Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/La Fossalta

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La Fossalta

../In memoria di Emilio Zola ../Aurelio Saffi IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

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Chi va da Bologna a Modena seguendo la via Emilia, rimane sorpreso vedendo la retta inflessibile della strada romana rompersi a pochi chilometri dopo Castelfranco per andare a raggiungere il ponte di Sant’Ambrogio con un lungo giro. Il Panaro, come mostrano le carte, ha invaso la via e corre per lungo tratto sul tracciato della strada antica; ma che per tragittarlo occorresse allungare di tanto il cammino, è un mistero che si lascia spiegare a chi trova tutto bello e tutto buono nel medio evo.

Passato il ponte di Sant’Ambrogio e ripresa la linea retta, dopo alcuni chilometri si trova un ponticello moderno, colla ringhiera di ferro, sopra un piccolo torrente o piuttosto un fosso, che reca al Panaro l’umile tributo di un filo d’acqua. Il fosso è profondo e le rive sono quasi a picco. Di là dal ponte, a sinistra è una casa modesta con un portico basso dove sono due o tre botteghe. Sulla parete esterna che guarda Bologna è dipinto San Petronio e sull’altra che guarda Modena, San Geminiano. Così i santi patroni delle due città guardano ciascuno la propria.

Nel luogo non c’è nulla che fermi l’attenzione. Un torrentello, un ponte ed una casa come se ne trovan cento lungo la via. Eppure qui, o poco lontano, si combattè una celebre battaglia in cui un re fu fatto prigioniero e da cui scaturì un poema celeberrimo. Il luogo si chiama la Fossalta, il prigioniero re Enzo, figlio dell’imperatore Federico II, e il poema La secchia rapita!

Quando il re Enzo cadde in mano dei Bolognesi aveva ventiquattro anni ed era "bello di corpo, con un’angelica faccia, avendo i capelli biondi istesi fino alla cintura", come narra l’Alberti. Fu messo in carcere comodo e decoroso, ma così strettamente guardato che non potè uscirne che morto. Melanconica fine dell’aquilotto imperiale spentosi tristamente nella ferrea gabbia, quando tante speranze gli sorridevano!

Poichè Enzo, se non aveva mai visto il suo regno di Sardegna, aveva già guidato gli eserciti dell’Impero alla vittoria. Era corso fino alle porte di Roma, minacciando papa Gregorio che lo aveva scomunicato e, comandando la flotta, sconfiggeva i Genovesi alla Meloria, dove poi doveva cadere per sempre la potenza di Pisa. Tante promesse dalla fortuna dovevano seppellirsi in una oscura prigione, mentre a chi sa quali altezze si sarebbe levato questo giovane che, quasi adolescente, vinceva le battaglie! E se egli fosse stato a Benevento, in luogo del quasi saracino Manfredi, chi può dire se la storia d’Italia sarebbe stata quella che fu?

Negli ozi del carcere il prigioniero poetava.

Ingegnoso e colto, come furon quasi tutti i rampolli di questa razza di Svevi mal trapiantata in Italia, alcuni dei suoi versi ci rimangono, nè migliori nè peggiori di quelli che in quel tempo rimava la scuola siciliana.

In un sol luogo, fra tanti lamenti di un amore retorico, si ascolta quasi un rimpianto della libertà perduta:


Va, canzonetta mia
E saluta Messere.
Dilli lo mal ch’io aggio.
Quegli che m’ha in balìa
Sì distretto mi tiene
Ch’io viver non potraggio.
Salutami Toscana
Quella ched’è sovrana
In cui regna tutta cortesia:
E vanne in Puglia piana,
Lamagna, Capitana,
Là dove lo mio core è notte e dia!


E così poetando dolorosamente, meditando forse con amarezza il verso in cui diceva "Tempo viene chi sale e chi discende", morì prima di toccare i quarant’anni e dopo aver visto la rovina della sua famiglia.

Alla Fossalta i guelfi vinsero i ghibellini; i Bolognesi vinsero i Modenesi e di tutto quel triste passato non resta più traccia da alcuni secoli. Da lungo tempo le due città, un giorno rivali, vivono in comunanza fraterna di affetti e di intenti. Chi volesse oggi ridestare quegli antichi odi municipali, non sarebbe capito o farebbe ridere.

Eppure, a miglior consacrazione di questa fratellanza, mi piacerebbe che una memoria alla Fossalta ricordasse al viandante l’orrore dell’antica discordia nata dalle lotte tra la Chiesa e l’Impero, e la saldezza della concordia presente, nata dagli sforzi comuni per conseguire l’unità della patria. Perchè sul margine del triste torrente, in co’ del ponte, non potrebbe sorgere una pietra che ricordasse la storia e celebrasse la concordia? Vedano le due provincie e i due comuni; veggano soprattutto i Consolati del Touring Club Italiano se a loro non paia di prendere l’iniziativa.1

Una lapide che dica la verità, tra tante che dicono la bugia, non starebbe male.

Note

  1. Il ricordo sarà eretto.