Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XXXIV

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Capitolo XXXIV

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Tesoro di Loreto


Nel giorno degli 8, overo nelli due giorni precedenti, ciò che non ricordo bene, vennero incassate tutte le gioje e le perle del tesoro di Loreto, e trasportate a Roma. Il mondo stimava quel tesoro di un prezzo immenso, ma allora si sentì che non valeva più di un mezzo milione di scudi. Credo che l’opinione comune avesse ingigantito assai il valore di quelle gemme, ma credo ancora che eccedesse la somma enunciata, e passò in troppe mani, e troppi interessi poterono concorrere ad abbassarlo. Gli ori e gli argenti si lasciarono, o per troppa fretta, o per politica mal intesa, o per averli calcolati male. I Francesi presero tutto una settimana dopo, e si disse che quei metalli constituivano un effettivo di scudi cinquecentomila. Erano molti, ma mi pare che non arrivassero a tanto. I Francesi o i loro aderenti pigliarono anche i galloni delle camere e delle sedie, e i cristalli degli armadii.

Verso il mezzo giorno dei 9 si incominciò a sentire che i Francesi avanzavano verso Loreto, e due o tre ore appresso un uomo di Loreto, probabilmente ubbriaco venne qua correndo e incominciò a gridare come un ossesso, Miracolo Miracolo; alle falde del colle i cavalli, e i carri si sono resi immobili, gli inimici non possono salirlo, e la Madonna ce ne ha liberati. In sostanza i francesi si erano fermati un momento a’ piedi della salita per dare il fiato ai cavalli, e raddoppiarli nei carri più grevi, ma il popolo non intende ragioni. I Francesi allora venivano temuti, e non senza ragione, in peggior conto dei demonj, e molti si aspettavano un miracolo alle porte di Loreto, overo a quelle di Roma. Quell’ubriacone del volgo ottenne fede come un profeta, e torme numerose di gente nostra corse a Loreto coi piedi nudi per ringraziare la Vergine beatissima di quel prodigio, che la Sapienza divina non aveva giudicato bene di operare. Altri corsero in queste chiese a cantare il Te Deum.

Fratanto si era saputo con certezza essere entrati i Francesi in Loreto, e si trovò necessario di spedire una deputazione colà, per trattarvi alla meglio le cose nostre come avevano fatto tutti gli altri paesi. I deputati di Macerata erano già qui ed aspettavano il nostro ritorno per regolarsi. Venimmo destinati a questa missione il sig. Tomasso Massucci, il conte Xaverio Broglio, il conte Luigi Gatti, ed io, ma quando sull’Ave Maria, si fu a partire, il popolo che non voleva patti coi Francesi si sollevò, si armò, e si oppose al nostro passaggio. Scesi di carrozza al trivio di Sant’Agostino, e un po’ con le carezze un po’ col denaro mi riuscì di calmare la plebe, e rimandarla a casa. Ricordo che distribuii una saccocciata intiera di papetti, e conobbi che il danaro è onnipotente col volgo. Camin facendo incontrammo in copia le genti nostre le quali tornavano illuminate nell’inesistenza del miracolo, e calmate assai nel proposito dei Francesi perché avendo mangiato, e bevuto con essi alle osterie, si erano accorti che non divoravano gli uomini, e non tagliavano la testa a tutti. Dicevano, credevamo peggio, son uomini come noi. Si raccomandò a questa gente di tenere il paese tranquillo e si andò avanti. Lungo la strada stavano posti di cavalleria francese con fuochi accesi, ma veruno ci interrogò. In Loreto l’uffiziale che comandava quella colonna ci interrogò sulla tranquillità del paese, e soggiunse che le sue truppe venivano per liberarci dalla tirannia e donarci libertà. Sapevamo bene qual sorta di libertà donavano i Francesi della rivoluzione. Rispondemmo tutto essere tranquillo fra noi, e noi accostumati ad obbedire il Papa e contenti del suo governo essere alieni dal desiderarlo cambiato, nulladimeno sentire la convenienza di sottometterci al vincitore, e di eseguire gli ordini suoi che speravamo umani e discreti. Ritornati alla città nostra a tarda notte, trovammo che ognuno era andato a dormire.