Vai al contenuto

Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Appendice/IV

Da Wikisource.
Appendice - III Appendice - V

[p. 261 modifica]

§ IV.

monaldo e la sua famiglia

Fra le antichissime e più nobili famiglie d’Italia va giustamente annoverata quella de’ Leopardi di Recanati. Pur rinunziando alle notizie più che probabili che di essa avremmo fin dal secolo decimo primo, e attenendoci alle certissime, la vediamo già famosa fin dal secolo decimo quarto, quando al tempo de Papa Clemente VI (1348) nella novità d’Ajoleto (capo de’ Ghibellini in Recanati) et seguaci ultima, se trovò Vanni (di Monalduzio Leopardi) una com l’altri boni cittadini ad cacciare quello, ed a spengere quella parte malignante contro lo Stato della Ecclesia et del pacifico stato della communità et de bone opere et constitutione per fondare ben questo stato, et fò delli principali. Così in alcune Memorie domestiche.[1]

I Leopardi erano di parte guelfa, [2] e per questo ebbero dai Pontefici lodi ed onori. «Al tempo de Innocenzo Papa IV (1352) appare una bolla al detto Vanne, [p. 262 modifica]dove se fa concessione liberale, et gratis la ottenne, per se et per li soi de possere ellegire (poter eleggere) i confessori, et absolvere de tutti casi con la indulgentia plenaria semel in vita, semel in morte, et tutti se dice in quella bolla per la divotione singolare, et bone opere demostrate per lui verso lo papa et santa chiesa.» (Memorie domestiche.)

In appresso non che diminuire, vediamo sempre i Leopardi crescere in fedeltà ed amore verso il Papato e la Chiesa. È proprio il caso di ripetere: «Di tal seme tal frutto.» Nel 1377 Pietro, di Vanni, fu acclamato padre della patria perchè, sventata una congiura de’ Ghibellini, campò da rovina la città; immediatamente dopo, un suo figlio, Pier Leopardo «seguendo l’osato de li antiqui et maxime de Piero suo padre se sforzane de mantenere questo Stato ecclesiastico et populare sempre con li boni intendendosi.» (Memorie domestiche.) [3] E così di seguito vediam fiorirvi Priori de’ Priori, Legati, Cavalieri di Malta, Vescovi, Abati, tutti, qual più qual meno, paladini del principe e della Chiesa, tutti guelfi puro sangue. Onde niuna meraviglia che Monaldo, ispirandosi a tali esempi, abbia battuto il sentiero tracciatogli dalla lunga serie de’ suoi antenati, e sia forse riuscito, secondo l’espressione dell’Aulard (Revue politique et littéraire, 14 juin 1879, p. 1177) le plus guelfe de cette famille de guelfes. [p. 263 modifica]

Nè ad infirmare tal asserzione gioveranno punto quelle espressioni amare, quei motti che il Recanatese si lasciò sfuggire verso i reggitori delle cose papali, non escluso talora il sommo Pontefice stesso. Poichè, avete notato? Monaldo non intaccava le istituzioni, i principi. Ei dirizzava le sue punte alle persone. Per quelli, ove fosse stato d’uopo, avrebbe dato volentieri tutto il suo sangue, la vita; per queste voleva salva la libertà della lingua e della penna, persuaso di dover così fare perchè non cessassero d’operare a dovere. Così parlando egli non credeva forse di ledere chicchessia: più di lui avevano liberamente parlato s. Pier Damiani, s. Bernardo ed altri che si venerano cinti dell’auréola di santi. Oltre a ciò niente volete perdonare all’uomo? Di facile impressione, sdegnoso per indole, quando si vedeva attraversato in qualche sua idea, contraddetto in qualche cosa, scattava, si arrovellava, si accendeva. Sarà stato fuoco di paglia: ma intanto un po’ di fumo in alto s’era levato. Ma per non andarmene tutto in considerazioni (fo spesso il proposito di farne il meno possibile, nell’atto poi mi filan giù dalla penna quasi senz’avvedermene), non è chi non sappia che l’uomo non va giudicato da qualche sentenza staccata, da poche parole isolate, proferite forse in condizioni di animo poco favorevoli; sibbene dal complesso delle sue azioni, dalla sua vita tuttaquanta. Oh, direte voi Voltaire tenero della religione cattolica, perchè qualche volta ne ha parlato lodandone i benefici effetti? Via, siamo giusti, ripeterò anch’io una frase omai celebre nei fasti del parlamento italiano, e tiriamo innanzi senza fermarci più oltre, almeno per ora, a raccogliere accuse di questa fatta.

Monaldo, come abbiamo udito narrarcelo da lui stesso, si era impalmato alla marchesa Adelaide Antici. Donna più di mente che di cuore, di propositi virili più che di tenerezze materne, nei tempi che corrono di sentimentalismo e [p. 264 modifica]di romanticità, la marchesa Adelaide è giudicata severamente, nè coi criterî che sono in voga, si potrebbe altrimenti. Ma se il giudizio vuol esser equo, è necessario trasportarsi con la memoria a circa un secolo addietro, nè bisogna dimenticare le condizioni tutte speciali in cui trovavasi a quei tempi la famiglia Leopardi.

Nata di nobile legnaggio, non meno nobile era il casato in cui entrava; ma c’era disuguaglianza in questo: la famiglia onde usciva, ad antica nobiltà univa solida agiatezza, l’altra, ricca di largo patrimonio pur essa, ma corrosa dal tarlo di debiti poco considerati e di non savissima amministrazione. La donna accorta vide subito che se non si correva a pronto riparo, la nuova famiglia, da lei prescelta, in breve, fuori di un nome vano e di vane memorie d’una grandezza che fu, non avrebbe lasciato altro: innanzi agli occhi le si presentò (e perchè non dirlo?) lo spettro della miseria con tutte le sue terribili conseguenze; le si presentarono i figli il cui retaggio non sarebbe stato altro che orgoglio di nobili spiantati. Ne rimase spaventata, ma non ismarrì. Cauta, preveggente, forte all’uopo e risoluta, vide dove era il guasto, e avvisò il rimedio. Vide che Monaldo, coppa d’oro del resto, in fatto di amministrazione valea poco, ma poco assai. Quanto facondo oratore e facile suggeritore di belle teorie, altrettanto riusciva sfortunato nella prova; e viemeglio fu di ciò persuasa (vedi Appendice, § II) dopo che vide precipitare così a rovina il contratto coi signori Mattei di Roma. A poco a poco pertanto tirò la somma delle cose nelle sue mani, e gli affari cominciarono a prendere altra piega. Le consuetudini di famiglia, gli agi a’ quali erano già adusati i membri di essa, volle mantenuti: famigli, carrozze, cavalli, tutto fu conservato: ma le spese matte, inconsiderate, rovinose non le volle, e niuno gliene vorrà dar carico. [p. 265 modifica]

Ma purtroppo, non ostanti le saggie cure di Adelaide, le piaghe non accennavano a rimarginare; erano troppo profonde e intristite. I più de’ creditori, quasi datasi voce, stringevano, incalzavano, minacciavano perfino la prigione: Monaldo non sapeva più come far argine al torrente. Ad estremi mali occorrono estremi rimedi, e Monaldo non potè non accettarli. Pagava la pena della sua inesperienza.

Nel maggio del 1803 fa istanza al pontefice Pio VII, perchè sottoponga tutti i suoi beni, per guarentigia dei creditori, all’ammininistrazione d’un saggio economo, e rimetta le cause insorte o che potrebbero insorgere a mons. Alliata, governatore di Loreto. Con altra istanza implora il Salva persona fino a che non dia assetto alle cose. Il sommo Pontefice che non voleva travolta così nobile famiglia nell’imminente rovina, acconsentì facilmente, e rimise ogni cosa nelle mani di mons. Alliata, personaggio di retto giudizio, di dottrina non ordinaria e di probità singolare. Questo degno prelato si accinse con amore all’ardua impresa, e, superati ostacoli non pochi nè piccoli, gli venne fatto alla fine di conciliare gl’interessi dei creditori[4] con il decoro e la sicurezza dei Leopardi. La sostanza del concordato fu che dalla somma di scudi quarantottomila (a tanto ammontava il debito) venissero detratti scudi quindicimila, frutto di disoneste usure; 2° che dalla rendita del patrimonio si prelevasse ogni anno la somma di scudi mille quattrocento, da essere depositata nel sacro Monte di Pietà di Loreto e distribuita gradualmente ai creditori; 3° che [p. 266 modifica]finalmente ogni debito fosse estinto nello spazio di anni quaranta.

Economo fu nominato un Giacinto de Santis, recanatese, cui quindi fu sostituito un Francesco Morosi; ma in effetto chi dirigeva ogni cosa, era l’Adelaide. Debiti e interessi furono saldati con tanto religioso scrupolo, con quanto si può fare da persone che sopra ogni altra considerazione pongono il loro dovere, e che del Vangelo erano osservatrici vere e non ipocrite.[5] Sicchè se il concordato fu di vantaggio indiscutibile pei signori Leopardi, non fu meno pei creditori, che in tal modo ai capitali salvati poterono aggiungere un più che discreto frutto (l’8 %).

Monaldo, non è a negarsi, si trovava un po’ a disagio con moglie siffatta: si amavano, si volevano il miglior bene del mondo: ma i naturali loro non erano fatti per intendersi interamente (v. Autobiogr. § XXXIX). Egli splendido, liberale da rasentare la prodigalità, con un cuore largo quanto una piazza; Adelaide calcolatrice, economa, massaia. Talora ei risentiva il peso dell’autorità muliebre, e usciva in [p. 267 modifica]espressioni amare: una volta, per es. la chiama arciforestica (Lett. a C. A. 14 aprile 1831); un’altra (Lett. 31 gennaio 1832) grida contro le prepotenze delle mogli italiane, alludendo chiaramente ad Adelaide, e così altre volte non poche; ma con tutto questo, vedendo che sotto la guida di lei le cose domestiche andavano sempre più di bene in meglio, benediceva a quell’angelo salvatore, chiamandola il decoro e la restauratrice della famiglia. In una lettera (6 febr. 1838) si consola di non avere stretto il matrimonio con la Bolognese (v. Autob. § XXVI, XXXI e XXXII), la quale con tutti i suoi ventimila scudi di dote non avrebbe potuto fare a vantaggio della famiglia Leopardi ciò che aveva fatto Adelaide, e nel Diario (18 giugno 1842) lasciò scritto che la sua moglie era stata ed era il ristauro e la benedizione della sua casa, e non ebbe difficoltà di applicare a lei il bel testo della s. scrittura: Mulierem fortem quis inveniet? Procul et de ultimis finibus pretium ejus.

Si è detto che Adelaide fosse avara, nè si fanno desiderare in proposito documenti e aneddoti che diano valore all’accusa. Nè io prenderò a scolpare la buona marchesa di [p. 268 modifica]questa taccia. Ma ripeterò anch’io la frase ch’è scolpita sulla tomba di lei «Con sè avara, premurosissima con la famiglia.»[6] La vita di sacrifizi e di privazioni che menava, era per uno scopo che non si potrà certo così leggermente biasimare. Ella non amava il danaro pel danaro, la roba per la roba. Ella pensava ai figli delle sue viscere, e non li volea vedere in lotta con l’indigenza. Si avrà coraggio per questo di scagliarle addosso delle pietre? Io per me augurerei a non pochi dei mariti italiani mogli di tal tempra. Fra gli eccessi, men peggio assai strettezza di mano, e, se volete, anche esagerazione nell’economia domestica, che quel pazzo scialacquare in follie, in stranezze e in cose che il tacere è bello.

Si è anche detto che Monaldo, trattato dalla sua donna qual pupillo, fosse privo d’ogni denaro. Norr è esatto, od almeno è esagerato. In tali condizioni non si possono spendere somme non piccole in libri, in oggetti di antichità, in vaste corrispondenze epistolari, in oneste conversazioni con gli amici, e Monaldo tutto questo faceva. Aggiungi che ove occorresse l’autorità dell’uomo, ei contrattava, stipulava, veniva a transazioni: il che mostra ch’esautorato del tutto non era. Di diritto la sua interdizione cessò il 10 febbraio 1820, ma di fatto era cessata da gran tempo, e il [p. 269 modifica]governo o meglio i governi stessi, che nel frattempo si succedettero, furono d’accordo nel riconoscere in lui giuridicamente la capacità d’amministrare; altrimenti non l’avrebbero tollerato consigliere municipale, molto meno lo avrebbero preposto alle cose del municipio, nominandolo gonfaloniere. L’affare dell’interdizione era stato un provvedimento, o, se vi piace, un ripiego; era stata la tavola di salute nel naufragio.

Ma comunque andassero le cose, vennero ben presto dei figliuoli a consolare l’animo di Monaldo Giacomo, Carlo e Paolina furono i primi che successivamente in tre anni allietarono la sua casa. I fanciulli venivan su vispi, allegri, spigliati: i loro esercizî ginnastici li facevano nei ridenti giardini di casa. Là saltavano, giuocavano alla palla, si rincorrevano a quell’aere aperto, purissimo, con quel muoversi i muscoli s’afforzavano, le gote s’imporporavano, l’alito che spiravano, era odoroso, profumato. Giacomo (pochi anni appresso chi l’avrebbe creduto?) di tutti i giuochi era l’anima, la vita. Ei comandava, egli guidava: si doveva dipendere da’ suoi cenni. Fin d’allora mostrava la superiorità del suo ingegno rimaner di sotto a chicchessia non lo soffriva quell’animo orgogliosetto. Il leoncino mostrava già le sue unghie.

Non è a dire se Monaldo che spesso assisteva di persona al chiasso de’ suoi cari bambini, se ne tenesse tutto. Non di rado, come quell’antico filosofo greco, pareva tornato bambino anche lui, pigliando parte a quei fanciulleschi sollazzi, e spronandoli sia con la voce, sia con l’esempio.

Ma se aveva cura delle forze del corpo, non poteva, nè doveva trascurare le facoltà della mente, e non le trascurò. L’educazione de’ figli la volle in casa sua, sotto degli occhi suoi. Era troppo geloso di essi. E di ciò Carlo, adulto, [p. 270 modifica]lodava il padre, e gliene sapeva grado. (Appendice all’Epistol. ecc. p. XXXIII.)

Monaldo dunque scelse pe’ suoi figli un istitutore, e questi fu il sacerdote d. Sebastiano Sanchini, uomo saggio, e per quei tempi e per que’ luoghi e per quel che faceva la piazza, dotto ed erudito.[7] [p. 271 modifica]

Il Sanchini si mise tosto all’opera e visto che il suolo era fertile ed acconcio a ricevere qualunque seme, vi lavorava attorno con la maggior sollecitudine e con amore indicibile, non risparmiando veruna industria per non fallire alle speranze in lui riposte. [p. 272 modifica]

Ben tosto i fanciulli, Giacomo in ispecie, diedero a vedere una precocità d’ingegno che stordiva. Non istarò io a ritessere la storia di quegli studi maravigliosi, essendo stata già fatta e rifatta da altri in mille modi. Dirò solo [p. 273 modifica]che a Monaldo spetta la sua parte di merito. Egli aveva · convertita la sua casa, sarei per dire, in un piccolo ateneo: conversazioni erudite, esercizi accademici, dispute; ciò che potesse educare la mente e ingentilire il cuore tutto si [p. 274 modifica]faceva in quella casa. Libri non mancavano, e, ove si desiderassero, si facevano venire ondecchessia. Ma soprattutto si deve merito a Monaldo perchè il suo amore agli studî, come affermò Carlo (V. App. loc. cit.), teneva luogo di [p. 275 modifica]maestri insigni e di esempi. Del che splendidissima prova ne ha lasciata anche Giacomo nella lettera (tuttora inedita), con la quale faceva presente al padre della sua tragedia [p. 276 modifica]Pompeo in Egitto.nota Eccone le prime linee: « Encouragè par vôtre exemple je ai entrepris d’ecrire une Tragedie. Elle est cette, que je vous present. Je ne ai pas moins profitè des vôtres oeuvres (allude alla tragedia di Monaldo, il Montezuma) que de vôtre exemple...»

E qui contro mia voglia mi veggo costretto a toccar d’un argomento che ben volentieri avrei saltato a piè pari, conoscendo che qualunque voglia essere la prudenza e il riserbo, è sempre un incedere per ignes. — Monaldo e Giacomo — ecco l’argomento di che io parlo. Comunque si tocchi, la corda renderà sempre un suono a cento e cento orecchie aspro e discordante. Ma io parlo per ver dire, e niun altro è il fine delle mie parole.

Non riferirò le strane accuse di padre tiranno e despota onde è stata fatta segno la memoria di Monaldo e in Italia e fuori. Dopo le tante pubblicazioni, massime le più recenti, tali accuse son cadute giù di per sè stesse, e chiunque volesse togliersi tuttavia la facile briga di raccattarle nuovamente, mostrerebbe per lo meno che egli vuol giuocar di fantasia, e che il suo ingegno sarebbe forse più acconcio a tesser romanzi, che fare storia e usar critica.

Nella famiglia Leopardi ci sarà stato sussiego, alto [p. 277 modifica]sentire di sè, non lo nego: era il retaggio delle famiglie nobili d’allora; le leggi dell’aristocrazia lo imponevano. Ma che non ci sia stata affezione reciproca, amore vicendevole, ma che il cuore sia restato chiuso ai sentimenti più sacri e gentili, non si dica. Per qualche momento, in qualche occasione l’affetto sembrava intiepidito; ma tosto si riaccendeva più vivo, levava più alte le fiamme. Le lettere di Monaldo a Giacomo sono lì a testimoniare s’egli aveva cuore pei figli. Non l’avete voi lette? Vedete se non era cuore che dirò d’innamorato, quello che dettava queste parole «Mio caro figlio, Dopo ormai venticinque anni di non interrotta convivenza, duecento miglia corrono tra voi e me. Se il mio cuore non applaude a questo allontanamento, la la mia ragione non lo condanna; ed io godo che voi godiate un onesto sollievo. Desidero bensì che anche per voi non sia tutto godere, e che la lontananza vi pesi il quarto almeno di quanto mi è greve. Attendo questa sera con ansietà le nuove vostre e del viaggio... Addio, figlio mio. Scrivetemi e non mi nascondete qualunque vostra occorrenza...» (Lettere scritte a G. L. ecc. p. 30, 31.) — «Mio caro figlio. Nello scorso non abbiamo avute vostre lettere, e mi ha reso moltissima pena. Spero le avremo questa sera, e spero che in seguito non ce ne lascerete privi. Una sola riga che mi assicuri della vostra salute, basta a lasciarmi tranquillo; ma non vogliate ricusarla...» (Ivi 51, 52.) E a pag. 202 «... Sono ormai quindici mesi che state fuori di casa, e avete viaggiato, e vi siete mantenuto senza il concorso mio. Dovete conoscere il mio cuore, e potete dedurne quanto dolore mi abbia arrecato il non provvedere alli vostri bisogni, o anche alli vostri piaceri; e se pure voi non avevate bisogno del mio concorso, io avevo bisogno e desiderio ardentissimo di dimostrarvi frequentemente il mio tenerissimo affetto...» E quanta tenerezza non fa la lettera [p. 278 modifica]che mandò al suo figlio a Pisa il 15 dicembre 18271 «Carissimo figlio mio, Ho ricevuto la cara vostra delli 3 corrente, e, se voi non ricevete più spesso lettere mie, ciò non accade perchè mi sia molesto lo scrivervi, chè niente mi piace tanto quanto il trattenermi col mio caro figlio; nè perchè voi mi scriviate tanto di raro, ciò che mi dispiace senza puntigliarmi, chè coi figli non si sta sulle etichette; ma accade perchè mi pare che le lettere mie siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato stirato, come i versi latini delli ragazzi; quasi che il vostro cuore trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio; il quale vorrebbe essere veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli basterebbe...» E quando nella medesima lettera, per averlo con sè gli promette di accomodargli con stufa, bussola e tappeti una camera talmente che possa vedere l’inverno senza sentirlo, si mostra un padre disamorato Monaldo? Non dovrei finirla più se tutte volessi riportare le lettere o i tratti di lettere che mostrano il suo cuore. Ne sceglierò qualcuna tra le indirizzate all’Antici e l’assennato lettore giudicherà egli se pure non ha giudicato, dell’affetto più che paterno che il Leopardi nutriva pei figli. Carlo Antici dopo aver caldamente raccomandato al cognato di far sì che Giacomo non si guastasse la salute con la sua logorante applicazione, lo esorta a mandarlo in Roma: lo accoglierebbe lui in casa sua.[8] E Monaldo così gli [p. 279 modifica]risponde: «Dite benissimo rapporto alla troppa applicazione del mio Giacomo. Io ne lo riprendo continuamente, ma egli si è fatto talmente allettare dallo studio che nulla gusta più fuori dei libri, e mi conviene prendere il tono serio per distaccarnelo. Convengo ancora che qualche anno di Roma lo renderebbe quello che non può divenire in Recanati, anzi aggiungo che avendo collo studio e col profitto prevenuta l’età, sarebbe quasi tempo già di mandarvelo; ma questo è per me un tasto troppo sensibile. Privandomi di lui mi priverei nella mancanza vostra dell’unico amico che ho e posso sperare di avere in Recanati, e non mi sento disposto a questo sacrificio. S’egli poi gustasse una capitale, e ne facesse il confronto con questa terra di rilegazione e di cecità, non saprebbe più viverci contento. Lasciamo al tempo il suggerire le risoluzioni opportune, ma per ora il mio [p. 280 modifica]sentimento è ch’egli sia meno dotto, ma sia di suo padre, e possa vivere tranquillo e lieto nel paese in cui lo ha collocato la Provvidenza. Intanto rimango penetrato dalla vostra cordialità, e vi accerto che voi sarete l’unica persona cui affiderei questo oggetto per me carissimo, e che, se potessi adattarmi a separarmene, ve lo affiderei fin d’ora senza esitanza, quantunque non senza opposizione di mia moglie.» (Lett. 22 luglio 1813.)

E in altra lettera dello stesso anno (21 decembre) soggiungeva

«Non mi sento ancor disposto a mandare in Roma il mio amatissimo Giacomo. Lasciamo stare che il mio cuore ne soffrirebbe indicibilmente, e che io rimarrei più desolato che mai, perchè alla fine se fosse proprio necessario di mandarlo, dovrei rassegnarmi a qualunque sacrificio; ma io sono più che persuaso che la salute non

[p. 281 modifica]gli permette troppo lunga assenza da sua casa, dove non gli manca niun comodo, e può dare sfogo alla sua passione di studiare. Assicuratevi che la felicità di Giacomo è tutta nello studio, e qui può attendervi meglio che altrove. E che ci avrei guadagnato io, e che ci guadagnerebbe lui se fuori di Recanati dovesse finir di compromettere la sua salute? Amico, voi sapete che io mi sono sacrificato tutto per i figli, e dovrei ora abbandonarli? Non mi regge il cuore, perchè in qualunque altro luogo fuori di casa essi non sarebbero contenti, ed io avrei perduta la mia tranquillità.»

Mi passo di altri luoghi nei quali a un dipresso va ripetendo la medesima cosa, mettendoci sempre di mezzo il cuore, e faccio la dimanda: Era senza cuore verso i figli Monaldo? Gli amava? La risposta non la faccio io: la dia egli il lettore imparziale.

So che da molti, punto o poco benevoli a Monaldo, non si nega che questi amasse i suoi figli, massime Giacomo; ma s’affrettano a soggiungere che gli amava a suo modo. Confesso di non intendere pienamente siffatta espressione.

Vorranno dir forse che l’educazione che faceva impartire a’ suoi nati era sbagliata e non retta? Ma saremmo curiosi di sapere che cosa avrebbe dovuto far meglio e di più un padre in quei luoghi e in quei tempi. Per accattarsi la costoro approvazione avrebbe forse dovuto far quello che da molti si fa oggidì: una lezioncina di tedesco e una di scherma; quattro parole d’inglese e un po’ di ballo; un pizzico di storia, un’occhiata alla sfuggita a qualche rivista geografica, molti romanzi e niente logica, e poi viaggi, bagni, villeggiature e sollazzi e passatempi d’ogni ragione, ecco il modo che si sarebbe dovuto tenere in educare quei buoni giovanetti. Ma, che volete! Monaldo era un codino di gran forza, e volle che i suoi figli [p. 282 modifica]imparassero qualche cosa, che coltivassero la loro intelligenza; e, quel ch’è peggio, seppe infondere ue’ loro petti tanto amore allo studio da far l’ammirazione di quanti ne’ loro giudizî non si lasciano trascinare da passioni.[9]

E nell’adolescenza non furon trattati men bene da Monaldo i suoi figliuoli. Limitiamoci a parlar di Giacomo, perchè se ci sono lagnanze e accuse, è proprio per lui. Degli altri ci avverrà di doverne dire qualcosa tra non molto.

Dei cento incommodi e malanni onde fu oppresso l’infelice Poeta si vuol dar carico al suo padre. — Era suo dovere, guardare e preservare da ogni guasto sì preziosa [p. 283 modifica]salute; non l’ha fatto? Dunque alle gemonie lui; all’esecrazione la sua memoria. — Ma adagio, di grazia. Non l’ha fatto proprio? Sarebbe pur bene che le accuse si determinassero, e non si lasciassero così all’aria con troppa leggierezza. - E se io dimandassi alla mia volta E che avrà egli fatto questo padre snaturato per guastare la salute di quel povero suo figliuolo? Prima di trovare una risposta da dare, si dovrebbe, son certo, aspettare un bel pezzo.

La famiglia Leopardi non era di quelle, dove le maggiori cure e i principali dispendi sono in procacciar sempre nuovi e svariati solazzi; siamo d’accordo: ma che vi fosse negletta l’igiene, no davvero. Oltre agli agi propri d’una famiglia signorile non vi mancavano moderati e quotidiani passeggi, sia nei giardini domestici, sia in luoghi più aperti, non non vi mancavano gite a quando a quando in campagna, [10] in ispecie alla villa di s. Leopardo, non trottate in carrozza. Oltre a ciò, a mantener viemeglio pronto e sollevato lo spirito, c’era l’opera nel teatro (e come ci si mettevano con ardore quei buoni Recanatesi per avere una buon’opera e così far crepare d’invidia l’emula Macerata!), c’eran le conversazioni serali in casa Roberti, Gualandi ed altrove, c’era il casino di lettura e di giuoco, ed altri svaghi onesti non mancavano. Che i giovani Leopardi intervenissero a questi luoghi, e prendessero parte col fiore del paese al civile consorzio, è cosa che non abbisogna di prove dopo dopo tutto ciò che è stato da altri stampato.[11] [p. 284 modifica]

Del resto perchè il povero Giacomo abbia avuto sopra di sè tutto quel rovescio di morbi, e sia riuscito scriatello e sottilissimo, non alto e fatticcione (Epist. I, 84) come Carlo che pure era sotto il medesimo governo di vita, lo sa Dio solo; e gli uomini, fantasticando, potranno più o meno accostarsi al vero nelle loro ipotesi, ma niuno potrà mai in tante contraddizioni di giudizî e di argomenti, rimuovere il velo del mistero in modo da poter dire con ogni certezza: la cosa è così, le vere cagioni son queste. Volerne pertanto far carico al padre che pei figli era tutto amore, è pretta ingiustizia.

Non ultima cagione di tante malattie sarà stato (chi lo nega?) quel suo studio matto e disperatissimo (Epist. I, 100). Ma niuno vel costringeva. Poteva anch’egli fare come Carlo il quale senza pur trascurare di acquistarsi quella coltura che a giovane bennato s’addice, non si lasciava davvero intisichire dalla soverchia applicazione. Ma lo studio per Giacomo era l’unico suo divertimento (Epist. I, 37); era l’[12] (ivi, 61), era una passione, un morbo, una seconda natura. Egli voleva alzarsi e farsi grande ed eterno coll’ingegno e collo studio (ivi, 71 e 72); però gli s’era buttato in braccio con tutta la foga di cui era capace. Trattenerlo nel suo impeto non era possibile; e quando Monaldo voleva in qualche guisa distrarnelo, gli era giuocoforza pigliare, come s’è visto, un tono serio. Del resto chi mai avrebbe potuto imaginare che si sarebbe venuti a [p. 285 modifica]quelle funestissime conseguenze? Dal solo immenso amore per lo studio queste non si prognosticavano, e che vi fosse un vulcano latente che consumava miseramente quella delicata esistenza, non si conosceva; nè si può addossar la colpa a chicchessia, se questo vulcano non veniva scoperto.

Un’accusa con apparenza di tal quale sodezza si può muovere a Monaldo, ed è ch’egli siasi ricusato di far uscir Giacomo di Recanati, prima che quella pesante mole di morbi ne schiacciasse la salute, e lo sconforto, lo scetticismo e la disperazione ne accasciassero l’animo. Forse, ove si fosse stato alquanto più condiscendenti, si sarebbero stornati tanti affanni e miserie dal capo di quell’infelice. —

Pur non negando i vantaggi che possono derivare da moderate distrazioni e da ben acconci svagamenti: Ed altrove, mi sia lecito anche qui domandare, non allignavano a quei tempi, e non crescevano malanni come a Recanati e non si sarebbe Giacomo trascinato seco dappertutto quella salute infermiccia, quel micidiale amore agli studi, quel suo naturale infiammabile, melanconico, irrequieto, causa non ultima delle sue tante sciagure?

Ma si conceda pure agli accusatori quanto essi desiderano, si potrà per questo chiamare in colpa Monaldo? Giudicatelo voi, padri di famiglia, che vorrete per ventura degnar d’un’occhiata queste povere pagine.

I figli più che altri, li conosce meglio il padre. E Monaldo conosceva Giacomo. Sicchè lasciando stare che, per l’affetto sviscerato che gli aveva, non avrebbe sofferto giammai che gli si togliesse di casa; che temeva non gli venisse guasto;[13] che le condizioni economiche [p. 286 modifica]gliel’avrebbero forse impedito,[14] tanto più che lasciando partir fuori il primogenito, non avrebbe facilmente potuto dispensarsi di far altrettanto con Carlo; io son di credere che Monaldo, ove si voglia ammettere non essere stato profeta nè figlio di profeta, operò con senno e prudenza; e niun padre di famiglia, che non avesse voluto operare a casaccio, avrebbe, a pari condizioni, operato altramente.

Ho detto che Monaldo conosceva Giacomo.

I. Ne conosceva la dottrina da poter essere lui giovanetto a fronte de’ più provetti e famosi nelle scienze e nelle lettere. A qual pro pertanto mandarlo fuori, affidandolo a mani straniere? Tanti marchesini e contini e baronetti che la più bella e miglior parte di lor vita spendevano (e spendono) in viaggi di educazione, istruttivi e scientifici, apprendevano (e apprendono) un decimo di ciò che in pochi anni e da solo aveva imparato Giacomo senza allontanarsi dal focolare domestico?

II. Monaldo era persuaso che il suo primogenito, per la sua indole e per le condizioni tutte speciali dell’animo animo suo, non avrebbe trovato requie nè come appagarsi [p. 287 modifica]in verun luogo. E non s’apponeva male. Quando finalmente Giacomo potê correr le poste, e viaggiare a Roma, a Bologna, a Firenze, a Milano, a Napoli, qual fu la beatitudine che trovò? Non galoppavano in un con lui le sue melanconie, i suoi dolori, le sue infermità? E non ardeva sempre del desiderio di cambiare, e sempre non gli toccava peggio? Non tornava anzi spesso a ricoverarsi, come ad asilo, nell’aborrita patria? L’infelicità ei la trascinava seco, e, per tramutar di paese, non gli riusciva di scuotersela di dosso. Questo morbo d’irrequietezza va perdonato certo al figlio ma non può davvero farsi rimprovero al padre, se, conoscendolo, credeva si potesse curar meglio a casa che altrove.

Talora è vero, sia per secondare gli altrui desiderî, sia sperando che si potesse una buona volta tentar qualche rimedio efficace a calmare le smanie del figlio, non si opponeva che si vedesse di trovar modo di occuparlo in qualche guisa lungi da casa. Ma posto che qualche impiego (in vista sempre, e non tangibile mai, come i pomi di Tantalo) pur si afferrasse, ei non era convinto del buon esito della prova. Ecco quanto scriveva all’Antici il 29 dicembre 1827: «Si persuadano una volta che la vera e la migliore collocazione di Giacomo è la sua libreria, perchè e per le sue abitudini ha bisogno di comodo, di libertà, di assistenza; e perchè gl’impieghi graziosi non saranno mai per chi ha sortita la sua natura, la vostra e la mia.»

III. Monaldo conosceva che Giacomo era contento di di casa sua. (Per carità, prima di sgranar quegli occhi per la meraviglia, leggete.) E come non esserne contento? Dove avrebbe trovato a sfogar con più agio la sua passione, lo studio? Dove quell’affetto di suo padre, quella benevolenza, quella [p. 288 modifica]tenerezza, quel cuore del suo Carluccio, della sua Pilla?[15] E dappoichè si è voluto tacciar il padre di taccagneria, e le accuse son giunte a tal di gentilezza, che non è mancato chi non siasi peritato di asseverare che ai giovanetti della famiglia Leopardi si faceva sentire la mancanza o il difetto perfino delle cose più necessarie, odasi il testimonio di Giacomo stesso, di Giacomo spassionato, il cui animo non sia ancora invelenito per amarezze e sanguinante per supposti o reali dispiaceri. «Sappiate che io non ho un baiocco da spendere, ma mio padre mi provvede di tutto quello che io gli domando, e brama е vuole che gli domandi quello che desidero.» Così scrive al Giordani il 5 dicembre 1817. (Epist. I, 86.) E da altre lettere si rileva che dimandava e aveva quello che desiderava, quantunque, a lode del vero bisogna confessarlo, i suoi desiderî fossero assai modesti, e per lo più limitati a comprar libri e commettere la stampa di qualcosa. Poi s’incollerì e diceva di non volersi abbassare, (Ivi, 185) e che non gli domanderebbe neppure il pan da mangiare. (Ivi, 222.) Povero Giacomo! Quell’abbassarsi che minacciava di non voler fare col padre (e per qualche tempo tenne la parola), lo fece con estranei dai quali chiedeva pressochè d’essere sfamato. Quanto ci guadagnasse il suo orgoglio non lo saprei dire, ma sento che è uno strazio il solo pensarci.

Da quanto siamo venuti discorrendo mi par manifesto che niuna colpa può attribuirsi a Monaldo, se non si lasciò uscir di casa il figliuolo. Ma c’è un’altra cosa da osservare, e non sarà male trattarne con un poco di posatezza, tanto [p. 289 modifica]più che quanti hanno scritto del poeta piceno, o hanno sfuggita la quistione, o l’hanno assai leggermente sfiorata, quasi fosse di niuna importanza.

Si è mai pensato che cosa sarebbe avvenuto di Giacomo, se la sua educazione si fosse lasciata compier fuori di Recanati? In questo caso, due ipotesi noi possiam fare: qualunque altra, per chi conosca un poco le condizioni ed principi della famiglia Leopardi, non ha verun grado di probabilità. La prima che Giacomo si recasse in Roma presso il suo zio, il quale di buon cuore gli apriva la porta di sua casa, e caldamente, come vedemmo, pregava Monaldo a concederglielo;[16] l’altra, che si ascrivesse all’Accademia ecclesiastica, che si riapriva nella stessa città, e per la quale fu fatta anche qualche pratica. Nell’una ipotesi e nell’altra, si può credere che Giacomo riuscisse qual riuscì? Trattandosi di cose possibili, nulla di assolutamente certo si può affermare: ma, tutto considerato, c’è forte motivo ad opinare che no.

Giacomo, checchè voglia altri almanaccare, sino all’età di avanzata adolescenza, anzi fino ai primordi di sua gioventù, fu inclinatissimo alla vita ecclesiastica, e le sue azioni, i suoi studî, la sua vita tuttaquanta a questo erano ordinati. A dodici anni compiuti (e dodici anni in Giacomo volean dire sviluppo già pieno d’intelletto e di coscienza) prese la tonsura,[17] e sino al ventesimo vestì gli abiti [p. 290 modifica]clericali: usava a funzioni ecclesiastiche; studiò sacra teologia, il salterio,[18] e massime i ss. Padri sopra i quali quanto si affaticasse, non è chi l’ignori.[19] Nè dicasi che ad abbracciar quello stato lo spingesse il padre. Chè questi, quantunque non ce l’avesse veduto malvolentieri, gli lasciava piena libertà di elezione. Giacomo per Monaldo era sempre il primogenito, e chi conosce che voglia dire esser primogenito nelle famiglie nobili, quando specialmente erano in vigore le leggi del fede commesso, non potrà sospettare altrimenti. Se non gli dispiaceva di vederlo ascritto al sacerdozio, era perchè non credeva che in tal modo alla fin fine il figlio andasse a cadere in un precipizio, o si mettesse per una via non troppo onorata; e più perchè, stante la debolissima di lui costituzione fisica, era persuaso che altro stato non gli fosse possibile.

Ciò stabilito, non è più che verosimile che in Roma, innanzi agli esempi di sommi onori toccati a due membri della famiglia Mattei, ambedue zii di donna Marianna, moglie a Carlo Antici;[20] innanzi al fatto che la Chiesa chiamava alle sue più splendide cariche gl’ingegni più [p. 291 modifica]lustri (e il Mai, a tacer d’altri, dovevane essere tra non molto una bella conferma), spronato in cento guise e da mille ragioni che qui non è il caso di enumerare, non è più che verosimile, dioo, che Giacomo dovesse rimaner costante nella via intrapresa per assidersi, come andava ripetendo l’Antici, tra i sommi del ceto sacerdotale?

Non si venga a dire che il Leopardi, o presto o tardi, si sarebbe sciolto dalle pastoie: la sua mente vastissima lo avrebbe una volta condotto a quelle conclusioni, a cui pur si condusse. Con ciò, se non m’inganno, si vorrebbe dire che la Chiesa cattolica, che potè contenere un s. Agostino, un Dante Allighieri, un Galilei e tanti altri famosi, non avrebbe avuto tali attrattive e tanta forza da contenere ancora e soddisfare un Giacomo Leopardi. Ma via, se non il senso comune, si rispetti, un po’ la storia almeno.

Se il Leopardi pertanto cambiò del tutto via, qualche ragione, qualche cosa ci avrà dovuto essere, che ve lo indusse. Parecchie opinioni si son portate in campo per dare una spiegazione al fenomeno. Qualcuno lo ha attribuito allo studio che Giacomo dovè aver fatto sulle opere dei filosofi francesi, specialmente sull’Enciclopedia; i più alle sue storpiature fisiche;[21] altri ad altre ragioni.[22] Io per me che, senza offender la modestia cui nessuno deve rinunziar giammai, posso arrischiarmi di dire che alquanto studio [p. 292 modifica]sul Leopardi l’ho fatto, non ho difficoltà di affermare che quantunque le ragioni sopra addotte abbiano potuto alcun poco sull’animo di Giacomo, non furon proprio desse che lo determinarono al gran passo. Cose del tutto nuove io non dirò ma un filo di luce spero che sull’intralciata quistione debba farsi da quanto verrò esponendo.

La vita di Giacomo Leopardi, finchè si stette in casa, fu vita di studio matto, disperatissimo, lo vedemmo. Dai 13 anni ai 17 avea già scritto sei o sette tomi non piccoli sopra cose erudite! (Epist. I, 47.) Cagione principale di. tanto smisurata fatica era sete ardente di segnalarsi, di star in alto, di primeggiare: la mediocrità gli faceva una paura mortale; (ivi, 70) era insomma, per dirlo colle sue parole stesse, un grandissimo, forse smoderato e insolente desiderio di gloria (ivi, 27). Egli avea pertanto bisogno di estendersi oltre, di alzarsi, di essere ammirato. In Roma un qualche sfogo alla sua passione l’avrebbe trovato (se non lo trovò in appresso, è facile indovinarlo, fu perchè non era più quel Giacomo degli anni addietro), e ne sarebbe rimasto soddisfatto: in Recanati non gli era possibile. Quella breve cerchia era troppo poca cosa per lui; egli cominciava a starci a disagio. Ei dunque tenta di spaziare in qualche modo. Manda lettere, opuscoli, si raccomanda, stringe relazioni coi più reputati uomini di quei tempi. Al suo apparire, e al sapersi ch’era un giovanetto e [p. 293 modifica]nobile che operava tali prodigi, non si potè non rimaner trasecolati. Ma chi maggiormente rimane preso, è il Giordani. Ei subito presentì, divinò quell’ingegno che aveva più del miracoloso che del naturale, e se ne fece, secondo l’espressione del De Sanctis, gran trombettiere. Figuriamoci la beatitudine di Giacomo! Essere conosciuto, apprezzato, amato, adorato da un Giordani, il principe, il dittatore dei letterati del suo tempo! Era cosa che gli dovea parer più sogno che realtà. «Che io veda e legga i caratteri del Giordani, ch’egli scriva a me, che io possa sperare d’averlo d’ora innanzi a maestro, sono cose che appena posso credere.» (Epist. I, 25.)

La stima passa incontanente in amicizia,[23] e questa in amore ardentissimo. «Io non so come si possa ammirare le virtù di uno, singolarmente quando sono grandi ed insigni, senza pigliare affetto alla persona.» (ivi.) La dichiarazione è ancora un po’ sulle generali, ma per essere, dirò così, al primo incontro, non è poco. Nella terza lettera, un letterone che mostra non volerla finire più, chiude col dire ch’egli pensa sempre di lui. (ivi, 46.) È un passo innanzi non c’è male. Nella quarta non ci sono più ritegui, e chiaramente confessa ch’ei tanto veramente e grandemente lo ama, che lo fa dare in pazzie il solo pensare che l’anno seguente, se la speranza ch’ei gli ha data non è vana, lo vedrà e gli parlerà. (ivi, 49). D’ora innanzi le parole non si misurano più, la foga non ha più limiti; la [p. 294 modifica]passione scoppia in tutta la sua veemenza: «Caro Giordani, se io fossi mio, le catene e le inferriate non mi terrebbero che non volassi a voi.» (ivi, 59.) «Addio, carissimo e dilettissimo mio. Vogliatemi bene, e conservatevi al più ardente e smanioso degli amici vostri il quale così potesse esser felice e beato in voi come in se stesso sarà sempre infelice.» (ivi, 91.) « State lieto e vogliatemi bene, che non c’è persona al mondo, che lo meriti quanto io; nè ci sarà, perchè, mio carissimo, quale io sono presentemente, tale sarò fino alla morte; e se dopo la morte dura l’amore verso i nostri, sarò tale in eterno.» (ivi, 115.) Ma è inutile accumular citazioni: basta aprir l’Epistolario per trovarne senza fine.[24] [p. 295 modifica]

Ed all’amore il Giordani corrispondeva con amore. Nell’espressioni ci sarà meno impeto forse, ma fuoco c’è sempre, più forse che all’età sua, omai matura, non si conveniva.

Ora trovandosi l’animo del Leopardi in tali condizioni, quali abbiamo veduto, qual meraviglia ch’egli abbia voluto far suoi i principî, i pensieri dell’amico? L’amore di sua natura tende all’assimilazione; e, se ben si consideri, moltissime delle teorie leopardiane sono quelle stesse del Giordani, il quale se fu meno coraggioso o più cauto nel farle di pubblica ragione, non fu men ardito nell’escogitarle. (3) Senza annoiare il lettore con ischierargli innanzi le testimonianze che in conferma si potrebbero estrarre in gran numero dagli scritti del Giordani, basti riferire quanto asserisce il Gussalli, grande ammiratore e intrinseco di lui, il quale dice che il Piacentino protesta «che quanto questi (il Leopardi) giudica della natura e della sorte umana, tanto a lui, Giordani, non è strano, che neppure gli è nuovo: da gran tempo essersi stampato nella sua mente come provato e indubitabile, ma aver dovuto tenerlo chiuso, non isperando che gli fosse creduto, neppure ascoltato; e se ascoltato gli ricadesse rovinoso in capo: così i rapidi e lievi cenni (non sempre troppo rapidi e troppo lievi) che non rare volte gliene scoppiarono scrivendo, passarono inosservati (fino a un certo punto) dai lettori, che non glieli avrebbero perdonati. (Prose di Antonio Gussalli, Milano, 1877, pag. 321.)nota [25] [p. 296 modifica]

Da questi brevi schizzi, se l’amor proprio non mi fa travedere, ben si possono scorgere i motivi che indussero il Leopardi a quella evoluzione o rivoluzione di principî che nell’altra metà di sua vita non si stancò di predicare a viso scoperto. Da essi scorgesi parimente che tal conversione (alcuni la chiamano anche così) non fu opera del tutto soggettiva: ci fu innanzi un modello, un tipo: se poi l’imitatore andò più oltre che il modello e il tipo non rappresentavano, non è da farne le maraviglie: non è raro il caso che il discepolo avanzi il maestro.[26] [p. 297 modifica]

Dal tutto insieme deducesi ancora che non è poi da gridar la croce addosso a Monaldo, al Gioberti e a quanti altri attribuirono al Giordani la subitanea e impreveduta [p. 298 modifica]conversione di Giacomo,nota se dissero quello che dissero. [27] [p. 299 modifica]

All’accusa che il Giordani abbia sviato il giovanetto [p. 300 modifica]Leopardi so che fu data formale smentita e da quello e da [p. 301 modifica]questo. (V. Viani, Append. all’Epist. LXVIII, LXIX, ed Epist. I, 198, 199.)[28]

Ma tale smentita va interpretata: altrimenti, per non dar del bugiardo al Giordani ed a Giacomo, ci è giocoforza ritener calunniatori il padre di questo, Gioberti, la Mazzagalli, il Capponi e gli altri che ripetettero l’accusa. Brutto sistema quello di rovesciar gli uni per innalzar gli altri, uccidere per dar vita.

Non si potrebbe veder di trovar modo di conciliazione? Io penso che la cosa non sarebbe troppo difficile. Si faccia il Giordani non autore, ma occasione, non causa diretta e immediata, ma indiretta e mediata dell’incredulità di Giacomo, e tutto mi sembra accomodato.

Nè gli amici del Giordani potrebbero, cred’io, trovar luogo a lagnanze per questo accomodamento. Essi sono convinti, e niuno che abbia per poco sfogliate le opere di lui può ignorarlo, com’egli non era punto tenero del cattolicismo: sanno che gli cuoceva puranco il sospetto che il Leopardi non fosse davvero ito a finire prete o [p. 302 modifica]monsignore;[29] che desiderava vederlo fra gli spiriti forti e spregiudicati; che sperava, anzi aveva fiducia che tra gli scrittori nazionali che combattevano le battaglie della penna per la madre Italia, il contino andasse innanzi a tutti con l’esempio, e di tutti fosse guida e maestro. Essi di tutto questo sono meglio che persuasi, e non devono dunque credere di far onta al nome dell’amico, se s’inducono a giudicare che una parte almeno indiretta il Giordani l’ebbe nel passaggio che fece Giacomo dalle verità più rassicuranti alle dottrine del più puro scetticismo. Che se eglino neppure a questo modus vivendi vogliono acconciarsi, veggano di non perder tutto per voler tutto. Allora metterebbero nella necessità i fautori di Monaldo e degli altri che sono involti nella medesima accusa, di far la parte del fiscale, e per abbattere le deposizioni de’ loro avversari, potrebbero metter fuori e provare (quanto a Giacomo) che se questi fu ingegno maraviglioso, non fu gran carattere; e che la forza dell’amore gli potè facilmente vietare di accusar l’amico del suo cuore; tanto più che a lui importava supremamente che altri dubitasse neppure un momento che quanto egli pensava non fosse tutto di testa sua. Quanto poi al Giordani potrebbero mostrare ch’egli parecchie delle idee che aveva, non amava, per quieto vivere, si spacciassero come sue; che non gli gradiva si strombazzasse aver lui abusato dell’amicizia ed ospitalità. [p. 303 modifica]

E continuando a scavare, ne potrebbe anche scaturir fuori che mentre chiama le adulazioni vilissime e pestifere (Gussalli, Prose, 304), non arrossisce poi in quel suo famoso Panegirico di chiamare Napoleone, ottimo di tutti gli uomini, di tutti i re in tutti i secoli; unico riparatore del genere umano; ottimo, massimo, di divino lume nato ad onore e felicità della terra.[30] Il che certo nemmeno in lui mostra un gran carattere, se specialmente si consideri ch’egli, il quale rivolgeva a Giacomo queste parole: «Riceva le congratulazioni libere d’uomo che fin qui da niuna speranza, da niuna paura fu corrotto» (Gussalli, ivi), al p. Cesari poi, prima di romperla anche con lui, confessava d’essersi indotto a scrivere il Panegirico, perchè sperava che il suo scrivere di quell’uomo, che allora empieva il mondo, avesse ad aprirgli una porta od una fenestra o un buco alla fortuna. (Giordani, Scritti, vol. VI, 361). Le quali cose mostrando non piccola versalità così di penna come d’animo, potrebbero togliere per ventura alla doppia smentita quella forza che a prima vista sembrano di avere.

Ma di questo non grato incidente basti oramai.

Quel che avvenisse poi di Giacomo, non occorre spenderci parole sopra. Se n’è scritto tanto! Dirò solo che dappertutto era seguito dall’amore de’ suoi, ed egli di pari [p. 304 modifica]affetto li ricambiava, e questo affetto traluce anche in fondo alle sue forti acrimonie, imputabili, più che ad altro, alla sua strana imaginazione (Append. p. XV) e ai suoi metodi strani di vita e alla sua malinconia (Piergili, Nuovi documenti, p. 231). Dirò anzi che a lui premeva assai di non perdere la stima e l’affetto de’ suoi genitori: per quanto tempestoso e agitato, era sempre cuore di figlio quello di Giacomo. Si veggano questi frammenti, inediti, di lettera. Scrivendo egli a Carlo che gli aveva manifestato un tal suo sospetto, gli confessa di esserne rimasto turbato assai « perchè da una parte mi rincrescerebbe, dice, che Babbo e Mamma prendessero cattive idee di me. L’apertura della tua lettera a te, credo io, non avrebbe potuto nuocere, ma quanto a me, avrebbe potuto mettermi in cattiva vista, cosa che mi dispiace molto, perchè ardendo di voglia di riabbracciarti e di tornare a star con te, mi sarebbe molto doloroso di trovar gli animi di Babbo e di Mamma mal prevenuti sul fatto mio.» E che il Babbo non siasi alterato, ne vuole esser sicuro. Io ti vedrò certamente presto; «ma intanto procura di rilevar come pensa di me Babbo;[31] introducine [p. 305 modifica]qualche discorso con lui se puoi, e scrivimene sinceramente.» Chiude la lettera baciandolo, e torna ad insistere: «Ti raccomando che il mio libro non sia veduto, perchè ha certe idee che forse potrebbero dispiacere a Babbo..»[32]

L’altra accusa che cioè Giacomo nelle sue peregrinazioni, specialmente negli anni che soggiornò in Napoli, fosse abbandonato d’ogni soccorso da’suoi, ha fatto il tempo suo pur essa. Riportare nuovamente i documenti che tutti conoscono, per ribatterla, sarebbe opera inutile. Se [p. 306 modifica]qualcuno tuttavia facesse ancora l’incredulo, vegga queste poche linee. Giacomo nel decembre 1835 (Epist. II, 223) riceve scudi 10; nel settembre (?) 1836 scudi 39;[33] nell’ottobre dell’istesso anno scudi 41; nel giugno 1837 scudi 35 (Piergili, Nuovi documenti p. LI, LII, LIII), ch’è quanto dire, riceve nello spazio di circa un anno e mezzo scudi centoventicinque di sussidi straordinari.[34] A questi si aggiungano ora gli altri duecento sedici di sovvenzioni ordinarie (scudi 12 al mese), ch’ebbe in quel frattempo, e si vedrà che se Giacomo non avea da poter scialare, non era neppure in condizioni di dovere stendere la mano per il tozzo.[35]

Dopo tutto ciò se taluno vuol persistere a dire che Monaldo non fu buon padre, io non so proprio che cosa rispondergli. Al più andrò considerando tra me e me quanta sia la verità di quel proverbio che dice, non esservi sordo peggiore di colui che non vuol sentire.

Degli altri figli di Monaldo mi spaccerò in poche parole. Tanto egli era padre di Giacomo, quanto di questi. [p. 307 modifica]

In una lettera trovo Carlo gradirebbe sommamente le tre opere che mi annunziate, di Pope, Sterne e Chesterfield, ed io ne farò volentieri l’acquisto, contando spesi bene scudi 12,40 per contentare un figlio che mi contenta, e che non esige da me se non mezzi per occuparsi. Speditele dunque, tostochè ne avrete occasione, e ricevetene fin d’ora i comuni ringraziamenti.»

Questo scriveva Monaldo al suo cognato il 27 gennaio 1817, e in altre lettere, prima e.dopo quel tempo, confermava con compiacenza ch’egli era beato de’ suoi figli. Ma poco appresso non era più così. Tutto aveva cambiato aspetto in quella casa! Vi risonavano i lamenti, come si stesse in luogo di supplizio; c’era la diffidenza e la congiura, come si vivesse sotto feroci tiranni. Un alito procelloso aveva offuscato il sereno della bella armonia, che vi risplendeva per l’innanzi!

Ma questo stato violento non era possibile che durasse. Giacomo che volle durarla, ne rimase stritolato, distrutto.

Carlo, vedutosi sfumare il matrimonio che vagheggiava con una sua cugina Antici, arse di amore per un’altra cugina, la Paolina Mazzagalli; e nel 1829 la menò a moglie. La cosa fu conchiusa, mentre Monaldo era in Roma, e quando pareva non se ne dovesse far più nulla.

Non dirò che a Monaldo non dispiacesse questo matrimonio. Ne fu tanto rammaricato, che perde l’appetito ed il sonno, e gli tornò la febbre che allora allora lo aveva lasciato. (Lett. a Paolina, 25 marzo 1829) Si doleva innanzi tutto dell’unione tra due congiunti, che a lui, tuttochè si fosse ottenuta la dispensa dell’impedimento, pareva non dover produrre buoni frutti; si doleva che gli fosse stato strappato con lusinghe[36] da casa un figliuolo, su [p. 308 modifica]cui, dopo la morte di Luigi e l’ormai riconosciuta impotenza di Giacomo, riponeva le migliori speranze; e finalmente si doleva che si fosse presa quella risoluzione a precipizio e dietro le sue spalle. Appena gliene giunse la notizia, il suo pensiero volò subito agli altri figli ai quali scrisse una commoventissima lettera.[37]

Ma più particolarmente il suo cuore esulcerato trovava un lenimento riversando l’indicibile dolore nell’anima affettuosa della Paolina. Come tenere ad un tempo e piene di amaro cordoglio sono quelle lettere che allora scriveva da Roma alla sua diletta figliuola! Ecco in qual modo ne chiudeva una in data 30 marzo 1829: «Crederete facilmente, mia cara figlia, che io non ho potuto scrivere queste cose senza pianto e senza estrema commozione dell’animo, per— chè dichiaro in faccia a Iddio mio che volentieri avrei dato il sangue e la vita per potere allargare le braccia sopra tutti i miei figli, e stringerli teneramente al petto come figliuoli amorosi e cristiani, e per non dovere diffondermi in voci di rimprovero e di querele; ma il Signore ha nella [p. 309 modifica]destinati i miei giorni ad ogni sorte di umiliazioni, e sia benedetta la sua Santissima volontà.»

Ma se potè quel cuore essere amareggiato da rammarico, non potè essere ricettacolo d’odio e nido di vendetta. Subito dopo l’avvenimento (25 marzo) scriveva a Paolina: «Io lo perdono col cuore di un padre amoroso e cristiano»; e perchè il suo perdono non si credesse sterile e solo a parole, il dì 30 dello stesso mese soggiungeva: «Io farò in modo ch’egli non abbia a vivere di elemosina», e lo ammise alla sua mensa, e lo sovvenne di consigli e di aiuti. In data del 20 gennaio 1831 trovo questa lettera indirizzata all’Antici: «Carlo volendo pescare in codesto fangoso e sozzo mare delle petizioni, gradì che io gli cedessi il Rescritto procuratomi tanto cordialmente da voi, quando non si sapeva che l’epoca della ristaurazione sarebbe ancora l’epoca della confusione. Io l’ho contentato volentieri....... Quanto a me avrei tutto il piacere dei vantaggi di Carlo e di chiunque gli appartiene. Perciò se al corso regolare della pratica è necessario avanzare istanza a mio nome, rimetto tutto alla vostra prudenza. Bensì direi che non dovesse tacersi nell’istanza qualmente io trasferisco il mio qualunque titolo al figlio, giacchè non voglio andare nè a Pesaro nè altrove, e non sarebbe decente carpire un impiego e il giorno dopo dimandare il permesso di trasferirlo.»

Qualunque siasi l’impiego di cui è parola in questa lettera, e comunque sia andato l’esito della cosa, quello che importa assodare è, che Monaldo non pure schiudeva nuovamente gli affetti del suo cuore a Carlo, ma, dimenticando il passato, pur di vederlo occupato vantaggiosamente e con decoro, non aveva difficoltà di anteporlo a sè ed a qualunque altro de’ figli. E se in appresso questo figlio ebbe l’onorevole e lucroso ufficio di Direttore delle Poste [p. 310 modifica]in Ancona, lo dovette specialmente al padre suo che gliel procurò per mezzo dell’incomparabile Antici.

Sbollita la prima gioventù, quando era in sua balia far come più gli aggradiva, Carlo non parve più quel di prima. Attento, casalingo, studioso badava a sè e a’ suoi affari, ed era felice. Ma pur troppo, lo dirò col Viani che ne scrisse una elegante e affettuosa necrologia (Appendice, p. LXXIV e segg.), le grandi gioie non durano: dopo undici anni perdette la delizia della casa, l’unica figliuola che n’ebbe, la quale in tutto e per tutto era l’immagine della madre e dopo altri otto anni perdette l’adorata consorte! Della morte della figliuola nè egli nè la madre (a cui tale sventura abbreviò la vita) poterono mai darsi pace; conservarono con sollecitudine religiosa gli ultimi fiori colti da lei (quanto senso di amore!) e con nuovo esempio, quasi a sfogo e sollievo di dolore, fu tra marito e moglie una singolare corrispondenza di affetti e di pensieri scritti....»

Dopo la morte della Mazzagalli «stette vedovo un pezzo, così seguita il Viani; poi, di circa sessant’anni, trovandosi solo nel mondo, ond’erano usciti quasi tutti i suoi, si riammogliò colla signora Teresa Teia, vedova Pautas, piemontese; altra donna di molto e nobile ingegno, e di non ordinaria coltura: scambievolmente degni di amarsi: colla quale visse (senza prole) in grande amore e concordia fino all’ora estrema, e alla quale lasciò tutte le sue sostanze.[38]

Benchè in un album d’una signora alla dimanda: «Dove vorreste vivere? avesse risposto: «Dovunque, fuorchè a Recanati mia patria che amo come il mio fratello Giacomo [p. 311 modifica]l’amò[39] tuttavia non se ne allontanò giammai. Quando era Direttore delle poste in Ancona, non lasciava quasi passar domenica che non vi tornasse. Le sue ire giovanili contro la patria furono declamazioni rettoriche più che altro. Egli in ciò imitava Giacomo, come questi imitava il Giordani.

Nell’album sunnominato trovo anche scritto: Qual’è la vostra occupazione favorita? «Je l’ai dit ailleurs: travailler toujours pour obtenir d’être désoccupé.»Parve il programma della sua vita, dopo che uscì della casa paterna. Adoperarsi con ogni industria, lavorare, affaticarsi per potersi fare, come si dice, una bella posizione, ecco le sue brame. E ci riuscì. La porzione legittima toccatagli del patrimonio domestico fu mirabilmente accresciuta, e così potè davvero ottener d’essere disoccupato, e vivere una vita tranquilla e onorata.

Si è detto ch’egli fosse stretto di mano, come sua madre. Sarà vero; ma intanto io so che quando era in Ancona, egli aveva diritto di partecipare di non saprei quali incerti fra l’anno; ma sempre li ricusava, volendo che se li ripartissero interamente tra loro i suoi soggetti.

Si è anche parlato di non so quali idee più che liberali che gli passassero pel capo. Non saprei che dire. Ma a questo proposito anche so, che Mazzini, mentre Carlo era nelle poste di Ancona, gli scrisse una lettera quasi di rimprovero, perchè non era attaccato come era suo dovere, al nuovo ordine di cose; e che quando nel 1860 l’esercito italiano [p. 312 modifica]andava occupando le Marche, si recò anch’egli, nel giorno indetto pel plebiscito, all’urna, ma invece del che gli porgeva stampato il donzello del Comune, destramente vi depose un bel No, ch’era la prima sillaba della parola Nominati, con cui cominciava un bando della nuova Giunta (22 settembre 1860), firmato dal conte Antonio Carradori, dottor Riccardo Conti e Giuseppe Antolini. Carlo conservò gelosamente i documenti della sua piccola impresa (ed io ho visto il ritenuto, e il bando mozzo della prima sillaba), e ridendoci saporitamente, lo diceva a chiunque volesse saperlo.

Tutto sommato, Carlo ritrasse molto dalla madre sua; come Giacomo, se pur somigliò ad alcuno de’ suoi, in più d’una cosa ritrasse il suo padre Monaldo.

Donzella di vivissima imaginazione, di gran sentimento, educata in gran parte agli esempi che le dava la storia, degli antichi Greci e Romani, con in capo un mondo tutto ideale, poco esperta della realtà delle cose, Paolina era legata a fil doppio coi fratelli. Il suo cambiamento va di pari passo con quello di Giacomo e di Carlo. I medesimi lamenti, i medesimi sospiri, la stessa brama di uscire una volta di quell’ergastolo. In fondo in fondo era sempre una buona figliuola. Ma facendo causa comune coi fratelli, doveva cantare all’unisono.

Purchè le fosse dato di andar lungi, avrebbe ardentemente desiderato d’essere sposa: ma vuoi per una ragione, vuoi per l’altra, non se ne fece mai nulla. Il primo trattato di matrimonio fu con un certo signor Peroli di Sant’Angelo in Vado, secondo Giacomo (Epist. I, 248), o di Urbino, giusta Monaldo. (Lett. a C. A. 21 aprile 1821) Ma fu ventura che non si conchiudesse. Non era un matrimonio che si stringeva per affetto o per mutua stima; [p. 313 modifica]ma di moda, cioè d’interesse, come confessava Giacomo stesso al Giordani.[40]

Fu promessa ad altri, poi si tornò nel 1825 a Peroli; (Lett. 120) ma, per non saprei qual fatalità, mentre ogni cosa pareva all’ordine, tutto si sfaceva. E la povera Paolina, cui la speranza travagliava assai più della disperazione e del dolore (Epist. I, 312, 313), dopo le forti lusinghe non trovava luogo, (Ivi) e Giacomo stesso doveva dire a Carlo che la sorella aveva bisogno d’essere moderata ne’ suoi trasporti. (Ivi) Monaldo fa del tutto per collocarla onoratamente. Non gli riesce; e che avrebbe dovuto fare? La sua cara Paolina non era merce da consegnarsi al primo offerente o al primo postulante che si presentasse.

Uscito di casa Carlo e allontanatosi Giacomo, le lamentazioni ebbero fine, e il suo spirito riebbe la calma. Si diede con maggior fervore agli studî, aiutando dell’opera sua specialmente Monaldo nelle sue pubblicazioni periodiche, e si appigliò ad un tenore di vita mirabilmente divoto, e tutto carità per il prossimo. I buoni semi dell’educazione davano i più bei frutti. La sua memoria è rimasta in benedizione presso quanti la conobbero, e andrà sempre unita a quella di Monaldo e di Giacomo, figlia e sorella amorevolissima, esemplare.

Di Luigi ho detto alcune parole nel § I di quest’Appendice. Aggiungerò quanto di lui lasciò scritto Monaldo nell’ultimo testamento.

«Il mio dilettissimo figlio Luigi venne chiamato dal [p. 314 modifica]Signore nel fiore della sua età, non avendo ancora compito ventiquattro anni, e quantunque la sua morte apparisse preziosa agli occhi del Signore, la sua breve vita fu tanto temperata e modesta, che la memoria di lui verrebbe poco conservata dagli uomini. Voglio dunque perpetuarne in qualche modo la ricordanza, non solo a titolo di svisceratissimo affetto, ma anche a titolo di riconoscenza, potendo dire con verità che io credo di avere ricevuto per la sua intercessione molte e rilevantissime grazie da Dio. Anzi voglio qui ricordare due fatti per l’onore di Dio, e per memoria di questo mio amatissimo figlio. Egli morì ai 4 di maggio del 1828, e il dolore che io ne provai, non è da esprimersi con parole. Non credevo che la povera natura umana fosse capace di tanto cordoglio. Scrissi al padre Fortis, allora Generale dei Gesuiti, raccomandandogli di far suffragare l’anima del mio defonto figlio dai Padri della sua Compagnia, ed egli alli 28 di maggio, mercoldì dopo le Pentecoste, mi rispose con le parole seguenti: «Sopra di me assumo questo ben giusto uffizio, e le prometto che fra pochi giorni, siccome io spero, ne potrà sentire l’effetto il carm̃o suo Luigi, defonto con sì bei segni di predestinazione. Entro questa settimana medesima parteciperà esso di molti Sacrifizî offerti dai nostri. Dappoichè essendo questa una delle settimane le più liete dell’anno, credo che questa convengasi maggiormente ad un’anima destinata alla gloria.» Nel giorno 1 di giugno, domenica della Trinità, dopo fatte le devozioni in Chiesa, sedevo al mio tavolino tutto immerso in quella desolata mestizia che non mi aveva mai abbandonato dal momento della morte del figlio. Inaspettatamente sentii allargarmisi il cuore, e l’anima mia fu confortata da una dolce allegrezza, di cui non conosceva la causa. Allora mi ricordai la lettera del padre Fortis, e concepii ferma speranza che il figlio mio fosse già entrato [p. 315 modifica]nella gloria santa del Paradiso. In altro tempo languivo sotto una afflizione tremenda, minacciato da orribile disgrazia e senza speranza umana di uscirne. Inginocchiato avanti il Crocefisso che il figlio mio aveva tenuto in mano nell’ora della sua morte, domandai al mio Luigi calorosamente che mi ottenesse ajuto e grazia da Dio. Allora mi parve di intendere che il pericolo si farebbe ancora più grande e arriverebbe all’estremo, ma in ultimo la sventura minacciata e temuta non verrebbe sopra di me. Così accadde di fatto; le mie angustie crebbero e durarono molto tempo, ma quando avevo già perduto ogni ombra di speranza, arrivò inaspettatamente il soccorso e la grazia del Signore. Questa è la verità, come io la sento nel mio cuore, e come sta avanti Dio.[41] Or dunque io voglio che ogn’anno in perpetuo nel [p. 316 modifica]giorno 4 di maggio, anniversario della sua morte, si faccia ardere dalla mattina alla sera una candela di cera del peso di una libra nella Chiesa dei Padri Minori Osservanti, precisamente sopra il suo sepolcro. Inoltre voglio che ogni anno nel giorno suddetto si diano in elemosina sei libre di cera alla Chiesa medesima, acciocchè in essa nella sera dell’istesso giorno si dia la Benedizione col ssm̃o Sagramento, recitandosi il Paternoster, e il De Profundis in suffragio dell’anima sua; se in quel giorno nella Chiesa sunnominata vi sarà altra funzione, la Benedizione da me ordinata si darà nel giorno successivo. Se la Chiesa dei Padri Minori Osvanti venisse chiusa, i miei eredi destineranno altra Chiesa. [p. 317 modifica]Infine voglio che i miei eredi e loro successori in perpetuo di buon accordo col Parroco pro tempore della nostra famiglia, scelgano una persona poverissima della nostra città, dell’uno ovvero dell’altro sesso, di conosciuta pietà e di buoni costumi, e ad essa diano perpetuamente l’elemosine seguenti. Due paoli al mese nel primo giorno di ogni mese, una coppa di grano nel giorno 25 di agosto, giorno natalizio del mio amatissimo figlio; mezza coppa di legumi nel giorno 4 di maggio, anniversario della sua morte; due boccali di vino e una camicia nuova alli 21 di giugno, festa di s. Luigi; una coppa di formentone nel giorno 2 di novembre, commemorazione di tutti i defonti; dieci fascine, due boccali di olio, e un paro di scarpe nuove nella vigilia del santo Natale, e venti uova con sei libre di formaggio, e sei libre di lardo nel Sabato santo. Queste piccole elemosine dovranno farsi in natura e precisamente nei giorni rispettivi. Viceversa il povero che le riceverà dovrà visitare ogni mese la santa Via Crucis secondo la mia intenzione; e il rev. Parroco pro tempore farà la carità di istruirlo sul modo di praticare quell’esercizio validamente, per l’acquisto delle sante Indulgenze. La persona del povero sunnominato potrà venire cambiata dal mio erede, non però senza importante ragione, e sempre con la buona intesa del Parroco. Questo povero ricorderà per sempre nella ma famiglia il mio diletto figlio Luigi."»

Or altri chiami piccolo, chiami povero di spirito, chiami, come più vorrà, Monaldo; per me sarà sempre un padre tenerissimo, amorosamente devoto de’ suoi figli.[42] [p. 318 modifica]

Di Pier Francesco, ultimo figlio di Monaldo, dirò che anch’egli studiò filosofia sotto il Sanchini (Lett. a C. A. 13 novembre 1828), e che, come Giacomo, vestì per qualche anno l’abito di chierico. Più che per tendenza alla vita sacerdotale, pare che l’indossasse per poter godere i frutti di qualche benefizio ecclesiastico cui, perchè fondati dai loro maggiori, avean diritto i Leopardi. Ma non tardò a spogliarsene ed a pensare ad onorato collocamento. In una lettera a C. A. in data 11 gennaio 1838 leggo: «Se a Dio piacerà, la nipote dell’arcivescovo di Fermo sarà la sposa di mio figlio. Forse a momenti ritornerò in Ancona per venire col conte Ricotti all’ultima conclusione.... Io poi voglio una giovane buona, domestica, senza grilli, senza pretese, senza diritti, la quale non creda di discendere entrando in casa mia, e non si vergogni di portare il mio nome. Spero di averla trovata, ma se avesse 100 mila scudi di dote, per questo solo titolo non la vorrei. Tale è stato sempre il mio pensiero, e probabilmente avrà le sue radici nella superbia; ma alla fine dei conti è una superbia che si accorda con la prudenza, e non dà fastidio a nessuno. A voi poi, patrizio di Capitale e quasi principe, auguro con tutto il cuore che troviate (o abbiate già trovato) bontà, beltà, sanità e ricchezze, che in casa vostra e in Roma ci [p. 319 modifica]stanno bene.[43] Qui una sposa ricca potrebbe essere al più rassegnata, ed io non voglio dare il figlio, la casa e tutto il mio ad una donna che non se ne potrebbe trovare contenta.»

E il matrimonio fu celebrato con gran gioia d’ambe le parti e solennemente nell’aprile del 1839. Ci fu anche accademia con orchestra, il che in casa Leopardi non era più avvenuto dal 1777, ossia sin dalla nascita di Ferdinanda, zia amorosa di Giacomo, la quale fu tenúta a battesimo dal duca di Parma. (Lett. a C. A. 25 aprile 1839.)

La sposa che era la signorina Cleofe de’ conti Ferretti d’Ancona, col suo affetto, co’ suoi modi squisitamente civili, col ricco corredo di sue virtù superò le speranze che si erano di lei concepite. Monaldo ringrazia Iddio di quella benedizione che aveva fatto piovere in seno della sua famiglia, e così potè perdonare facilmente alla buona nuora il fallo non suo di essere affine a quella che ei chiamava canaglia bonapartesca. (Lett. a C. A. 6 Marzo 1838); la qual affinità, quando fu da lui risaputa, non dirò che mettesse a repentaglio il contratto, ma produsse non troppo buon gusto (Ivi.) in quell’animo terribilmente conservatore.

Pier Francesco con sì buona compagna visse (ahi troppo poco!) sino al 1851. La sua vita si può dire che la passasse o tra le pareti della biblioteca domestica, cui arricchì, come vedemmo (App. § I.) di non poche cose d’arte,[44] o nella cura delle cose municipali, essendo stato chiamato, come già il suo padre, e come appresso il suo fratello Carlo, a presedere alla città col titolo di gonfaloniere. [p. 320 modifica]Ereditò da Monaldo come il patrimonio, così lo spirito faceto e quel continuo buon umore che lo fece a tutti caro. Alla religione e al pontefice fu attaccatissimo.[45] Suo primogenito fu il vivente Giacomo che alle virtù de’maggiori aggiungendo le sue, mantiene il lustro ed il decoro dell’antica famiglia.

Note

  1. Il Vanni qui nominato è quel medesimo che bandito per opera de’ Ghibellini da Recanati, vi era nel 35 rientrato in un coll’armata della chiesa, che, secondo narra Gio: Villani, lib. IX, disfece la città.
  2. Anche lo stemma gentilizio mostra che i Leopardi furon guelfi. Esso, secondo un codice dell’archivio pubblico di Recanati dell’anno 1357, carte 50, è: Pennonus zennadi albi cum uno leone rubeo, et cum giliis a capite in zennado unico, cioè, giusta l’erudito ab. Giuseppe Antonio Vogel, bandiera di seta bianca con un leone rosso e con gigli al capo. Ora il rastello coi gigli (v. Pietrasanta nel suo trattato De tesseris gentilitiis, f. 578) veniva concesso da Carlo I, re di di Napoli, e da’ suoi successori nobilissimis quibusque italorum, qui sunt sectati partes eorum simul ac partes guelphas. E nel foglio 1° l’istesso Pietrasanta aveva scritto che il rastello coi gigli d’oro in campo azzurro era monumentum utique virtutis et fidei, qua partes guelphas sunt secuti. V. anche Piergili, Lettere ecc. nella Genealogia de’ Leopardi di Recanati.
  3. Fu anche deputato a capitolare con Alfonso d’Aragona, quando il 25 agosto 1443, sottrattasi Recanati al dominio di Francesco Sforza, si sottomise alla santa Sede, e fu mandato ambasciadore al sommo Pontefice affin di ottenere per questa città il dominio su Castelfidardo.
  4. I creditori non erano meno di trentasei, alcuni dei quali così onesti che si rassegnavano ad un’usura del 24%! Il patrimonio rendeva un seimila scudi, e gl’interessi dei debiti ne inghiottivano 5 833, 70.
  5. A prova maggiore della delicata coscienza con cui in quella casa si soddisfaceva agli obblighi giovi riportare un tratto di lettera che l’egregio avv. Pietro Pellegrini, uno de’ più intimi dal 1815 in poi della famiglia dei signori Leopardi, scriveva alla contessa Teresa Teia Leopardi il 31 luglio 1881, «.... Non ricordo se fra noi vi sia stata occasione di parlare di un aneddoto che fa onore alla memoria del conte Monaldo e della contessa Adelaide. Egli morendo lasciò un autografo diretto alla contessa Adelaide a cui raccomandava di soddisfare alcuni debiti che chiamava di coscienza, e che erano diretti a soddisfare dei danni che temeva di avere arrecati, ed erano anche somme vistose ed anche frivole. Dal conte Pietro (Pier Francesco) ebbi incarico di passare uno o due papetti per pagare il prezzo di un’associazione al prof. Liberati, mentre temeva di non aver soddisfatti uno o due fascicoli, e non ricordo di qual opera. Circa lo stesso tempo vennero a Macerata due cappuccini, i quali presentarono al conte T. C. vari gruppi di denaro contenenti in tante avanziche circa scudi 2300, senza palesare la provenienza, ma che dissero essore un debito che si credeva di coscienza. Io non vidi l’autografo, e non azzardai di domandare spiegazioni piu esplicite nè al conte Pietro, nè alla contessa Paolina, ma compresi bene dall’uno e dall’altra che quei cappuccini erano stati incaricati dalla contessa Adelaide. Trattandosi con coscienze così delicate non si possono ammettere quelle assurdità che servirono a calunniare quei poveri vecchi....> (V. Teresa Teia Leopardi Note biografiche sopra Leopardi e la sua famiglia; Milano fratelli Dumolard, 1882, p. 13-14.) Tali cose le ha ripetute a me pure in Macerata il buon vecchio sig. Pellegrini, e a proposito dei due cappuccini aggiungeva che il conte T. C. al vedersi piovere così d’improvviso, senza saper d’onde, quel po’ di provvidenza, rimase tanto fuori di sè, che neppure penso ad offerire a quei poveri religiosi un bicchier d’acqua. Quando li cerco, questi già s’erano rimessi per la loro via.
  6. Ecco l’intera epigrafe, dettata da Carlo, che leggesi sul sepolcro di Adelaide: Nella stessa tomba riposano — Aspettando il risorgimento — Pier Francesco di Monaldo Leopardi — Dal 29 settembre 1851 — E la di lui figlia Virginia — Fanciulletta di anni undici — Sopravissutagli solo due mesi — Ultima la madre ed ava Adelaide di Filippo Antici — Insigne per pietà ed affetto coniugale — Mirabile nel ristorare l’economia domestica — Con se avara — Premurosissima con la famiglia — Che ahi innanzi tempo vide quasi spenta — Visse anni 78 mesi 9 giorni 10 — Morì il 2 di agosto 1857 — Paolina figlia — Non mai consolabile di tante perdite — Q. M. P.
  7. Di lui lasciò scritto Giacomo in fronte d’un libercolo, intitolato Prose e poesie in morte di Amaritte e scritto dall’ab. conte Giuseppe Luigi Pellegrini: «Donato alla libreria Leopardi — Per lo chiarissimo e dottissimo uomo Il signor D. Sebastiano Sanchini — Morto con lagrime di tutti I buoni e vero cordoglio de’ suoi moltissimi — Amici il dì....> Con tutto ciò io non sostengo che il buon Sanchini sia stato la fenice degl’istitutori: ma da questo alla patente di assoluta incapacità che alcuni vorrebbero regalargli, ci corre. Si è riso e si ride al leggere alcuni temi nei quali si faceva da lui esercitare l’ingegno del piccolo Giacomo. Nè io starò a difenderli. Sarebbe affare da chiamarsi addosso qualche scroscio, a dir poco, di fischi. Ma pure, che Dio vi salvi, voi che ora seduti a scranna, date in risa omeriche a quella lettura, dite, quando voi eravate su le panche di scuola par lo studio della retorica o delle belle lettere che vogliate chiamarle (che di ginnasi e licei, ammanniti alla foggia d’adesso, forse allora non se n’aveva idea), quante volte non vi sarete stillato il cervello per isvolgere temi di quella specie lì? Annibale sulle Alpi, Cesare al Rubicone, Le furie d’Oreste, Golia e Davide.... ecco la retorica d’allora. Adesso spira un altro vento: quella è ancicaglia. Una visita ad una miniera di carbon fossile, Una mezz’ora alla fenestra, L’arrivo d’un treno alla stazione... ecco l’imbandigione che si appresta oggidì ai giovinetti. Che se il professore vorrà sollevarsi, detterà con sussiego a’ suoi discepoli di quindici anni: Raffronto tra Michelangelo e Raffaello; Dante e Shaskepeare; La natura e l’uomo.... Belle cose in vero. Ma le credete seriamente adatte alla capacità de’ vostri imberbi scolari? Non vi dimanderò in qual forma vengano poi svolti questi temi. Se fosse ancora in voga lo scudiscio di Orbilio, misere le schiene dei malcapitati adolescenti. E il contenuto! Se pur qual cosa raccapezzano i più operosi, credete voi che sia farina del loro sacco? Povere enciclopedie, poveri lessici storici e geografici, poveri manuali come sono messi a ruba! Togliete questi sussidi, e vedrete come rimangono a secco anche i più diligenti. Levate via dai componimenti gl’infiniti plagi, fate le debite restituzioni, e vedrete il meschinissimo scheletro che ne rimarrà. Non dico a caso: so quel che mi dico. E poi per me informino il prof. Villari e l’on. Tabarriai (vedete se vi cito persone che meritino fede) che qualcosa, mi pare, hanno par detto intorno al progresso delle nostre lettere: ma molto più per me informi la prova testè fatta così solennemente e cotanto meschinamente qui in Roma dai licenziati di onore. Or tutte queste ciarle perchè? Per mostrare che alla fin fine il Sanchini ha diritto a maggior rispetto, e che chiunque ha la casa di vetro, deve andare adagio a trar sassi sull’altrui. Ma volete poi saper davvero in che egli esercitava l’ingegno dei fanciulli Leopardi? Vodete, di grazia, da quel che stamperò qui appresso, se poi il Sanchini era qualcosa di buono, se agli studi sapeva dare una certa ampiezza, e se anche a’ di nostri, tra tanta turba di professori enciclopedici, un posticino nol troverebbe pur lui. Già se ne stampa tanta di roba sui Leopardi, che questo altro paio di pagine, se non farà del bene, del male non farà davvero.

    Auspice clarissimo viro — Haud parco pietatis cultore — Uno omnium beneficissimo — Hieronymo de Antiquis — Veritatos desumptas ex metaphysico, physicoque studio — Ab oppugnatoribus jaculis tutas reddore conantur — Jacobus, et Carolus — Fratres Leopardi — Hisce thesibus, quas publico certamine — Suis aedibus defendendas proponunt — Cuilibet post secundum — Data arguendi facultate — Sebastiano Sanchinio edocente — Erit Disputatio hora vigesima diei 20 julii — (Anno 1812. Laureti Ex typographia Hilarii Rossi.)
    Ex ontologia. — 1. Primum cognitionis principium statuitur esse — Impossibile est idem simul esse, et non esse.
    2. In mundo materiali nil prorsus est sine ratione sufficienti cur potius sit quam non sit.
    3. Possibilita rerum absoluta est independens a Voluntate Divina.
    4. Essentiae rerum, et attributa sunt absolute necessaria, immutabilia et aeterna.
    5. Principium individuationis est omnimoda determinatio eorum, quae enti actu insunt.
    Ex pneumatica. — 6. Contra materialistas animam humanam spiritualem esse defenditur.
    7. Quid quid Novatores blacterent de animae humanae duratione, statuitur, et pro firmo habetur eam immortalem esse.
    8. Influxos physici systema tamquam verum admittitur, illudque harmoniae praestabilitae, atque caussarum occasionalium refellitur. 9. Animam in solo cerebro suam sedem habere contenditur.
    10. Producta in organo sensibili mutatione aliqua; huic in mente respondeat oportet sensatio, quae in illa mutatione rationem habeat cur actu sit, et cur talis sit.
    11. Validis, firmisque argumentis demonstratur Animam homanam in suis volitionibus, et nolitionibus liberam esse: sophismata adversariorum contunduntur.
    12. Anima ad volendum, vel nolendum numquam se se deter minat sine motivo aliquo.
    13. Nihil nisi sub ratione mali anima aversatur; nihil nisi sub ratione boni ipsa appetit; ideoque probatur eam non posse appetere malum, qua malum; nec aversari bonum qua bonum.
    Ex theologia naturali. 14. Contra quoscumque Dei existentiae impugnatores insurgimus, fideique veritatem enucleamus.
    15. Rerum conservatio nil aliud est nisi continuata creatio.
    16. Dei providentiam omnibus, ubique, perpetuoque consulere neminem ambigere credimus.
    Ex physica generali. 17. Ex Physioes natura opportunum, utileque ejusdem stadium cultis viris contendimus.
    18 Vim inertiae propriam esse corporibus omnibus facile evincitur.
    19. Pro certo ex phaenomenis habetur vim attractionis universalem inter corpora omnia adesse.
    20. Gravitatis caussam repeti non posse a vortice Cartesiano enixe asserimus.
    21. Innumeris poris corpora omnia esse pertusa demonstratur.
    22. Clara, facilique methodo ostendimus quamlibet extensionom divisibilem geometrice esse in infinitum.
    Ex physica particulari. 23. Ex mutua fluidorum, et vitri attractione repetenda videntur tuborum capillarium phaenomena.
    24. Indubiis, firmisque rationibus deducitur Aerem gravitatem habere.
    25. Praeter gravitatem, elasticitatem quoque aeri inhaerere facile evincitur.
    26. Lucem ex effluviis constare e corpore lucido jugiter emanantibus probare contendimus.
    27. Successivam, et non instantaneam esse lucis propagationem demonstrare conamur.
    28. Cometas non esse corpora errantia, sed certa periodo circa solem revolvi demonstramus.
    29. Fulti observationibus accuratissimis dicere audemus tellurem versus polos compressam esse.
    30. Phaenomena marini aestus ab actione Lunae, nec non Solis repetimus.
    (Sarà in arbitrio di chi vuole argomentare, obbiettare accademicamente contro le tesi esposte, anche in lingua italiana, come ancora potrà ciascuno a suo piacimento interrogare sopra qualunque punto qui sotto esposto.)
    Filosofia morale. 1. Si definisce la Filosofia Morale, e se ne assegna la divisione.
    2. Parlasi della felicità, e si ricerca in che consista.
    3. Risolvesi la questione se possa un’Uomo essere più felice di un altro.
    4. Distinguonsi le varietà dei beni.
    5. Onestà, e sue Leggi.
    6. Legge Naturale, Divina e Civile.
    7. Azione volontaria, virtuosa, e libera.
    8. Virtù, suo soggetto, sua materia, ed alcune sue proprietà principali.
    9. Se le passioni sieno di propria natura cattive, e se possa una azione essere indifferente.
    10. Estremi della virtù.
    11. Divisioni delle virtù, e loro definizioni.
    12. Fortezza, Temperanza, e Giustizia.
    13. Liberalità, Magnificenza, e Mansuetudine.
    14. Verità, Gentilezza, e Piacevolezza.
    15. Sciogliesi la questione, se avendosi una virtù si abbiano tutte.
    16. Definisconsi le Colpe, ed i Vizi.
    17. Virtà intellettuale, suo soggetto, e sua materia.
    18. Cercasi se la virtà intellettuale sia necessaria alla felicita dell’Uomo. 19. Intelletto, Scienza, Prudenza, Arte, e Sapienza.
    20. Qualità dell’animo umano, che non sono nè vizi, nè virtù.
    21. Virtù eroica, Tolleranza, Verecondia, e Sdegno.
    22. Amicizia in generale.
    23. Varie specie d’amicizia.
    24. Si spiegano alcune sentenze intorno all’Amicizia.
    25. Sciolgonsi alcune questioni intorno all’Amicizia.
    26. Benevolenza, Amore, Concordia, Beneficenza, Gratitudine.
    27. Amor di se stesso.
    28. Il Piacere.
    29. Ricercasi se il piacere sia per se stesso un bene.
    30. Parlasi del desiderio della felicità.

    Saggio — Di Chimica — E — Storia Naturale — Che pubblicamente a dare si espongono — I due fratelli — Carlo e Giacomo Leopardi.
    (Questo saggio fu dato nel medesimo giorno 20 luglio 1812 e dové stamparsi diviso per secondare alcuni regolamenti prescritti dal governo alli Stampatori. Li presenti Libretti in numero di 120 costarono Scudi dieci.) Così Monaldo in una annotazione.
    Chimica. — 1. Data la definizione della Chimica dividesi nelle sue parti principali.
    Sostanze semplici. — 2. Si assegna quali sieno le Sostanze semplici.
    3. Luce, Calorico, Ossigeno, Idrogeno.
    4. Fuoco, e Combustione.
    5. Fluidi aeriformi; Gas, Aria vitale.
    6. Acqua, e Ghiaccio.
    7. Affinità di aggregazione, di composizione, per concorso, e disposta.
    8. Acidi, e Ossidi.
    Regno minerale. — 9. Sali, Pietre, e Roccie.
    10. Terre semplici, ed Alcali.
    11. Metalli, e loro proprietà.
    Regno vegetabile. — 12. Vegetabili, e Vegetazione.
    13. Materiali immediati de’Vegetabili.
    14. Fermentazioni vegetabili: vinosa, acetosa, e putrida.
    Regno animale. 15. Materiali immediati del regno Animale.
    16. Animali.
    17. Respirazione, Digestione, e Traspirazione degli animali.
    18. Fermentazione putrida animale.
    Meteorologia. — 19. Divisione delle Meteore.
    20. Vapori, Nuvole, e Nebbia.
    21. Pioggia, e Neve.
    22. Ruggiada, e Brina.
    23. Fluido elettrico.
    24. Scintilla elettrica.
    25. Tuono, Lampo, e Fulmine.
    26. Tempesta, e sua formazione.
    27. Tremuoto, e sua cagione.
    28. Aurore boreali.
    29. Venti periodici, e variabili.
    30. Oragani e Trombe.
    Storia naturale. — 1. Definizione, e divisione della Storia Naturale.
    Zoologia. — Eutomatografia. — 2. Parlasi degli Insetti in generale, e di questi se ne assegna la definizione, e divisione.
    3. Insetti in particolare; Rettili, Bruchi, Filugelli, Cocciniglie, Tignole, Ragni, Formiche, e Mirmicoleone.
    4. Volatili: Vespe, Api, Calabroni, Mosche, e Zanzare.
    Zoofitografia. 5. — Conchiglie in generale, ed in particolare.
    6. Telline, Chiocciole, Ostriche, Perle, e Nautilo.
    Ornitografia. — 7. Uccelli in generale, e loro principali proprietà.
    8. Uccelli in particolare; Struzzo, Piviere, Arione.
    9. Rondini, Moscuccello e Colibri.
    Zoografia. — 10. Quadrupedi: Elefante, e Castoro.
    11. Porco riccio, e Porco spino.
    12. Cane, Donnola, e Topo moscato.
    Ictiografia. — 13. Pesci e loro fecondità.
    14. Balena, Coccodrillo, Narwal, Testuggine.
    Fitologia. — 15. Piante in generale; seme, radice, e sugo.
    16. Influsso dell’aria nelle piante, e loro fecondità.
    17. Foglie, Fiori,. e Frutta.
    18. Piante in particolare: Aloè, Zucchero, The, Cannella, Caffè, e Chinachina.
    Idrografia. 19. Fiumi; origine, e corso de’ medesimi.
    20. Utilità de’ Fiumi.
    21. Mare, e sua salsedine.
    22. Piante marine.
    Mineralogia. — 23. Montagne, e loro utilità.
    24. Animali abitanti sulle montagne.
    25. Pietre in generale, e in particolare.
    26. Impietrimenti, e pietre figurate.
    27. Metalli in generale, e in particolare.
    28. Oro, Argento, e loro duttilità.
    29. Ferro, Rame, Stagno, Piombo, e Mercurio.
    30. Fossili, Zolfo, Allume, Argilla, Petrolio, e Nafta.
    (1) Anche la tragedia è inedita; ma vedrà in breve la luce. Fra gli scritti giovanili, od anche men che giovanili, che si leggono del Poeta, farà, crediamo non brutta figura, trattandosi di lavoro originale, e potendo servire di punto di partenza per misurare il vasto ingegno di Giacomo e gli sterminati progressi che ei faceva negli studi.
  8. Ecco le parole dell’Antici: «Voi mi dite che il vostro impareggiabile Giacomo studia ora, senza maestro, la lingua greca di cui spera farsi padrone in un anno, e che in seguito vuol studiare l’ebraica. Io mi rallegro con voi, con lui, col sacerdozio cui sembra sin da ora chiamato; ma permettetemi che io vi esterni la mia apprensione per la di lui salute. Il troppo assiduo studio è stato sempre fatale alla durata della vita, e specialmente quando s’incomincia nell’adolescenza. Senza ricorrere a quanto ne dice Tissot nel suo opuscolo Sur la santè des gens des lettres, l’esperienza giornaliera ci mostra che molti si accorciano la vita per troppa applicazione. È vero che gran numero di letterati son giunti a decrepita età; ma è vero ancora che tutti questi o per ragione del loro istituto, o per ben ponderato impreteribile sistema hanno sempre alternata la vita sedentaria con qualche genere di abbondante e giornaliera ginnastica. Se i vostri figli, se Giacomo interrompesse la sua logorante applicazione con l’esercizio delle arti cavalleresche, cesserebbero i miei timori. Ma quando veggo e so che il suo lungo e profondo studio non è interrotto che da qualche sedentaria rappresentazione di cerimonie ecclesiastiche, io mi sgomento col pensiero che avete voi un figlio ed io un nipote di animo forte e di corpo gracile e poco durevole. Gli antichi ed in oggi i moderni, ci davano l’esempio di non trascurare le forze del corpo per quello dello spirito, ma di farle progredire di passo eguale, altrimenti le infermità fisiche opprimoranno la parte migliore dell’uomo, e converrà pur troppo applicare a tal caso il proverbio, Vale più un cane vivo che un leone morto. Voi dovete perdonarmi queste mie forse ultronee riflessioni, attribuendole a quell’affetto che m’ispira Giacomo per le sue personali qualità e per essere figlio vostro e della buona Adelaide. I progressi poi che il giovane esimio fa nella scienza, vi debbono consigliare di doverlo trasportare da qui a non molto in luogo, dove uomini sommi per dottrina e per carattere dieno colle istruzioni e col circolo un pascolo adeguato a quell’animo. Io trovo che in tutti gli aspetti nessuna città nel mondo offre agli studi ed alle inclinazioni di Giacomo tanti immensi vantaggi, quanti questa antica Regina sempre ne’ casi suoi degna d’impero. Se la Provvidenza dispose che per qualche altro anno una porzione della mia famiglia continui a vivere qui, ascriverò a mia fortuna e consolazione di avere in casa come un figlio il vostro Giacomo. La spesa vostra per lui non ridurrebbesi che al vestiario ed al soldo di qualche ripetitore o maestro, e dareste al medesimo una compiuta educazione. Questo certamente dev’essere il primo oggetto di noi padri, nè saprei mai perdonarmi di trascurare l’altro assai importante di eseguirlo con economia. Datemi speranza di farlo, e con essa già mi rallegrerete. » (15 luglio 1813.) E in altre lettere insiste nelle medesime raccomandazioni. Così p. es. rincalzava poco appresso:.... «Non vi fate vincere dall’eccessivo genio del vostro o per dir meglio del nostro Giacomo allo studio. Scuotetelo a suo dispetto, conservate, invigorite la sua salute con esercizi corporali. Per es. invece di lasciarlo fra i libri nelle prime due ore della sera, portatelo a discutere nel crocchio di Gualandi. Ma vi ripeto, non lasciate sotto al moggio quella lucerna: mandatelo presto a Roma dove specialmente nelle scienze, alle quali più inclina, potrà in breve tempo giganteggiare. Se la separazione vi duole, il dovere di padre lo esigge, e ne avrete compenso sublime... > (7 agosto 1813.)
  9. Monaldo non volle che ne’ suoi figli ancora si verificasse ciò che il Giordani scriveva a Giacomo (Epist. II, 278), cioè che «i aignori.... in maggior parte sono ignoranti e superbi.» Di Giacomo non occorre parlare. Ma e Carlo, e Paolina? Dell’uno e dell’altra sono in istampa degli scritti che possono far fede della loro coltura. Tuttavia piacemi riportare con tutti i suoi solecismi una lettera latina che nell’età di 12 anni scriveva al suo padre la sua Paolina: «Paolina Leopardi — Genitori suo dilectissimo — Monaldo S. P. D. Tempus fuit olim, cum quamvis Latii incola, tamen veteri ipsius idiomate nondum bene experta, novo tantum, seu Italico epistolas tibi exarare audebam. Nunc autem post assiduum quatuor fere annorum studium, nec non Ciceronis, Ovidii, ac Fedri completa, Virgiliique inchoata explicatione audacior facta eorumdem sermone conscribere non vereor. Quod si Hispaniensi bovi aequari nondum possum, vitulam quidem te judice non metuam. Ne mireris quaeso denique si meum libellum omnium brevissimum perspexeris meminendo parvum esse temporis spatium, quod in litteraria lucubratione mihi adhibere datum est. Primum enim mulierum studium acus, et colus debet esse juxta illud cujusdam poetae effatum tam saepe nobis a Praeceptore repetitum
    «E seguite l’antic’uso
    Di trattar conocchia e fuso.» Vale. — Ex domestico Lycaeo — Anno 1812. Nono Kalen. Januarii.»
  10. Chi ne desiderasse un’altra conferma legga la Dimenticanza, pubblicato già nel 1874 per nozze Della Torre-Mattei, e nuovamente edita dal Piergili tra le Note nelle Lettere scritte a G. L. dai suoi Barenti, p. XXIV, ecc.
  11. In una sera d’un cattivo inverno uscendo Giacomo di casa Roberti, una folata di vento gli tolse di capo e gli gittò lungi il cappello. A tal vista un manipolo di monellacci gli cominciarono a dar la baia e lanciargli addosso delle pallottole di neve. E chi sa quanto sarebbe durato quel brutto giuoco, se non s’inframettevano alcuni pietosi che sgridarono e dispersero quei tristi, e ricondussero a casa tutto mortificato il Poeta. Non sarà potuto avvenire che quando poi questi scagliava le sue folgori alla patria, siasi presentata innanzi al suo animo fiero e sdegnoso questo fatto villano? — Quanto all’esistenza in Recanati di un casino di lettura e di giuoco e all’intervenirvi anche di Giacomo vedi Una lettera inedita di G. L. per Giovanni Mestica: Ancona, 1881.
  12. amor suo
  13. Ecco quanto scriveva il Leopardi all’Antici in data 13 luglio 1844: Giacomo ha compito or ora i 16 anni, Per collocarlo in codesta Accademia ecclesiastica ho ancora due anni a pensare; ma allora mi ci risolverò? Le cautele del padre, l’assistenza degli amici, la saviezza dei maestri e dei compagni valeranno a persuadermi di lasciare un giovanetto in braccio a se stesso, in mezzo ad una capitale di nome santa, di fatto come le altre? Iddio mi fornirà dei suoi lumi. »
  14. La storia e la voce de’ nostri buoni vecchi ci fa sapere quanto terribile carestia piombasse sull’Italia nel 1816, ed io posso aggiungere che due anni innanzi, malgrado delle scrupolose economie di Adelaide, i signori Leopardi passarono delle brutte giornate. Poichè, per balzelli non pagati, gli agenti dell’erario confiscarono e misero all’asta quanti frumenti poterono trovare nei loro granai, e quanto bestiame nei loro poderi. C’è chi ricorda ancora che per qualche giorno la piazza di Recanati parve convertita in luogo di pubblico mercato e di fiera: tanto grossa era la vendita all’incanto!
  15. Quando la prima volta nel 1822 uscì di Recanati per passare un pò di tempo dal suo zio Antici in Roma, così scriveva subito al padre: «Non mai cosa veruna del mondo mi compenserà della vicinanza e del presente e visibile amore de’ miei genitori e fratelli.» (Epist. I, 256.) Eppare il suo animo a quel tempo oh come erasi trasformato! Quantum mutatus ab illo!
  16. Oltre all’affetto che nutriva pel figlio di sua sorella, l’Antici avrebbe desiderato di aver seco il nipote, perchè col suo esempio di giovane studiosissimo fosse di stimolo ai figliuoli che gli venivano crescendo. Scriveva al cognato il 6 novembre 1813: Parlo spesso avanti i miei figli della rara nascita di questo loro cugino, e cerco di loro ispirare una nobile gara per imitarlo. »
  17. Nel Libro generale di famiglia così è scritto per mano di Monaldo: A dì 19 agosto 1810 ricevette (Giacomo) la prima tonsura da mons. Bellini nella di lui cappella.
  18. In una lettera dell’Antici, 30 gennaio 1816, si parla anche della traduzione d’un salmo, fatta da Giacomo e Carlo in sette lingue.
  19. Gli studi sopra i ss. Padri si volevano dedicare al sommo Pontefice (Lett. di Monaldo a C. Antici, 28 decembre 1814), ma non so se poi se ne facesse nulla.
  20. Voglio dire de’ due cardinali Mattei, Alessandro e Lorenzo, il primo doi quali abbiamo nominato di sopra nel § III.
    Anche un zio di Carlo, Tommaso Antici, era stato cardinale, ed era morto in Recanati nel 1812, ove, deposta la porpora, erasi ritirato a vita tranquilla da parecchi anni. Recanati ricorda ancora con gratitudine le sue beneficenze, e Giacomo lo conobbe da vicino.
    Ed è vivo tuttora Ruggero Antici-Mattei, figlio di Carlo, cugino e poco men che coetaneo di Giacomo, cardinale pur esso. Quando dunque l’Antici scriveva che al suo nipote non sarebbe mancata la porpora, non diceva fole, e non lanciava castelli in aria.
  21. Ricevo or ora un volume da Milano, e vi leggo che anche Alessandro Manzoni parlando del Leopardi diceva che la sua argomentazione era: «Io sono gobbo e malato, dunque Dio non esiste.» Alessandro Manzoni, Reminiscenze di Cesare Cantu, Milano, fratelli Treves, 1882, vol. 11, p. 201.
  22. Il De Mazade, a mo’ d’esempio (Revue des deux mondes, 1 avril 1861, p. 716), dalle parole che Giacomo scrive al Giordani «Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo (Epist. I, 181)», conclude che il Leopardi proprio in quella notte si convertì alla filosofia del nulla. La cosa non mi pare che abbia i suoi gradi di probabilità, quantunque non manchino altri esempi di uomini famosi de’ quali dicasi che si siano convertiti proprio nelle ore silenziose e terribili di una qualche notte, come il Jouffroy allo scetticismo, e il Pascal alle credenze cattoliche.
  23. Nella seconda lettera, alcune parole della quale sono le citate di sopra, da stimatissimo già il Giordani gli era divenuto carissimo. Chi sa quante volte ne’ suoi studi, nelle sue vigilie, ne’ suoi sogni di gloria e di rinomanza e di onori il Leopardi avrà desiderato di vedere accoppiato il suo nome a quello del Giordani di cui e lo stile fiorito, e quei periodi arrotati, e quei concetti smaglianti gli aprivano innanzi ben altro orizzonte che quello in cui erasi versato fin allora, studiando quelle prose sdilinguite e franceseggianti.
  24. Ad ogni modo vedi, se pur non l’hai fatto, la lettera ch’è notata sotto il numero 30, e vedrai se ivi non sono le smanie, i timori, i sospetti, le ansie di un cuore più che appassionato.
    E tuttavia perchè nulla mancasse a questo amore, non mancò da ultimo neppure la freddezza, quasi direi, la dimenticanza. Si veda come scriveva il Giordani nei 1839 al Brighenti: «Quando il Leopardi cominciò ad essere conosciuto, non mi serisse più; quando in Firenze andavo a trovarlo, non mi parlava. Nelle sue scritture ha posti molti; di me non mai parola. Pare che il cuore non corrispondesse all’ingegno. Altri ancora l’ha detto ingrato. Ma questo non fa nulla.» E in altra lettera allo stesso: «Egli conosceva me, e conosceva sè stesso; conosceva di essermi superiore e di non poco: e doveva ben sapere, che io conosceva me stesso e lui; e che lo sapevo e lo predicavo (come ancora fo) superiore a me..... Ma ho sempre creduto (benchè non l’ho mai detto a nessuno) che gli dava molto fastidio il parlarsi un poco più di me che di lui, ed aveva ragione, ma... per lui che potevo fare di più che anteporlo sempre a me e a qualunque? Ma egli che avrebbe (diceva) sopportato le percosse, non sopportava la noncuranza, ed era in ciò molto meno filosofo di me. Io credo che originalmente Giacomo avesse cuor buono e affettuoso, ma credo che poi si sia fatto molto egoista. Per me passò dalle smanie amorose a più che indifferenza, ed ebbe gran torto.» Questi tratti appartengono a lettere, tuttora inedite, che il prof. Domenico Gnoli ha visto co’suoi occhi, come riferisce nella Nuova antologia, 15 gennaio 1880.
  25. Un altro studio da fare sarebbe il vedere la somiglianza che in molte cose era tra il Giordani e il Leopardi. Ne accennerò qualcuna. Ambedue si lamentano d’una madre che governava col rigore pit che con l’affetto; in ambedue una precocità d’ingegno miracolosa; ambedue s’avviano pel sacerdozio (il Giordani anzi avea percorso il più della strada), e poi si mettono per sentiero affatto opposto; tutti e due di salute infermiccia. L’uno maledice al natio borgo selvaggio, sepolcro di vivi (Epist. II, 5) anzi inferno (Ivi, 1, 72). e l’altro grida che la sua patria è un cimitero (Epist. II, 330, 331), e anch’essa inferno (Ivi, 374); questi si lamenta delle malinconie, delle languidesse presenti, dei martirii del pensiero; e quei gli risponde che queste cose ei le ha provate tutte in quell’età che le provava l’amico (Ivi, 302): in somma pare che si sian posti d’accordo: l’uno deve tener bordone all’altro. Da tale studio si vedrebbe ancora, perchè con tanta facilità s’apprese quel gran fuoco ne’ loro animi, s’è vero che l’amore si appicca più prontamente in coloro che tra sè abbiano una certa uniformità e somiglianza.
  26. Poichè siamo scivolati in questo non troppo grato argomento, perchè non dire che probabilmente fu anche il Giordani che mise in corpo a Giacomo quella voglia così irrefrenabile di darsi alla ventura, viaggiando? Pietro Giordani scriveva la sua seconda lettera al Leopardi, o già gli domandava: «Non pensa V. S. di fare per l’Italia un giro, per conoscere quel moltissimo che vi è di cose belle, e quel poco che abbiamo d’uomini valenti? Milano ha pure il Monti e il Mai, che meriterebbero anche assai più lungo viaggio.» (Epist. 11, 275.) E in altra scriveva: «Gran rimedio e unico sarebbe muovervi, distrarvi, cercar un poco di nuovo paese; e comincerei da Roma.» (Ivi, 299.) «Certo il muovervi di costà un poco mi pare necessario: vedremo se si potrà ottenerlo.» (Ivi, 321.) Non è a dire se Giacomo ardesse del desiderio di compiacere il suo adorato Giordani. Chiamatelo caso, chiamatelo come vi aggrada, ma il fatto è questo. Il Leopardi prima di quel tempo viveva quieto e tranquillo co’ suoi: Monaldo si loda spesso con l’Antici de’ figli, che sono contenti della loro condizione. Incominciate le relazioni tra lui e il Giordani, la cosa va ben diversamente: Recanati è un deserto, un borgo selvaggio, un paese da cannibali più che da uomini. La brama di uscire è violenta, indomata. Ed era ben naturale: tutti gli uomini di qualche grido erano ricercati, corteggiati, andavano gustando le gioie de’ trionfi, ed egli, che si conosceva inferiore a pochi o a nessuno, a moltissimi innanzi assai, dover marcire in quel guscio?
    Aggiungerò di più. Giacomo fino allora, se amava l’Italia, l’amava a modo suo, d’un amor classico al più: non voleva innovazioni di sorta: ogni cosa doveva rimanere al suo posto. Ne sia argomento l’Orazione agl’Italiani in occasione della liberazione del Piceno nel maggio del 1815, ove tra l’altre cose dice: «Noi avevamo dei sovrani affettuosi ed amabili, che anteponevano la felicità dei loro sudditi alla propria ambizione; o piuttosto che non aveano altra ambizione che quella di formare la felicità dei popoli. Invano tu volevi strapparceli (parla al Murat, folle straniero, tiranno)..... Noi li possediamo tuttora, noi li conserveremo, e queste famiglie sacre saranno la eredità dei nostri posteri, e il prezioso pegno, che gl’Italiani fedeli e sensibili consegneranno ai loro figli. Divisa in piccoli regni, l’Italia offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero (Cugnoai, Opere inedite di G. Leopardi, Halle 1880, p. 12.)
    Ma subito dopo l’amicizia col Giordani di cui non poteva non conoscere quali fossero le idee in fatto di politica, esce all’improvviso in quello scoppio: «Mia patria è l’Italia per la quale ardo di amore, ringraziando il cielo d’avermi fatto italiano.» (Ivi, 1. 28.) È un grido che potrebbe innalzare con sicura coscienza anche il più arrabbiato codino, ma per essere appena la seconda lettera che dirigeva al Giordani, non era poco. Di lì a non molto fa sentire quello scroscio di tuono che è la Canzone all’Italia, e poi, si potrebbe quasi dire, rientra nel silenzio. Non si ridestò ai moti del 1821, non a quelli del 1831. In questo tempo anzi eletto a Deputato (V. Appendice all’Aulob. § II.) pel Parlamento di Bologna, scriveva al padre in proposito: Desidero ardentemente che la città e la provincia si scordino ora totalmente di me e de’ miei; creda per certo che non possono farci cosa più vantaggiosa. (Ivi, 158, 159.) Si direbbe che come erasi andato raffreddando l’amore pel Giordani, sbollivano ancora gli ardori per l’Italia.
  27. Ecco quale sfogo il povero Monaldo faceva coll’avv. Pietro Brighenti: «Recanati, 3 aprile 1820.- Venm̃o sig. Avvocato padrone. — Il di lei foglio saggio e discreto ha consolidata, anzi accresciuta, l’opinione vantaggiosa che io avevo della degna persona sua, e mi ha data lusinga che la sua buona ed onesta corrispondenza possa giovarmi in ordine a questi miei figli. Non conoscendo Lei se non da qualche rapporto, scrissi all’oscuro, ma non intesi di colpirla nè diretta, ne indirettamente. Purtroppo mi dolgo degli amici o falsi o inconsiderati, ma non di Lei. Le mie espressioni, e sia con sua tolleranza, miravano principalmente il signor Giordani, il quale, sarà forse senza volerlo, mi ha procacciati rammarichi troppo cocenti, ed è stato di infausto augurio alla mia famiglia. Perdoni la mia prolissità, ed accordi alquanto sfogo al cuore addolorato di un padre. Gli animi onesti ed umani si incontrano e si legano avvegnachè distanti e sconosciuti, e come io le offro amicizia, ella non vorrà negarmi corrispondenza, e ove possa, soccorso.
    <Io sono nella età di 43 anni, ma, ammogliato con troppa sollecitudine, è già nell’anno vigesimo secondo Giacomo il maggiore delli miei figli. Lo sconvolgimento fatale della ragione umana che ha disonorata la nostra età mi fece ravvisare malcauto l’affidarli ad estera educazione, e l’affetto mio sviscerato non mi permetteva allontanarli da me. Li ho educati io medesimo, e li ho fatti erudire in casa mia quanto meglio ho saputo e potuto. Ho sagrificata per easi tutta la mia gioventù; mi sono fatto il compagno dei loro trastulli, l’emulo del loro studi, e niente ho lasciato di quanto poteva renderli contenti, o grati. Rimasi forse troppo contento dei loro progressi, per alcun tempo lo fui della loro riconoscenza, e della loro condotta. Coll’occasione di una sua stampa, Giacomo aprì corrispondenza letteraria col sig. Giordani, e restò innamorato della sua bella e cordiale maniera. Io secondai questa amicizia, ed invitai il sig. Giordani a trattenersi con noi venendo da queste parti. Egli mi favorì per alcuni giorni, ma la venuta sua fa l’epoca in cui li figli miei cangiarono pensieri e condotta, ed io forse li perdetti allora per sempre. Fino a quel giorno mai, letteralmente mai, erano stati un’ora fuori dell’occhio mio, e della madre. Li lasciai con Giordani liberamente, stimando di lasciarli in braccio all’amicizia, e all’onore. Non so, o per lo meno, mi giova ignorare una gran parte e forse la più interessante di quanto formò l’oggetto di quei lunghi colloquii. Certo si esagerò sulla infelicità di vivere in un piccolo paese; si riscaldò la fantasia dei giovani come destinati dalla natura ad alte imprese, ed a teatro vastissimo; si progettò per Giacomo un posto o almeno un soggiorno in Milano ovvero in Roma; si assegnò al secondo una piazza di ufficiale fralle truppe del Piemonte, e fino si parlo di non so quale matrimonio per una mia figlia. Giordani partì portando con sè il segreto dei figli miei, e se non fu scellerato per eccitare in essi sentimenti contrarii ai loro doveri, fu incauto fomentandoli coi suoi discorsi, e fu crudele con me conservando il più rigoroso silenzio. La corrispondenza di loro con esso è continuata; si sono trattate sempre le stesse materie, si è disceso ai dettagli, si è stato al momento della esecuzione, e Giordani non mi ha scritto una sillaba, nè mi ha fatto pervenire un avviso. So che ha scritto a Giacomo qnalche lettera saggia, ma se una scintilla promuove un incendio, una stilla non basta ad estinguerlo. Giordani per lo meno è stato imprudente, e le imprudenze con li giovani sono fatali. Nè questa sola ha commessa. Coll’occasione similmente della letteratura ha suggerita e favorita la corrispondenza di Giacomo con molti lettorati di Italia. Fra questi vi sono spiriti pericolosi e inquieti, e Giordani è obbligato a conoscerli e li conosce. Costoro non hanno mentito se stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere, lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e a coadjuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni. Caro sig. Avvocato, io sono assai lontano da qualunque fanatismo, ma sono ancora lontano dall’esser cieco. Quanto le ho scritto è tutto vero, ed è vero ancora il di più che taccio. Il fatto sta che alla venuta di Giordani i miei figli cambiarono natura. Mi rispettano perchè sono educati, e perchè mi farel rispettare se nol facessero, ma non mi danno verun altra soddisfazione. Abborriscono la patria che ogni uomo onesto deve amare e servire qualunque essa sia, e quale gli è stata destinata dalla providenza; abborriscono quasi la casa paterna, perchè in essa si considerano estranei e prigionieri, e forse abborriscono me che con un cuore troppo pieno di amore per tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno inesorabile. Io invidio la sorte di un padre mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore lo vede accolto dall’amore, e dalla riconoscenza dei figli. Io consumo la..........»
    Fin qui giunge la minuta della lettera che conservasi nell’archivio domestico a Recanati. Povero padre! Forse non gli bastò più il cuore di andare innanzi! Chi amasse vedere la vaga risposta che manda il Brighenti a Monaldo, la legga nei Nuovi documenti del Piergili p. LXV-LXX.
    Il 28 decembre 1830 lo stesso Monaldo scriveva così all’Antici:... Di Giacomo so che sta abbastanza bene, e non è andato a Pisa come pensava, ma passa l’inverno a Firenze. Del signor Giordani poi non so nulla, e questo miserabile apostata dovrebbe stare lontano un milione di miglia dal consorzio degli uomini. Quello è un alito che contamina chiunque ardisca di avvicinarglisi.» Il cuore faceva sangue tuttora. Certe piaghe non rimarginano mai.
    Il Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale (nota 32) scriveva quanto appresso: «A proposito delle funeste dottrine professate dal Leopardi, non sarà forse discaro ai lettori l’intendere ciò che io ho udito dalla sua bocca, e che può spiegare fino ad un certo segno, un traviamento così straordinario in uno degli ingegni più eleganti, e degli animi più belli, più amabili e più generosi che abbiano onorato da gran tempo la nostra penisola. L’incredulità non fu un parto spontaneo della sua mente, nè un frutto immediato dei suoi studii, come pare che, per difetto di buone informazioni, abbia creduto l’autore d’una nota biografica stampata in un giornale francese; e quando gli fu istillata, benchè egli già fosse dottissimo in letteratura, non era ugualmente versato nelle materie che spettano alla religione e alla filosofia. In appresso il Leopardi si diede effettualmente a questi studii, e vi recò l’ardore e la potenza intellettiva, che metteva in ogni sua elucubrazione; ma il sensismo e la miscredenza dominarono allora generalmente nell’Europa meridionale, e le dottrine del Locke, del Condillac, del Tracy godevano in Italia di un’autorità irrefragabile, che dovette confermare il Leopardi nell’indirizzo che egli avea ricevuto. Io stimo però che una mente così capace non sarebbe indugiata gran tempo ad accorgersi dell’errore e a mutar cammino, se avesse potuto proseguire a leggere e a meditare; ma cominciò ben tosto per l’infelice quella malattia, che lo accompagnò fino alla morte. Nella prima edizione della Teoria si dava la colpa apertamente al Giordani; ma, risaputo Il Gioberti che questi n’era rimasto dispiacentissimo, nelle altre edizioni (la consultata da me è quella del Marghieri, Napoli 1864) a’espunse il nome, non si però che, chi ben metta gli occhi tra le linee, nol sappia ritrovare.
    Ripetè l’accusa Gino Capponi (Scritti editi ed inediti, vol. II, p. 445, Pensiero XVIII), quando con tutta franchezza scrive: <... Il povero Leopardi aveva scusa nell’essere gobbo; ma non è forse una piccolezza il non sapere vivere gobbo? Avrebbe saputo (perchè nell’anima sua e nell’ingegno era del grande), se il Giordani e tutto il secolo dei letterati di quella scuola (saecla ferarum) non gli avessero contro suo genio messa addosso una sciaurata filosofa.»
    E la contessa Ippolita Mazzagalli, cugina e coetanes di Giacomo, narrava al Piergili (il quale ne ha lasciato testimonianza nell’opuscolo Le tre lettere di G. L. intorno alla divisata fuga della casa paterna, Loescher, 1880) che «Giordani chiese ed ottenne da Monaldo il permesso di condurre un giorno il giovane amico a Macerata, donde, secondo che affermava quella timorata donna, questi tornò mutato tutto.» A tante e tali testimonianze qualche peso bisognerà pur dare. Possibile che tutti si congiurassero a dar tra capo e collo del corruttore a Giordani pel solo e semplicissimo gusto di calunniarlo? Mi pare un pò troppo.
  28. Tanto la lettera segnata nell’Epistolario col numero 101, quanto l’altra ch’è sotto il numero 96, si riferiscono, in parte, alla lettera, riportata di sopra, che Monaldo scrisse al Brighenti. Chi dunque sospetto che sotto il velame delle parole di Giacomo si nascondesse il nome di Montani, non s’appose al vero, sebbene anche questi al fuoco che già ardeva nel petto dell’adolescente aggiungesse più che una scintilla.
  29. Scrivendosi per la verità, debbo dire che il 9 decembre 1821, il Giordani scrisse a Giacomo che si facesse prete. Dalla lettera edita nell’Epistolario (vol. II, p. 375) appare tutto il contrario. Dov’è scritto: «Io mi credo che sia da ributtare questo partito (di farsi prete)» leggasi: «Non sia da ributtare ecc.» come scrisse veramente il Giordani, e com’è necessario, perchè la lettera abbia senso. Ma il consiglio dell’amico non arrivava più in tempo. «Una stilla, diceva Monaldo, non basta ad estinguore un incendio. »
  30. Del resto il Giordani era molto facile a predicare ottimo, massimo e divino chi gli andasse per poco a verso. Altrove per es. di fra Paolo Sarpi dice che infinitamente superava e per ingegno e per virtù alla razza umana, che forse (manco male che qui pone la cosa in forse) era il maggiore ingegno che mai scendesse in terra, e in altro luogo lo predica addirittura il massimo degli umani intelletti. Povere glorie d’Italia (alle glorie loro ei pensino essi gli stranieri), se dovessimo stare al giudizio di Pietro Giordani! Anche il Manzoni ne riconosceva l’entusiasmo a freddo, e non poteva lodarne le consuete esagerazioni. (Alessandro Manzoni, Reminiscenze di C. Cantù, vol. II, 55.)
  31. Invece di Carlo, investigò la Paolina l’animo del padre (v. Piergili, Lettere ecc. p. 187), e questi ecco in qual modo si affrettò di scrivere a Giacomo.
    «Recanati, 25 giugno 1826. Mio caro figlio. Non vi ho scritto da molto tempo, e con ciò mi è mancato il piacere di trattenermi con voi, e quello di leggere le vostre lettere; ma risparmio le mie, perchè non voglio obbligarvi a scrivere, non sapendo se e quanto possa riuscirvi gravoso. Di quando in quando però è giusto che vi ricordi direttamente l’affetto mio, e non vi rincrescerà l’assicurarmi del vostro con una riga. Da quanto scrivete a Carlo e Paolina, apprendo il vostro desiderio di presto ritornare, e Iddio sa come questo à un balsamo che scende a confortare il mio cuore, il quale non è molto accostumato ai conforti. Se voi però volete ritornare per vivere con noi molto tempo, e riprendere qui il vostro domicilio ordinario, io ne affretto il momento coi voti più sinceri e cordiali; ma se veniste coll’animo di presto allontanarvi, e più se avete quello di ritornare a Bologna, mi parerebbe meglio l’essere fuori nell’estate che nell’inverno, massimamente dopo che avete sperimentato, quanto codesti freddi vi sono riusciti fatali. Insomma io non vorrei che passaste fuori di casa, o in clima più settentrionale di questo, l’inverno futuro, perchè vivrei in grande agitazione per la vostra salute. Neppure però vivo tranquillo per gli omicidi che sento accadere costì, i quali, per quanto scrivete, si commettono da grassatori, sicchè a garantirsene non basta il vivere lontano da inimicizie e partiti. Se dunque restate anche un poco a Bologna, mettetevi al sicuro col non uscire affatto la notte, e fate che non dobbiamo tremare per voi.»
    Monaldo non sa proprio rassegnarsi a veder lungi da sè per sempre per lungo tempo il suo Giacomo. Ai documenti riportati finora giovi aggiungere quest’altro. Scriveva all’Antici il 30 agosto 1825: « Di Giacomo cosa vi dirò? Tutto mi riesce nuovo, ma in tutto riconosco il vostro squisito cuore, che mille prove mi fanno riguardare come un dono amplissimo della Provvidenza alla mia famiglia ed a me. A qualunque esito, il biglietto del Segretario di Stato è un monumento di onore e una caparra di solido bene. Se poi se ne conseguirà l’intento, Giacomo dovrà esserne lietissimo, ed io non meno, perchè quel posto gli conviene, ad esclusione di Registri e Catasti che non fanno assolutamente per lui. Iddio lo faccia e ve ne rimuneri, che io nol posso se non coll’amarvi. Imagino bensì che il Segretariato dell’Accademia, di cui non conosco tutta l’importanza, non gli impedirebbe di passare ogni anno alquanti mesi con noi. Altrimenti di quella sua collocazione sarei persuaso e non lieto.» La lingua batte dove, il dente duole.
  32. Questi frammenti potranno riempire le lagune che si veggono nella lettera 282 dell’Epistolario. Li debbo alla cortesia della contessa Teresa Teia Leopardi, alla quale debbo altresì la lettera in latino di Paolina, già riferita, e quelle sentenze di Carlo che riporterò in appresso.
  33. In mezzo al carteggio tra l’Antici e Monaldo trovo un mezzo foglio dov’è scritto: « Dichiaro che la mia ottima sorella Adelaide contessa Leopardi mi ha sborsati scudi trentanove che tempo addietro anticipai al conte Giacomo suo figlio. Diconsi scudi 39. Recanati 30 settembre 1836. Carlo Antici.» Non ho memoria che questo documento sia stato mai pubblicato altrove, e però ho creduto di metterlo in questo luogo.
  34. Perchè io abbia posto anche gli scudi trentanove tra i sussidi straordinari, vedi il Piergili, Nuovi documenti, p. LII.
  35. Non intendo immischiarmi nella quistione Ranieri-Leopardi, parlando assai chiaramente i fatti. Anche prima che Giacomo ottenesse, come aveva dimandato, i 12 francesconi al mese (Nuovi documenti, 231), sovvenzioni dalla famiglia non gli mancavano. Scriveva al Tommasini nel gennaio del 1829: «Usando della confidenza che voi mi concedete, vi dirò, che io non posso più dare alla mia famiglia questo carico di mantenermi fuori di casa.» (Epist. II, 124) Danque la famiglia lo manteneva fuori di casa; dunque tutti i suoi piagnistei sono per lo meno esagerati.
  36. Le spese non lievi di dispensa furon fatte dalla Mazzagalli, cui casa andò Carlo a porre il suo domicilio. Monaldo diceva piangendo che quella figliuola fatale aveva adocchiata la bara del diletto Luigi per farsene scalino alle sue nozze.
  37. Eccola. «Roma, 21 marzo 1829. — Miei amatissimi figli, Giacomo, Paolina, e Pietro, Lasciate che coll’abbracciarvi tenerissimamente io mi ristori un poco dal cordoglio provato per il crudo abbandono di Carlo. Voi come figli e fratelli amorosi avrete risentito il vostro e il mio, e quello della vostra povera madre, la quale purtroppo conosco quanto è stata trafitta. Ma Iddio ha voluto visitarei tutti con questo nuovo travaglio, e dobbiamo adorare la sua ssm̃a volontà. Intanto nelle afflizioni più gravi non mancano motivo di conforto. Io me lo prometto tutto dal vostro cuore, e voi non sarete scontenti di essere la consolazione de’ genitori vostri, e che siavi toccata la parte di addolcirgli la vita, mentre altri ha assunta quella di amareggiargliela. Addio, figli miei dilettissimi. Raccomando al vostro amore la madre vostra. Vi abbraccio e vi benedico. Il vostro affm̃o Padre.>
  38. E la signora Teresa Teia in ricambio ha consecrato al suo marito Carlo un pegno di gratitudine nel suo libro Notes biographiques ecc. che l’istessa autrice ha poi tradotto in italiano.
  39. Dall’Album suddetto, intitolato Cento confessioni, trascrivo queste altre dimande e risposte. <Qual è il tratto principale del vostro carattere? L’indolence et l’apathie. — Che idea avete della felicità? Regnum eius non est de hoc mundo. — Che idea avete della infelicità? La tengo pel quinto elemento. — Qual’è il vostro motto? Fais ce que tu dois: advienne ce qui pourra
  40. Eccone le parole: «Paolina non fu più sposa. Voleva, e ciò (lo confesso) per consiglio mio e di Carlo, fare un matrimonio alla moda, cioè d’interesse, pigliando quel signore ch’era bruttissimo e di niuno spirito, ma di natura pieghevolissima e stimato ricco. S’è poi veduto che quest’ultima qualità gli era male attribaita, e il trattato ch’era già conchiuso, è stato rotto.» (Viani, Appendice ecc. 29.)
  41. Credo che alluda alla causa Moroni. In una lettera che scrisse alla Paolina il 23 del 1829 leggo: «Mia carissima figlia, Dalla voce di Mamma avrete già sentito che il Signore ha benedette le sue orazioni, e ci ha accordata la vittoria nella nostra causa. Sia benedetta la sua misericordia la quale ha voluto addolcire con questa stilla di bene il mare di amarezza che andiamo solcando nella nostra povera vita. Dio solo sa quanti affanni hanno preceduto questo conforto, e non desidero a nessun inimico il vivere giorni simili a quelli da me ultimamente passati. Mi cadde il cuore dalle mani quando, il giorno della Epifania, essendosi nominato uditore di Rota Cupis in luogo di Patrizi, questo uscì dal Tribunale e si cambiò il turno che dovea giudicarmi, entrandoci Monsignor Marini che ci era stato contrario nella Segnatura. Questo fu il mio primo dolore. Mi credetti poi perduto quando lessi la scrittura del mio avvocato, la quale non mi piacque affatto. Mi parve che anche a Petti piacesse poco, quantunque non lo dicesse chiaro per non levarmi il coraggio. Fu accomodata alla meglio, ma io restai in grandissima pena, e non ve l’ho scritto per non angustiarvi, ma trepidavo dell’esito, perchè la scrittura era bensì legale, ma non ci trovavo nė chiarezza ně fuoco. Finalmente perdetti affatto ogni lena avanti jeri andando alla informazione, perchè il trovare i Prelati impuntati, per quanto mi sembrava, in difficoltà ridicole una peggio dell’altra mi fece tenere la causa come affatto perduta, già avevo scritto a Mamma una lettera in tuono mestissimo, esortandola alla rassegnazione. Vero è che Petti mi confortò, come scrissi, ma tuttavia restai molto spaurito. Il mio dispiacere maggiore, e posso dire immenso, era quello di dovere annunziare a Mamma ed a voi, miei cari figli, la cattiva notizia, e il non essere presente a dividerne il dolore e mitigarne la impressione.
    «Questa mattina dunque alla levata del sole sono andato alla Messa ed ho fatto le sante devozioni. Indi ho restituita una visita a Podaliri, e poi sono tornato a casa a divertire i pensieri con un libro. Ma si accostava l’ora decisiva, e i pensieri si rendevano ad ogni momento più pungenti. Sono andato alla Chiesa di s. Maria in Araceli, ossia delli Osservanti, ed ivi ho ascoltato una messa, ed ho aspettato il mezzo giorno. Di là tornavo a casa preparandomi a ricevere quello che mi avesse mandato Iddio. A capo alla scala ho veduto il padrone della locanda, e non dicendomi esso niente, ne ho tratto pessimo indizio. Quando gli sono stato vicino, mi ha detto indifferentemente che si rallegrava, e domandandogli io di che, ha conosciuto che nulla sapevo, e mi ha soggiunto con cordialità che avevo vinto la causa, ed era stato un giovane di Petti ad annunziarmelo.
    « Alle ore 16 e mezza mi è venuto improvvisamente in pensiero che in quel momento il mio e vostro Luigi pregava Maria santissima per noi. Non so dell’ora, ma è certo che quel diletto figlio ci ha interceduta questa grazia, ed esso gode attualmente in paradiso della nostra consolazione. Il suo cuore non è diviso dal nostro, e fra le delizie della casa celeste non dimentica quella de’ suoi genitori e dei suoi fratelli.»
  42. In quel testamento non dimenticò il suo diletto figlio Giacomo, volendo che ogni anno in perpetuo si facessero celebrare dieci messe il 14 giugno, giorno anniversario della morte di lui; e rispetto al suo amatissimo figlio Carlo cui avea lasciato scudi trecento sessanta annui (Articolo 12) fa queste altre disposizioni nell’articolo 49: «Così ampliando quanto ho disposto nell’articolo 12 a favore del mio figlio Carlo, dichiaro e voglio che qualora egli per circostanze di morte, o per altre circostanze dovesse o volesse vivere solo e separato dalla sua famiglia, la mia casa paterna debba essergli sempre aperta. Perciò nel caso suddetto dovrà darglisi sua vita durante un appartamento convenientemente ammobiliato, e volendo potrà scegliere quello di quattro camere coi camerini annessi, volto verso ponente, e chiamato del conte Ernesto. Inoltre dovrà avere la biancheria da tavola e da camera, e il vitto di pranzo e cena alla mensa comune, ovvero nelle sue camere, sempre però in natura, e non in danaro. Tutto ciò senza pregiudizio di quant’altro ho disposto nell’articolo sopracitato.»
  43. E gli auguri di Monaldo lietamente si verificarono. Matteo, figlio di Carlo, si uni in matrimonio con donna Chiara de’ principi Altieri, matrona sott’ogni rispetto ragguardevolissima.
  44. Quando lo rapi la morte, stava curando la continuazione degli Annali Recanatesi, lasciati interrotti da Monaldo, e aveva preparato il materiale per una storia degli artisti pittori, scultori, tori e fonditori in bronzo ch’ebbero i loro natali in Recanati, ed esercitarono la loro professione nella città nativa o nella vicina Loreto, dove sovrattutto lasciarono (massime i fonditori) monumenti di gloria imperitura.
  45. Nelle vicende del 1848 fu cercato a morte da alcuni sicari politici, e, se andò salvo, lo dovette specialmente alla bontà e generosità del conte A. C. che saputo del brutto disegno di costoro, in bel modo ne li dissuase, e con una manatina di monete gli allontano da Recanati.