Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LXI

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Capitolo LXI

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Si comincia l’assedio di Ancona


Mentre La Hoz andava stringendo di largo assedio la piazza di Ancona, gli ordini e i commissarii suoi riorganizzarono la Marca sul piede antico, e ripristinarono i corpi municipali, e i Magistrati come sotto il Governo pontificio. Alla testa del Governo constituì in Macerata una Giunta o Reggenza suprema composta di sei o sette individui speditivi, uno da ciascheduna delle principali città comprese nella sua occupazione. Questo Consiglio mi scelse per quell’uffizio, ma ero ben lontano dal compromettermi con intrighi somiglianti. Lo rinunziai, e lo assunse in mio luogo il signor Carlo Galamini. Quella Reggenza si intitolava Imperiale Regia Pontificia, e così pure si intitolavano le Armate di La Hoz, facendo credere che servivano l’Imperatore di Germania, il Re di Napoli e il Papa. Io credo che La Hoz servisse agli interessi suoi e non ad altri, cercando di pigliare Ancona per farsene merito, o venderla a chi gliela pagasse meglio, e vedendo ancora alla lontana il caso in cui il bilanciare delle armi guerreggianti nell’alta Italia, gli dasse tempo di stabilirsi signore della Marca, e forse di Roma, e perché no di Napoli ancora? Io era giovane assai, e avrò sbagliato, ma in mezzo all’entusiasmo generale per La Hoz lo giudicavo un furbo, capace di qualunque progetto. Altronde se gli riusciva di snidare i Francesi da Ancona, e se gli avvenimenti della guerra trattenevano qualche mese in Lombardia le armate belligeranti, tutta l’Italia meridionale restava a sua disposizione. Il suo nome e il sapersi che combatteva contro i Francesi gli aprivano tutte le porte, l’entusiasmo popolare gli offriva più gente che non voleva, e il suo coraggio e la sua destrezza lo assicuravano che tutti gli altri capi di bande si sarebbero sottomessi a lui! Io tengo per certo che La Hoz aveva il genio, e i pensieri di Buonaparte, e che solamente le circostanze li ha resi dissimili. Comunque fusse sotto il governo di La Hoz vivemmo bene, e gli dobbiamo esser grati perché non abusò con noi del suo potere, contenne l’indisciplina degli insurgenti, e ci liberò dagli ultimi furori dei Francesi. Prescindendo dalle sue intenzioni, non credo che altri mai abbia fatto tanto bene, o risparmiati tanti mali alla Marca. Anche la Reggenza suprema composta di bravi galantuomini si condusse bene e meritò la riconoscenza comune. È vero che a quei signori qualche volta girò la testa, e assumendo le parti della sovranità, spedirono sul sodo qualche diploma di Contea, e fecero qualche altra burattinata, ma queste freddure gli si possono perdonare attesa la loro eccellente condotta, e perché in fine quando Arlecchino si immagina di essere un principe non fa danno ad alcuno. A buon conto in grazia di quella Reggenza abbiamo qui fra noi un Conte, una Contessa e alquanti Contini di più.

Il Diavolo non è tanto brutto quanto si dipinge. Questo Proverbio si verifica precisamente quasi sempre, perché le disavventure mai sono così gravi come sembrano a primo aspetto, ed anzi qualche volta reputiamo funesti certi avvenimenti i quali non ci arrecano male veruno. Ammaestrato da mille timori che mi hanno atterrito senza ragione, quando sento un annunzio infausto prendo tempo per addolorarmene, e trovo sempre che se mi fossi rattristato secondo la prima apparenza, avrei gettata per lo meno una metà della mia pena. Bensì conviene prender tempo ancora prima di abbandonarsi alla gioja, perché se il Diavolo non è tanto brutto quanto si crede, anche il sole ha le sue macchie, e insomma l’uomo prudente prima di credere il bene o il male deve esaminarlo bene da tutte le parti, e assicurarsi di non precipitare il giudizio. Se avessi osservata questa regola mi sarei risparmiata la pena grandissima che ebbi una notte verso li 10, o duodeci di agosto. Stavo appunto per coricarmi quand’eccoti un bisbiglio improviso sulla strada, e un clamore di gente che va, che viene, e grida «aiuto, suonate la campana a martello; Recanati va a fiamme e fuoco». Mi pare tuttora di sentire il brivido che mi scorse a quelle voci in tutte le membra e il terrore che diffuse nell’animo mio la memoria di quel suono fatale. Non dubitai un momento che i Francesi, rotte le deboli linee degli insurgenti, venissero col ferro e col fuoco ad esercitare fra noi la vendetta e la strage, e non sapevo a quale partito appigliarmi, né come o dove fuggire con la moglie puerpera, coi figli lattanti, e col resto della famiglia. Salto al giardino e apprendo che si abbruciava accidentalmente la casuccia di un povero, il quale aveva per cognome Recanati. Un servitore mandato da me alla parocchia impedì quel suono improvido; poche secchie di acqua smorzarono il fuoco, ed io andai a dormire tranquillamente.

L’assedio di Ancona durava molto, e per l’esito di quell’assedio ci restava qualche timore, ma l’uomo si abitua a tutto. L’istinto e l’abitudine sono la guida di tutti gli animali, e quantunque l’uomo sia dotato della ragione, e debba regolarsi con essa, cede frequentemente alle abitudini e all’istinto. Il nostro stato era pericoloso al sommo poiché un capriccio dei Francesi debolmente ristretti, un tumulto nel campo, una infermità o la morte di La Hoz da cui tutta la somma delle cose pendeva intieramente, ci potevano immergere nelle più luttuose disavventure. Nulladimeno quieti per parte del Governo che ci trattava bene, e vedendo che i Francesi stavano pazientemente in Ancona, ci accostumammo a quell’ordine di cose, cominciammo a respirare e a ridere, e al rischio della nostra situazione non si pensava più. Anzi tutti correvano all’assedio di Ancona per vederlo e divertirsi, e quel campo diventò una villeggiatura per la Provincia intiera. Io non sapevo risolvermi a vederlo, ma bensì sentendo che un corpo di truppe austriache doveva sbarcare in Sinigaglia volli andare con mia moglie a vederne lo sbarco. Passammo per vie traverse costeggiando alla larga il campo di Ancona, e nell’osteria chiamata l’Ostaria nuova, fummo invitati a pranzo dall’ammiraglio russo Vainovich, e dall’ammiraglio turco, i quali avevano il quartiere loro colà, e si chiamavano ammiragli impropriamente poiché comandavano due piccole squadre delle rispettive nazioni. Alle sponde del fiume Esino trovammo inaspettatamente un piccolo campo di 1500 che già arrivati per mare ed attendati colà aspettavano altri ordini. Quel campo assai ben messo e pulito ci fece molto piacere essendo un oggetto nuovo per noi, e gli ufficiali ci colmarono di gentilezze.

Giunti in Sinigaglia ridemmo assai vedendo le fenestre di un Palazzo tutte ingombrate di Turchi sedenti sul parapetto, con le gambe di fuori, la pippa in bocca, e un orinale al fianco. Dicevano i Turchi che quel palazzo, credo Ercolani, era di loro conquista, e vi tenevano il loro quartiere. Comeché tutti i Turchi possano ritenersi civilizzati mediocremente, quelli lo erano meno degli altri, e probabilmente erano gente di mare e feccia della nazione. Avendo scacciati pochi Francesi da Sinigaglia, e quindi dato un po’ di saccheggio alla città, in quell’incontro l’uno rubbava il bottino all’altro, e se non poteva raggiungerlo lo stendeva morto con una schioppettata dietro le spalle. Alcuni incontrandosi con qualche specchio, ne restava attonito, si mirava lungamente con molti lazi, e poi lo rompeva a forza di testate. Gli altri violentavano i cittadini a comprare le cose rubate, e di tutto volevano un colonnato. Di un orologgio un colonnato, di un piatto di Argento un colonnato, di un orinale un colonnato. Forse nello scoglio nativo di questi barbari non si trovavano le stoviglie di coccio, e per questo gli orinali erano preziosi agli occhj loro.

Visitando in Sinigaglia il generale Skall tedesco, e comandante le poche forze austriache sbarcate, potei conoscere come talora si lasciano ingannare le menti più elevate, e quanta parte ha l’azzardo negli avvenimenti della guerra. Mi disse quel buon vecchio che il ministero austriaco si era fatto ingannare da rapporti falsi, e che loro si trovavano là esposti e traditi. Supponendo di trovare un esercito agguerrito, una Artiglieria sufficiente ed un assedio quasi ultimato, erano venuti con un pugno di gente quasi a riposare sugli allori già côlti, e inaspettatamente avevano ritrovato una massa di gente inesperta, nessun pezzo di artiglieria grossa, e l’assedio ad una distanza che appena formava la prima linea di circonvallazione. Maravigliarsi che i Francesi non isparpagliassero il campo come potevano fare a loro talento; per questo avere egli ricusato che la sua truppa prendesse parte all’assedio con poco onore delle armi imperiali, ed avere diretti al suo governo rapporti veritieri sullo stato delle cose, e istanze urgentissime per la pronta spedizione di uomini e di cannoni. Fratanto fidarsi egli di La Hoz perché non ci era meglio da fare, ma non essere senza timore di un tradimento, o di un assalto improvviso per parte dei francesi, e in questo caso restare solo alle truppe austriache il morire onoratamente difendendo i vessilli del loro sovrano. Probabilmente questo generale credeva le forze francesi maggiori che non erano, ed io lo assicurai della debolezza loro, nonché delle inclinazioni decise di questi popoli, le quali toglievano a La Hoz ogni modo di pensare a veruna machinazione. Mi parve che il mio discorso lo lasciasse un po’ più contento. Visitai pure il sig. Cavallar Commissario austriaco civile, di cui parlerò successivamente, e quell’atto di urbanità mi fu utile in appresso.