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Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 2/Ville e Palazzi italiani

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N. 2 - A proposito di una pubblicazione di Storia del Risorgimento Italiano N. 2 - Passeggiata Francescana

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8.

La Villa Castelbarco Albani in Vaprio d'Adda (Monasterolo).

(Fotografie G. Ricordi & C. - Milano).


Monasterolo è, si può dire, la Villa del Sogno, tanto è incomparabile il fascino di poesia ammaliatrice che da essa emana!

Monasterolo ha il raro pregio di rivelarsi improvvisamente al visitatore e la sua beltà incantevole ci richiama possente allo spirito la voce sonora e nostalgica del passato: placida come un cenobio, soleggiata, lontana dai rumori del mondo, vive del ricordo dell'età trascorsa, in cui sembra riposarsi con signorile indolenza.

Le sue sale, i suoi porticati hanno visto il sorriso di mille dame garrule e languide, hanno udite e chiacchiere leziose dei prelati e dei cavalieri incipriati, hanno ascoltate le discussioni dei filosofi e Immagine dal testo cartaceoVeduta esterna della Villa. dei poeti, hanno infine assistito a tutta la magnificenza che illuminò la fine del settecento, frivolo [p. 115 modifica]e gaio, preludio ai tripudi della Cisalpina ed agli splendori guerreschi del Regno Italico!

Nelle sue sale riccamente arredate e doviziose non è peranco spenta l’eco delle contraddanze, rimasta nell’aria; e le candele nei doppieri e nei lampadari di cristallo sembrano siansi spenti ieri, e gli specchi dai riflessi verdi pare ne riflettano ancora la tremula luce, che illuminò gli inchini e le premurose attenzioni degli ultimi cavalieri serventi.

Canta ritmicamente al basso l’Adda,.

...Abdua cerula...

fra le verdeggianti rive di ontani, di robinie e di faggi: gorgheggiano nei boschetti ombrosi di castani e di quercie gli usignuoli e le capinere, mentre le cicale trillano anch’esse sulle frasche dei tigli e dei pioppi, durante i caldi mesi estivi, allorquando il sole avvolge i grandi viali del parco e riscalda il marmo delle bianche statue assorte nella contemplazione immobile del mirifico paesaggio, che si rinnova continuamente nella grande vicenda degli anni che fuggevoli si susseguono senza numero.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Nelle romite notti d’autunno le stelle proiettano il loro pallido chiarore nei laghetti silenziosi, mentre stormiscono leggermente, come mosse dal vento d’Aliso, le foglie degli ilex e delle gestroemie...

Questa villa, che forma oggi la nostra attenzione, era nel seicento una modesta casa di campagna detta la Contessa; e prima ancora era un convento di Carmelitane, donde forse il nome di Monasterolo rimastole, così poetico e suggestivo, per la nostra fantasia, avida ognora di sensazioni nuove.

Fu il conte Giuseppe Simonetta a darle la forma attuale nella prima metà del secolo XVIII, allorché ne entrò in possesso.

Gran famiglia questa dei Simonetta, le cui origini risalgono al principio del quattrocento! Immagine dal testo cartaceoIl Vialone D'ingresso Oriunda di Cariati nella Calabria, troviamo un Angelo Simonetta assai caro a Francesco Sforza allorquando questi non era ancora che un condottiero di oscura fama. Probo ed abile, venne mandato ambasciatore dapprima al Re di Napoli indi ai Veneziani, ove disimpegno con grande tatto la missione affidatagli, che lo Sforza, strozzata di poi la Repubblica ambrosiana, lo volle collaboratore suo, nominandolo segretario ducale e beneficandolo del feudo di Oviglio (1450) nel Piemonte, e creandolo per di più cittadino di Milano, Pavia, Cremona, Parma e Como. Plenipotenziario tre anni dopo per la pace col Monferrato, ebbe poi la soddisfazione di vedere sua figlia Bianca andare sposa a Carlo Sforza, figlio [p. 116 modifica]di Galeazzo Maria. Morì nel 1472, evenne sepolto nella chiesa del Carmine in Milano, accanto alla moglie Francesca della Scala. Nel favore ducale gli successe il nipote Francesco, il Cicco Simonetta della storia, assai caro al re Renato che lo nominò presidente della Camera Summaria, mentre Francesco Sforza, col quale nel 1448 si era trovato alla battaglia di Caravaggio, lo aveva creato già governatore di Lodi e poscia dal di lui figlio Galeazzo venne assunto quale segretario ducale, signore di Sartirana e feudatario di Monza.

Uomo provetto, esperto negli affari, di grande energia, onesto e fiero, egli era dopo il Duca la persona più importante che vi fosse in Milano.

All’assassinio di Galeazzo Maria Sforza (1476) ebbe il merito di conservare intatto e tranquillo lo Stato e durante la minorità di Gian Galeazzo, emerse singolarmente la sua figura di vero uomo di governo e di amministratore saggio ed avveduto. Immagine dal testo cartaceotempietto gotico del parco La reggente Bona di Savoia trovò in lui un fido consigliere ed un amico devoto. Ma queste sue auree qualità, al dire del Litta, gli suscitarono contro i fratelli del defunto Duca, che egli per altro per misura di sicurezza fece esigliare: ma poi per deferenza alla Duchessa, poco dopo permise loro il ritorno in patria. Narrasi che egli non accedesse che a malincuore a sanzionare il perdono verso Ascanio Lodovico e Sforza Sforza, perturbatori irreducibili dello Stato, prevedendo i guai infiniti che ne sarebbero derivati: «Io perderò la testa e voi, madama, lo Stato» disse a Bona, nè s’ingannò.

Non appena posto piede in Milano, Lodovico ordì una congiura, tolse con rapidità fulminea la reggenza alla cognata e fece arrestare Cicco, che venne immediatamente tradotto ed imprigionato nel Castello di Pavia. Sottoposto alla tortura, benché avesse 70 anni, la sopportò con la fermezza corrispondente al suo grado ed alla sua innocenza. Spogliato dei suoi averi, venne ivi decapitato il 30 ottobre 1480; delitto che oscura la fama di Lodovico il Moro, e fu meritato e giusto castigo a lui diciannove anni dopo, la dura prigionia e la morte nel Castello di Loches.

Esigliati tutti i suoi parenti, confiscati i numerosi beni, la famiglia si sbandò momentaneamente; Luigi XII la reintegrò nei suoi diritti, ed i figli di Cicco (nati da Elisabetta di Gaspare Visconti), uno, Gian Giacomo, consigliere segreto ascritto al Collegio dei Giureconsulti di Milano ed allievo del Filelfo, fu un poeta ed un umanista assai stimato da Giulio II, che lo nominò auditore di Rota, indi vescovo di Pesaro nel 1528. Di rilevante ingegno e teologo famoso, fu giudice nella celebre causa del divorzio di Enrico VIII d’Inghilterra, al quale fu contrario. Fatto cardinale nel 1535 e vescovo di Perugia da Paolo III, morì in Roma quattro anni dopo e venne tumulato nella chiesa della Trinità dei Monti ove aveva fatto costruire una cappella.

Degli altri figli, Sigismondo, divenne cameriere di papa Alessandro VI; il terzo, Antonio, [p. 117 modifica]nato a Trezzo per qualche tempo, fu oratore presso la Repubblica di Venezia e finì i suoi giorni credesi a Roma ove Sisto IV lo aveva nominato suo scudiero. Guido fu abate di Brembate, e Francesco ritiratosi negli Stati del marchese di Monferrato, vi ottenne cariche e onori. Cicco ebbe pure tre femmine: Ippolita, che sposò il patrizio romano Gaudenzio Colonna, gonfaloniere di Santa Romana Chiesa; Margherita, che si congiunse col conte Guido Torelli di Guastalla, e Cecilia che fu moglie di Gaspare Visconti.

Giovanni, fratello di Cicco, uomo di somma bontà e dottrina, fu uno storico coscienzioso ed erudito: Immagine dal testo cartaceoCortile col doppio porticato. scrisse in un latino elegante e sobrio la vita di Francesco Sforza — sotto le cui insegne aveva militato in gioventù — la Sforziade, consultata ancora oggi con profitto dagli studiosi, e tradotta poi in italiano da C. Landino. Parlando di questa sua opera il Litta afferma che «il suo stile è assai colto ed anche congiunto ad una eloquenza e ad una precisione a quei tempi non ordinaria». Egli morì in esiglio dignitosamente, dopo avere protestato contro la barbara ed ingiustificata esecuzione del fratello.

Degli altri suoi fratelli si hanno notizie di Bartolomeo, poeta di vaglia; di Alessandro, che fu generale assai provetto, creato Conte Palatino da Carlo V; di Bernardo, professore di diritto canonico all’Università di Bologna; di Andrea, castellano di Monza.

Fra i nipoti emersero: Gerolamo, che nel 1541 andò a Trento a complimentare l’imperatore Carlo V che si recava in Italia; Bonifazio, oratore sacro, erudito, buon critico, che pubblicò un’opera sulla fede cristiana ed il trattato De Pace serranda; Alessandro, che fu ecclesiastico e Nunzio a Napoli, indi venuto a Milano acquistò la celebre villa presso Garegnano, edificata da Gualtieri Bescapé, passata poi in proprietà del governatore Ferrante Gonzaga, ma chiamata ancora oggi la Simonetta, e che la speculazione edilizia, che tutto travolge, vorrebbe atterrare; Bartolomeo, che scrisse odi in lode dello storico Corio ed un libro la Cerva bianca, oggi introvabile.

Numerosi furono i prelati in casa Simonetta; più noti fra essi Lodovico, vescovo di Pesaro, prefetto della Segnatura di giustizia a Roma, creato cardinale da Pio IV, suo concittadino, che lo mandò a dirigere le sedute del famoso ed interminabile Concilio di Trento; Giovanni, senatore e vescovo di Lodi; Scipione, laureato in leggi a Pavia, vicario di Provisione, Decurione (1559), andò ambasciatore di Filippo II per gli accordi della pace con la Francia, creato di poi senatore, fu reggente del Supremo [p. 118 modifica]Consiglio d’Italia a Madrid ove difese sempre i diritti dei milanesi contro la tracotanza dei governatori spagnuoli. Egli aprì in Milano il primo orto botanico, spedendo, nei più lontani paesi, messi a fare incetta di piante esotiche e rare alla cui conservazione accudiva egli stesso con grande amore. Il di lui figlio Francesco abbracciò la carriera ecclesiastica, divenne referendario pontificio, proposto di S. Maria alla Scala in Milano, poi vescovo di Foligno nel 1606, ed inviato Nunzio in Polonia per presentare la rosa d’oro alla regina Costanza d’Austria, moglie del re Sigismondo III Wasa: morì in Varsavia il 19 gennaio 1612. Di lui parla il conte di Daugnon nella sua recente opera sugli italiani in Polonia.

Ed ora una grande tragedia colpisce la famiglia: il conte Orazio, valoroso e prode soldato, dopo avere militato nelle Fiandre con onore, stabilitosi negli Stati di Parma, si pose a capo di una congiura per rovesciare il duca Ranuccio Farnese. Scoperto, egli venne decapitato assieme alla moglie (1612) — Barbara Sanseverino — donna distinta per avvenenza e ingegno. Nè essi pur troppo furono le sole vittime! Immagine dal testo cartaceoL'anticamera a piano terreno Registro ancora: Marc’Antonio, morto all’assalto di Mæstrickt al seguito di Alessandro Farnese; Cicco Fabrizio, introduttore degli ambasciatori alla Corte di Spagna in occasione delle nozze di Elisabetta Farnese con Filippo V di Borbone; Alberico, governatore di Camerino, vice-Legato di Bologna (1731) e vescovo di Como nel 1735; Gerolamo, consultore del Tribunale della Inquisizione in Milano; ed infine Antonio, ultimo di sua casa, dotto nelle lettere greche e latine, bibliofilo appassionato, consigliere intimo e ciambellano dell’Imperatore d’Austria. Morì nel 1759. Egli aveva sposato Teresa Castelbarco, rimaritata nel 1761 a Francesco d’Este duca di Modena. Donna Francesca Simonetta, loro figlia, decessa nel 1796, avendo sposato il conte Cesare Castelbarco, portò in questa illustre famiglia la villa di Monasterolo (1) Per le notizie storiche sulla famiglia Castelbarco, vedasi nel fascicolo Ars et Labor del mese di maggio 1907 l’articolo: Il Castello di Cislago.

Il conte Cesare Castelbarco, che si occupava d’arte e di letteratura ed amava la compagnia dei poeti e degli artisti, introdusse notevoli migliorie nella villa, rendendola, dice un manoscritto, "magnifica e degna sede per ogni sorta di comodi e di sontuosità» (1804).

Anche il parco, di oltre 1200 pertiche, ebbe tutte le sue cure; intersecato da laghetti, da larghi viali, fiancheggiati da statue, da tempietti, da fagianiere, nel gusto romantico dell’epoca, esso è fra i più belli e vasti di Lombardia.

Adagiata la villa sulla riva destra dell’Adda, fra Vaprio e Trezzo, celebri borgate,

....dove il Brembo
si marita con l’Adda, alta risurge
nobilissima villa, il cor mi prese
d’alto diletto....

Così scrive, nel 1842, il noto abate Giuseppe Barbieri, in una epistola in versi diretta al conte Cesare, dopo una visita all’incantevole sito. Ed aggiunge:

Ma l’eccelsa magion che a dignitosi
ozi t’è grata, di cotante ornasti
meraviglie così, ch’altro o simile,
dall’Olona al Sebeto io mai non vidi.

Ed il conte che componeva buoni versi, pur non disdegnando l’iperbole, rispose all’amico con una poesia colle finali obbligate, ringraziandolo degli elogi tributati alla sua villa,

cui fama acquista il canto tuo che appieno
chiara vivrà coll’amistà congiunta.

Monasterolo ispirò ancora la musa di altri poeti, ed ai nostri giorni il conte Guido Melzi d’Eril, invaghito anche egli della bellezza aristocratica del luogo e sospinto dalla voce del passato che prorompe dalle sue sale, dai cortili e dalla grande terrazza che signoreggia la valle, scrisse questo bel [p. 119 modifica]sonetto, che la sua benevole cortesia mi permette di riprodurre:

Monasterolo, la tua gaia squilla
più non chiama gli asceti a la preghiera,
ma su cerulo fiume ombrosa villa,
sei bianco nido a una gioconda schiera

di dame e cavalieri. Un lago brilla
tra i folti rami che un’auretta a sera
lievemente commove e una tranquilla
pergola verde scende a la riviera.

Oggi ridono al sol gli orti fioriti
e nel frutteto di bei pomi adorno
risplende l’oro de le cardie viti;

nè il bosco adombra le tue liete sponde
che, ricco d’acque e di frescura, intorno
una gran pace vegetale effonde.

Ed ora entriamo nella villa ad ammirarne gli splendori d’ogni sorta ch’essa racchiude.

Immagine dal testo cartaceo

Fot. G. Castelbarco.{
{Sc|I Sotterranei - Sala Raffaellesca}}

La prima, sala che si presenta è la Sala Gialla, dal colore delle stoffe dei mobili, con vasi di Sèvres miniati ed uno di Sassonia portante la data del 1845, dono del Re di Prussia. Ma il più bell’ornamento di questa sala è una grande tavola ad olio rappresentante la Madonna in trono, firmata Petrus de Castro Plebis pinxit. E un lavoro di una grande delicatezza e che ricorda assai da vicino la maniera del Perugino. In due vetrine figurano alcune raccolte di minerali; i tavoli sono di mosaico e i lampadari sono Murano autentici; nel mezzo due colonne sostengono la vòlta, e vicino ad esse, su eleganti piedestalli, troneggiano i busti del conte Carlo e della contessa Castelbarco. Immagine dal testo cartaceoSalone Di Musica Nè manca una bella caminiera impero, nè un artistico cofano antico, poi un San Pietro in mosaico, il ritratto della principessa Castelbarco Litta, disegni originali, stampe preziose, fiori dipinti da Breughel, e chinoiseries a profusione che gettano una strana nota esotica nell’ambiente.

Non meno interessante è la Sala da bigliardo unita a quella di conversazione da una grande porta ad arce. Assai bello è il ritratto del conte cardinale Francesco Simonetta, dai lineamenti vigorosi ed energici, vero tipo del prelato italiano della fine del cinquecento. Preziosi e rari sono i vari busti degli Imperatori romani, i busti di divinità egiziane e greche in alabastro e pietra di paragone. Frammezzo ad essi noto pure qualche busto di prelato, assai pregevole per l’esecuzione e la modellatura. Molti sono i ritratti di famiglia, ad olio ed in miniatura: magnifico quello dell’ammiraglio Giulio Litta, personaggio favoloso quasi, di cui il conte senatore Giuseppe Greppi pubblicò anni sono una esauriente biografia. Graziosi per la forma e dipinti magistralmente sono alcuni [p. 120 modifica]Immagine dal testo cartaceoIl Teatrino vasi di Pietroburgo: parecchi sono quadri delle scuole olandese e fiamminga, paesaggi di Van Kessel, Bunnik, Heem, Staveren, ecc. Originalissima è una mensola con fregi d’oro che sostiene diversi ninnoli antichi.

Le porte di questa sala, tutte in ebano intarsiato, con avorio, meritano tutta l’attenzione del visitatore per la leggiadria del disegno e la robustezza della costruzione. Una di esse dà accesso alla Sala del Piano, nel cui mezzo emerge un grande leggìo finamente lavorato, in avorio; oltre al pianoforte, a diversi tabourets, a divani, ricoperti in stoffa di damasco, si ammirano ancora alcuni vasi antichi di porcellana, il busto in marmo di un Simonetta, alcune statuette, e su di una étagère, servizi in baccarat e in cristallo di Boemia, d’incomparabile valore, e un bel ritratto di gentiluomo di Van Dyck, d’una delicatezza di contorni e di esecuzione veramente straordinarie. — Segue la sala detta di Cicco Simonetta, per il busto dell’illustre segretario del Ducato di Milano, eseguito, mi sembra, dal celebre scultore ticinese Vincenzo Vela. Immagine dal testo cartaceoLa Chiesa. Un altro busto rappresenta invece Antonio Crivelli Visconti. In un grande armadio a vetri fanno bella mostra maioliche colorate antiche di Milano e di Lodi, esemplari oramai rarissimi a trovarsi. Dalle pareti pendono piccoli quadri del Quellin, raffiguranti in allegoria l’Asia e l’America, ed altri di Van Erp, allegorie di Van Kessel, di Uden, ben conservati e tipici nei loro soggetti, più una magnifica testa della scuola di Mantegna.

Nell’adiacente corridoio trovasi un bel Parmigianino, frutti di Vincenzo Campi, due arazzi abbastanza ben conservati, alcuni stipiti antichi in noce ed un bustomoderno di deliziosa fattura.

Nell’anticamera d’onore, due quadri di battaglie attribuiti al Borgognone, sedie scolpite con gli stemmi Visconti-Albani, ed un ritratto di Luigi XIV, d’autore francese.

Quest’anticamera dà l’accesso alla piccola sala da pranzo, in cui domina una caminiera in stile impero, con ai lati due busti di Imperatori romani. Il soffitto bellissimo, rappresenta un pergolato, a fiori e foglie, di ottimo effetto. Qui pure abbondano i quadri e fra gli altri uno magistrale, che presenta tutti i caratteri della maniera di Dosso Dossi: è un Simonetta, senza dubbio, dallo sguardo dolce, luminoso che spicca sulla tela, morbida in modo strano.

La grande Sala da pranzo che segue è veramente regale per la grandiosità dell’insieme: candelabri di Venezia a profusione, finissimi busti in maiolica antica; nel mezzo una gigantesca tavola egregiamente lavorata e sulla parete in fondo una maestosa caminiera impero dalle linee sobrie ed eleganti. Sulla parete destra è oggetto di ammirazione [p. 121 modifica]una Madonna in trono col Bambino, circondata da Santi: questo quadro, dipinto su legno, è fra i più belli che possegga la villa, e viene attribuito, se non erro, a Domenico Veneziano, ed è uno fra i pochi lavori che di questo autore la critica registri.

Nella stessa sala vedesi un’altra Madonna, su tela, contornata da Angeli, con un Santo vescovo a lato: benché di minore pregio dell’altra, pur tuttavia è un lavoro che rivela un pennello maestro.

Ritornando sui nostri passi, ci troviamo ai piedi dello scalone che conduce agli appartamenti superiori: sul primo pianerottolo un pendolo antico batte ritmicamente le ore da qualche secolo: le pareti circostanti sono letteralmente ricoperte di quadri antichi, una testa piena d’espressione di G. C. Procaccini, un S. Sebastiano del Campi di Cremona, con rimembranze di tecnica leonardesca, ed un’immensa tela di Paolo Veronese, firmata, rappresentante il Martirio di Santa Giuliana, un complesso pittorico grandioso, esuberante di naturalezza e di colore, qualità tutte proprie del Caliari: sotto di esso il busto di Giulio Cesare, antico e fra i migliori che si conoscano.

Benché piccola l’anticamera del primo piano, contiene alcune pitture del Londonio, del Cremonini, ottimo per quanto ignoto maestro del Guercino, e d’altri ancora meno noti.

La prima sala in cui si entra è l’archivio, dove sono conservati i documenti della famiglia in voluminose cartelle: ma ciò che maggiormente attrae è un quadro di piccole dimensioni raffigurante il Redentore giovanetto in atto di benedire. È un’opera di grande potenzialità e che presenta tutte le caratteristiche della maniera di Leonardo: il manto è rosso, la veste è verde, e tutto l’insieme soavissimo della persona del Salvatore emerge con delicato rilievo sul fondo scurissimo della tavola.

La tradizione vigente nella famiglia Castelbarco, è che il quadro in Immagine dal testo cartaceoLa Fagianiera. quistione sia di Leonardo, il quale, come si sa, dimorò a parecchie riprese in Vaprio, ospite nella vicina villa dei conti Melzi, di cui ci siamo intrattenuti in uno dei precedenti fascicoli di questa stessa rivista. L’ipotesi tuttavia che esso possa essere del Vinci è tutt’altro che azzardata, se si pensa che da tempo immemorabile detto quadro trovasi a Monasterolo, dove forse i Simonetta lo ebbero per acquisto da qualche abitante del luogo. Altri critici invece fanno il nome di Bernardino Luini, come autore del dipinto, appoggiandosi sul fatto che alla Pinacoteca Ambrosiana ne esiste un altro quasi consimile, la cui paternità luinesca è accertata in modo irrefutabile. [p. 122 modifica]Ne è improbabile pure possa essere di qualche allievo di Leonardo, di Marco d’Oggiono o di Salaino.

Ho riportate le varie opinioni dei critici, non volendo entrare nel merito della quistione, che i competenti in materia solo potranno risolvere.

Dopo questo, che è a giusto titolo, il quadro dominante, questa sala annovera altri capolavori: una Passione di Rottemhamer, una Madonna col Bambino di Cima da Conegliano, dai vivaci colori, che sembrano tracciati ieri, ed un Cristo del Guercino pieno di dolorosa sofferenza. Nel mezzo, fra due ampie finestre, il posto è occupato da un grande comò scolpito, con una croce e due candelabri in bronzo finamente lavorati, opera, mi sembra, d’artista tedesco.

Nel vicino salotto da studio del conte Giuseppe una pergamena firmata da Galeazzo Maria Sforza porta la nomina di Cicco Simonetta a segretario ducale, documento di capitale importanza per la storia. Altre pergamene hanno al basso la firma Cichus, poiché cosi si firmava semplicemente l’illustre uomo.

Fra i quadri noto due Salomé d’ignoti autori del secolo XVI, su tavola, una biblica Giuditta che taglia la testa ad Oloferne, un grazioso paesaggio del Breughel, un altro del Migliara, un magnifico Cristo coronato che porta la croce del Salaino, una Madonna del Bellini, e diversi quadri di scuola veneta e tedesca, tutti di non indifferente valore, e fra questi ultimi un Cristo in croce del quattrocento, in nero e bianco, in ricca cornice scura tempestata di agate ed altre pietre fine.

La Sala detta d’angolo che segue, assai bene illuminata, è ricca pure essa di molti e buoni quadri, due nature morte di Salvatore Rosa, un’altra Salomé, di imitazione giorgionesca, parecchie prospettive, ed una Vergine delle Roccia di Leonardo, copia eseguita da Marco d’Oggiono. Poi un medaglione di papa Albani, Clemente XI, ed alcuni Immagine dal testo cartaceoLa Vasca Coi Sfiatatoi Dei Sotterranei. altri con profili di personaggi dell’epoca romana. — Nella saletta dopo, vedesi un rame antico inciso e due ritratti virili del celebre Ghislandi, conosciuto sotto il nome di Frate Galgario, di un’ammirabile tecnica, che ricorda i maestri veneziani.

La camera da letto, con mobili del Maggiolini, contiene una Madonna bizantina, un Sant’Agostino di Callisto Piazza da Lodi, una Madonna di Marco Basaiti, firmata con la data del 1514, un Matrimonio di Santa Caterina del Mazzolini di Ferrara, che il critico George chiama «agréable composition d’une exécution fine et soignée»; una riproduzione su vetro della Cena di Leonardo, e molti quadri di quattrocentisti, alcuni di scuola greco-russa e [p. 123 modifica]gotici veneziani, rarissimi oggi. Dopo avere ammirati tanti tesori d'arte, scendiamo a visitare la chiesa, che presenta essa pure un notevole interesse.

Attraversato il grande cortile d'onore col doppio porticato, indi un altro cortiletto, si entra nella chiesuola, pulita, fresca, artistica, vero tipo della cappella padronale d'altri tempi. Lo stile interno è prevalentemente barocco, con buoni affreschi e stucchi alle pareti ed al soffitto;

Immagine dal testo cartaceo

Fot. G. Castelbarco.
I Sotterranei — La Sala Romana.

una profusione di marmi dei più svariati colori getta una nota gaia che piace e fa strano riscontro ai numerosi quadri di primitivi, fra i quali un'impressionante Crocifissione. In un angolo a destra una bella statuetta di Santa Teresa, parmi opera di artista spagnuolo: nei corridoi laterali sono conservate in apposite nicchie diverse reliquie di Santi, oggetti già appartenenti a Innocenzo XI, il busto in terracotta d'un arcivescovo Simonetta, l'abito da cappuccino d'un beato Visconti, arredi e paramenti sacri in quantità. Nel mezzo della chiesuola riposano le ceneri del conte Giuseppe Simonetta, fondatore della villa, assieme a quelle del pronipote Giuseppe Castelbarco, come indica la seguente iscrizione:

S. AEDE CONSTRUCTA
HOC SIBI SEPULCRUM
VIVENS DECREVIT
COMES JOSEPH SIMONETTA
A.
MDCCXXXII
QUI CUM
JOSEPH SCIPIO
CASTROBARCO VICECOMES
IX FRANCISCA SIMONETTA MATRE
CONSANGUINEUS ET HERES
CINERES EODEM IN TUMULO
CONSOCIAVIT
A. MDCCCIV
V. A. A. LII

Immagine dal testo cartaceogrande sala da pranzo. Ed ora passiamo a visitare il Museo ed il Teatro che in due appositi edifici si trovano all'ingresso del grande viale del parco che conduce a Vaprio.

Due graziosi casini in stile impero, circondati da piante, di fronte alla villa, entrambi dedicati all' arte, rappresentano tutto ciò che di più signorile e di più indovinato si possa desiderare. Fu, [p. 124 modifica]Immagine dal testo cartaceoLa Sala Gialla.credo, il conte Cesare a farli edificare nel gusto dell’epoca: egli che amava talvolta calzare il coturno, pur dedicandosi ad acquistare quadri, raccoglieva intorno a sè quanti si dilettavano di rappresentazioni ed offriva loro spettacoli graditissimi, di cui gli ospiti, come ben si può immaginare, erano soddisfatti e per la messa in scena e per la valentia degli attori. Ed erano serate deliziose, lungamente desiderate, ambite, quelle in cui Don Cesare annunciava agli amici una rappresentazione a Monasterolo. Caro, minuscolo teatro, rievocatore d’altri costumi, d’altri usi, d’altri tempi ed ove ancora sembra di udire qualche nota perduta nell’aria, il cicaleccio sommesso delle dame, o il sussurro di una parola galante di qualche cavaliere intraprendente mormorata all’orecchio di qualche gentildonna dallo sguardo languido e appassionato. Tutt'un mondo sparito!


Immagine dal testo cartaceoIl Museo. La Galleria dei quadri trovasi nel casino di destra: si compone di un grande salone, sostenuta la vòlta da otto colonne doriche; la luce piovente dall’alto è abbondante quale s’addice ad un ambiente destinato a raccogliere dipinti. Chi li riunì fu il predetto conte Cesare,» — qui était le type du collectionneur par excellence, chercheur

ardent de tout ce qui est beau, intéressant ou rare», così di lui

parla in un suo scritto il Dhios.

Si trovano buone copie di originali di scuola bolognese, quadri della scuola tedesca del Rinascimento, una Decollazione di S. Giovanni di scuola veneta che rivela la maniera del Tintoretto, uno Sposalizio di Santa Caterina, un Ecce Homo della maniera di Guido Reni.

Vedo un quadro dipinto su rame in una cornice a foggia stranissima: porta la data del 1593 e rappresenta un frate domenicano in atto di presentare alla Madonna il famoso e brillante doge Pasquale Cicogna, il cui stemma si vede ancora oggi su quasi tutti i monumenti pubblici di Venezia.

Accanto a questo un’antica pala d’altare firmata Paulus Parinatus 1591, poi alcuni lavori della scuola del Correggio, un Paesaggio pieno di verde e di azzurro del Magnasco, trascurato alquanto nell’esecuzione,

indi un quattrocentista fiorentino, ed un Bassano che rappresenta [p. 125 modifica]Immagine dal testo cartaceo

Fot. G. Castelbarco.
I SOTTERRANEI - SALA EGIZIANA.

l’annuncio ai pastori dell’avvenuta nascita di Gesù. Nel mezzo un grande tavolo a mosaico, poltrone e sedie scolpite del secolo XVIII, piccoli divani, ecc., tutt’un mobilio speciale, curioso, proprio del luogo e dell’uso a cui serve.

Tutti questi quadri vennero diligentemente puliti e rinfrescati lo scorso anno dal distinto signor Mencattini, il quale ne curò anche con molto buon gusto la disposizione, ordinandoli per scuole e per epoca. Fu un lavoro lungo e paziente che torna tutto ad onore del valente artista.

Una delle attrattive principali della villa, e per le quali giungono giornalmente — nella stagione estiva specialmente — forestieri da ogni parte, sono i famosi sotterranei fatti scavare negli anni 1835-1838 dal conte Carlo Castelbarco, con giuochi d’acqua e cascatene, alcune delle quali sussistono tuttora. Ignazio Cantù nella sua Guida della Brianza così ne parla:

“Stupende sono queste gallerie sotterranee, tutte a mosaici, disposte con molta varietà di gusto e di finezza d’arte e ricche di copiosi getti d’acqua, che ora si presentano in belle cascate, ora in limpidi zampilli„.

Essi si compongono di parecchie sale prospicienti una vasta terrazza ai piedi della quale scorrono parallelamente l’Adda ed il canale della Martesana. Immagine dal testo cartaceoscalone col busto di Giulio Cesare e quadro del Veronese Nella Sala Romana, fra numerose antichità provenienti dagli scavi di Roma e del Lazio, si trovano i busti di Elena Albani e del Duca Litta di lui consorte; in un angolo si vede anche il busto di Clemente XI (Francesco Albani), e quelli degli imperatori romani Commodo, Teodosio, Lucio, Elio, Aurelio, lapidi funerarie, frammenti, ecc.

Nella Sala Marittima, con le pareti ricoperte di conchiglie rarissime, si vede la statua del Dio Nettuno, e quella, pare, di un re longobardo oppure di un doge di Venezia, ed una statuetta di un fanciullo di casa Castelbarco. Un trofeo romano serve come di lampadario.

Nella Sala Raffaellesca primeggia una meravigliosa statua di Ercole col corno dell’abbondanza strappato da lui al fiume Achelòs: statua che si erge sopra un’ara romana di molto pregio. In questa stessa sala si veggono i busti di Raffaello Sanzio — da cui prende il nome — di Giulio Cesare, di Cicerone, di Livia, di Messalina, ecc., medaglioni coi profili degli imperatori Galba, Britannico, ed altri in pietra arenaria di due Visconti, signori di Milano.

Nella Sala Egizia si ammira una deità dell’epoca dei Faraoni, con la testa di leone ed il rimanente del corpo a forma umana, e di rimpetto una tomba ed un cippo coll’iscrizione in egiziano antico, alcune sfingi e colonne istoriate.

Nella Sala Etrusca spicca il busto di Cleopatra, che sarebbe per altro da porsi nella sala precedente; disposti in ordine su tavoli di pietra e sul pavimento, si vedono molti vasi di terracotta, otri, stoviglie ed altri oggetti trovati negli scavi toscani.

[p. 126 modifica]Dopo queste cinque sale, si entra in un Oratorietto sul cui altare poggiano quattro candelabri di marmo, con in mezzo una croce in lapislazzuli, nonché una graziosissima testa di bambino, pure in marmo, con un pugnale conficcato nella gola. Sotto il tavolo vi è un altro bambino in marmo, finissimo, lavoro cinquecentesco.

Uscendo dall’Oratorietto, s’incontra un corridoio con adiacenti piccoli sotterranei, in fondo al quale esiste una piccola cascata artificiale. Nei muri di questi piccoli vani sono incastrati i medaglioni-busti dei dodici imperatori della famiglia Cesarea. Nel mezzo sorge un avello con getto d’acqua, ed intorno piccoli delfini che lanciano acqua, il tutto di sorprendente effetto.

Quindi una lunga e stretta galleria, adorna di busti e di statue, congiunge questi sotterranei alle serre, dove crescono rigogliose le orchidee e fruttificano gli ananas.

Con una passeggiata nel parco vastissimo, la visita alla villa di Monasterolo può dirsi ultimata: essa lascia un senso di grande soddisfazione nell'animo, misto al desiderio di tornare a rivederla una seconda volta, a rinnovarvi le emozioni, che nel nostro spirito sensitivo, anelante al bello, sa suscitare.

O. F. Tencajoli.

Immagine dal testo cartaceo