Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/Aurelio Saffi

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Aurelio Saffi

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Il doloroso anniversario della morte di Aurelio Saffi, rinnova in noi la tristezza della perdita di uno tra i più operosi e sinceri cooperatori del riscatto italiano. Egli morì come visse, rigidamente gentiluomo, senza chieder nulla, assolutamente nulla dell’opera assiduamente data colla mannaia sospesa sul collo. L’idea che tante fatiche e tanti pericoli dovessero procacciargli almeno la gratitudine delle generazioni che ora hanno una patria, non gli sfiorò neppure il pensiero. E, negli ultimi tempi, l’austero aspetto di questa incarnazione del disinteresse puro e sereno, pareva un rimprovero vivo a tutti coloro che si fecero compensare lautamente per servigi ben minori dei suoi.

E rivediamo ancora, cogli occhi della mente, l’onorando vecchio, col passo non più spedito, ma con la persona ancora eretta, recarsi all’Università, dove le sue lezioni richiamavano i discenti ed i docenti, i giovani e gli uomini maturi. La sua voce era un po’ velata, ma la sua parola era calda, abbondante, sicura. Ragionava serrato, senza conceder nulla alle facili frasche dell’eloquenza retorica, egli, che era stato detto tribuno! Parlava di scienza soltanto e rimaneva sempre nelle regioni più alte del diritto, senza perciò dimenticare che la scienza non val nulla se sdegna l’applicazione della pratica. E da quelle lezioni si usciva colla impressione di qualche cosa di più grande, di più solenne che non siano le sottigliezze del giure o la discussione dei testi. Forse anche l’oratore suggestionava con quel suo volto di apostolo tranquillo ed equilibrato, quell’ampia fronte che aveva pensato tanto e quegli occhi chiari e buoni che avevano visto tanti trionfi e tante sconfitte, tante gioie e tanti dolori. Ma il triunviro non faceva dimenticare il filosofo: e quelle ore silenziose, tra gli ascoltatori affollati, sotto il fascino di quella parola, non si scordano più.

E conosciuto l’uomo, si rimaneva sorpresi. Ma come? Erano così questi cospiratori repubblicani che le caricature dipingevano colle fattezze dell’Orco che mangia la carne umana? Erano così fatti quegli uomini che la stampa conservatrice accusava di affilare i pugnali nell’ombra e di predicare l’assassinio? Non c’era delitto in Europa in cui non si vedesse la mano o la complicità di costoro e non c’era vituperio o condanna che paresse grave per simili malfattori. Ebbene, gli accusatori mentivano.

Chi ha conosciuto Aurelio Saffi, il confidente di Mazzini, il triumviro della Repubblica Romana, il repubblicano convinto, cospiratore e combattente, può dire quanto egli fosse ingenuamente e profondamente buono. La sua tolleranza per l’opinione altrui arrivava fino allo scrupolo e la dolcezza dell’animo aveva delicatezze femminili.

Quest’uomo che l’odio di parte può aver accusato di sete di sangue, non aveva affatto il senso dell’odio e, non solo non avrebbe scientemente fatto del male al suo peggiore nemico, ma nell’animo suo sereno non conosceva nemici. Vedeva le cose e gli avvenimenti dall’alto e dalla piccola realtà saliva subito alle idealità e, se volete, anche alle illusioni di una filosofia umanitaria e generosa. Gentiluomo corretto senza rigidezza, ma gentiluomo in tutto, nella vita intima e nelle relazioni col mondo, aveva tenuto fede agli entusiasmi della sua gioventù, come un cavaliere antico alla sua dama, e quell’anima candida che gli scritti mercenari dicevano piena di chi sa quali indegne sozzure, era piena di vera, di ammiranda nobiltà.

E chi non lo conobbe può sincerarsene leggendo i suoi scritti, raccolti con pietosa e intelligente cura dalla gentildonna che gli fu degna compagna nella buona e nella rea fortuna. Nel terzo volume, si contiene il seguito della storia di Roma dal 1846 al 1849, e tratta appunto dei tempi più combattuti in cui il Saffi triumviro dovette conoscere il fiele degli avversari e la responsabilità del potere. Ebbene; non una parola amara, non una recriminazione, non un’accusa, ma un racconto impersonale dei fatti ed una discussione alta e serena dei diritti. Se per la forza delle cose l’autore non dovesse talora ricordare se stesso, l’opera sembrerebbe scritta da uno storico che non ha partito preso, o interessi, od opinioni da difendere. E quando si giunge in capo al volume, si rimane sorpresi e si ripete, come si disse più sopra: o come? così erano i cospiratori, gli assassini, gli uomini posti al bando dalle leggi divine e umane? Ah, così fossero i ministri della Corona!

Ed ora questo carattere irremovibile nella teoria e nella pratica della virtù, quest’anima nobile, saggia, generosa, non è più per noi che un mesto ricordo. Restano le opere, resta la memore venerazione di chi sa e di chi ama, ma chi ci renderà più il cittadino integro, il consigliatore sicuro, il modello e l’esempio a cui ricorrere per prender coraggio nella lotta dell’avvenire contro il passato?

Povero Aurelio! Quanti l’avranno dimenticato a quest’ora; quanti l’avranno in cuore come un rimorso! Ben fortunati noi se possiamo rievocare "la cara e buona imagine paterna" coll’animo sicuro con cui gli stringevamo rispettosamente la mano leale.

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