Artaserse/Atto secondo/Scena II

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Atto Secondo

Scena seconda

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SCENA II

Artabano, poi Arbace con alcune guardie.

Artabano. Son quasi in porto. Arbace,
avvicinati: e voi (alle guardie)
nelle prossime stanze
pronti attendete ogni mio cenno, (partono)
Arbace. (Il padre
solo con me!)
Artabano. Pur mi riesce, o figlio,
di salvar la tua vita. Io chiesi ad arte
all’incauto Artaserse
la libertá di favellarti. Andiamo:
per una via che ignota
sempre gli fu, scorgendo i passi tui,
deluder posso i suoi custodi e lui.
Arbace. Mi proponi una fuga,
che saria prova al mio delitto?
Artabano. Eh! vieni,
folle che sei. La libertá ti rendo;
t’involo al regio sdegno,
agli applausi ti guido e forse al regno.
Arbace. Che dici! Al regno?
Artabano. È da gran tempo, il sai,
a tutti in odio il regio sangue. Andiamo:
alle commosse squadre
basta mostrarti. Ho giá la fede in pegno
de’ primi duci.

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Arbace. Io divenir ribelle?
Solo in pensarlo inorridisco. Ah, padre,
lasciami l’innocenza!
Artabano. È giá perduta
nella credenza altrui. Sei prigioniero,
e comparisci reo.
Arbace. Ma non è vero.
Artabano. Questo non giova. È l’innocenza, Arbace,
un pregio, che consiste
nel credulo consenso
di chi l’ammira; e, se le togli questo,
in nulla si risolve. Il giusto è solo
chi sa fingerlo meglio, e chi nasconde
con piú destro artificio i sensi sui
nel teatro del mondo agli occhi altrui.
Arbace. T’inganni. Un’alma grande
è teatro a se stessa. Ella in segreto
s’approva e si condanna,
e placida e sicura
del volgo spettator l’aura non cura.
Artabano. Sia ver: ma l’innocenza
si dovrá preferir forse alla vita?
Arbace. E questa vita, o padre,
che mai la credi?
Artabano. IL maggior dono, o figlio,
che far possan gli dèi.
Arbace. La vita è un bene,
che, usandone, si scema: ogni momento
ch’altri ne gode, è un passo
che al termine avvicina, e dalle fasce
si comincia a morir quando si nasce.
Artabano. E dovrò per salvarti
contender teco? Altra ragion per ora
non ricercar che il cenno mio. T’affretta!
Arbace. No, perdona: sia questo
il tuo cenno primiero
trasgredito da me.

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Artabano. Vinca la forza
le resistenze tue. Sieguimi! (va a prenderlo)
Arbace. (si scosta) In pace
lasciami, o padre. A troppo gran cimento
riduci il mio rispetto. Ah! se mi sforzi,
farò...
Artabano. Minacci, ingrato?
Parla, di’: che farai?
Arbace. Noi so; ma tutto
farò per non seguirti.
Artabano. E ben, vediamo
chi di noi vincerá. Sieguimi, andiamo!
(lo prende per mano)
Arbace. Custodi, olá!
Artabano. T’accheta.
Arbace. Olá! custodi,
rendetemi i miei lacci. Al carcer mio
guidatemi di nuovo.
(Artabano lascia Arbace, vedendo custodi)
Artabano. (Ardo di sdegno.)
Arbace. Padre, un addio.
Artabano. Va’, non t’ascolto, indegno!
               Arbace. Mi scacci sdegnato,
          mi sgridi severo:
          pietoso, placato
          vederti non spero,
          se in questi momenti
          non senti pietá.
               Che ingiusto rigore!
          che fiero consiglio!
          scordarsi l’amore
          d’un misero figlio,
          d’un figlio infelice;
          che colpa non ha. (parte con le guardie)