finissime incisioni onde va adorno, un’idea esatta precisa delle arti e delle industrie del seicento. Questo libro fu stampato per la prima volta nel 1568 a Francoforte sul Meno e ristampato poi nel 1574.
I disegni, finissimi, vanno illustrati da versi composti per ordine dell’editore, da un oscuro poeta, certo Hartmann Schopper.
Editore fu un tal Sigismondo Carlo Feierabent, libraio, nonché cittadino di Francoforte sul Meno.
Egli così presenta al pubblico il libro:
«Descrizione di tutte le arti illiberali o meccaniche inventate dalla sagacità e industria dello spirito umano, dalla nascita del mondo fino ai nostri giorni. Libro conciso e preciso scritto in versi elegiaci da Hartmann Schopper e fregiato da imagini spiritualissime e bellissime rappresentanti con naturalezza i lavori di ciascuna professione».
E continuando, tesse l’elogio delle arti tutte, ch’egli afferma utili e considera come anella d’una medesima catena che unisce e sorregge la società. Spezza una lancia in favore delle arti più umili, necessarie al bene ed all’utile collettivo, al pari delle funzioni sociali più elevate. E conchiude:
Il Barbiere.
Con questo Dio ha voluto attenuare l’asprezza della diversità delle condizioni economico-sociali. Il principe non può far a meno del paesano. Nessuno possiede tutto in particolare ed è una fortuna per noi trovare dal vicino quello che a noi manca. — San Paolo ha detto ai Romani:
“Come in un corpo noi abbiamo parecchie membra e queste membra non hanno la medesima funzione, così noi siamo tutte le membra del corpo sociale e dobbiamo compiere dei doveri differenti, secondo le mansioni che a noi sono state assegnate„.
Malgrado questo squisito sentimento umanista di uguaglianza, nel seicento l’opinione pubblica, come in tutti i tempi, aveva una estimazione diversa per ogni diversa condizione sociale, professando una ammirazione ed un rispetto illimitato per le più elevate. E questi sentimenti gerarchici noi li ritroviamo fedelmente rispecchiati in questo libro a malgrado delle dichiarazioni dell’editore.
La prima figura che si trova in questo volume rappresenta un filosofo, ed è illustrata da dieci versi tradotti dal greco in latino, che rappresentano una apologia della vita, considerata sotto i suoi diversi aspetti e vantaggi.
Ecco i versi:
«Scegliete i sentieri della vita che a voi meglio convengono — Fuori o dentro le case, nei campi o sul mare, l’uomo ovunque può raggiungere la Fortuna. — L’uomo può trovare la felicità nel matrimonio quanto nel celibato — E dolce aver dei bambini, ma non averli significa risparmiarsi dei dolori — La forza è il dono della giovinezza, la considerazione il dono della vecchiaia. — L’uomo deve cercare una condizione di vita che gli permetta di lasciar la Terra il più tardi possibile, poiché la vita è un sovrano bene».
Dopo queste confortanti massime filosofiche il motto Finis a grandi caratteri indica — contro l’uso — che il libro comincia e quindi, a malgrado dell’affermata uguaglianza umana, la filosofia non vien confusa con le altre arti e professioni.
E incomincia la sfilata dei rappresentanti delle singole classi che compongono l’Umanità.
Il primo posto è assegnato al Papa. L’artista ha raffigurato il pontefice romano portato in processione.»
“È a me solo — egli dice — che il destino ha dato il potere di aprire e di chiudere le porte del cielo».
Poi seguono rispettivamente il cardinale, il vescovo ed i preti.
Il quinto rango è assegnato all’Imperatore, assiso in trono. Nella mano destra tiene una lunga spada, nella sinistra un globo sormontato da una croce.
Il sesto rango è assegnato ai re, il settimo ai principi, l’ottavo ai patrizi, il nono ai monaci, ecc.
Finalmente si giunge al capitolo — Delle arti illiberali e meccaniche — che interessa più noi.
Per primo troviamo raffigurato un astronomo, seduto davanti a un globo, la mano armata di compasso, il quale per bocca del poeta vi dice, che lui solo ha il potere della divinazione — lui solo sa predire il bel tempo o la pioggia, ecc., ecc.
Poi segue la figura del medico, il quale vi ammonisce che non è Apollonio che ha inventato la medicina, imperocché la scienza è un dono di Dio: poi segue quella dell’avvocato «che promette grandi cose ai poveri diavoli e non sa che estorcere loro quattrini, infischiandosene della giustizia».
Il Farmacista.
Come si vede, gli avvocati venivano giudicati graziosamente anche nel seicento!
L’orefice dice orgogliosamente: «I re, i potenti, la stessa moglie di Cesare, hanno bisogno della mia arte».
Poi ci troviamo col barbiere.
Il poeta così lo fa parlare:
Entrate, voi che avete i capelli incolti, ricadenti in disordine sulle spalle e la barba troppo lunga. Entrate qui, voi, vittime della fatalità della guerra, feriti dall’inimico. Entrate qui, voi, il cui corpo è ricoperto di lebbra o divorato dal fuoco delle ulceri della scabbia, io taglierò abilmente la vostra abbondante capigliatura, la vostra barba sortirà bella e maestosa dalle mie mani; e sulle vostre piaghe e sulle vostre ferite io verserò succhi ed applicherò piante salutari. L’arte di prepararli mi è famigliare.
Il farmacista dice:
Ricco di mille unguenti e di pozioni meravigliose, io sono il farmacofolo dagli innumerevoli barattoli e vendo a tutti quelli che pagano degli zuccherini squisiti, dai forti o dolci profumi. Non c’è nulla di tutto ciò che serve ad arrestare la vita
Il Dentista
pronta a fuggire, o scacciare dal corpo le malattie, che non si trovi nella mia bottega. Le mie mani sanno amalgamare tutti i succhi benevoli e comporre abilmente i migliori rimedi. Malati e sani tutti ricorrono ai miei fornelli e il ricco come il povero ha bisogno della mia arte.
Il dentista:
Voi, a cui i denti corrosi dal male o mal fermi in bocca importunano da tempo; voi, che avete domandato invano al succo delle piante lenimento ai vostri dolori,
Il Fabbricante d’armi.
e che le notti ed i giorni non sdegnate i soccorsi passate gemendo, venite e che la mia arte vi offre. Io potrò alleviare le vostre sofferenze. E se è troppo tardi perchè i secreti della farmacia possano sollevarvi, se la mia mano sola è impotente a guarirvi, io mi armerò della sottile tanaglia, strapperò il vostro dente e lo getterò in pasto a un cane arrabbiato.
Il fabbricante d’armi:
Venite, o guerrieri, che nell’età propria del combattere unite la forza al coraggio e amate l’arte sanguinosa di
I Musici.
Marte! Venite voi, che forzate tutte le teste a curvarsi sotto le vostre spade e che tuonate alle porte delle città assediate dai vostri soldati! È qui che si preparano le armi, le quali si tingeranno del sangue dell’inimico — e qui che l’acciaio prende, sotto i colpi di martello, foggie diverse. Imprigionate qui le vostre valorose mani e scegliete armi per difendere le vostre larghe spalle. Io odo già il galoppo risuonante degli
squadroni e mi sembra veder davanti a me passar veloci i corsieri bardati di ferro!
Così il poeta fa parlare i musici:
Il Pittore Sui Vetri.
Desiderate voi trarre note melodiose dal flauto e suoni armoniosi dalla chiarina? Guardate come questi due strumenti obbediscono ai movimenti delle nostre dita e delle nostre labbra: ascoltate come la chiarina risponde con squilli argentini alle note gravi e piene del flauto. Dicono che fu Pan, il dio dei greggi, il quale primo seppe, a mezzo della cera, unire fra loro delle canne melodiose e trarne suoni diversi.
Il pittore sui vetri così parla della sua arte:
Suonatori D’arpa E Di Lira.
Le mie veglie nobilitano i vetri sui quali la mia arte sa incrostarvi brillanti colori. Per opera mia una finestra si trasforma in un quadro effigiante un celebre guerriero o rappresentante al vero qualche antica leggenda. Se i nostri templi vanno ricchi di tante illustre imagini, se i fatti più salienti di illustri eroi
non restano nel dimenticatoio della loro tomba, è a me che voi dovete rendere grazie, è al nobile sforzo del mio lavoro. Solo per merito mio le armi ed i guerrieri, le loro gloriose gesta si rivedono come in uno specchio.
Qui parlano i suonatori d’arpa e di lira:
Il Sarto.
Abili nell’arte della musica, dono degli Dei, noi [accarezziamo le orecchie, con la melodia dei nostri accordi. Quando, ammessi ai banchetti dei re, facciamo scivolare l’archetto su l’avorio risonante, o facciamo trascorrere
le dita sulle corde dell’arpa, noi attiriamo le ninfe dei boschi e delle acque. E le ninfe, affascinate dalla
potenza dell’armonia, danzano a noi d’intorno. E quando, al suono della lira, sposiamo le dolci e vibranti note d’una voce, strappiamo le lacrime dagli occhi o richiamiamo il sorriso sulle labbra. Così morendo canta il cigno, e gli uccelli sorpresi e affascinati ristanno al di sopra delle tranquille acque del lago ad ascoltarlo.
Ecco cosa dice il sarto:
Io sono l’artista provetto, che sa rivestire i corpi di eleganti costumi. Sul mio banco le cesoie forbite e taglienti, che tagliano la porpora dei re e i drappi dai ricchi colori, fanno bella mostra di sè. Quell’età felice, che vede fiorire i teneri amori, ha sopratutto bisogno dell’opera mia. È da me che viene colui che vuol conquistare il cuore d’un’amica troppo severa! e la
giovane beltà che vuol piacere al suo sposo! Perchè è qui che domina sovrana l’arte di disporre
Il Legatore Di Libri.
gli abbigliamenti come meglio conviene alle forme del corpo, aggiungendo grazia ai giovani, dignità ai vecchi.
Seguono poi altre stampe — fra cui quella del legatore di libri, che qui riproduco — le quali, malgrado siano interessantissime, debbo tralasciare per economia di spazio.
⁂
Come i lettori possono constatare, questo vecchio libro presenta un grande interesse dal lato della documentazione storica e meriterebbe uno studio esegetico e critico più esauriente di quello ch’io non abbia fatto.
Perchè risulterebbe del massimo interesse il poter stabilire un raffronto positivo fra le odierne industrie e quelle del seicento — seguire il graduale evolversi dell’arte e dell’industria secentista fino ai giorni nostri, evoluzione che cammina parallela col camminare dell’evoluzione dei popoli verso una forma superiore della convivenza sociale.
Poiché arte e industria sono gli indici maggiori e luminosi del cammino ascensionale che l’Umanità compie verso quella mèta indefinita e indefinibile che tutti sentiamo, senza poter precisare.
Ed io mi auguro di poter compiere presto questo studio.
F. Jacchini-Luraghi.
- Testi in cui è citato Arturo Graf
- Testi in cui è citato Gian Lorenzo Bernini
- Testi in cui è citato Giovan Battista Marino
- Testi in cui è citato Giano Della Bella
- Testi in cui è citato Dante Alighieri
- Testi in cui è citato Hartmann Schopper
- Testi in cui è citato Paolo di Tarso
- Testi in cui è citato Apollonio di Tiana
- Testi SAL 75%