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Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 2/A proposito di una pubblicazione di Storia del Risorgimento Italiano

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N. 2 - A proposito di una pubblicazione di Storia del Risorgimento Italiano
N. 2 - Il ricettario magico dell'amore e della ricchezza N. 2 - Ville e palazzi italiani

[p. 106 modifica]Immagine dal testo cartaceo

A PROPOSITO
DI UNA PUBBLICAZIONE DI STORIA
DEL RISORGIMENTO ITALIANO

[1] Immagine dal testo cartaceo

Immagine dal testo cartaceoECISAMENTE non v'ha cosa difficile quanto dettare la storia contemporanea. Gli avvenimenti troppo vicino a noi si presentano il più delle volte con un aspetto tutt'affatto opposto a quello proprio ad essi, non essendo a noi dato, per mille circostanze diverse, di poter far sempre tutte quelle investigazioni coscienziose che ci permettano di vagliarli con ogni equità: i rancori sanguinano ancora e lo storico corre facilissimo il pericolo di mutarsi in libellista, onde l'opera ch'egli credeva di dettare per illuminare la posterità su dati avvenimenti, termina il più delle volte per sviare dall'intento che egli si era onestamente prefisso. Pasquale De Luca non deve essersi certo nascosto il pericolo che lo attendeva nello scrivere l'opera sua poderosa e qua e là difatti si accusa la coscienza in lui nitidissima del guaio al quale abbiamo or accennato.

Molti documenti riguardanti il nostro Risorgimento; la maggior parte, anzi, sono tutt'oggi ancora inediti, e indubbiamente quelli che sarebbero appunto i più acconci a illuminar molte circostanze. Da qui pertanto numerosissimi, variatissimi gli ostacoli che si oppongono per dettare una storia completa ed imparziale del Risorgimento del nostro paese.

Immagine dal testo cartaceola tomba di Garibaldi a Caprera. Per far della storia oggi non bastano più alcuni dati, quelli che tutti hanno sotto mano si scriva la storia d'oggi come quella d'ieri, del nostro secolo o di una diecina di secoli addietro: la storia del Medio Evo o quella di Roma: oggi bisogna abbeverarsi a tutte le sorgenti accessibili, senza alcuna eccezione, e tutte esaurirle innanzi di mettersi all'opera. Corrono presentemente per la maggiore tali pubblicazioni, che per esse non possiamo a meno di ritenere sia occorsa un'indagine estremamente minuziosa in tutti gli archivi, giacchè tali lavori non vanterebbero alcun merito, alcuna ragione in loro di essere, quando non fossero in tutto completi. Ma se tal genere di opere è possibile per quanto riguarda la storia di un secolo addietro e giù di lì, non è fattibile in quanto esse si riferiscono ad avvenimenti vicino a noi, giacchè, insistiamo, ogni vera e scrupolosa indagine è a tutt'oggi presso che impossibile anche allo storico più coscienzioso: le ragioni ognuno facilmente sa intuire. Poi si oppongono tutte le altre difficoltà, che sono comuni ad ogni lavoro di tal natura, e prima fra tutte la mancanza di un unico archivio, il quale non costringa chi scrive [p. 107 modifica] Immagine dal testo cartaceoL'ultimo ritratto di Garibaldi.storia a continui viaggi da una città ad un'altra, a corrispondenze spesso inutili con archivisti il più delle volte trascuranti e indifferenti. Donde il fatto che anche i migliori si lasciano trarre a non valersi che dei testi stampati o se di testi inediti, quando sia possibile consultarli a non molta distanza dalla propria residenza: taluni scrupolosi visitano qualche rara volta, per eccesso di zelo, anche alcuni archivi lontani, ma in tal caso senza direttiva: s'affidano alla fortuna.

Quindi volumi, raccolte di testi, cataloghi, che dopo pochi anni dalla loro comparsa esigono aggiunte e correzioni senza fine.

Non mancano problemi di storia, i quali sono stati trattati sotto ogni aspetto tutte le volte che una circostanza qualunque ha portato alla scoperta di qualche nuovo documento a riguardo di essi: tuttavia non sono ancor stati esaurientemente risolti. Quindi la formazione di una bibliografia enorme, ingarbugliata, disordinata, ricolma di ripetizioni inutili, che poco a poco vien a ingombrare l'accesso alle stesse questioni più semplici.

Si è ormai giunti a tal segno, che occorre buttar quasi altrettanto tempo e fatica nello spogliare la letteratura, di un dato soggetto, a confutare gli errori e le ipotesi avanzate da autori in possesso di insufficienti documenti, a sgombrare il terreno Immagine dal testo cartaceoepisodio della battaglia di Palestro (dipinto di A. Cassioli). [p. 108 modifica]Immagine dal testo cartaceoLettera di Garibaldi a Bertani.dai roveti intricati della bibliografia, quanto ne occorrerebbe per adunar da noi stessi, in buone condizioni, tutti i dati necessari a trattare degnamente un dato soggetto prescelto, a valutarli e a rendersene padroni; una cosa questa non poco feconda, quando compiuta con ogni diligenza e che permettesse di buttar alle ortiche tutta la letteratura, precedente, la quale non conserverebbe d'interesse se non quel tanto richiesto dai cultori di storia mediocremente provvisti di erudizione.

È dunque di un'importanza unica, che quanti intendono studiar la storia alle sorgenti vere di essa sieno posti in condizione da poter utilizzare tutte le fonti che alla storia sono proprie. Conviene che quell'onesto obbligo, che è loro imposto da un sistema logico e la cui trasgressione è stata fino ad oggi inevitabile con conseguenze ogni giorno più gravi per la scienza della storia, venga praticamente facilitato agli storiografi.

Immagine dal testo cartaceoLa resa del Forte D'ampola (quadro di S. De Albertis). Occorre pertanto che essi sappiano dove trovare i documenti a loro occorrenti e che siano messi in condizione di po terli con tutta facilità consultare.

Ora un mezzo che può valere a porre un valido argine a quanto abbiamo qui lamentato sta indubbiamente nel raccogliere a Roma non gli originali, ma la copia di tutti i documenti che nei nostri archivi si conservano, relativamente alla storia del nostro paese non esclusi quelli riguardanti il nostro Risorgimento, fino a dove sia ciò fattibile.

L'idea non è nuova: lo sappiamo. Già in Francia nel 1762 fu avanzata dallo storico Moreau e dal ministro Bertin, a proposito appunto della memoria del “Moreau sur la formation d'un dépôt général des chartes„. “Il nous faut — affermava Bertin [2] — une collection de copies fidéles des titres et chartes, de tous les dépôts particuliers, à laquelle les sçavants puissent recourir comme aux originaux, soit en attendant qu'elles soient imprimées, soit après leur impression„.

I religiosi della Congregazione di Saint-Maur vennero incaricati di tanto poderoso lavoro di copiatura dei documenti riguardanti la storia della Francia raccolti negli archivi pubblici o in quelli privati; lavoro “plus disgracieux par lui-même que l'on ne peut croire„, confessava Lenoir, ma di un'utilità che non può sfuggire ad alcuno. [p. 109 modifica]Da tutti gli archivi, anche da quelli più difficili a visitarsi, scriveva Bertin ai Padri il 30 settembre 1762 “le Roy entend que vous tiriez des copies figurées de toutes les chartes et de tous les actes importants que vous y trouverez... Ces copies formeront une collection à la portée des sçavants qui auront besoin de consulter les titresqu’ils ne pourroient bien connoistre s’ils restoient dispersés„.

Nel 1764 i benedettini del “Cabinet des chartes„ inaugurarono l’impresa con molto zelo e le trascrizioni d’allora affluirono abbondanti ogni giorno al “fermier generai Richard„, all’angolo di piazza Vendôme e di via dei Cappuccini ed all’uopo acquistato, quell’edificio, dal Bertin.

Immagine dal testo cartaceoMaria Luisa d’Austria (dipinto Di G. B. Borghesi). In seguito, mano mano Moreau e Bertin ampliarono i confini del loro progetto, pensarono essi fosse conveniente di completare le ricerche iniziate negli archivi della Francia con risultato tanto pratico, con altre attente ricerche negli archivi dell’estero.

Il “Cabinet des chartes„ doveva per tal modo riunire in sè, allo stato di copia, tutti quegli atti interessanti la storia francese, che più tardi Napoleone carezzava l’idea di raccogliere in originale nel palazzo della Spianata degli Invalidi.

De Bréquigny ricevette verso il 1764 “la missionde copier, dans les differents dépôts de Londres,les pièces qui concernaient l’histoire de France„ e Berthod più tardi veniva incaricato di un’analoga missione nei Paesi Bassi e Colloz nei ducati di Bouillon e di Lussemburgo. “Sa Majesté — scriveva Bréquigny nel novembre del 1773 — a établi un dépôt pour y placer les pièces manuscrites qu’elle a ordonné de rechercher et de transcrire, soit en France, soit même dans les pays étrangers, et on y en a déjà beaucoup rassemblé: l’Angleterre seule en a déjà fourni un grand nombre. L’intention du Roy seroit qu’on fist des recherches semblables dans les autres Etats et sourtout dans ceux qui, par leurs anciennes relations avec la France, paraissent avoir dû conserver une plus grande quantité d’actes propres à eu éclaircir l’histoire. Rome est de tous les pays celui qui promet la moisson [p. 110 modifica]la plus abondante en ce genre... „ E nel 1776 Laporte du Thiel venne difatti incaricato delle indagini opportune negli archivi di Roma: è noto con quale fortuna venne condotta l’impresa.

Non si può a meno di rimanere sorpresi nel rilevare la rapidità con la quale il “Cabinet des chartes„ venne arricchito delle carte più rare. Secondo i calcoli di J. Delpit, Bréquigny inviava dall’Inghilterra non meno di dodicimila copie di Immagine dal testo cartaceoA Calatafimi - Particolare del Monumento a Garibaldi sul Gianicolo. documenti importantissimi e Laporte du Thiel spediva da Roma la trascrizione di oltre cinquemila lettere dei vari pontefici. Nel 1780 Moreau comunicava che i ventinove archivi che fino allora erano stati esplorati avevano fornito oltre venticinquemila documenti.

Se l’impresa fosse stata continuata com’era stata iniziata, si sarebbe forse potuto, malgrado le apparenze contrarie, condurre a buon fine cosa che non avrebbe mancato di dare risultati più che sorprendenti.

Vero è che l’integrale trascrizione di tutti i documenti interessanti la storia di una nazione è impresa presso che impossibile, specialmente quando un paese vanta una storia della portata di quella della nostra Italia. Ma la raccolta potrebbe essere limitata ad una specie di intelligente riassunto di tutti gli archivi nazionali e dell’estero, per quanto si riferisce alla nostra storia. In un archivio della portata di quello a cui accenniamo dovrebbe trovarsi come una specie di elenco di ogni atto di questo o di quell’archivio; dovrebbe in esso trovarsi largo cenno di tutte le ricerche compiute su ogni argomento interessante la nostra storia e non vi dovrebbero far difetto la copia dei passi più importanti d’ogni documento e l’inventario di quegli atti che non si è ritenuto opportuno far copiare. Un tale archivio porterebbe in breve a siffatti pratici risultati, che lo studio della storia non esigerebbe più fatiche eccezionali e si sarebbe ottenuto il grande vantaggio di aver strappate non poche delle moltissime spine di cui abbonda oggi un tale studio.

Intanto, in attesa che si dia via a quanto ogni studioso non può a meno di augurarsi di veder a compimento quanto più presto possibile e in attesa che grado grado venga messo a disposizione degli storiografi tutto il materiale necessario per dettare completa la storia gloriosa del nostro Risorgimento, dobbiamo essere riconoscenti a Pasquale De Luca di aver saputo raccogliere in un’interessantissima opera come la sua ogni dato e fatto più saliente della storia del nostro stesso Risorgimento.

Non indiscrezioni di sorta, ma la prova imparziale di una veduta limpida e moderna intorno a tutto quanto ha rapporto con la storia dell’Indipendenza nostra, onde dalla penna dell’amico nostro sono uscite pagine mirabili, che parlano superbamente di tutto l’eroismo di un intero popolo stanco di essere vessato e tenuto schiavo; pagine di storia la più viva — bene afferma Federico Verdinois, appunto dicendo del volume del De Luca — la più drammatica, la più gloriosa, la più romantica nella inverosomiglianza dei tipi eroici, degli eventi miracolosi, dei colpi di scena, dei sogni, delle visioni e dei sacrifici. Ed è veramente quella del nostro Risorgimento una tela, per figure e colorito, michelangiolesca. E, continuando, il Verdinois bene osserva, come la visione viva e vera dalle pagine del De Luca si ripercuota in noi [p. 111 modifica]come in uno specchio, ci ridesti dentro palpiti sopiti, rievochi cari e venerati ricordi, inondi l'anima di una luminosità tanto più raggiante quanto son più fitte le tenebre che ci stringono e ci mozzano il fiato. Sono figure di giganti, che però non appartengono alla favola e i pigmei di oggi si sentono orgogliosi di riconoscerlo. In fin dei conti, siamo della stessa famiglia. E vi balenano davanti e vi squillano intorno, in un turbine di splendore e di suono, lampi di acciari, sorrisi di donne, sprazzi di sangue, onde di popolo, guerrieri della penna e del brando, poeti, re, papi, monelli, poliziotti, sacerdoti, cospiratori, galeotti... Tutti, nessuno escluso, han portato, come si suol dire, la loro pietra tutti han lavorato a far l'Italia, specialmente quelli che lavoravano a ciò non si facesse... Anche i morti? Sì, e molto più dei vivi. Il sangue dei martiri è fecondo, si diceva una volta, e ci si credeva. Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele, Gioberti, D'Azeglio, Balbo, Ugo Bassi, Tito Speri, la Trivulzio Belgioioso, Pellico, Confalonieri, Maroncelli, Cattaneo, i Poerio e i Dandolo, Cesare Rossaroll, Manin, Guglielmo Pepe, Luciano Manara, Pio IX e Ferdinando II, Ciceruacchio e Guerrazzi, Maria Luisa, Ruggero VII, Giusti, Mameli, e via via, dai più cospicui ai più umili; tutti vi passano davanti, si fermano sulla scena, si dileguano, conscienti di aver compiuto la loro parte, lasciando il posto ai nuovi personaggi del dramma, agli eventi che incalzano, alle generazioni che sopravvengono impazienti, alle nuove battaglie, alle conquiste o alle disfatte, al cammino trionfale del pensiero o dell'azione di un popolo.

Tutta questa storia è di ieri, e, nondimeno, sembra confondersi lontano lontano nella nebbia del passato. Immagine dal testo cartaceoDifesa di Roma — Particolare del Monumento a Garibaldi sul Gianicolo. Molti l'hanno vissuta, che tuttora vivono: molti l'hanno impressa nel cuore e nella memoria. Ma c'è anche di quelli ai quali non già che la ignorino è bene narrarla e documentarla: documentarla fino dove è oggi concesso, pur troppo. Ond'è naturale che nell'opera del De Luca, come in qualunque altra che voglia trattare del nostro Risorgimento, qua e là non manchino particolari interessanti, i quali esigono una penetrazione d'analisi che solo sarà permessa col tempo. Ma se al De Luca non è stato possibile di poter analizzare con sufficiente penetrazione talune transazioni di alcuni dei maggiori fattori dell'unità italiana, mentre le loro forti e sovrabbondanti nature maturavano fra agitazioni e avversità d'ogni sorta, a traverso le pagine dell'opera del De Luca assistiamo in compenso a tutta una rara intuizione nel comprendere avvenimenti, dei quali fino ad oggi manchiamo dei dati necessari per poterli vagliare nella reale loro importanza, poichè, ad eccezione di qualche documento di importanza tutt'affatto letteraria, privo di interesse dal lato storico, niente o ben poco è a disposizione di chi intenda far della storia in cui si vagli il perchè dell'agire di un dato personaggio e l'importanza effettiva di uno speciale avvenimento, il quale potrà forse col tempo rivendicare la responsabilità sua ad altri che non a colui a cui oggi si affida.

È ogni testimonianza di indubbia fonte che ancor attualmente fa difetto per una storia vera del nostro Risorgimento. Quindi se l'opera del De Luca non è tale che possa in qualche guisa rettificare la storia dell'Indipendenza italiana, pubblicazione [p. 112 modifica]è però in cui il sunto storico si congiunge felicemente ad una forma graziosa, che qua e là non manca di ricordarci Valbert. Un’opera pertanto dalla quale la gente imparerà la storia del nostro paese dell’epoca gloriosa del Risorgimento, senza esser vinta da alcun senso di noia e nella quale gli storici troveranno impressioni vive, palpitanti, che varranno a ravvivare, per così dire, in loro avvenimenti e personaggi ben noti. È in breve tutta una nuova testimonianza dello straordinario e quasi inverosimile periodo dell’epopea dell’Indipendenza nostra, fino agli albori del nuovo regno di Vittorio Emanuele III, i cui improvvisi risultati lasciano oggi più che mai un ricordo che impressiona e fa meravigliosi quanti furono di esso gli attori principali e fa comprendere l’incomparabile valore dei nostri eroi, vincitori a dispetto della fortuna e di ogni norma di guerreggiare, nonché di quanto ad essi mancava in fatto di organizzazione e di direttiva. E qua e là a traverso la bell’opera del De Luca sono aneddoti caratteristici sulle cose e sugli uomini, mentre a lato dell’eroismo dei nostri rifulge pur l’eroismo di chi ei fu alleato in quel fortunoso momento; fortunoso non soltanto per noi, ma anche per i vincitori di Magenta, giacché, intrapresa la guerra anche da parte dell’alleato senza viveri e senza munizioni, quasi fu continuata non soccorsa da alcun piano prestabilito e priva di una illuminata direttiva. Immagine dal testo cartaceol’apoteosi di VITTORIO EMANUELE II. A Magenta difatti vediamo cercare il nemico che non v’era, incontrarlo quando non era atteso e pugnare senza saper come. Oh, i particolari di rara eccezionale importanza che sono stati raccolti dalla viva voce di quegli stessi che presero parte a quella campagna, la quale per il suo rumore e per la fortunata imprudenza ritorna a più riprese alla nostra memoria l’impresa temeraria di Carlo VIII! Nè basta, chè, continuando a proposito ancora dell’azione sviluppata dai francesi in nostro favore, alla campagna intrapresa senza preparazione e interrotta così imprevedutamente da parte del nostro alleato, segui un’azione diplomaticamente pericolosa quanto l’azione militare, giacché guidata senza alcun preciso principio e senza alcun scopo prestabilito. E bene è stato per noi che la politica di Napoleone III non abbia mai saputo [p. 113 modifica]fissare un intento preciso alle sue proprie mosse, nè una conseguenza qualunque ai suoi atti, tanto che la guerra che parve per un momento un atto di politica francese non fu avventuratamente che un atto di politica italiana.

Napoleone l’intraprese per simpatia verso l’Italia, fors’anche per altre ragioni più intime, non certo in vista unicamente degli interessi francesi, ma quando bisognò conciliare i suoi doveri di sovrano di un paese cattolico con la nuova situazione creatasi in Italia, egli si trovò preso alla sprovvista e solo potè su lui l’influenza nefasta dell’imperatrice, ammessa troppo spesso a dar consigli. Immagine dal testo cartaceolo sbarco di Garibaldi con Anita a Magnavacca (quadro di E. Paggiaro). Ma quanto risveglia in noi, in fatto di considerazioni, l’opera del De Luca, a voler qui fermare anche brevemente troppo lungi ci trarrebbe. Onde ci affrettiamo a concludere, che le pagine di lui meritavano bene venissero segnalate anche da questa nostra Rivista, sovratutto per le due qualità essenzialmente storiche che da esse emergono e vogliono maggiore il valore di questo volume: una lodevole imparzialità e un’indipendenza di giudizio non comune; due qualità non troppo frequenti nei nostri scrittori, perchè non fosse qui il caso di specialmente metterle in luce per doveroso omaggio al De Luca. Ma è pur indiscutibile, che innanzi di essere una pura opera di storia, questa del valente scrittore è un’opera d’arte. È difatti un’opera di non comune valore letterario e dall’andamento ampio, sì da accattivare fino dalle prime pagine singolarmente a sè il lettore. Il De Luca difatti se ci ricorda qua e là il Valbert, narra anche secondo il metodo di Thiers e di Guizot, considerando la storia non come una semplice esposizione di fatti, ma anche una vera opera letteraria; sovratutto tale, tanto che ad onor del vero qualche volta l’opera d’arte appare alquanto esuberante. In opposizione alla moderna scuola storica, il De Luca mette tutta una speciale civetteria nel terminare l’opera sua a un tutto armonico e ben distribuito, libero da quanto può impacciarlo e proveniente da un’erudizione ingombrante.

Vero è che un tal procedimento, se ha i propri vantaggi, non va esente da non lievi inconvenienti: si è a più riprese discusso al riguardo. Ma a noi basterà qui notare che il procedimento è ammesso e che giacché è accettato bene ha fatto l’autore della Patria nostra a presceglierlo, tanto più quanto si sappia così mirabilmente applicarlo e col risultato a cui egli è riuscito.

E. A. Marescotti.


Immagine dal testo cartaceo

  1. PASQUALE DE LUCA. La Patria nostra — I liberatori — Visioni e figure del Risorgimento.
  2. X. CHARMES. Le Comité des travaux historiques et scientifiques. Paris 1886, in-4, 1, 43.