Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/Come baciai il piede a Pio IX

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Come baciai il piede a Pio IX

../In sogno ../Tempo di vendemmia IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

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Capivamo anche noi collegiali che il Sovrano non era accolto a Ravenna col desiderato entusiasmo e che ci mandavano in giro per far numero. Col vestito a coda di rondine, il cappello a staio ed un alto cravattone bianco, bimbi mascherati da uomini, ci conducevano sempre per vie semideserte di dove il Pontefice doveva passare. Benedetti e ribenedetti da quei crocioni che di italiani erano diventati austriaci, ignoranti di ogni cosa per ragione di età e di clausura, accettavamo con molto piacere le passeggiate straordinarie in cui simulavamo alla meglio la folla assente; quando ci dissero che saremmo stati presentati al Sovrano nel pomeriggio.

Credete che la notizia ci mettesse in agitazione? Ci avevano predicato in mille toni la terribilità, la maestà, la potenza di questo Sovrano che solo alzando il dito legava i corpi e scioglieva le anime, e la cerimonia del ricevimento ci era stata comunicata come un rito solenne e formidabile da accostarcisi trepidanti e reverenti; ma eravamo troppo piccini per raccogliere il senso delle astrazioni e capire il significato dei simboli. Il solo aspetto della realtà ci colpiva senza incuterci timore. Il Sovrano non era per noi che un dispensatore di grazie e subito pensammo di chiedergliene una.

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Ma quale? I pareri furono molti e la discussione vivace, finchè vinse il partito di domandargli l’uscita dal Collegio per sei giorni dell’anno. Solo per due giorni potevamo tornare a casa, anzi a chi pernottasse fuori era minacciata l’espulsione.

In quei tempi, la miseria dell’insegnamento e la difficoltà delle comunicazioni costringevano le famiglie agiate dei paesi e delle città minori a mettere i figli in Collegio perchè imparassero pur qualche cosa e, siccome i Gesuiti, stimati il modello degli educatori, prescrivevano e praticavano nei Collegi loro l’assoluto distacco dalla famiglia, così la regola era stata copiata anche per noi. Regola buona forse per frati, ma crudele e scellerata per noi, poveri bimbi, che nel castigo dei primi errori, nella amaritudine dei primi dolori, ricordavamo e sospiravamo le carezze materne. Perciò pensammo di chiedere un po’ di larghezza nel lasciarci uscire. Io che, fino d’allora cominciavo a patire di belle lettere, ebbi l’incarico di scrivere la domanda, ma la ricerca di un foglio decentemente ornato per stenderla, ci tradì. I superiori, parte seppero, parte indovinarono e con energiche ammonizioni ci proibirono qualunque tentativo di porgere suppliche al Sovrano: il che non riscaldò certo la gratitudine, già molto tiepida, che sentivamo per loro.

Così, malcontenti, ci fecero scendere nella sala maggiore dell’Accademia di Belle Arti e, sull’uscio, ci misero in ginocchio; ma qui i miei ricordi sono scoloriti e confusi. Mi rimane solo l’impressione di una frotta di signori e di preti, tutti in piedi e silenziosi.

Non mi pare che ci fossero donne.

In fondo, nella penombra, sopra un trono rosso, era un fantasma bianco, Papa Pio IX; e noi, dopo tre genuflessioni, ad uno, ad uno, prostrati, salimmo colle ginocchia tre gradini e baciammo il piede santissimo, posato sopra un cuscino.

La calzatura mi sembrò di velluto, ma mi ricordo solamente che c’era sopra un ricamo in oro, forse una croce, il cui contatto era aspro alle labbra. Stando così bocconi non potei vedere il Pontefice, nascosto nella semioscurità e camminando all’indietro, dopo tre altre genuflessioni, uscimmo, sempre in quel silenzio profondo e quasi cupo che solo mi resta nella memoria, perchè tutti gli altri particolari li ho scordati; tanto la cerimonia ci lasciò indifferenti.

Risaliti, ci disposero in due file, sempre in ginocchio, lungo un ampio corridoio, di dove il Pontefice doveva passare. Parlavamo sotto voce dolendoci della supplica andata a male, quando il mio vicino, meno letterato, ma più animoso di me, disse: farò la domanda io. Non gli credemmo.

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E il Papa venne, sempre accompagnato da quello strano silenzio che sorprendeva. Allora lo vidi bene, tutto bianco, un po’ grasso, colla testa alta, come di persona che conosce la propria autorità e con un sorriso immobile ed immutabile come lo hanno gli artisti di teatro. Era un bell’uomo e si vedeva subito che era il primo tra tutti dal passo franco e dalla distanza che lasciava tra sè ed il codazzo di vesti rosse, paonazze e nere che lo seguivano con un sommesso fruscìo di seta strisciata sui tappeti. Quando fu a due passi da noi il mio vicino trascinandosi sulle ginocchia gli si fece davanti e il Papa si fermò:

— Santità, non usciamo che due volte all’anno. Le chiediamo la grazia che ci lasci uscir sei volte.

Papa Pio IX guardò il ragazzo inginocchiato senza muovere la testa e con voce sonora e seccata, rispose:

— Due volte sono anche troppo!

E col suo sorriso invariabile, con la testa sempre alta, passò senza benedire. Il corteggio, fermato un momento, riprese taciturno la via e noi ci levammo avviliti e sgomenti. Aspettavamo una punizione, ma nessuno ci parlò dell’accaduto. Forse per timore di peggio, pensarono bene di mettere la cosa in tacere.

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La sera ci condussero alla illuminazione.

Dove il canale Candiano piega a destra, era eretto un enorme impalcato carico di bicchierini variopinti ed accesi, le cui linee volevano rappresentare la ricostruzione del sepolcro di Teodorico. Noi avevamo un palco sulle mura e il palco del Papa, in faccia all’edifizio di legno e di cartone, era dove ora una chiesa ha sostituito un caffè.

Qualche banda suonava in lontananza e la folla era enorme.

Giunse il Sovrano, salì nel suo palco d’onore colla Corte e guardò la baracca luminosa come trasognato. Al suo apparire si udì un lungo bisbiglio, ma non una voce salutante, non un applauso. Alla nostra sinistra i seminaristi cominciarono a batter le mani, ma la folla zittì e il tentativo si spense nel silenzio glaciale.

Noi, per quanto incitati dai superiori, tacemmo; un poco per la irritazione della ripulsa ricevuta, un poco perchè suggestionati, dominati, dalla gigantesca unanimità del silenzio. Non sapevamo allora di tradurre in atto il celebre detto: il silenzio dei popoli è la lezione dei Re.

Il Pontefice irritato non attese la fine dello spettacolo e il giorno dopo partì da Ravenna. Noi ritornammo ai latinucci ed alle pratiche religiose che riempivano le nostre noiose giornate e non se ne parlò più.

Quanto tempo è trascorso da quei desolati giorni della nostra puerizia! Degli antichi compagni parecchi sono morti, altri lontani e solo due o tre frugano meco nei ricordi del passato negli amichevoli colloquii e andiamo notando che nessuno, di tanti che eravamo, nessuno seguì nella vita quei principii di reazione e di devozione che ci erano instillati con tanta assidua cura. Certo gli entusiasmi dell’adolescenza ci fecero cambiar presto la via, ci traviarono se si vuole, e le convinzioni della virilità ci confermarono in quei pensieri che, bimbi, ci dicevano orribili; ma chi può dire se la odiosa impressione di una ripulsa aspra e villana non abbia in alcuni di noi generato inconsciamente le antipatie, le ripugnanze, le ribellioni che non smettemmo mai più?

Papa Pio IX col non possumus fece l’Italia e può bene aver fatto dei liberali con una sgarberia.