Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/A Loreto

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A Loreto

../In sella ../Un bacio di Garibaldi IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

Libro primo (Ricordi) - In sella Libro primo (Ricordi) - Un bacio di Garibaldi

Salimmo il colle di Loreto in un giorno rovente di Luglio, sotto le vampe del sole meridiano, nel barbaglio bianco della via che bruciava, assordati dallo stupido ed ostinato frinire delle cicale furibonde. I gelsi spogliati, le stoppie arse e gialle e le siepi immobili sotto un velo di polvere densa, parevano attendere la morte, immersi nel profondo torpore dell’agonia. Le sole vestigia della vitalità umana apparivano lassù, in cima al colle, dove si alzava arcigna l’abside merlata del tempio dominatore, come una rocca fortificata contro un nemico invisibile, minaccia di offese e di sangue contro l’insorgere delle ribellioni. Pareva che sotto alla croce stesse in agguato il cannone e che le campane sonassero a stormo. Non ci appariva il tranquillo aspetto della fede, ma il viso ferreo, il cupo terrore della forza.

E salendo sempre, ogni passo era una rivelazione ed un incanto. Prima l’ondeggiar sinuoso delle colline feconde, simili a curve procacità di donne giacenti: poi le valli verdi, dove, sotto le lunghe file dei pioppi lontani, s’indovinava la frescura delle acque chiare e, finalmente, nell’orizzonte luminoso la striscia violacea dell’Adriatico seminata di vele bianche, come se Venezia vivesse ancora e i capitani della Repubblica cercassero nuove vittorie sull’onda fedele, sposata dall’anello del Doge; e nella serenità del cielo, nel verde delle valli, nell’azzurro scintillante del mare, trionfava la gioia, palpitava la bellezza d’Italia.

Ma le torri brune dall’alto minacciavano qualche cosa e le cicale arrabbiate schernivano qualcuno.

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Giunti alla città, ci parve di entrare in un sepolcro. Saettati dal meriggio, dormivano le cose e gli uomini nel mistero dell’ora asfissiante e, dietro le finestre chiuse, era il silenzio profondo dell’ultimo sonno. Però attraversata una via arroventata e deserta ove alcuni galli di bronzo ornavano come simbolo elegante le linee severe di un arco monumentale, dalla severa oscurità di una porta che sembra quella di una fortezza, entrammo nella vera Loreto, nel cuore e nella vita della città santa.

In una via stretta e non soleggiata, si distendono due lunghe fila di banchi e di bacheche piene di medaglie, di amuleti, di imagini, di rosari, di campanelle, di cembali, di pezzuole variopinte e di ciambelle coperte di mosche. Dietro ai banchi di questa fiera devota ciarlano le venditrici incatenando le ave marie delle corone con le pinzette di acciaio e il filo d’ottone, disinvolte e distratte come le donne toscane che fanno la treccia di paglia.

Quando fiutano e vedono forastieri, chiamano, gridano, aprono vetrine, scuotono rosari, offrono imagini e cartoline illustrate, strillano e vituperano chi passa senza comprare o imprecano alle rivali più fortunate. Vivono del tempio, vivono della Madonna, quasi sui gradini dell’altare e così la fede si trasforma in pane pei bisognosi e in vino pei viziosi. Il mercato è sempre aperto e qui il Cristo del Vangelo non potrebbe castigarlo con un flagello di corde attorte, come a Gerusalemme. Ci sono i RR. Carabinieri.

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Entrammo finalmente nel tempio, troppo descritto e conosciuto per parlarne qui. Lo splendore dell’arte ha rivestito l’imagine sacra di un manto più ricco ed assai più glorioso di quel che faccia la dalmatica tessuta d’oro e seminata di gemme che copre la rusticità di una scultura ingenuamente barbarica. L’arte del Maccari e del De Seitz era degna di figurare qui dove, secondo la leggenda, cresceva un bosco di allori, prima che ogni pietra di questi muri santificati reggesse una cassetta per le limosine.

È qui, nel breve spazio di questa casupola, fasciata di fuori da marmi lavorati e coronata di statue superbe, in una atmosfera calda di aliti umani, di ceri accesi, di incensi fumanti, che appare manifestamente il miracolo.

Ma il miracolo non l’ha fatto questa statua nera, di legno d’ulivo; l’ha fatto la Chiesa Romana. Sotto la puerilità del prodigio lauretano, alla quale ora sino i sacerdoti colti e che guardano più in là delle ingorde cassette per le limosine, si ribellano, sta il prodigio dell’organismo rigido che, sovvertendo la fede primitiva, ha obbligato milioni di uomini a chinare il capo qui, davanti a un ceppo mal scolpito, a trascinarsi sopra queste pietre in ginocchio. Il vero prodigio consiste nell’audace astuzia che ha saputo vincere la verità col terrore del futuro e piegare la dura cervice della ragione su questi gradini, colla minaccia di una vendetta eternamente feroce. Il miracolo non sta nella vista che ricuperarono i ciechi, ma nella cecità di coloro che vedono. Il miracolo non lo fa Loreto, ma quelli che fanno credere a Loreto. E mentre pensavamo così, udimmo la nota stridula di un coro stonato.

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Erano pellegrini che venivano chi sa di dove? Forse dagli Abruzzi.

Cenciosi, polverosi, schifosi, salivano le scalinate del tempio in ginocchioni, gridando "Viva Maria!" mentre le rivenditrici chiudevano a furia le vetrine e nascondevano tutto.

Pare che questi piissimi pellegrini, se hanno molti scrupoli nell’anima, ne abbiano pochi nell’ugna, e quando appaiono cantando in fondo alla via, il coro si sente accompagnato da uno stridìo di serrature prudenti che invocano la protezione, non della Santa Vergine, ma dei Reali Carabinieri.

Cantavano, come ho detto, trascinandosi sui ginocchi e nelle faccie gialle estenuate e negli occhi smisuratamente aperti era l’aura dell’epilessia. Dopo un poco, non più sulle ginocchia, ma distesi a bocconi, baciavano la terra, come se dovessero farsi perdonare qualche tradimento.

Due vecchie orribili leccavano il pavimento con la lingua bavosa, sorrette alle ascelle da due megere che strillavano. Così furono trascinate sino all’altare, lasciando una striscia sudicia che pareva una pelle di serpente striata di sangue. Che terribile grazia dovevano implorare quelle due streghe? E allora la frenesìa dei pellegrini giunse quasi al furore della convulsione, così che, tra noi, qualcuno cominciò ad impallidire. Quelle non ci parevano più forme umane, ma fantasime dolorose, figure paurose di un sogno febbrile.

La ripugnanza si impadronì di noi e l’orrore di quella scena macabra spense l’ultimo resto di rispetto per una religione che, interpretata così, è un oltraggio all’umanità, un insulto a Dio.

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Ed uscimmo cercando l’aria che ci mancava, la luce e la libertà.

Eravamo veramente in Italia? Come? A questo ci doveva condurre tanto sforzo di pensiero, tanto tesoro di sacrifici e il sangue di tanti martiri? E come mai qualcuno pensa di sollevare a questa civiltà gli africani e i chinesi, assai più civili di questi antropoidi che leccano le pietre e il sudiciume per propiziarsi un idolo di legno e pure sono italiani? Che si è fatto in questo mezzo secolo se qui, nel centro d’Italia, tra la culla del Rossini e quella del Leopardi, sono ancora possibili questi spettacoli di vergogna, queste apoteosi della più bassa degradazione?

Non molto lungi di qui, al di là dell’Aspio si vede biancheggiare Castelfidardo che guardò dall’alto la fuga vergognosa dei sacri mercenari. Si poteva bene restare all’ombra della bandiera bianca e gialla se ora non si osa portare la bandiera tricolore in chiesa perchè il prete lo vieta e la breccia di Porta Pia deve contentarsi del solito telegramma annacquato. La statua di Sisto V colla destra alzata, minaccia sulla porta della Basilica e l’Italia prostrata come questi puzzolenti pellegrini, gli domanderà perdono. A questo siamo giunti!

Così, pensando amaramente, scendevamo la via tra le vetrine riaperte, il brusìo della fiera e il clamore dei contratti sacri, quando, in fondo, nell’ombra di una piazzetta, una cosa bianca ci colpì la vista. Era l’erma di Garibaldi.

Oh! Garibaldi che vigili come una sentinella su la porta di Loreto e su le porte del Vaticano, chi non sente nell’intimo dell’anima sua l’amaritudine di un rimorso?

Era il tuo ruggito di leone che doveva dir basta, non la voce muliebre e pia che chiede perdono a chi non perdona mai. Tu dovevi farci Castelfidardo, tu aprirci la breccia di Porta Pia, e allora Castelfidardo e la breccia non sarebbero da rifare.

Ma, se Dio vuole, li rifaremo.... e meglio!