Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/Ancora in biblioteca

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Ancora in biblioteca

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Sanno anche i bimbi delle scolette chi fosse Lodovico Antonio Muratori, nè occorre esser forniti di profonda coltura per conoscere le benemerenze sue verso la storia italiana, della quale, meritamente, fu detto padre.

Ma per conoscerlo bene, proprio come se si parlasse con la persona viva, bisogna leggere l’Epistolario Muratoriano, edito con amorosa cura dal marchese Mattia Campori e di cui già si legge il sesto volume.

Il raccoglitore non ha trascurato nulla, nemmeno le letterine d’augurio a capo d’anno ed ha fatto bene. In simil genere di collezioni l’abbondanza non è difetto e serve a far conoscere meglio l’uomo e l’età sua. Notisi per esempio, come il Muratori, pur tenendo per vana ed insulsa questa consuetudine delle lettere di cerimonia augurale, sforzato dalla convenienza, dovesse piegarsi, tuttochè riluttante, al noioso costume.

Ma è l’uomo vivo che balza fuori da questo epistolario, l’uomo operoso ed instancabile che non si lascia vincere nè dalla mala salute, nè dalle calunnie velenose; l’uomo che intercalava ad un’opera enorme di critica una letterina di affari, sempre equilibrato, sempre tranquillo e buono, persino con quel velenoso e rabbioso monsignor Fontanini che la Curia Romana gli scatenava addosso come un mastino feroce. Mirabile tempra d’uomo questo Muratori, che vedendo chiaramente l’ignoranza e la malizia dei preti e dei frati d’allora, ne toccò discretamente in qualche sfogo di queste lettere private, ma seppe così contenersi, che nessuna opera sua potè mai essere condannata da Roma ed è inutile il dire quanta voglia Roma ne avesse!

Ma questo epistolario offre un altro punto di riflessione.

Il Muratori era bibliotecario del duca Rinaldo da Este; anzi il duca se ne serviva anche per delicati maneggi di stato e lo aveva spesso come consigliere, richiedendolo di pareri e incaricandolo di studii e di ricerche. Come mai un bibliotecario poteva bastare a tanto?

Eppure è così! Quei bibliotecari del buon tempo antico avevano tempo di lavorare, mentre oggi l’attività di molti si ferma quando la biblioteca li ha stregati e fatti suoi. Si movevano liberamente, non legati dalle pedanterie di un regolamentarismo stranamente minuto, che assorbe ogni attività e tronca ogni iniziativa.

Ah, se il Muratori invece di vegliare la notte sulle sue care pergamene per ridestarne la vita dei secoli passati, avesse dovuto compilare una statistica o riempire gli scontrini attestanti il carico e lo scarico davanti al tribunale dell’Economato o della Corte dei Conti! Fortunato lui che aveva un padrone solo! Oggi i bibliotecari ne hanno cento e tutti costoro desiderano, chiedono, vogliono qualche cosa, allungando il naso e le mani ad ogni minuto e diffidente controllo, pur di illudersi di aver così fatto gran cosa in servigio degli studi e delle scienze! Altri tempi, serenissimi padroni!

Nè è da darne colpa alle persone. Sono i tempi che vogliono così, non solo nelle biblioteche ma da per tutto. Dove non è libertà, non ha luogo iniziativa alcuna e la sterilità è fatale. Sono i tempi! Allora era possibile combinare una Società editrice dei Rerum Italicarum, ma oggi, chi tentasse di trovar dieci firme a cinque mila lire l’una, faticherebbe a trovarne due, ed è storia. Se la sottoscrizione fosse per una acciaieria o una fabbrica di concimi, non dico; se poi per un convento, si troverebbe il doppio in poche ore.

Queste malinconiche meditazioni sono troppo naturali a chi legge l’epistolario muratoriano. I bibliotecari hanno fatto le biblioteche, ora i regolamenti e le indiscrete ingerenze stanno disfacendole. Sicuro che di uomini come il Muratori, ne nasce uno ad ogni secolo se pur nasce; sicuro che la mancanza di uomini e di denaro è grande quanto l’abbondanza di regole, di moduli e di controlli, ma non è da perdere ogni speranza. Chi sa che anche per le Biblioteche non venga, dopo sì lungo digiuno, il desiderato giorno della festa. Ma lo vedremo noi?