Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 2/La casa del Pastore
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Nel chiuso di Caino.
Abelina, dalla Punta della Corvaia, non vista, aveva veduto tornar il fratello confortata dal pensiero che Cephas ne sapeva nulla.
A giorno fatto nelle baite non ei fu momento di pace.
Che vocìo! Dovunque muggiti e belati, e un grugnir chiassoso di maiali tirati su pelle chine con urli e risate, e ragli primaverili echeggiavano tra le forre.
Oh! la fatica di Naba a tener dietro a tutto!
Alda, Abelina accudivano mute alle stalle, volgendo di quando in quando uno sguardo del cuore, muto anche lui, alla grigia solitudine del Chiuso di Caino. Là Corvino girellava pensoso, inquieto, ricordando che gli altri anni il più gran chiasso al Mach in quei giorni lo faceva lui.
Per giunta la prima settimana fu di pioggie e di nebbie. La gran fatica aveva messo di malumore anche Naba; che, in fine aveva trovato da lavorar per tre! Le stalle alte erano senza foraggi, senza verde le chine. La neve copriva ancora gli alti pascoli: la roccia, qua e là vitrea e sdrucciolevole, metteva in pericolo le stesse capre. Guai quando la comincia a andar male! Sotto gli occhi di Naba, che non aveva potuto far nulla, e che per la prima volta aveva pianto, era ruzzolata la mucca della Narda. Nè ei fu modo d’andarla a prendere in quella buca dentro il ghiaccio. Era andata a finire, proprio come Pinotto!... Povera bestia!... Ma almeno i parenti di quel disgraziato hanno risparmiati i soldi del funerale! Qui Cephas doveva rimetterci marenghi! E i falchi e l’aquila, affamati, eran venuti da lontano a far buon pasto della Grisa e avevan, per merenda, portato via tre agnellini... Il vetterli di Naba e la sua mira valevan nulla, dentro quelle nubi che coprivano tutta la montagna!
Cephas stesso non si ricordava d’aver veduto mai una cosa simile. «Pochi giorni ancora così e son fallito!»
Esclamazione che veniva stanca sulle labbra cascanti, non seguita dal dardeggiar dell’occhio, che, da mobilissimo e di bragia, ora non aveva più comandi e si fermava opaco su la fredda desolazione del Mack.
Ma, nell’oro e nel rosso d’un infocato tramonto, venne un ventaccio indiavolato. Volavano i ghiaccioli e la neve nell’aria! Ma aveva lì per lì portata in pochi giorni una primavera di smeraldo: sole e stagione sicuri.
Il Mack, di tanto lontano dall’abitato, a sette ore dalla valle dei castagni e dei prati, era tutto un trionfo dell’attività e dell’intraprendenza selvatica di Cephas. In un quarto di secolo, nella vasta conca a pie’ di irte chine, e di rocce a picco, Cephas aveva imposto al detrito delle rovine millenarie un immenso pascolo d’aromi e di timi.
Tra gli schisti delle vette lacerate dalle nevi,dagli sgeli e dalle burrasche, per ogni forra piccoli prati posticci ingemmati di erbe olezzanti. Le mucche ruminano nettare prezioso e danno latte più dolce del miele.
Il conte Tebaldi aveva lasciati i pascoli grassi della valle presso la Ferriera Vecchia alla marchesa Vittoriana di Frias, che Cephas aveva poi comperati da lei falciando fieni sulle rupi.
Di anno in anno, là sotto le creste, nei luoghi protetti dai venti e dalle frane, vi aveva fabbricate le dodici usende, e i chiusi.
Chiamali usende quei montanari certe baite, a pietre sovrapposte senza intonaco, rifugio dei mandriani durante le notti e le bufere nella breve stagione estiva sulle cime deserte. Un sentieruzzo praticato a colpi di martello da Cephas e da Naba il paziente, rasente le lavine e colle mine dentro le rupi ferrigne, unisce quelle abitazioni faunine, serpeggiando su su, alto alto, fino ai valichi. Qui, su chine e pianiceli! erbosi Naba, Alda e Abelina falciavano profumi inebrianti, e riponevano fasci preziosi.
Al crescer del lavoro, quando la roccia riarsa arde nel sole, Alda, Abelina e il buon Naba trasportavano il fieno a quintali, tremanti sotto il peso degli immani fasci, sospesi a bilico in riva a’ precipizi, pronta l’anima sulle labbra. Ma, passato il ciglio a corsa, non si ricordavano più di nulla e andavan a insaccar quelle cataste nelle usende. Dodici erano le usende del Mack. A ciascuna Cephas aveva posto il nome di un apostolo.
La vecchia baita, naturalmente, era sotto il patrocinio di Simone di Pietro; di Cephas pastore. Senonchè quello che ora è in Paradiso ha potuto più d’una volta sbagliare, ma lui mai.
L’ultima usenda, che avrebbe dovuto prender nome dallo Scariota, e nella quale era
L’ultima usenda.
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andato a cacciarsi Corvino, fu dedicata a Paolo e a Naba, cioè Barnaba, i successori santi dell’indiavolato traditore.
Sospesa sulla china, dentro una conca di rupi, vedetta grigiastra sul profondo della valle, essa è come l’occhiuto centro d’un anfiteatro di rovine, sul fondo severo, selvaggio delle pareti immense. Cento e cento canaloni tortuosi si perdono nel fondo tra i massi infranti.
Di fianco, di contro, sulla china, serpeggia il sentiero: striscia argentea su le sporgenze.
Al di là, che toccano il cielo, le Alpi; delle quali Corvino Wikervoore e Aldo Falbi avevano insegnato a Cephas i nomi stranieri.
Soavi ricordi che stavano per chiudersi nell’anima del pastore, nell’ora dell’unico dolore provato in sua vita e del quale lui stesso era la causa, senza sentire il conforto che... sarebbe stato anche l’ultimo.
Corvino prima di intanarsi lassù s’era preso in ispalla un laveggio, un sacco rigonfio di farina, a pezzi infagottati, il verterli di Naba. Nel riporlo, s’era detto: «Cephas, vieni a prenderlo! Qui è tutta roba mia. Il ladro sei tu. Dio te la dirà presto».
La breva gagliarda aveva portato giù, e agosto era finito, un freddo d’ottobre. Naba sul Dosso della Pernice era andato a prendere Cephas per riaccompagnarlo alla baita. Ve lo trovò molto affranto. Ma non avrebbe potuto trattenersi a Simone di Pietro. Egli attendeva a troppi lavori da che Corvino s’era messo in isciopero. Naba però non conosceva questa parola, nè l’idea che contiene; chè, quanto più si va in alto, meno si sentono e tanto meno s’intendono certe voci del basso.
Alda stava in Simon Cananeo, l’usenda più vicina a quella di Corvino; e Abelina in quella di Giacomo Minore; la meno alta.
Ruppero in quell’istante il silenzio dall’alta conca due spari. Gli echi si sperdettero fra le alte roccie a picco intorno a Giacomo di Zabeo, ma rintronarono sinistramente nel cuore delle due fanciulle, nuove anch’esse al dolore. Ne sentì la romba anche Cephas...
Naba avvertì, meravigliato, un moto di Cephas che teneva lo sguardo fisso verso Giacomo di Zabeo. Il vecchio aveva stesa la destra, come se afferrasse col pugno chiuso il capo d’una catena invisibile, fissa a un punto lontano.
Movimento che tosto si tramutò in una minaccia e in un’imprecazione muta. Naba gli posò la mano sulla spalla tentando di sedare con la sua gran quiete quella rabbia fumosa e sinistra.
— Hai ragione. Mi fo male! — soggiunse scuotendosi. — Lo so...
— Io non ho detto nulla. Però, ora a me pare... Oh! dite non pare anche a voi che sarebbe bene che voi tornaste nella baita? Fin che sentite nell’ossa il male sarebbe meglio che vi teneste un po’ da conto.
— Anche a voi pare? — soggiunse sbadatamente. Nè si mosse.
Naba non osava fiatare. Eppure Cephas lo tratteneva con un discorso affaticato dell’occhio, fisso in lui, che era pressato di tornar ad Alfeo. Chè non aveva ancora munte le capre e le sentiva, tutt’e novanta, belare, belare. Pietoso rimorso del buon pastore.
Ma, come muoversi di lì? Lui non aveva il permesso di parlare al padrone, se non interrogato. Cerimoniale rusticano della casa di Cephas. Egli, finalmente, si mosse. Oh, la fatica! Nè si lamentava del dolore che sentiva nella parte meno offesa della persona. Si pesò addosso a Naba più greve di quanto non si fosse mai sentito.
Il vecchio non lo lasciò entrare però in Simone di Pietro e gli disse come se avesse continuato un pensiero: —... Ditele che domani, appena spunta il sole, la aspetto qui.
— A chi?...
— A Abelina, balordo!...
— Munge alle tre.
— Alle due si muova. Il resto lo farete voi.
Buona notte...
Poi si chiuse in casa.
A chiunque altro sarebbe parso un augurio inutile quel — Buona notte! —, non al placido Naba. Soltanto pensava: «Riuscirò a far tutto?» Un’ora di salita, e che salita! per tornare a Zabeo; poi le novanta capre da mungere, poi il latte da spannare! Un’altra ora a Simone Cananeo, si sa per aiutare un po’ quelle buone figliole. Chè Abelina doveva esser lì da Cephas col sole. E la fame gli torceva le budelle, che eran vuote da otto ore. In un volo fu su.
Arrivò all’usenda col barlume delle prime stelline.
...Ma le capre eran tutte state munte. Era spannato il latte, e sul tagliere una luna indorata di polenta fumava consolante. — Oh! buona Alda, voi qui? Grazie, grazie! Ma... come siete pallida. Qualche disgrazia?
— No, no... Ditemi! Cephas come l’avete trovato, Cephas?
— Non parla... Alda, che cosa avete lì? Tre galli montani?!
— Sì; ne ha uccisi sette.
— Ve li ha portati lui Corvino? E gli avete potuto parlare?
— No, non si lascia mai vedere.
— E allora?
— Quando sono andata al pizzo a prender la neve per dar da bere alle bestie, certo allora, li ha buttati là, sul cassone. E se n’è andato.
— C’era Abelina?
— Non lo so...
— Via; non piangete. — E la voce avrebbe tradita la sua commozione, se la fame con cui ingollava la polenta, non fosse stata più prepotente. — E almeno Corvino si fosse ricordato anche di lei...
— Che vi pare!... Sì che si ricorda d’averle
Imprecazione Muta (pag. 129)
teneva fisso lo sguardo in terra.
(Pag. 132).
promesso di sposarla!... L’ho fatta col brodo del gallo lì nel laveggio. Lo mangerete domani.
— Ma che vi pare? sta buona roba era inutile prepararmela... Via; perchè piangete? Non l’andrà sempre a un modo.
— Naba, la potrà anche andar peggio! Dite, mi lasciate qui accanto al fuoco stanotte? — Mancherebbe altro! Voi ci tenete ad esser contessa? Dunque... andrete voi nel fienile. Qui resterò io.
— Tanto non ho sonno.
— Eh! sì; bisognerà che vi muoviate presto, perchè, sapete, vi aspetta...
— Se l’ho pensato!... Tanto ci sarei andata lo stesso. Pover’uomo, bisogna che si tenga su. Benedetto Corvino...
— Un brodo buono gli farà bene.
— Ma è meno sordo: ha sentito sparare. Temo però che...
— Che cosa?
— Credete voi che accetterà questa roba da Corvino?
— V’ha detto forse qualche cosa in proposito di lui?
— Nulla.
— Nell’aria rigida matura un triste frutto.
Lungamente aspettata da Cephas, prima dell’alba, Alda era in Simone di Pietro. Egli si sforzava di mostrare una gran pace, chè un sorriso a prestito l’ebbe a trovare.
Alda però aveva lasciato lì fuori i tre galli montani, come per un istintivo senso di precauzione.
Cephas l’aveva fatta sedere molto vicina. Ma tenne un discorso così nebuloso che lasciò lungo tempo Abelina nel timore che il baco del male avesse róso un po’ del cervello di Cephas. Parlava in un certo modo!...
— La capisci anche tu, bambina mia. Se Giuda s’è appeso al fico, non ogni fico è la forca di Giuda. In uno di questi il corvo e la tortora v’han fatto il nido. Ma, la «strega!» ci s’è posta sotto a cantarvi la canzone:... e vi dinaspa il filo per farne corda. Maliarda, spergiura... Dipana, la trista, e annaspa. Ah! la fune maledetta! La butta intorno alle gambe di chi va a Roma per la sua strada. E intanto il corvo arrota il becco. L’ambasciatore gusta miele e beve veleno. Evviva la marchesa! Va’, fanciulla mia, e conta sta bella storia al conte Egidio! Brucian le spighe sotto il sole che le indora. Sì; che me ne importa!... Per me tanto... E, preso con la sinistra il braccio paralizzato, lo lasciava cader ciondoloni. Parve il batacchio della campana che si ferma con l’ultime note d’un’agonia. Alda, stordita, era senza parola. Ma Cephas ripetè la panzana.
Ma poi, riscuotendosi:
— Alda, tu che ne pensi? Corvino ha detto forse qualche cosa di male sul conto mio?...
Perchè, vedi, a questo mondo non tutto si può dire di quel che si sa, nè tutto vediamo di quanto ei passa sotto gli occhi. Però, infine... Ho diritto di saperlo anch’io... Corvino ha promesso o no ad Abelina di sposarla? Alda non rispondeva. Allora Cephas indispettito, riprese: — Oh! sai? non t’ho chiamata per nulla.
Voglio saper tutto... Qui il padrone sono io... Comando io, capite? Non fate quel che vi dico? Ebbene, via tutti! Via tutti! Ingrati... tristi... uscite da questa casa! Lasciatemi morir in pace... lasciatemi. O vipere, v’ho scaldate in seno io per avvelenarmi!
E, levatosi, pareva si incamminasse per un misterioso sentiero.
Alda angosciata pensava che Cephas in fine aveva ragione, e tremava inorridita. La intese il vecchio, che l’amava con affetto infinito e gli riuscì insopportabile la sua tristezza. Fattosele vicin vicino, la accarezzò senza guardarla, conscio di essere stato ingiusto con lei. E teneva fisso lo sguardo in terra, come chi pensa se, o no, prendere una decisione.
— Alda! Che cosa pensi?... Credi forse anche tu che è stato Corvino ad ammazzar Pillotto?
Alda trasalì, impallidendo.
S’udì uno strido acuto, poi un chiocciar pauroso delle galline, nel fienile sotto il tetto. Più vicino ancora un fischio. Ad una ventata
si socchiuse l’uscio, così che si fece più distinto il belar delle capre in fuga. Poi cupi rumori, e frastuoni di cose urtate, buttate in
terra, lì fuori, presso la baita. Alda credeva di sognare.
— Che c’è!
— È l’aquila! — soggiunse Cephas. Ma il corpo inerte lo lasciò quasi stordito. Tuttavia, supplendo con la voce all’atto, trattenne Alda esclamando:
— Non ti muovere!
Strana cosa! Lì fuori un mostro poderoso si dibatteva mettendo tutto sossopra.
L’ira balenava sulla faccia crucciata del vecchio.
— Ora, vigliacca, t’accosti?! Alda dà il catenaccio all’uscio. Non una, sono due!
La fanciulla non potè disubbidire; ma non ne capiva la ragione.
A quei rumori succedette uno scompigliato frastuono lontano. S’udiron due colpi secchi come di pietra contro il muro laterale della baita. Di nuovo un colpo di vento, un mugolare nel vuoto, poi più nulla.
— Ora?! — E Cephas s’era fatto all’uscio.
L’aperse guardando in alto, lontano.
— Sono andate!
— Sì, sì; ma i miei galli non ci son più...
— Che galli?!
Quando Alda gli ebbe detto che gli aveva portato la caccia di Corvino, Cephas uscì da Simon Pietro, e con gelido dispetto soggiunse:
— L’aquila riporta i morti al corvo e la vecchia «strega» fila, fila ed annaspa.
Il resto non si potè sentire.
(Continua).