Ars et Labor, 1907/N. 4/Cesare Pascarella
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
| ◄ | N. 4 | N. 4 - Il monumento a Vittorio Emanuele II in Roma | ► |
CESARE PASCARELLA.
Ho visto nel triste febbraio a Bologna Cesare Pascarella piangere sul feretro di Carducci lagrime tacite ed aspre, che valevan più di tutti i panegirici intonati, ululati e strombettati attorno al gran morto. Il dolore di Pascarella aveva un che di duro e selvaggio, temperato da pronte effusioni di desolata tenerezza. Ho ritrovato nell’uomo, in una delle crisi più rivelatrici, i caratteri stessi della sua arte; e m’è venuta per essa una nuova riverenza; tanto più grande m’è apparsa la sua sincerità.
Di quest’arte, dell’arte cioè d’un poeta che è dialettale non per pigrizia o per maggior facilità, ma solamente perchè ha sentito la stretta convenienza della semplice parlata popolare, con la speciale materia ch’egli ha prescelto — e per questo Pascarella non è il «poeta romano «, ma un
poeta nazionale e dei maggiori — è difficile dire. Perchè essa ha i caratteri energici e primitivi dell’epopea e insieme la saggia e possente elaborazione della poesia d’un’epoca già accortamente letteraria. È arte che ha insieme il gran respiro tumultuoso delle creazioni cumulative dovute al genio esaltato e commosso d’una folla e il segno di una signoria personale rigorosa ed eletta.
Il morto di ieri, Giosuè Carducci, aveva un giorno affermato che l’epopea non è più possibile in Italia; uditi i sonetti di Pascarella si ricredette. Le ragioni ne sono chiare. La lingua italiana non è ancora l’istinto diffuso di tutta l’Italia; l’Italia nelle sue passioni, nei suoi sentimenti più ricchi è dialettale. Ora l’epopea ha da nascere spontanea da cuori ingenui, con il linguaggio proprio a questa ingenuità. Il dialetto è questo linguaggio; lo è stato un tempo, e lo è adesso, perchè solo da esso può trasparire chiara e impulsiva l’anima del popolo. La lingua scelta, che è il prodotto di una elaborazione, difficilmente, almeno per ora, tra noi, si presta a rappresentare le commozioni elementari, le impressioni calde e rudi, i pensieri inconsci della folla. Ora l’epopea non è che la trasformazione d’una materia eroica operata appunto dalla meraviglia quasi fanciullesca del popolo. Ogni delicatezza raffinata, ogni colore disposto con artificio, ogni immagine o riflessa o erudita vi dissonano.
Cesare Pascarella è giunto a scoprire la forma dell’epopea nuova, appunto per virtù della sua generosa anima entusiasta. Nato mentre l’Italia si formava, in quella Roma che è tutto un fulgor di gloria,
egli vide gli uomini che avevano compita la gesta nazionale, o ne sentì narrare le grandi virtù recenti. Si trovò nel periodo della giovinezza, il piùa tto a sentir con forza e con illusione — in mezzo a uomini che erano simboli, e tra un balenar di santissimi fantasmi coperti del sangue del sacrificio. Quel momento fu decisivo per la sua vita; ne determinò l’immutabile atteggiamento.
CESARE PASCARELLA. BRONZO DI PAOLO TROUBETZKOY.
(Proprietà della signora Giuditta Ricordi Brivio).
— Gli anni successivi non gli diedero nè l’ironia, nè lo scetticismo. Egli aveva troppo gli occhi fissi alle visioni che l’avevano abbagliato, per accorgersi del tramestìo degli uomini e dei fatti minori. Ma cercando alla sua sensibilità, alla sua commozione, alle sue fedi dei compagni, si accorse che li trovava nel popolo; nel popolo che quando è raccolto avvampa a una parola, piange, grida, si esalta, eal popolo rimase fido. Due aspetti di questi suoi rapporti con la vita umile
conservò la sua arte. Uno pittoresco, nato dall’osservazione; l’altro solenne, impetuoso, epico, nato dalla identificazione del poeta con il sentimento della folla. Ma queste due tendenze della sua poesia spesso si fondono; di qui nei sonetti di Pascarella insieme la sincera ispirazione e la perfetta fattura, l’irresistibile calore e la precisione delle immagini; e di qui anche quel suo di dar quasi al fantasma poetico, pur conservandone la bellezza ideale, forme concrete, quasi plastiche, profondamente umane.
Cesare Pascarella ha cominciato col sopprimere la sua presenza tra la sostanza della sua poesia e il lettore. La sua presenza di artista moderno, quindi aristocratico, non poteva coesistere senza rivelare lo sforzo d’un adattamento artificioso con le forme dialettali del canto, e con il modo quasi favoloso della narrazione. Per questo egli ha messo avanti un popolano: un popolano che racconta; e racconta con tale evidenza e con tale convenienza di linguaggio, che esso appare non una simulazione artistica, ma un uomo vero; tanto vi è di figurazione drammatica in tutta l’opera di Pascarella. Questo popolano nel Morto di campagna appare, attraverso ciò che narra, scuro in viso, sobrio di gesti, oserei dire taciturno, sebbene noi lo conosciamo solo attraverso leparole che dice; ma queste parole sono così raccolte, così nude, così incisive, che sembrano strappate fuori con pena e con passione da una abitudine lunga di silenzio. Nella Serenata è più nervoso, più attivo se è possibile dirlo; i sonetti lo mostrano rapido all’azione,
con una personalità più invadente, più commossa. In quella meraviglia che è la Scoperta dell’America, il popolano è osservato non più nei
suoi istinti fulminei, incoercibili; ma nella vita pittoresca del suo sentimento, e negli aspetti attoniti e arguti della sua curiosità. Ma a tratti si rivela qui quella fiamma ideale, prorompente con bagliori e corruscamenti e lingueggiamenti che vedremo più avanti, più intieramente
espressa in Storia nostra. Per questo bisognava che il popolano si trovasse di fronte a un motivo eroico. E Colombo questo motivo poteva offrire e offre; per questo dal racconto delizioso, rompono di tratto in tratto belli impeti di entusiasmo, semplici, ignari, avvolgenti. Villa Glori aveva già messo il poeta nel centro di questi ardori.
Ma là la narrazione rimaneva magnificamente oggettiva; era ancora l’uomo
solo che raccontava; il rilievo eroico era dato dal superbo contrasto tra la nudità scultorea del racconto, quel piglio quasi famigliare e la grandezza tragica della gesta rievocata, e la bellezza del sacrificio consumato per la patria; sacrificio che ampliato, concitato, sarebbe
diventato materia di lirica; frenato così, esposto cosi, offerto cosi con atto schivo di repubblicano dell’antica Roma, assurgeva alla sublimità della testimonianza epica. In Storia nostra c’è un arricchimento del tipo; c’è un rapporto di continuità con il popolano
della Scoperta dell’America nei sonetti che riguardano Roma antica; c’è qua e là la oggettività severa di Villa Glori: ma a poco a poco non è più l’uomo solo che parla; a poco a poco l’artista non si cura più di rendere attraverso la cosa narrata la interessante psicologia del narratore; assurge al vero e proprio canto, cioè all’acme del fervore. E allora è tutto il popolo che parla; è una specie di grande coro libero, primitivo che ripete le glorie d’Italia.
La materia che non è più in contatto con un uomo solo, ma con mille cuori, si trasforma in vera e propria leggenda, ma nei caratteri della trasformazione c’è tutta la logica, la speciale attività fantastica degli spiriti sciolti da tradizioni letterarie, da sensibilità critiche, da cultura storica. I fatti sono visti in una sintesi grandiosa, che raccoglie solo i particolari più coloriti, più accesi, quasi quelli che colpiscono di più
i sensi; i personaggi sono afferrati di schianto, stretti sul cuore, amati con delirio e con quel senso di protezione che i popolani ben muscolati e ben validi hanno per chi patisce, per chi si sacrifica,
per chi muore. Per Mameli chi narra darebbe non solo le lagrime ma il sangue; per Garibaldi non
una ma mille vite. Si confrontino due elaborazioni leggendarie di Garibaldi; quella contenuta nel meraviglioso
discorso di Giosuè Carducci, e i sonetti di Pascarella per Garibaldi: la leggenda Carducciana è erudita, classica, ascende al cielo della gloria in bellezza ardente; la leggenda di Pascarella si dilata in passione; la prima sale tra gli eroi e i semidei, la seconda s’aggira tra gli uomini, dà all’eroe delle virtù non soprannaturali, ma sopraumane, nel senso che sono virtù d’uomo poi state alla loro potenza estrema.Garibaldi è stato da per tutto; non c’è città, non c’è monte, non c’è angolo d’Italia dove non sia passato e non abbia vinta una vittoria. Il popolo gli dà la serena, la pacata facilità di trionfo che ammira in piccolo in coloro che nella vita quotidiana affrontano e
superano il rischio; lo trasforma ingrandendo gli elementi della propria conoscenza umana; e per questo fa nel tempo moderno quello che aveva fatto la
Garibaldi creato da Pascarella; ma c’è in più la poesia del dovere, l’abnegazione, il dolore, il sentimento, l’idealità. E qui che Pascarella mi appare mirabile. Risolvere questo arduo problema, di divinizzazione, quasi, della materia moderna, restando nel calore della vita, nella luce della verità, è prova d’un ingegno poetico sorprendente.
Della perizia artistica non è neanche necessario dire. In un’opera di tanta mole come è la Storia nostra, i versi imperfetti si contano sulle dita; i sonetti sono costruiti con una infinita varietà; la musica vi è cercata con una novità proporzionata ed eletta; le descrizioni — che procedono quasi sempre per enumerazione — sono d’una lucentezza, d’una consistenza, d’un rilievo abbaglianti; le rime scelte non con desiderio di sforzo e di bizzarria, ma con signorilità e obbedendo al ritmo, all’organismo, al respiro del verso. E il pubblico di Milano lo sa. Il pubblico di Milano che ha sentito Pascarella recitare i suoi sonetti, aggirandosi per il palcoscenico del Manzoni nervosamente, interpretandoli con una vivacità simpatica di gesto, accompagnandoli spesso con una commozione che gli rompeva le parole in gola; e l’ha acclamato, sentendosi tutto penetrato ed esaltato da quell’amore dell’Italia che ardeva in ogni sua parola, da quella sete di gloria per la nostra patria che lo spingeva a evocare dalle grandi ceneri i nostri grandi eroi.
Renato Simoni.