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Ars et Labor, 1907/N. 1/Per la bellezza di un albero

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N. 1 - Le Pittrici N. 1 - Piccoli ritratti

[p. 24 modifica]Immagine dal testo cartaceo

Per la bellezza di un albero

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L'Ulivo


Ogni albero svetta nel vento con voce propria, pur che l’uomo sappia ascoltare e discernere. E chi abbia l’abitudine dei solitarii passeggi nei parchi incontrerà spesso il giardiniere-poeta intento a comporre con quelle voci un’armonia e con quei, tronchi variamente foggiati uno scenario.

Si leva dai tappeti verdi il pioppo con l’eretta persona, tutte le braccia tese verso il cielo: abbandonatamente piegano a terra i rami dell’abete fino a lambire sulle piccole erbe timide la brillante rugiada: si chioma la quercia con vastità solenne di spazi e di fronde, s’infosca il lauro, biancheggiano i

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Tra vigne e glauche selve d'olivi
Carducci.

Immagine dal testo cartaceoI nuovi nati.

faggi in fuga, ma li arresta il cipresso e alza dietro di loro, in nera forma opaca, una gran pietra miliare.

Questa è la poesia dei parchi all’inglese che s’inoltrano sui promontorii dei laghi prealpini, ne fasciano le sponde, ne imprigionano le ville, coprono di silenzi la campagna. Forse di troppi silenzi e meglio adatti all’anima nordica, che suggerì quelle linee di severa eleganza e quegli sfondi nereggianti, mentre per tanta parte dell’anno i nostri liberi alberi amano espandersi nella garrula gioia del paesaggio, come nei

.....dolcissimi colli tirreni,
Ove dal facile giogo difese
In contro a borea d’ombra cortese
Svariati le candide magion pe’ clivi
Tra vigne e glauche selve d’olivi....

o civettare nella lieve melanconia passeggera come sulle rive del Benaco che dalla penisola di Sirmione somiglia

una gran tazza argentea
cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto all’eterno lauro.

E qui il Carducci ha insegnato anche quella che dovrebb’essere la giovinezza, la luminosità dei giardini all’italiana. Un albero irregolare, agile e pieghevole, a rami spaziati come l’ulivo, può mitigare la drammatica severità delle grandi masse impenetrabili, dei tronchi perpendicolarmente rigidi nel vento.

Ogni pianta d’ulivo traccia una diversa via ai suoi rami, che ora sembrano rincorrersi come bimbi assorti nel gioco, ora s’arrestano improvvisi e improvvisi divergono e compongono capricciosi mazzi di foglie e raccontano alla circostante natura quant’è di voluto, di intensamente desiderato in quelle deviazioni.

Tutto ciò sfugge agli effetti dello scenario quando i vasti uliveti coprono le riviere dal perenne clima primaverile: allora soltanto una diffusa allegrezza collettiva sale dal colore delle foglie e il D’Annunzio può scrivere sinteticamente nella Laus Vitœ «un albeggiare di olivi». [p. 25 modifica]Ma quando invece il Pascoli nei Canti di Castelvecchio precisa

l’ulivo che ombreggi di un glauco
pallore la rupe già truce,
dov’erri la pecora, e rauco
la chiami l’agnello...

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un albeggiare di olivi„.
D’Annunzio.

Immagine dal testo cartaceoPennacchi penduli in Valsolda (Lago di Lugano).

noi sentiamo da ciascun albero salire una voce e chiedere uno spazio a sè, un cantuccio di natura dove tra ulivo e ulivo mettali radice altri alberi e corrano fra loro conversazioni diverse. Così divisi dai propri simili e frammisti ad altre specie potranno dare ai giardini una nota nuova e geniale, difficile a trovare, ma tanto più vittoriosa nel paesaggio in cui l’incontrammo qualche volta, voluta dalla natura non dall’uomo.

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L’ulivo Che Ombreggi Di Un Glauco Pallore La Rupe
Pascoli.

Svariano sui lembi della Valsolda e si specchiano nel Ceresio ulivi a piccole frotte o solitarii, e dalle cornici i radi pennacchi penduli sull’acque o piroettanti verso l’azzurro come fuochi d’artificio paiono persone e sciolgono insoliti inni di eleganza civettuola sullo sfondo tra grigio e verdastro delle dolomiti. Inni che spiegano la bellezza della leggenda. Minerva disputava a Nettuno l’onore di dare il proprio nome alla città fondata da Cecrope nell’Attica. Ne nacque una fierissima sfida: la vittoria sarebbe toccata a chi creasse la cosa più utile: giudici gli dei. Nettuno creò un cavallo focoso, Minerva picchiò la terra e ne fece spuntare un superbo ulivo carico di fiori e di frutti: gli dei ne ebbero stupore e gioia, la proclamarono vincitrice. Dal suo nome la città si chiamò Atene.

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la veglia degli ulivi.
casa contrabbandiera sul Ceresio.

Ma l’albero sacro a Minerva non esprime solo una formosità sonante: nelle fibre lignee e nei riflessi argentei delle sue piccole foglie serpeggia certa poetica umiltà che andava per il mondo con la colomba fuggita dall’Arca, ornava gli altari pagani quando ne era affidata la raccolta a giovinette e spose dell’Eliade e proteggeva nella Roma degli imperatori la vita dei mendicanti che ne impugnavano un ramo: supplicis arbor oliva. Poi se ne impadronì l’umiltà cristiana e ne fece un simbolo [p. 26 modifica]di pace e una festa nella domenica che precede la Pasqua. Ogni credente reca alla casa un ramo d’ulivo. Questa gentilezza quasi plorante è il romanticismo dell’albero, è il suo velo di melanconia che dilegua nei fitti uliveti dove al concetto puramente poetico e decorativo subentra la forza utile del raccolto dando ricchezza di guadagni ad intiere popolazioni.

Ma l’una cosa non esclude, nè guasta, l’altra. Quando nei plenilunii sereni e nelle aurore rosate della riviera Immagine dal testo cartaceoIl Bacio. ligure le interminabili fitte selve di ulivi affermano la potenza dell’albero, noi pensiamo che la bellezza e la forza sono oggi ancora due virtù gemelle nell’anima italica, come già furono al tempo delle repubbliche marinare, Genova e Venezia, che popolavano il paese di artisti e di mercanti.

Macerino gli uomini dalla rude fibra le ulive e ne facciano trasudare, biondo e lento, il liquido Immagine dal testo cartaceomonologo. che per tanti secoli die’ luci grandi e piccine ai palazzi dei ricchi e alle stanze degli umili. L’artista troverà anche in quel fervore di lavoro l’ispirazione, come ne trova nei silenzi o nello stormir lieve dell’albero solitario che s’inargenta o s’imbruna secondo che segua un meriggio o un crepuscolo, e Immagine dal testo cartaceoDialogo. con mille forme diverse suggerisce sempre nuovi motivi allo scenario. Sarà l’artista come quegli ispettori dell’Eliade che l’Areopago nominava perchè vegliassero alla protezione dell’albero: due soli ulivi, e per nobili usi, poteva sradicare ogni proprietario. Nè v’era chi si attentasse a violare la poetica legge.

I nostri laghi se ne adornino assai più e assai meglio. L’ulivo parla un bellissimo linguaggio aereo con le sottili venustà delle torri, si snoda elegantemente dinanzi ad un campanile di chiesa” campestre: dalla

Immagine dal testo cartaceoGli Ulivi Fasciati Dall'Edera. terrazza di un giardino a picco sul lago proietta con mosse umane i rami frondosi. Altre volte s’inorgoglisce quasi a significare nella robustezza insolita del tronco altri alberi più solenni e allora l’edera come se prendesse abbaglio, vi si abbarbica, lo fascia e solo quand’è salita dove ne diramano le prime braccia s’accorge dell’errore e, non più in tempo a ritrarsene, cerca almeno d’attenuarne la

[p. 27 modifica]portata lasciando che le sue corone di cupo sempreverde si allentino e facciano una penduta reverente decorazione sotto la festa delle piccole foglioline chiare e tremule.

Nell’aurora sembra una sentinella avanzata pronta a tutte le bizzarrie e a tutte le audacie pur di attirare su di sè l’attenzione del paesaggio: si scuote, racconta alla brezza tante cose birichine, sorride, ride di gran lena finché i rumori della nascente vita non riassorbano quella sua festività infantile. Nel meriggio è quasi magniloquente e non per questo ogni giocondità esula dalla sua chioma. Canterino è nel tramonto, poi nell’ultimo crepuscolo cede il posto ad un’altra sentinella tutta nera e forte, il cipresso, che leva il suo fantasma sul silenzio delle selve addormentate.

Chiacchiera volentieri l’ulivo con la quercia per un piacevole effetto di contrasti e su di uno sfondo verde le due forme accostandosi danno all’occhio sensazioni mutevoli. Allieta il grigiastro della rupe se appena quella gli conceda pochi palmi di terra per gettarvi le radici. Non ha preferenze

.....non vuole

per crescere, ch’aria, che sole,
che tempo l’ulivo...


dice il Pascoli a tono rappresentando nella dolcezza del verso la mitezza dell’albero.

Facciamone dunque un amico delle nostre eleganze, cerchiamogli un cantuccio in ogni orto, svolgiamone la bellezza ora selvatica perchè troppo abbandonata a sè stessa. L’albero ci sarà riconoscente improvvisando per i futuri giardinieri-poeti chi sa quant’altri capricci, quant’altro svariar di rami!

Renzo Sacchetti.


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